ASSOCIAZIONE ARTISTICA INTERNAZIONALE
(CIRCOLO ARTISTICO)
ROMA – VIA MARGUTTA, 54[1]
ROMA, 25 gennaio 1945
Prot. n° 192
AL COMM. RAG. ENRICO AEBERLI[2]
Via Confalonieri n° 5
ROMA
Carissimo Socio,
mi è cosa assai gradita comunicarLe che nell’As-
semblea straordinaria del 21 gennaio u.s., i Soci su propo-
sta della Presidenza, hanno voluto riconoscere i suoi molte-
plici meriti di esaltatore e di animatore, con iscriverLa
nell’Albo dei “SOCI BENEMERITI”.
Lo spirito di sacrificio, il tendere generosamen-
te e direttamente agli alti ideali dell’arte e dell’umana
colleganza, il porre disinteressatamente la Sua intelligen-
za, la sua perizia professionale e di organizzatore a bene-
ficio degli Artisti e nella faticosa ricostituzione dell’As-
sociazione Artistica Internazionale, è un Suo merito piena-
mente riconosciuto e vivamente apprezzato dai suoi consoci.
Voglia anche gradire i miei particolari rallegra-
menti e i sentimenti più sinceri di gratitudine.
IL PRESIDENTE
( PROF. DUILIO CAMBELLOTTI)[3]
Sul retro
Disegno schizzo di un leone, forse stampa a timbro – linoleografia.
Note
vers. eng.
INTERNATIONAL ARTISTIC ASSOCIATION
(ARTISTIC CIRCLE)
ROME – VIA MARGUTTA, 54
ROME, 25 January 1945
Prot. No. 192
TO COMM. RAG. ENRICO AEBERLI
Via Confalonieri No. 5
ROME
Dear Member,
I am very pleased to inform you that at the extraordinary meeting held on 21 January, the members, on the proposal of the Presidency, decided to recognise your many merits as a promoter and animator by enrolling you in the Register of “MERITORIOUS MEMBERS”.
Your spirit of sacrifice, your generous and direct pursuit of the high ideals of art and human
collegiality, your selfless contribution of your intelligence, professional expertise and organisational skills for the benefit of artists and in the arduous reconstruction of the International Artistic Association, are fully recognised and greatly appreciated by your fellow members.
Please accept my special congratulations and sincere gratitude.
THE PRESIDENT
(PROF. DUILIO CAMBELLOTTI)
[1]L’Associazione Artistica Internazionale di via Margutta, Roma, ha rappresentato, dall’Unità d’Italia alla Seconda Guerra Mondiale, una delle pagine culturali più significative di Roma Capitale. Il suo scopo era di riunire protagonisti provenienti dal mondo intero e rappresentanti di tutte le arti. L’archivio dell’Associazione Artistica è andato misteriosamente perduto, insieme a tutte le preziose testimonianze che hanno reso questo luogo famoso in Italia e nel mondo, e l’Associazione Culturale Valentina Moncada, non a scopo di lucro, si propone oggi di ricostruire questa magica storia.
Il Marchese Francesco Patrizi, a partire dal 1858, edificò a via Margutta, Roma, il primo complesso destinato a studi d’artista dove ebbe sede anche l’Associazione Artistica Internazionale. Dopo anni di ricerche, Valentina Moncada riscopre il suo archivio privato in una soffitta del Castello di Montoro in Umbria. Una ricchissima e inedita documentazione sulle vicende che portarono all’edificazione del grande complesso degli Studi Patrizi, insieme ai contratti di locazione dei numerosi artisti che per secoli qui hanno vissuto e lavorato, pubblicata solo in parte nel volume “Atelier a via Margutta. Cinque secoli di cultura internazionale a Roma” (Allemandi & C., 2012) e oggi ancora in corso di studi.
L’Associazione Artistica Internazionale ebbe sede in via Margutta 54, all’interno degli Studi Patrizi, dal 1887 fino al 1960. Dal 1927 al 1944 assume temporaneamente il nome di “Circolo di Cultura: Associazione Artistica in Roma”.
