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Loredano Ranier Luciani, 1866

    Loredano Ranier Luciani, 19 Luglio 1866
    « di 2 »

    REGNANDO VITTORIO EMANUELE RE D’ITALIA[1]

    Ai Comuni d’Italia

    L’Opinion National del 14 Luglio annunzia che
    il Cholera seguita sempre ad infierire a Berlino –
    L’Italia è la Sorella più che l’alleata della Prus-
    sia – I soldati d’Italia pugnano al sud[2] – i soldati della
    Prussia pugnano al nord dell’Europa[3] – ma ambedue,
    contro la sola Austria, perché sola vera nemica di
    entrambe, e di ogni civile e libero reggimento.
    Ma il Dio delle Vittorie, che benedice le armi della
    Prussia e dell’Italia, affligge la bella Capitale Prus-
    siana di un morbo disperato[4] – I Cholerosi dunque di
    Berlino sono nostri fratelli – Essi soffrono sul letto del
    dolore una tortura più angosciosa che non il prode
    Soldato Prussiano offeso forse contemporaneamente da
    una palla non omicida –
    L’Italia è la compagna fedele della Prussia sia
    nella prospera sia nell’avversa sorte – In ogni Città
    d’Italia si formino Comitato di soccorso per i Chole-
    rosi Prussiani – Si spedisca subito – a quegli infelici
    quanto più ghiaccio, quanto maggior numero di aranci
    sarà possibile.
    Così noi avremo fatto il nostro dovere, e Dio
    commosso allontanerà presto il suo flagello da quel
    popolo santo e generoso.
    Montegranaro (Circondario di Fermo) 19 Luglio 1866.

    Loredano Ranier Luciani[5]

    Fermo 1866. Tip. Paccasassi

    ……………………………Retro……………………………………

    Div. e Sanità
    2052 f 5

    Cores.+ il 8 Agosto 66

    V. si passi agli atti
    atteso che d’avvisoria
    all’Italia di morbo e
    potranno accennare più
    gravi opere al riguardo

    Il Sindaco

    S. Grotta

    Lombardia

    Sig. Sindaco
    di
    Codogno

    timbro POSTE ITALIANE DUE CENTESIMI

    2 annulli 

    …BENEDETTO (SAN BENEDETTO DEL TRONTO)

