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AUTORE
DATA 1943
SOGGETTO Olga Guercini esce da un portone, a Roma. Sul muro un manifesto[1] con un messaggio: L’Italia non si salva con discussioni! Un soldato tedesco e un gruppo di uomini attorno al tavolino di un bar sullo sfondo della sagoma dell’Italia.
B/N COLORE seppia
DIMENSIONI 9 × 14 cm
MATERIA E TECNICA Agfa Lupex gelatina bromuro d’argento / carta
© Archivio Sacchini
Note
[1] Il manifesto: Lettura iconografica: figure maschili; soldato; divisa militare; decorazione militare; Croce di Ferro; penisola italiana. Categoria merceologica/ tipo evento: informazione e comunicazione; propaganda bellica. Luoghi: Italia. (fonte)
Olga Guercini esce dal portone con un sorriso teso.
La situazione a Roma non consente momenti di serenità: l’occupazione tedesca è in atto e, pur mantenendo il contegno richiesto dalla società e dall’educazione borghese, non è facile sorridere serenamente all’obiettivo — probabilmente del marito, Carlo — che la ritrae in questo scatto. Il sole, radente, modella i volumi e le forme restituendo un’immagine insieme dinamica e nitida, sospesa tra compostezza e inquietudine.
vers. eng.
Olga Guercini steps out of the doorway with a tense smile.
The situation in Rome allows no moments of serenity: the German occupation is underway, and despite the composure demanded by society and bourgeois upbringing, it is not easy to smile calmly at the camera — most likely held by her husband, Carlo — who captures her in this shot. The slanting sunlight shapes volumes and contours, rendering an image that is both dynamic and clear, suspended between poise and unease.
In quei giorni…
La locuzione mancata difesa di Roma (concettualmente anche indicata come occupazione tedesca di Roma) si riferisce agli eventi accaduti nella capitale italiana e nell’area circostante, a partire dall’8 settembre 1943 e nei giorni immediatamente successivi, a seguito dell’armistizio di Cassibile e dell’immediata reazione militare delle forze tedesche della Wehrmacht schierate a sud e a nord della città, secondo le direttive operative stabilite da Adolf Hitler in caso di defezione italiana (Operazione Achse).
A causa dell’assenza di un piano organico per la difesa della città e di una conduzione coordinata della resistenza militare all’occupazione tedesca, nonché della contemporanea fuga di Vittorio Emanuele III assieme alla corte, al capo del governo e ai vertici militari, la città fu velocemente conquistata dalle truppe della Germania nazista, cui si opposero vanamente e in modo disorganizzato le truppe del Regio Esercito e i civili, privi com’erano di ordini coerenti e di collegamenti, lasciando sul campo circa 1000 caduti.
Da più parti si incolparono del rapido crollo delle forze italiane i vertici militari e politici, accusati di aver volontariamente omesso di disporre quanto necessario perché la città fosse adeguatamente difesa.
Contesto storico
La caduta del fascismo e l’armistizio di Cassibile
Il generale Vittorio Ambrosio, capo di Stato maggiore generale delle forze armate italiane, diede le prime direttive operative per la concentrazione di forze intorno a Roma il 21 luglio 1943, ancor prima della destituzione di Benito Mussolini a seguito degli eventi del 25 luglio; in quella data infatti venne costituito il cosiddetto “Corpo d’armata motocorazzato” che, costituito da tre divisioni mobili, avrebbe dovuto proteggere la capitale; il generale Giacomo Carboni assunse il comando di questa nuova formazione. Le disposizioni del Comando supremo stabilivano che il raggruppamento mobile del generale Carboni doveva ufficialmente difendere Roma in caso di sbarchi degli Alleati sulla costa laziale, ma in realtà il generale Ambrosio, partecipe dei piani del re Vittorio Emanuele III per rimuovere Mussolini, intendeva soprattutto disporre di truppe ben equipaggiate per impedire possibili “contromisure fasciste” sostenute dai tedeschi.
La “mancata difesa” si ebbe a seguito di una serie di contesti (azioni e decisioni dei vertici politici e militari) che resero vani i combattimenti, comunque iniziatisi autonomamente già dalla sera dell’8 settembre e che il giorno 10 registrarono anche la partecipazione dei civili.