Il suo preziosissimo archivio è andato misteriosamente perduto quando l’Associazione dovette abbandonare la sua storica sede nel 1960. Alcune testimonianze raccontano che tutto il contenuto dei fondi e degli arredi venne trasferito all’Archivio Capitolino nel quale, ancora oggi, pur essendo registrato l’arrivo del carico, non è presente alcun tipo di documentazione che ne attesti il contenuto esatto e la precisa ubicazione. Gli atti ufficiali testimoniano infatti che l’archivio venne ulteriormente depositato a Palazzo Braschi dove però non se ne conserva alcuna traccia.(fonte)
[2] Enrico Aeberli è presente nelle pagine della GNAM – Galleria Nazionale d’Arte Moderna:
“Aeberli Enrico (segretario della Società amatori e cultori di belle arti, Roma)”
Con lettere dat. 27/06, 20/08 e 2/11 del 1929 a firma di Enrico Aeberli , segretario della Società degli amatori e cultori di belle arti in Roma, riguardanti gli accordi per un’esposizione personale dell’artista nell’ambito della Mostra del centenario della Società, da cui si evince un finale diniego di Prencipe a parteciparvi, forse dovuto alle eccessive limitazioni imposte al numero delle opere e alla scelta affidata alla Giuria; si accenna ad un accordo con il Sindacato che organizzerà la sezione del Lazio nella Mostra; si nomina l’on. Oppo.(fonte)
E. AEBERLI, L’Associazione artistica internazionale, «Rassegna del Lazio», I, n. 10 (ottobre-dicembre 1954), pp. 9-10.
In «Roma moderna e contemporanea», VII, n. 1-2 (1999),
con un saggio di Enrico Aeberli (tra l’altro ultimo segretario della Società degli Amatori e Cultori nel 1930)(fonte)
in Dov’è finita la Biblioteca del Circolo Artistico Internazionale? Su:
STRENNA DEI ROMANISTI
NATALE DI ROMA 2001
Tra i carteggi di Emilia Carreras ho rinvenuto due lettere indirizzate a Orazio Amato che hanno per argomento la famosa biblioteca del Circolo Artistico. Portano la data del 3 e del 15 novembre 1943 e sono scritte da Giambattista Crema, che aveva avuto l’incarico, insieme al Commendator Tozzi, di salvaguardare le casse contenenti i beni librari dell’associazione, momentaneamente conservati in locali siti in via di S.Prisca.
« … Ma le cose sono andate piuttosto male e minacciano di andare sempre peggio …. Nel periodo in cui un reparto di truppa occupò il Castello de’ Cesari, pur avendo tenuto un piantone alla porta della biblioteca, come io richiesi, gli Ufficiali e Sottufficiali del picchetto si servirono ampiamente dei libri che asportarono dalla sala sventrando i pacchi. . .. L’Architetto Moretti della Gil prima, e la PA.I. che ha in questi giorni occupato il locale, si erano impegnati di fare il trasporto da S.Prisca a piazza S.Bernardo, coi loro mezzi. Ma all’atto pratico si … sono squagliati e non se ne ricava nulla. Nessuna ditta romana di spedizioni vuol fare il trasporto.
… Intanto pare che la PA.I. sgombri anche essa il locale (gli ufficiali avranno forse seguito l’esempio dei loro predecessori con i libri della biblioteca) e che in esso vengano definitivamente installate famiglie di sinistrati e profughi … e che anche il locale della biblioteca serva di urgenza. In conseguenza non sappiamo come regolarci visto l’evidente peggioramento della situazione. Lo trovo molto difficile il compito da te affidatomi ed anche il Comm. Tozzi si trova, come me, nell’impossibilità di prendere una decisione e soprattutto, nell’impossibilità di provvedere in un modo efficace per salvare quanto è salvabile della biblioteca.»