    AUG

    …BENEDETTO (SAN BENEDETTO DEL TRONTO)
    8
    AUG


    Note

    [1] Vittorio Emanuele II re d’Italia. Figlio di Carlo Alberto e di Maria Teresa d’Asburgo-Lorena di Toscana (Torino 1820 – Roma 1878). Ricevette un’educazione improntata ai più rigidi principi assolutisti. Nel 1831 fu creato duca di Savoia e nel 1842 sposò Maria Adelaide, figlia dell’arciduca Ranieri d’Asburgo, dalla quale ebbe sette figli. Rimasto vedovo nel 1855, sposò religiosamente nel 1869, e nel 1877 morganaticamente, Rosa Vercellana Guerrieri, una donna di umili origini che gli aveva già dato due figli e che aveva nominato contessa di Mirafiori. Sostanzialmente ostile alle idee liberali, nella crisi del 1848 considerò come una debolezza la concessione dello Statuto fatta dal padre. Prese tuttavia parte alla prima guerra d’indipendenza, distinguendosi nelle battaglie di Pastrengo, Goito e Custoza. Contrario alla ripresa della guerra, dopo la sconfitta di Novara e l’abdicazione di Carlo Alberto salì al trono (23 marzo 1849) e stipulò con il maresciallo Radetzky l’armistizio di Vignale. Repressa la sollevazione di Genova, per superare l’opposizione della maggioranza democratica della Camera, che era contraria alla ratifica del trattato di pace di Milano da lui siglato nell’agosto 1849, sciolse per ben due volte il Parlamento e si appellò direttamente agli elettori con il Proclama di Moncalieri, ventilando l’ipotesi di una sospensione dello Statuto se non fossero stati eletti rappresentanti più moderati. Superata la crisi istituzionale, Vittorio Emanuele, pur continuando a mostrare insofferenza nei confronti del Parlamento, soprattutto in materia di politica estera e militare, rimase comunque fedele allo Statuto a differenza di tutti gli altri principi italiani. Rilanciò in tal modo il ruolo nazionale della monarchia sabauda e acquistò l’appellativo di «re galantuomo». Vicino ai clericali, approvò senza convinzione, nel 1850, le leggi Siccardi ma fece naufragare la legge sul matrimonio civile, costringendo il presidente del Consiglio d’Azeglio alle dimissioni. Pur chiamando Cavour al governo nel 1852 nutrì sempre nei suoi confronti un’aperta diffidenza, cresciuta dopo il «connubio» tra il primo ministro e Urbano Rattazzi, leader della componente più moderata della sinistra democratica. Nel 1855 si oppose alla legge che prevedeva la soppressione degli ordini religiosi contemplativi e il passaggio dei loro beni allo Stato, ma il suo tentativo di allontanare Cavour fallì in seguito alla vivace reazione dei liberali. Negli anni seguenti, desideroso di affermare il prestigio dinastico e di ampliare territorialmente lo Stato sabaudo, sostenne comunque la politica estera di Cavour, avallando le sue iniziative, ma continuò a riservarsi spazi di manovra autonomi. Durante la seconda guerra di indipendenza assunse il comando dell’esercito e, nonostante il parere contrario di Cavour, sottoscrisse l’armistizio di Villafranca, ritenendo impossibile proseguire la guerra senza l’aiuto francese. All’insaputa del suo primo ministro, inoltre, tenne contatti con Garibaldi e incoraggiò i suoi preparativi per la spedizione in Sicilia. All’inizio di ottobre del 1860 assunse il comando delle truppe destinate a intervenire nell’Italia meridionale e il 26 dello stesso mese si incontrò a Teano con Garibaldi, che rimise nelle sue mani i poteri dittatoriali. Dopo i plebisciti, il 17 marzo 1861, venne proclamato dal primo Parlamento italiano re d’Italia e, nonostante le pressioni dei democratici, rifiutò di modificare il suo nome in Vittorio Emanuele I, volendo con ciò sottolineare la continuità storica della dinastia. Alla morte di Cavour, nel 1861, cercò di accrescere il proprio ruolo agendo spesso in contrasto con il Parlamento e chiamando al governo uomini di sua fiducia. Costrinse così alle dimissioni Ricasoli e Minghetti e chiamò a dirigere l’esecutivo uomini a lui fedeli come La Marmora, Rattazzi, che con gli anni si era avvicinato alla corona, e Menabrea. Continuò inoltre a gestire in proprio una sorta di diplomazia parallela, affidando a suoi intermediari missioni riservate più o meno all’insaputa dei ministri responsabili, e mantenne rapporti diretti sia con Mazzini sia con Garibaldi, lasciando aperta ogni possibilità per conquistare il Veneto e Roma. Nel 1864, mentre il governo Minghetti negoziava la Convenzione di settembre, il sovrano contattò Mazzini per promuovere la sollevazione dei popoli sottomessi dalla monarchia austriaca e liberare il Veneto. Nel tentativo di liberare Roma, invece, si mise in contatto con Garibaldi e alla sua incerta condotta sono in parte da attribuire i tragici avvenimenti di Aspromonte (1862) e Mentana (1867). La politica personale del sovrano continuò anche durante la guerra del 1866, nella quale tornò a rivendicare il comando supremo dell’esercito nonostante le resistenze della maggioranza delle forze politiche che proponeva di affidare il comando effettivo a La Marmora. La determinazione del sovrano portò a una soluzione di compromesso e produsse una sovrapposizione di ruoli e responsabilità che contribuì a determinare le disastrose sconfitte di Custoza e di Lissa. La volontà di controllare e dirigere la politica estera del paese toccò il suo acme nel 1870, quando cercò di imporre l’intervento a fianco della Francia contro la Prussia nonostante il parere contrario della maggioranza dei ministri. Risolta la questione romana, la partecipazione del re alla vita politica diminuì. Due atti ancora di grande importanza segnarono comunque la fine del suo regno: il viaggio compiuto nel 1873 a Vienna e a Berlino, che gettò le basi della futura Triplice alleanza, e l’avvento della Sinistra al potere. Nel 1876 Vittorio Emanuele sanzionò il nuovo corso con la nomina di Depretis a capo dell’esecutivo dando prova di aver compreso che la Destra aveva esaurito la sua funzione storica ma anche perché convinto di trovare negli uomini della Sinistra una maggiore collaborazione.(fonte)