Il centro di Roma in una veduta aerea del 1938
A partire dal 9 settembre 1943 alcuni reparti dell’Esercito regolare tentarono di impedire ai tedeschi di occupare Roma; a fianco dei soldati italiani combatterono alcune centinaia di civili, accorsi in larga parte in modo spontaneo e non coordinato al fine di tentare un’ultima, e pressoché disperata, difesa della città; fra i caduti civili (241 secondo il computo ufficiale, circa 400 secondo un’altra valutazione) il più noto è Raffaele Persichetti. Secondo altre stime, nei combattimenti di quei giorni – sostenuti da unità e reparti del Corpo d’Armata Motocorazzato e della Difesa Capitale, cui si unirono anche manipoli di privati cittadini – caddero 414 militari e 183 civili italiani.
Dopo aver subito alcune perdite, i tedeschi si impadronirono in breve della capitale. Il rischio non accettabile da parte tedesca di vedere le proprie forze assorbite a lungo nella battaglia per Roma, anziché essere libere di trasferirsi rapidamente verso la testa di ponte alleata a Salerno fu evitato abilmente da Kesselring intavolando trattative con le autorità militari italiane e approfittando del caos al loro interno determinato dall’abbandono dei posti di comando da parte di gran parte dei politici e dei generali, seguite da un ingannevole accordo di “pacifica coabitazione”, presto tradito con la completa occupazione della capitale da parte della Wehrmacht. Roma passò nominalmente sotto il governo della Repubblica Sociale Italiana, costituitasi il 23 settembre 1943, ma di fatto era nelle mani delle autorità militari tedesche, che intendevano in questo modo sfruttarne in pieno il grande valore politico e militare. Il clima politico e i sentimenti della popolazione si orientarono in direzione antifascista e antinazista.
I tedeschi, ben consci del valore politico di Roma, con la presenza del Vaticano, tentarono di far fruttare propagandisticamente la pur solo formale e mai riconosciuta dichiarazione di “città aperta” emessa dal governo Badoglio, il quale aveva dichiarato unilateralmente Roma “città aperta” trenta ore dopo il secondo bombardamento alleato della capitale, il 13 agosto 1943. L’11 settembre il comandante militare, generale Calvi di Bergolo, emise un comunicato secondo il quale le truppe tedesche avrebbero dovuto rimanere al di fuori del territorio cittadino; tuttavia lo stesso giorno il feldmaresciallo Kesselring dichiarò che Roma faceva parte del territorio di guerra, che la città era soggetta al codice tedesco di guerra, che “gli organizzatori di scioperi, i sabotatori e i franchi tiratori [sarebbero stati] fucilati” e che le autorità italiane avrebbero dovuto “impedire ogni atto di sabotaggio e di resistenza passiva”.
Annullamento dell’Operazione Giant 2
Gli alleati, il giorno della dichiarazione dell’armistizio, avrebbero dovuto procedere al lancio di una divisione aviotrasportata (Operazione Giant 2) in quattro aeroporti nei pressi della Capitale (Cerveteri, Furbara, Centocelle e Guidonia). La sera del 7 settembre, due ufficiali americani (Maxwell Taylor e William Gardiner) giunsero segretamente a Roma per concordare i particolari dell’operazione e comunicare ufficialmente che, l’indomani alle 18:30, doveva essere resa nota l’avvenuta sottoscrizione dell’armistizio. Il Primo ministro maresciallo Pietro Badoglio, appositamente svegliato e data l’ora tarda, sostenne che lo schieramento italiano non avrebbe potuto resistere più di sei ore alle truppe tedesche e dettò un radiogramma per il generale Eisenhower, in cui si chiedeva l’annullamento dell’Operazione Giant 2 e il rinvio della dichiarazione dell’avvenuto armistizio. Per tutta risposta, la mattina dell’8 settembre, il generale Eisenhower dettò un radiogramma ultimativo al maresciallo Badoglio e richiese il ritorno dei due ufficiali americani; inoltre, dopo aver sospeso – come richiesto – l’Operazione Giant 2, all’ora prevista, rese nota la stipula dell’armistizio tra l’Italia e le forze alleate dalle onde di Radio Algeri.
Azioni dilatorie del capo di stato maggiore Vittorio Ambrosio
Il Proclama d’armistizio diffuso dal maresciallo Badoglio la sera dell’8 settembre 1943 non prevedeva alcuna iniziativa contro le forze germaniche presenti sul territorio nazionale e all’estero, pur concludendosi ambiguamente in tal modo: “ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.