Ma nonostante le peggiori previsioni, Giambattista Crema il 15 novembre scrive ad Amato che« … una fortunata combinazione ha messo l’Unione Prof ed Artisti in condizione di usufruire degli autocarri della PA.I. e quindi di effettuare il trasporto della biblioteca a via Toscana.» Tuttavia un rapido sopralluogo aveva messo in evidenza «molte manomissioni e molti danni subiti», per cui si richiedeva di incaricare il dott. Ansaldi, che aveva fatto a suo tempo l’inventario della biblioteca, di verificare la situazione. «Comunque il trasporto è stato fatto appena in tempo perché ora i locali di via S.Prisca, evacuati anche dalla PA.I., vengono adibiti ad alloggio di sfollati e sinistrati.»
Ciò che non fecero i furti, lo fecero l’umidità e i topi: la biblioteca, dopo la guerra, fu ricollocata al suo posto, ma l’archivio andò perduto.
Con grande coraggio gli artisti cominciarono la ricostruzione, ripresero i concerti e le conferenze, si riattivò l’Accademia Libera del Nudo, che dopo la guerra fu diretta da Loi, mentre era presidente dell’associazione Duilio Cambellotti, a cui seguì lo scultore Alfredo Biagini e poi l’avvocato Enrico Aeberli, presente fino agli ultimi anni del circolo. Nella sede rimessa a nuovo ripresero anche i balli e per un po’ la vita di via Margutta ritrovò la serenità di un tempo.
In quegli anni Orazio Amato tenne al Circolo Artistico la commemorazione per la morte di Trilussa e furono allestite mostre retrospettive per i soci scomparsi.
Frequentavano il circolo anche quegli artisti che poi si riuniranno nella Forma I che « … subito dopo la guerra, quand’era più acuta l’ansia del riscatto e l’impazienza dell’azione,» – per dirla con Giulio Carlo Argan – «capirono prima degli altri che la rivoluzione dell’arte è più utile che un ‘arte per la rivoluzione» e com~ presero che «è impossibile pensare una nuova struttura sociale in cui l’arte non abbia, anch’essa, una nuova struttura.»21 Il manifesto di Forma I, dell’aprile del 1947, porta la firma di Ugo Attardi, Carla Accardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Lorenzo Guerrini, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo e Giulio Turcato; ma già nel1’ autunno successivo il gruppo si trasferirà all’Art Club in fondo a via Margutta, rompendo definitivamente con il Circolo Artistico con cui entravano continuamente in conflitto.
Ancora nel 1957, i saloni dell’associazione accoglievano gli “Artisti Stranieri ospiti a Roma” in occasione della VII Mostra d’Arte a via Margutta.
<<Amici e donne, bicchieri di vino,
allegri giorni e notti perfette,
tra via Margutta e via del Babuino.
Quant’era bello nel Quarantasette … »
Così scriveva Ugo Moretti nella presentazione della mostra, « … e già mi dolevo di nostalgia», perché l’atmosfera magica dell’arte a via Margutta, – «che è paesaggio, fumo, fatti nostri, roba che il buon borghese deve contentarsi di annusare perché, se assaggia, non digerisce e non può capire … »22 si andava diradando.
Già alla fine degli anni ‘50 le difficoltà economiche dell’Associazione Artistica Internazionale si andarono aggravando tanto che furono costretti a cedere al proprietario dell’immobile il salone e i locali adiacenti, ma la sede così menomata diventò non più funzionale. Infine la casa di produzione cinematografica Titanus comprò l’immobile e nel 1960, con uno sfratto forzoso, costrinse l’associazione ad abbandonare la storica sede.
In quell’occasione, l’allora presidente del circolo, Leonida Repaci, dopo una storica cena offerta da Novella Parigini, « … chiuse la porta e buttò le chiavi nel Tevere . … Tra i fiumi di vino e lacrime, modelle discinte e artisti furibondi, nel cortile del 54A arsero i ciarpami residui, i cartigli e i calchi di gesso.»23
Le suppellettili rimaste furono depositate dove si poté, lo storico arredo venduto e la sede vagò per alcuni anni. La preziosa biblioteca, imballata in tutta fretta, fu sistemata in un deposito presso l’Ufficio Centrale delle Biblioteche popolari in piazza dell’Orologio. Nel 1963, l’allora sindaco Urbano Cioccetti, concesse all’Associazione l’ultimo piano della Torre de’ Conti e la casetta medioevale che sorge ai suoi piedi, dove però risultò impossibile, a causa della limitatezza dei locali, ricreare una vita associativa, né tanto meno allestire mostre o riattivare la biblioteca.