    Per acquietare la ribellione meridionale, furono necessari massicci rinforzi militari e promulgazioni di norme speciali temporanee (come la legge Pica in vigore dall’agosto 1863 al dicembre 1865 su gran parte dei territori continentali del precedente regno delle Due Sicilie), dando origine ad uno scontro che porterà migliaia di morti. La repressione del brigantaggio postunitario fu molto cruenta e fu condotta col pugno di ferro da militari come Enrico Cialdini, Alfonso La Marmora, Pietro Fumel, Raffaele Cadorna e Ferdinando Pinelli, che destarono polemiche per i metodi impiegati. Alla sconfitta di questo brigantaggio contribuì anche il cambiamento di atteggiamento dello stato Pontificio, che dal 1864 non fornì più appoggio ai briganti, arrestando lo stesso Crocco, che cercava rifugio nel suo territorio; non più terra franca per i briganti, il Papato iniziò a sua volta a combatterli, istituendo un apposito reparto di “squadriglieri” e stipulando nel 1867 un accordo di collaborazione reciproca con le autorità italiane sullo sconfinamento delle truppe all’inseguimento di briganti in fuga; lo stesso anno fu emanato un editto firmato dal Delegato apostolico Luigi Pericoli, per le province di Frosinone e Chieti, che ricalcava le tematiche della legge Pica. (fonte)

    [2] Guerra al sud (al brigantaggio). … Ma più grave doveva essere l’esplosione brigantesca del 1860-65. Cacciato dal trono delle Due Sicilie, Francesco II pensò ai modi di poter subito far ritorno nel regno. E come al sorgere del secolo XIX, Ferdinando IV di Borbone, profugo e sconfitto, aveva incitato e sobillato le turbe plebee contro i novatori giacobini, così, nel 1860, Francesco II, giovandosi di aiuti e complicità varie, italiane ed europee, rinnova lo stesso tentativo, tendendo la rete di una vasta e ben organizzata congiura che in breve avvolge quasi tutto il Mezzogiorno. Secondo le carte sequestrate all’avventuriero inglese James Bishop, la forza reazionaria di tutto il Napoletano facente capo al presidente e direttore supremo del Comitato centrale di Napoli, il barone Achille Cosenza, era, nell’aprile 1862, di 80.702 uomini, dei quali 16.353 armati: non compresi gli uomini di 22 paesi del Beneventano e di alcuni paesi limitrofi a Napoli, e i gregarî di quattro forti bande di briganti. I primi nuclei di quelle segrete formazioni militari furono costituiti dalle bande brigantesche che, al cadere del 1860, bivaccavano per gli Abruzzi, per Terra di Lavoro, per le Puglie, per la Basilicata; cui si aggiunsero renitenti di leva, disertori, truppe dell’ex-esercito borbonico, evasi dalle carceri e, infine, tutti coloro che, con cieca larghezza, erano stati graziati nei primi giorni del moto insurrezionale del ’60.

    Questi elementi giunsero in paese quando la rivoluzione liberale aveva spostato il centro di gravitazione degl’interessi, del credito e delle fortune di ceti e di famiglie, molti aveva cacciato di ufficio, molti più minacciava di cacciare, tra essi preti e frati.