Sin dalla fine del mese di agosto il capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio aveva elaborato per le forze armate la direttiva segreta “O.P. Memoria 44”, che fu firmata dal Capo di stato maggiore dell’esercito Mario Roatta e posta a conoscenza dei comandanti di armata tra il 2 e il 5 settembre 1943. In tale circolare si ordinava “di interrompere a qualunque costo, anche con attacchi in forze ai reparti armati di protezione, le ferrovie e le principali rotabili alpine” e di “agire con grandi unità o raggruppamenti mobili contro le truppe tedesche”. La circolare O.P. 44 doveva essere distrutta col fuoco immediatamente dopo la notifica e la sua attuazione era condizionata a ordini successivi.
Il proclama era stato diffuso attraverso la radio alle ore 19.42. Intorno alle ore 21.00 il re con la regina accompagnati dal figlio Umberto e da numerosi aiutanti di campo, ufficiali d’ordinanza, personale di servizio e un voluminoso bagaglio, si erano trasferiti al ministero della Guerra; sul posto erano già presenti il maresciallo Badoglio e il duca Acquarone e poco dopo giunse anche il generale Ambrosio. Le prime notizie sulle eventuali reazioni tedesche sembravano tranquillizzanti e all’inizio i convenuti non presero decisioni; alle ore 22.00 Badoglio si ritirò per riposare mentre il generale Ambrosio convocò al ministero il generale Carboni e diede disposizioni per non ostacolare il passaggio pacifico delle truppe tedesche verso nord attraverso le linee del suo corpo d’armata. Nelle prime ore tra i dirigenti italiani, in particolare il generale Ambrosio e il generale Roatta, predominò l’illusoria convinzione che in assenza di atti ostili, l’esercito tedesco avrebbe rinunciato a occupare la capitale e avrebbe invece ripiegato senza combattere a nord evacuando spontaneamente gran parte del territorio italiano. Il generale Carboni manifestò inizialmente grande ottimismo e assicurò il generale Ambrosio che i tedeschi battevano in ritirata; giungevano notizie dall’ambasciata tedesca di una precipitosa evacuazione in corso; il comandante del corpo d’armata motocorazzato non prese alcun provvedimento operativo e non mise in allarme i suoi reparti.
La situazione divenne invece molto più preoccupante a partire dalle ore 23.00 quando cominciarono a giungere al comando dello stato maggiore dell’esercito del generale Roatta che si era trasferito da Monterotondo al ministero della Guerra in via XX Settembre, informazioni sempre più numerose sugli attacchi delle truppe tedesche; arrivarono continue comunicazioni su attacchi anche dai comandi delle forze stanziate nei territori occupati e tutti i comandanti domandavano quale condotta dovessero tenere nei confronti dei tedeschi. Il generale Ambrosio tuttavia decise di non attivare subito la famosa direttiva segreta “O.P. Memoria 44” e alle ore 0.20 del 9 settembre, fece inviare il telescritto n. 24202 a tutte le forze armate in cui si confermava l’esigenza di estrema prudenza e cautela e si ordinava di non prendere “iniziativa di atti ostili contro i germanici”. Secondo Ruggero Zangrandi, in precedenza il generale Ambrosio aveva inviato un fonogramma al feldmaresciallo Kesselring invitandolo a sospendere gli “atti ostili” delle truppe tedesche al fine di evitare un “conflitto tra i due eserciti”; solo alle ore 0.45 il capo di stato maggiore inviò una disposizione tardiva e insufficiente in cui si ordinava: “ad atti di forza reagire con atti di forza.”
La 2ª divisione paracadutisti tedesca, che poteva contare su 14 000 uomini, iniziò il suo avanzamento dall’aeroporto di Pratica di Mare e si appropriò del deposito militare di Mezzocamino, mentre i combattimenti erano già cominciati sin dalle ore 22:10 nei pressi del ponte della Magliana.
Più tardi, il Capo di stato maggiore ritenne che l’ordine alle forze armate di attuazione della circolare op. 44 dovesse essere firmato dal maresciallo Badoglio, ma non riuscì a rintracciarlo. Un timido tentativo lo effettuò intorno alle 5:00, senza alcun esito. Secondo Ruggero Zangrandi, Badoglio avrebbe posto un veto assoluto a quella diramazione, anche se, successivamente, il maresciallo avrebbe escluso che gli fosse mai stata chiesta alcuna autorizzazione.