In occasione del centenario dell’Associazione, sembrò che l’interessamento del Comune e della stampa potesse ravvivare un refolo di speranza, ma dopo la mostra a Palazzo Braschi del 1971, e le successive mostre alla galleria Canova, inesorabilmente l’associazione si sciolse.
La lettera accorata di Emilia Carreras Amato del 1974 indirizzata al Comune di Roma, restò senza risposta, ma a distanza di 26 anni potrebbe riaccendere una speranza se non capace di ricreare i presupposti perché l’Associazione Artistica Internazionale risorga, capace almeno di accendere l’interesse perché venga fatta luce sul destino che ha subito la Biblioteca del Circolo Artistico: i preziosi volumi attendono ancora chiusi nelle loro casse fatiscenti in qualche angolo buio del magazzino comunale in via Bettoni 1?
Anch’io, come Ugo Moretti, mi dolgo di nostalgia e mi piace chiudere questo breve ma affascinante viaggio nel tempo con le parole che il professor Apolloni, presidente dell’Associazione, pronunciò in chiusura agli Atti del Congresso Artistico Internazionale del 1911: «Ringrazio tutti quanti voi siete venuti in questa nostra città, amici, signori e signore, per portare il contributo ad un ‘opera così ideale e così elevata; per conseguenza a voi tutti l’espressione del nostro fraterno affetto, di tutta la nostra gratitudine tanto come artisti, quanto come romani ed italiani…. Vi invito questa sera a casa nostra, alla casa degli artisti, e se non potremo fare gli onori di casa con quel lusso, con quel fasto che l’Urbe richiederebbe, certamente voi troverete un cuore aperto in noi tutti, e non soltanto questa sera, ma tutte le volte che verrete a Roma. »24
FRANCESCA DI CASTRO
21 G. C. ARGAN, Forma 1, Roma 1965.
22 U. MORETTI, VII Mostra d’Arte a via Margutta, Roma 1957
23 U. MORETTI, Via Margutta, in “Roma, ieri, oggi, domani”, Anno II, n. 8, p. 22.
24 Atti del Congresso Artistico Internazionale, Roma 1911(fonte)
[3] Duilio Cambellotti. Nacque a Roma il 10 maggio 1876. Diplomatosi in ragioneria, dal 1893 al 1895 frequentò il liceo artistico industriale, sotto la guida di Alessandro Morani e di Raffaello Ojetti, specializzandosi in cesellatura in metallo. Si inserì presto nell’ambiente artistico romano di più aperta avanguardia e più profondamente impegnato nelle problematiche estetico-sociali. In armonia con tali interessi, pur amando sempre considerarsi scultore, si dedicò alle arti applicate, subito qualificandosi come cartellonista pubblicitario, illustratore di libri, giornali e riviste (nel 1900 collaborava al periodico Italia ride, dal 1902 al Fantasio e quindi a Novissima, nel 1904 al Divenire sociale e all’Avanti della domenica)e come esecutore di piccoli bronzi (il noto Gorgo del 1900), targhette, gioielli, vasi, lampadari in materiali diversi, presentati in parte alla Mostra amatori e cultori del 1905. È suo anche il modello di una delle targhe Florio e così varie copertine e illustrazioni per la rivista delle competizioni Florio, Rapiditas. Nel 1901 fu tra i vincitori del concorso Alinari per illustrazioni della Divina Commedia, pubblicate nella edizione del 1902-03. Nel 1904 entrò a far parte del gruppo “i XXV della Campagna romana”, fondato da P. Ferretti, producendo una serie di paesaggi (alcuni nella Galleria naz. d’arte moderna di Roma).