    Gli esclusi fremevano (designavano nel loro cuore i capi del movimento liberale di cui si ripromettevano, alla prima occasione, di fare giustizia sommaria ed esemplare), anelavano alla riscossa. Intanto, le più strane dicerie di prossima restaurazione si diffondevano; fole e sobillazioni, diffuse in numerosi proclami, correvano sulle bocche del popolo, facilmente credulo. Non pochi, infatti, ritenevano che quel profondo mutamento di leggi, di uomini, d’istituti, di ordinamenti, portato dalla rivoluzione del ’60 non potesse durare a lungo. I mutamenti e i rimutamenti dal 1799 in poi, le cacciate e i ritorni dei Borboni, le insurrezioni fortunate, consolidate dall’assenso regio ma poi represse nel sangue, le costituzioni date e poi ritirate, le tempeste che avevano scosso il corpo sociale e politico delle Due Sicilie, da cui però i Borboni erano usciti vittoriosi, davano la sicurezza e la speranza che anche questa volta si sarebbe tornati, prima o poi, al vecchio ordine di cose. Era negli animi della stragrande maggioranza la speranza o il timore che ancora una volta, come al chiudersi delle guerre napoleoniche, come nel ’21, come nel ’48-’49, l’Austria, varcato il Po, avrebbe detta l’ultima parola sui fatti d’Italia. Davano esca alla reazione la novità e la gravezza dei carichi tributarî. Il duro fiscalismo riusciva tanto più intollerabile, in quanto il nuovo regime amministrativo riversava dal Piemonte sul resto d’Italia anche una notevole quota dei debiti degli antichi stati Sardi in un momento in cui l’economia meridionale, già di scarsa capacità, entrava in una crisi acuta, per la profonda e concitata evoluzione che la società attraversava e per la vittoriosa concorrenza delle più progredite industrie settentrionali. Per effetto del nuovo regime doganale era aumentato il prezzo del pane, era cresciuto quello del sale; il popolo lamentava di essere “trattato peggio dei cani”. Un ignoto poeta della Calabria, interprete in questo del sentimento comune, attribuiva tutti questi mali all’unità d’Italia, alla “colpa” d’essere stati “liberati”. Su questo scontento di plebi e di piccoli borghesi, sul rancore di funzionarî licenziati, sulle defraudate ambizioni e sulle ribalderie incredibili di bassi politicanti, soffiava la propaganda che veniva da Roma e dai comitati borbonici. Questi elargivano somme di denaro, insinuavano che i “proletarî atti a marciare” avrebbero ricevuto 5 0 6 carlini al giorno e, dopo la restaurazione borbonica, una pensione annua di 200 ducati; che ai capi del movimento sarebbero toccati, come per l’addietro, elevati gradi militari e dignità cavalleresche; che il re Francesco avrebbe ripartite fra il popolo le terre demaniali usurpate dall’avidità dei “galantuomini”. Era, questa, una vecchia questione, nel Mezzogiorno: specialmente grave dagli inizî del sec. XIX, da quando cioè le terre demaniali erano diventate per buona parte proprietà privata. Aspirazione viva di contadini, di artigiani, di piccola borghesia, di nullatenenti era di rivendicare e quotizzare queste terre. E spesso vi avevano fatto invasioni e violenze. Così, nella restaurazione borbonica del 1815 e nella rivoluzione del 1821. Così, nel ’48, mentre le classi medie festeggiavano la costituzione, le masse agricole sorde alla causa della libertà, s’erano agitate per la spartizione delle terre. Così, nell’agosto 1860, mentre la visione delle camicie rosse e l’ideale della nazione italiana infiammava gli animi dei liberali, la folla a Matera aveva tumultuato per la divisione delle terre, incendiato l’archivio comunale dov’erano conservati i titoli di possesso, fatto uccisioni e incendî nel nome di Francesco II; di là il fuoco delle sedizioni s’era diffuso in numerose località della Basilicata e delle Puglie. Il contadiname, nella sua follia anarchica, aveva messo in un sol fascio impiegati, “galantuomi” e liberali, e minacciato in blocco contro tutti lo sterminio generale. E quando lo stato era intervenuto per ristabilire l’ordine in città, la resistenza era continuata nelle campagne, e contadini, pastori, braccianti, affamati di terra, avevano affiancato i briganti e con questi avevano preso vendetta dei “galantuomini” e delle loro proprietà. Toccavano, dunque, una corda ben sensibile i capeggiatori del movimento borbonico, quando promettevano ai contadini la quotizzazione delle terre demaniali!