L’ordine del generale Roatta che escludeva la difesa di Roma
Alle ore 4.00 del 9 settembre, a battaglia in corso, in una riunione con il Maresciallo Badoglio, il principe Umberto, il ministro della Guerra Antonio Sorice, il capo di Stato Maggiore Ambrosio, l’aiutante di campo del re Paolo Puntoni ed altri, il generale Mario Roatta prospettò la necessità dell’allontanamento del re, del governo e dei comandi militari dalla Capitale, rinunciando alla difesa di Roma, in vista dell’aggravamento della situazione. Alle ore 5.15, il generale Roatta, alla presenza del generale Giacomo Zanussi, impartì al generale Giacomo Carboni, comandante del Corpo d’armata motocorazzato posto a difesa di Roma, l’ordine di spostare su Tivoli la 135ª Divisione corazzata “Ariete II” e la 10ª Divisione fanteria “Piave” e di disporvi una linea di fronte escludente la difesa della Capitale. Roatta informò inoltre Carboni che a Tivoli avrebbe ricevuto ulteriori ordini dallo Stato Maggiore che si sarebbe provvisoriamente insediato a Carsoli. Nel frattempo (ore 5.10 e successive), Vittorio Emanuele III e la sua famiglia, il Primo ministro maresciallo Badoglio, i capi di Stato maggiore Ambrosio e Roatta e i ministri militari (tranne il generale Antonio Sorice) erano già in fuga, alla volta di Brindisi.
Poco dopo le ore 7.30, il generale Carboni si recò a Tivoli per organizzare il nuovo schieramento di truppe e ricevere gli ulteriori ordini. Non riuscendo a rintracciare Roatta, proseguì sino ad Arsoli dove apprese che la colonna dei sovrani e del maresciallo Badoglio era ormai lontana e che l’ordine di Roatta delle ore 5.15 era stato confermato. Carboni, pertanto, provvide a insediare il suo comando a Tivoli, cioè lontano da Roma.
Iniziative autonome del maresciallo Caviglia e del generale Calvi di Bergolo
La mattina dell’8 settembre, ufficialmente per “affari privati”, era giunto a Roma il maresciallo d’Italia Enrico Caviglia che aveva ottenuto un’udienza da parte del re, alle ore 9:00 del giorno successivo. Il giorno 9, tuttavia, essendo stato informato dell’assenza del re, Caviglia si diresse al Ministero della Guerra e, in virtù del grado gerarchicamente più elevato, assunse autonomamente il ruolo di supplente del capo del governo, con l’assenso di Antonio Sorice, ministro della Guerra del Governo Badoglio. L’anziano maresciallo si attivò subito a contattare i tedeschi per la cessazione del fuoco e, mentre i combattimenti infuriavano, fece annunciare dalla radio che “la città era tranquilla e che si trattava con le autorità tedesche”.
Nel pomeriggio del 9 settembre, il generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, genero del re, e il colonnello Giuseppe di Montezemolo, inviati da Caviglia a Frascati, incontrarono il comandante tedesco Albert Kesselring che chiese, quali condizioni per il prosieguo delle trattative, la resa dell’intero Corpo d’Armata motocorazzato italiano. In seguito a tali contatti, tra le 16.00 e le 17.00 del 9 settembre, da Roma, fu verbalmente ordinato alla Granatieri di Sardegna di lasciare il conteso ponte della Magliana per un concordato transito delle truppe tedesche verso il nord. In serata, le nuove posizioni su cui si erano attestati i granatieri furono nuovamente investite dalla divisione tedesca che continuò a procedere verso il centro di Roma. Durante la notte la polizia sequestrò gran parte delle armi fatte distribuire in precedenza ai civili dal generale Giacomo Carboni.
La mattina del 10, le strade della Capitale ormai assediata erano tappezzate di manifesti che avvertivano la popolazione che le trattative con i tedeschi erano a buon punto. L’accordo di resa fu firmato al Ministero della Guerra alle ore 16.00 del 10 settembre, tra il tenente colonnello Leandro Giaccone, per conto del generale Calvi di Bergolo e il feldmaresciallo Kesselring.(fonte)