Nel 1905 fece le prime scenografie per la Stabile romana, preparando tra l’altro quelle per la prima della Nave di D’Annunzio (teatro Argentina, 11 genn. 1908: Enc. d. Spett., II, tav. CCX), di cui illustrò anche il volume pubbl. a Milano da Treves nello stesso anno. Dal 1913 divenne il principale scenografo degli spettacoli nel teatro greco di Siracusa, ideando fino al 1939 (con una ripresa nel 1947) tutte le scene e i costumi, e molti manifesti, per le rappresentazioni classiche del Comitato (poi Istituto) del dramma antico. Operò parimenti per il teatro di Taormina (Enc. Ital., VIII, tav. XCV; Enc. dello Spett., II, tavv. CCX e a colori 28). Nel 1928 aveva partecipato alla Biennale di Venezia, curando l’allestimento del palcoscenico per il teatro dell’Opera di Roma (il Nerone di Boito, con sue scenografie, inaugurava appunto, nel 1929, il teatro rinnovato: cfr. Encicl. dello Spettacolo, II, tav. CX). Nel frattempo aveva avviato anche una collaborazione con il cinema, preparando scene e costumi per numerosi spettacoli importanti, tra cui Frate sole (1918), Gli ultimi giorni di Pompei (1926). Nel 1908 aveva ottenuto all’Accademia di Belle Arti di Roma la cattedra di ornato modellato che conservò per ventidue anni, e dal 1912 al ‘14 aveva insegnato anche nelle scuole professionali femminili; continuando nel contempo una fitta attività di illustratore, che raggiungeva le punte più alte con i disegni per le Mille e una notte eseguiti tra il 1912 e il ‘14 per le edizioni dell’Istituto editoriale italiano.
Non trascurava parallelamente di produrre pitture e sculture autonome, con opere ispirate per lo più a temi sociali (come il polittico L’Altare, ammirato da Massimo Gorkij nel 1908: vedi A. Cervesato, M. Gorkij e l’Italia, in Lavoro fascista, 30 luglio 1936) e a simbologie rurali e contadine. Infine, sviluppando gli interessi per i problemi dell’arredamento in connessione con l’architettura, nell’impegno di dar luogo ad abitazioni economiche ma esteticamente dignitose, pubblicava nella rivista La casa del 1908 una serie di progetti. Dal 1911 interveniva, specie con l’esecuzione di affreschi, tempere murali e ceramiche decorative (oggi scomparse o in rovina), nell’impresa delle scuole dell’Agro romano (Colle di Fuori, Casal delle Palme, Scauri, Torre Spaccata), teorizzata e promossa da Angelo Celli, Giovanni Cena e Alessandro Marcucci (Enc. Ital., VIII, tav. XCV: bozzetto per la decorazione della scuola di Torre Spaccata); inoltre allestì, con Giacomo Balla, la mostra delle scuole dell’Agro tenutasi a Roma (Valle Giulia) nel 1911 nell’ambito delle manifestazioni per il cinquantenario dell’Unità (per le quali il C. aveva preparato anche il manifesto) e contribuendo alla preparazione di libri per i contadini, con lo stesso spirito di educatore del gusto che presiedeva alle sue illustrazioni in libri per fanciulli. Nel 1912, con Bottazzi e Vittorio Grassi, organizzò la prima mostra della vetrata (il mezzo espressivo che gli sarebbe divenuto sempre più consueto); come disegnatore di vetri (che di solito realizzava per lui Cesare Picchiarini), oltre che di mobili e arredi, e come ideatore di vasi in terracotta e biccheri, partecipò alle mostre internazionali di arte decorativa a Monza (Catal., 1923, pp. 873 109-112, 160, 1925, pp. 119 s.; 1927, p. 40), presentando per lo più opere del decennio precedente; nel ‘23 espose anche giocattoli e nel ‘27 tappeti realizzati da Brunilde Sapori. Intorno al 1940 diede i cartoni per le vetrate dell’abside nella cappella di S. Barbara nell’Istituto storico e di cultura dell’arma del genio a Roma. Ancora nel 1959 ideava la vetrata rotonda, con l’Incoronazione della Vergine, per il santuario di Montevergine. Come scultore, nel primo dopoguerra, aveva realizzato soprattutto alcuni monumenti ai caduti (Terracina, Fiuggi). L’attività dopo il 1920 appare tuttavia meno interessante, oltre che proporzionatamente meno abbondante, mantenendosi ferma su posizioni acquisite. Si ricordano comunque le xilografie nell’edizione speciale per il centenario dei Fioretti di s. Francesco (Roma, Danesi, 1926) e quelle della serie Leggende romane (1927-50).