    Il nuovo stato unitario italiano si trovò impreparato a fronteggiare le torme brigantesche, i contadini rivoltosi, i borbonici, che presentavano contro di esso un fronte unico. Le forze militari erano accampate sul Po, a fronteggiare le minacce austriache. Il potere politico, debole ancora, tanto poté governare quanto lo permise il beneplacito o la tolleranza dei poteri municipali ai quali, per giunta, furono affidati anche i poteri di polizia: ciò che diede o accrebbe armi e facilità di prepotere alle partigiane fazioni municipali. Di qui l’incendio della reazione e del brigantaggio. La scintilla si accese in Basilicata, che aveva più compatti e più numerosi i suoi nuclei di malandrini. Passati in quel di Potenza e di Melfi, essi, al principio del 1861, erano già provvisti di cavalli e facevano segreti arruolamenti. Facile fu ad essi far sollevare il 7 aprile ’61 la plebe di Lagopesole, d’intesa, pare, con gente sbarcata nella Valle di Policastro sul Tirreno, nella selva di Policoro sull’Ionio, e con comprovinciali di altri paesi che avrebbero dovuto operare un’insurrezione generale. A quel moto risposero una diecina di paesi di tutta la Basilicata, sollevantisi per questioni demaniali o per restaurare il tramontato regime borbonico. Diffusa la promessa di facili ricchezze, allettati anche dalla facilità con cui s’era compiuta l’insurrezione lucana, cui molti di essi avevano partecipato armati, da Lagopesole, dai vicini casali di Avigliano, dove vengono ricevuti con le bianche bandiere borboniche, attraverso i boschi, vanno a Ripacandida, a Ginestra, a Venosa, a Lavello, dove, ben accolti per segrete intelligenze con la plebe tumultuante, o vittoriosi della resistenza dei “galantuomini” o dell’assoldata milizia civica, restaurano il caduto regime borbonico, aprono le carceri, distruggono gli archivî, “mortali nemici nostri”, come confessa con candore Crocco, uno dei loro capi, rubano ed ammazzano, incendiano le case di non pochi benestanti in fama di liberali. Così a Melfi – alle cui porte erano usciti ad incontrare “il liberatore” due carrozze piene di guardie d’onore, di preti ornati di medaglie borboniche, recanti bandiere bianche e frange d’argento e galloni d’oro che le signore avevano ricamato la notte precedente – furono accolti con feste e luminarie, tra frenetiche acclamazioni anche di notabili del posto, che li credettero soldati del regime borbonico. E il “generale” Crocco osò pubblicamente ringraziare la Vergine, su un inginocchiatoio preparato nella pubblica via. Così a Rapolla, così a Barile. Le milizie urbane, composte di plebe disinteressata alla lotta o, se mai, simpatizzante coi briganti, o formate di civici e di benestanti, irresoluti e disorientati, non potettero fronteggiare quel moto; e solo in una breve fazione tra Rionero e Basile si scontrarono coi briganti e li costrinsero a ripiegare nell’Avellinese. Appena il 15 aprile, otto giorni dopo l’inizio della reazione, dopo molte richieste giunsero a Potenza 250 soldati, ed altrettanti da Eboli per la via Valva furono avviati nel Melfese, mentre i briganti si ritiravano nelle loro sedi di Lagopesole.

    A questo moto della Basilicata risposero immediatamente le bande brigantesche bivaccanti nelle Calabrie, nella Campania, negli Abruzzi, in Puglia. In quest’ultima regione, a mezzo luglio ’61, infuriava la reazione, capitanata da numerose bande di saccomanni: fra le quali si distinse per ardimento quella d’un sergente del disciolto esercito borbonico, Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, diretta contro i “galantuomini” e la guardia civica che era composta di professionisti, di proprietarî terrieri, di capi d’arte. All’originario nucleo di malandrini e di grassatori si aggiunsero, dopo il primo giugno del 1861, i renitenti della prima leva ordinata dal governo di Torino nell’Italia Meridionale (per la sola Basilicata oltre 2000, su circa 2700 soggetti alla leva!): fomento per qualche tempo e riserva di briganti, se non tutti ancora briganti in attività di servizio. Ebbero tutti un capo militare nel catalano Don José Borjes, ufficiale dell’esercito spagnolo proclamatosi generale, che, reduce dai sanguinosi moti carlisti in Spagna, s’era messo a servizio del comitato borbonico di Marsiglia, ed era sbarcato da Malta a Brancaleone di Calabria, il 13 settembre 1861, a capo di una trentina di ufficiali e di soldati spagnoli, sicuri di trovare l’unanime consenso della popolazione e di compiere un moto politico. Di bosco in bosco, respingendo o sfuggendo le milizie cittadine, toccano l’11 ottobre i confini della Basilicata, s’uniscono alla torma di un antico masnadiero tre volte fuggito alle galere, il Sarravalle, ed al francese Langlois. E con loro, assaltano e derubano una quindicina di paesi del Lagonegrese, del Potentino e del Salernitano. Poi si riducono a Lagopesole; e di lì, poco dopo, a Monticchio, sede della banda del Crocco. Qui, il 28 novembre ’61, avviene un colpo di scena: Crocco ed i suoi disarmano i soldati spagnoli, prendono loro i fucili rigati e a percussione, e dichiarano di voler fare da sé. Pochi giorni dopo, il Borjes, mentre, traversato il Reame, si apprestava a passare il Lonfine dello Stato pontificio con un gruppo di pochi fidi, finiva moschettato dai bersaglieri italiani a Tagliacozzo. Fuori di Basilicata, le bianche bandiere erano sventolate da altri condottieri borbonici, reazionarî politici e briganti nel medesimo tempo, tra i quali degno di ricordo è l’ex-sergente Romano, che con la sua banda giura di “far rispettare i stendardi del nostro re Francesco II da tutti i comuni subordinati dal partito liberale”.