Presidente dell’Associazione artistica internazionale nel secondo dopoguerra, il C. morì a Roma il 31 genn. 1960.
La multiforme attività del C. rende arduo un giudizio complessivo sulla sua opera. Nelle pitture giovanili si avverte la libera utilizzazione della tecnica e del gusto divisionisti, mentre gli oggetti sono ispirati a un personale, secco liberty (per i gioielli egli si attiene in particolare ai modelli franco-belgi, specie Wolfers e Morren). Attirato dal simbolismo di orientamento populista, che ben gli sembra rappresentare la sua ideologia, vi si adegua facendosi uno stile vigoroso e sintetico, ma tendenzialmente retorico, che finirà con il collimare con lo stile dei “nazionalisti” del gruppo dannunziano. Mentre, dove la ricerca formale è meno sottoposta a impegni ideali, egli mantiene una nettezza e pertinenza di segno in linea con la migliore “secessione” austriaca (si vedano le illustrazioni per le Mille e una notte, affini alle xilografie di von Bayros dei medesimi anni). La difficoltà a trovare un discorso espressivo che traduca direttamente il suo credo rivoluzionario si riconosce anche nella sua produzione di architetto-arredatore: rifiutando il modernismo di tipo borghese e avendo individuato nella città moderna il mito da distruggere, il C. si convince a cercare, per i mobili, l’arredamento e la stessa architettura, dei modelli nella tradizione rustico-popolare italiana, con risultati ben diversi dal “razionalismo” cui aspirava, giacché egli resta ancorato a una visione simbolica dell’uomo e del suo ambiente e quindi a un concetto idealizzante della funzionalità. L’avanzare del futurismo, a dispetto del suo precoce sodalizio con Balla e Boccioni, e della sua disposizione verso una figuratività dinamica (il rilievo con i Cavalli maremmani, del 1910 circa, il cui gesso è a Roma, propr. Cambellotti, sembra l’interpretazione futurista di un soggetto tipico del simbolismo) lo trova in una posizione negativa, generata, a livello ideologico, dal suo socialismo radicale, e a livello sentimentale dalla sua istintiva avversione per il progresso tecnico, in nome di una civiltà più naturale riconosciuta nel mondo dei contadini. Questo rifiuto contribuisce a raggelarlo in una situazione espressiva senza sbocco, e in effetti il C. non si inserirà più in alcun grande movimento artistico, mostrando di non sapere evolvere dal nucleo della sua poetica giovanile; continuerà ad usare un drammatico linguaggio di tipo simbolista che, nella sua asciuttezza, assumerà col tempo apparenza espressionistica (Bellonzi), ma sarà sempre più avulso dalla realtà e da quel programma sociale che negli anni più fecondi egli aveva così appassionatamente servito.