    Con la morte del Borjes, col disanimarsi dei comitati borbonici, anche perché l’Austria non poté o non volle prendere a cuore la causa dei Borboni, si può dire finisca il brigantaggio politico e s’inizî o prevalga quello più aspro, di carattere esclusivamente sociale, di violenze e di ruberie. Se fra i tanti che scorrazzavano armati nel regno di Napoli intorno al’60, relativamente pochi erano i briganti che avessero fatto quel mestiere prima della reazione, in seguito essi furono numerosissimi. Materia c’era perché il brigantaggio rinfoltisse le sue schiere. Odî, rancori, cupidigie covavano dappertutto in Basilicata, in Puglia, in Calabria, fra contadini e pastori e plebe urbana, contro notabili e borghesi; e spesso esplodevano all’avvicinarsi delle bande brigantesche i cui capi a tutti promettevano mari e monti e, specialmente, il saccheggio. Ciò che spiega come i pochi avventurieri, sia pure spalleggiati da disertori dell’esercito borbonico, potessero produrre quel terribile sconvolgimento che in soli tre anni, dalla fine del’60 in poi, gettò alla campagna migliaia e migliaia di briganti, creò diecine e diecine di bande brigantesche, dal Molise, dal Beneventano, dalla Campania fino alla Penisola Salentina e all’estrema Italia: bande agguerrite e formidabili, che infestavano il paese, bloccavano le vie, impaurivano e ricattavano i possidenti, impedivano il traffico, rendevano impossibile, nonché la vita nelle campagne, persino la dimora strettamente necessaria per la coltura della terra. Le più famose e le più audaci erano quelle di Basilicata e delle provincie vicine: quella, ad esempio, di Crocco che aveva a suo fido il ferocissimo e codardo Giovanni Nicola Summa (detto Ninco Nanco).

    Le truppe, insufficienti al bisogno, ignare dei luoghi e del dialetto, ingannate dai manutengoli di dentro e colte in tranelli dai briganti nella campagna, nonostante il loro sacrificio ed il loro indiscusso valore, non riuscirono ad impedire che la piaga divenisse sempre più generale nel Mezzogiorno. D’altra parte, la nuova Italia non intese la gravità e la complessità di quel fenomeno politico e sociale. Quando, nel Parlamento, qualche voce di meridionale si levava per implorare rimedî, c’era nel resto dei presenti la preoccupazione di stendere un velo su quelle miserie domestiche. La realtà finì con l’imporsi, dopo che molte generose vite di soldati erano state spente. Una commissione parlamentare d’inchiesta, di cui fecero parte Bixio, Saffi, Sirtori, Massari, Castagnola, ritenne che non fossero sufficienti le leggi ordinarie, e propose una legge eccezionale che fu presto votata. Questa, dovuta all’on. Pica, istituì consigli e tribunali di guerra, che usassero la maggiore speditezza nell’inquisizione e nell’esecuzione; istituì squadriglie di cavalleria borghese; demandò all’arbitrio di giunte provinciali di pubblica sicurezza di deferire alla giurisdizione militare o d’inviare a domicilio coatto vagabondi e favoreggiatori; emanò provvedimenti d’indole sociale, morale ed economica; dispose perché fossero sorvegliate le autorità municipali, uomini troppe volte senza fede politica; ordinò la chiusura di masserie ch’erano ricetto di briganti; restrinse al puro necessario le provviste alimentari delle campagne e vigilò il traffico di contadini e di braccianti dal paese alla campagna; dispose infine che fossero concentrate poderose forze di ogni arma. Queste, secondo calcoli autorevoli del colonnello Cesari, tra il finire del’62 e l’inizio del’63, ascesero per tutto l’antico reame a circa 120.000 uomini, cioè a quasi la metà dell’intera forza armata italiana. Vi fu impiegata in due riprese e con buon successo, anche la legione ungherese, già garibaldini. Legge terribile, dai procedimenti sbrigativi e sommarî, la quale, se ebbe qualche lato buono (es. la costruzione di strade, la discussione sul Tavoliere delle Puglie e la sottoscrizione nazionale per le vittime del brigantaggio), fu purtroppo anche strumento di dispotismo arbitrario e furibondo, arma delle fazioni municipali e famigliari. Furono infatti condannati proprietarî innocenti; in odio politico ad alcuni, vennero fabbricati falsi documenti a loro carico e tirati fuori centinaia di falsi testimonî. Nella sola Basilicata, la più infetta per vero di lue brigantesca, furono incarcerate per complicità o sospetto o aderenze ai briganti ben 2400 persone, condannate al confino forzoso ben 525, tra cui 140 donne.