Fonti e Bibl.: D. Angeli, Lo scenografo della Nave: D. C., in Il Marzocco, 29 dic. 1907; C. Agostinoni, D. C., in Il Secolo XX, 3 marzo 1908, pp. 188-192; A. Benedetti, Cronache d’arte, in Vita d’arte, V (1910), pp. 194 s.; F. Sapori, D. C., in Emporium, XLIX (1919), pp. 75-85; R. Papini, Vetrate, in Architettura e arti decorative, IV (1921-22), pp. 463-476; G. Zucca, Un decoratore nostro: D. C., ibid., pp. 161-164; V. Mariani, Vetrate italiane moderne in Palestina, in Boll. d’arte, IX (1929-30), pp. 433-437; G. Marangoni, Encicl. delle moderne arti decorative: Le arti del fuoco, Milano 1927, tav. 140; F. Sapori, L’amico degli artisti, in Sapientia, 1931, pp. 61-66, 68, 70, 194; V. Bonaiuto, La scenografia degli spettacoli siracusani, in Dioniso, V (1935), pp. 113-126; E. Cozzani, D. C., in L’eroica, XXVI (1937), nn. 231-232 passim; F. Sapori, I maestri di Terracina, Roma 1954, passim; M. Maroni Lumbroso, D. C. e l’Agro romano, in L’Urbe, XXIII (1960), 1, pp. 27-30; Accademia naz. di S. Luca, V. Fraschetti, D. C., Roma 1961 (con ill.); Id., in Quarta rassegna arti figurative di Roma e del Lazio (catal.), Roma 1963, pp. 38 s.; F. Bellonzi, D. C., in Notiziario d’arte, 1964, pp. 164-168; R. Bossaglia, Testimonianze critiche dell’età Liberty in Italia, in Arte in Europa, Milano 1966, I, pp. 927, 936, 936, 940, 943; Archivi del divisionimo, Roma 1968, I, p. 442, II, p. 202; A. M. Damigella, Idealismo e socialismo nella cultura figurativa romana del primo Novecento: D. C., in Cronache di archeologia e storia dell’arte, VIII (1969), pp. 119-73; F. Bellonzi, La grafica tra le due guerre, in Seconda Biennale internazionale della grafica, Firenze 1970, pp. 53-55; D. C. Opere grafiche (catal. a cura di A. M. Damigella – G. Piantoni), Roma 1970; A. Nava Cellini, Note e ricordi sull’ambiente artistico … in Roma, in L’Urbe, XXXIV (1971), pp. 11-18 passim; A. M. Damigella, in 1870-1914: Aspetti dell’arte a Roma (catal.), Roma 1972, pp. LXII, 49-57; Mostra del Liberty italiano (catal.), Milano 1972-73, pp. 16, 21, 39, 50, 86, 131, 175 s., 179, 216 ss. e tav. 76; U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, V, p. 426; Enc. Ital., VIII, p. 498; tavv. XCV s.;L.Servolini, Diz. ill. degli incisori …, Milano 1955, pp. 147 s.; Encicl. dello Spettacolo, II, coll. 1547 s.(fonte)
In quei giorni…
DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
ALLE POPOLAZIONI DELLA PROVINCIA DI ROMA*
Giovedì, 25 gennaio 1945
Con particolare soddisfazione accogliamo l’omaggio che Ella, Signor Presidente, e voi, membri della ricostituita Deputazione Provinciale di Roma, avete voluto porgerCi, ed in pari tempo vi esprimiamo la Nostra gratitudine per il pregevole cimelio del Nostro Predecessore Gregorio XVI, da voi con nobile sentimento rimessoCi.
La vostra venuta Ci procura una opportuna occasione di manifestare a voi e alle popolazioni di tutta la Provincia, così duramente provata, quanto profondamente Ci sentiamo uniti a coloro che la più atroce di tutte le guerre ha gettato nel dolore e nella povertà, nell’angustia e nel pianto.
Il Nostro pensiero Ci riconduce così a quella vigilia dello scatenamento dell’immane conflitto, quando da un punto ridente del Lazio, che allora, nel lussureggiante splendore estivo, offriva l’immagine di una pace serena, lanciammo al mondo, ai Governanti ed ai popoli, il Nostro caldo e commosso ammonimento.
Un presentimento angoscioso di imminente sciagura Ci strappò dalle labbra il grido : « Niente è perduto con la pace : tutto può essere perduto con la guerra! »
Chi sarebbe stato allora in grado di prevedere quale terribile conferma i fatti avrebbero dato a quel Nostro avvertimento sul suolo stesso della Nostra provincia natale?
Allora la Campagna romana, i Colli Albani, — i cui fertili campi Orazio contemplava l’inverno coprirsi di neve: bruma nives Albanis illinet agris (Epist. I, 7, io), ma che nell’autunno vedeva produrre abbondanti frutti e quel generoso vino da Plinio preferito allo stesso Falerno: austera vel Falerno utiliora (Natur. hist. XXIII, 19, 35), le fiorenti cittadine e i villaggi laziali, i luoghi che contornano la riva del mare, apparivano come soggiorno di indefesso e fecondo lavoro, di sano benessere, ove i bisognosi sapevano di poter trovare soccorso non meno dalla beneficenza pubblica che dai loro concittadini più agiati.
Oggi pesa quasi dappertutto afflizione e miseria. Innumerevoli edifici giacciono in frantumi. La vostra visita ha avuto anche lo scopo di segnalarCi «le urgenti necessità che hanno le opere ospitaliere ed assistenziali della Provincia per il loro efficace funzionamento». E questo non è che un aspetto della comune indigenza. Quante fabbriche ed officine sono andate distrutte o si trovano per altre cause condannate all’inazione! Il progressivo deprezzamento della valuta crea sempre nuove classi di poveri vergognosi. La mancanza o la insufficienza dei più elementari presupposti per il ristabilimento di una vita economica normale intorpidisce la lena comune, diffonde un senso, di indolente stanchezza e mette così in pericolo anche le necessarie condizioni di spirito per una pronta e ardimentosa opera di ricostruzione.
Occorre veramente coraggio e fortezza d’animo, per adempire in tempi così oscuri l’ufficio che vi è stato commesso!
Ma la vostra presenza qui è per Noi una prova manifesta della generosità e del fervore, con cui voi considerate le vostre funzioni, e della lodevole disposizione e prontezza a valervi, nella soluzione di tanti ardui problemi, della cooperazione di coloro che nell’adempimento dei doveri civili veggono al tempo stesso l’osservanza di quel precetto dell’amore, che è il segno caratteristico dei discepoli di Cristo (cfr. Io. 13, 35) e la misura, secondo la quale il Giudice supremo pronunzierà la sua sentenza circa il merito o il demerito della nostra vita terrena.
Dio sia ringraziato! Anche in questi torbidi tempi si trovano in tutte le classi e in tutti i popoli anime grandi e nobili cuori che, pur in mezzo alla lotta per la propria vita, non dimenticano quelli che il flagello della guerra ha più aspramente colpiti.
A loro Noi siamo debitori se Ci è stato possibile di alleviare molte amare sofferenze, molte tormentose miserie, e abbiamo ferma fiducia che la loro magnanima larghezza sarà anche nell’avvenire pronta al Nostro lato. Per quanto è da Noi, avremo cura di far partecipare ai soccorsi, che sono a Nostra disposizione, anche i poveri e i bisognosi della Provincia di Roma con imparziale benevolenza e paterno amore.
Noi desideriamo e confidiamo che, in un tempo in cui la face della discordia e dell’odio ha cagionato tante sventure e tanti mali, la vostra egregia Deputazione saprà essere un magnifico esempio di solidarietà a servigio del vero bene di tutta la popolazione, per la salvezza di quanti son caduti nella estrema miseria, per incitamento agli animi generosi, per onore e merito vostro. Noi vorremmo perciò in qualche modo esprimere questo Nostro voto col presagio del mite Virgilio, elevato però a diverso e ben più alto significato sociale :
Sit Latium, sint Albani per saecula reges, — sit Romana potens Itala virtute propago (Aen. XII, 826-827).
Con questa speranza invochiamo sui vostri gravi lavori gli aiuti e le grazie dell’Onnipotente, mentre impartiamo di cuore a tutta la diletta popolazione della Provincia di Roma e a voi stessi, che ne siete i solerti rappresentanti, la Nostra Apostolica Benedizione.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, VI,
Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1944 – 1° marzo 1945, pp. 291-293(fonte)