    Ma se non per la sostanza e per l’applicazione della legge Pica, certo per gli espedienti e i mezzi che lo stato autorizzò e mise in opera, il brigantaggio venne debellato. La vittoria tuttavia si delineò sicura, solo quando si creò nell’opinione pubblica la convinzione che lo stato voleva energicamente curare la piaga del brigantaggio, punendo senza pietà i colpevoli e premiando chi fornisse indizî o operasse con frutto. Conseguenza di questo nuovo concetto fu l’impiego di larga forza militare, a piedi e a cavallo, che occupasse i paesi, stabilisse dei cordoni per chiudere sbocchi e vie di passaggio tra un luogo e l’altro, esercitasse una pronta, intensa, instancabile persecuzione contro i briganti, fino a costringerli ad aperto conflitto e batterli. Gran parte del merito di questa nuova tattica toccò al generale Pallavicino, che nel Beneventano, nelle Murge di Minervino, nel Melfese decimò e stremò il brigantaggio. Accentrando nelle sue mani tutti i comandi fino allora frazionati, riducendo alla sua dipendenza tutte le autorità politiche delle regioni, stimolando con l’esempio i suoi subordinati, vestendo manipoli di soldati a mo’ di briganti, guadagnandosi a sua guida intelligente ed astuta un Caruso di Atella, vecchio masnadiero della banda Crocco, il generale si diede ad un inseguimento instancabile e tenace dei briganti, anche durante l’inverno, rendendo loro difficili i rifornimenti, impedendone i collegamenti, avviluppandoli, battendoli, decimandoli. Dopo molti mesi di quest’azione energica il brigantaggio fu sgominato. Quando, nell’agosto 1864, Crocco, dopo un conciliabolo con i suoi nel bosco di Sassano, in cui fu discusso se costituirsi volontariamente o rifugiarsi in terra straniera, passò, sano e sconosciuto, i confini dello Stato pontificio, delle vecchie terribili bande rimanevano pochi e sparsi frammenti erratici, spauriti e senza capi. Nel’65, il brigantaggio traeva gli ultimi aneliti e se per qualche anno vi furono ancora alcuni casi isolati di delinquenza brigantesca, a reprimerli bastarono i mezzi ordinarî di polizia.

    Il racconto delle gesta brigantesche, ingrandite dalla fantasia popolare, fu evocato a volte con simpatia; e nella leggenda, nella letteratura e nella storia, il brigante fu rappresentato non solo come violento, ma anche come vindice delle ingiustizie fatte al popolo. Ma ciò era esaltazione di folle impressionabili, era rappresentazione letteraria di chi non visse i foschi giorni dal’61 al’64, quando in quasi tutta l’Italia Meridionale imperversavano la reazione ed il terrore. Tutto il Mezzogiorno diede in verità un sospiro di sollievo, quando vennero stabiliti e fermamente mantenuti l’ordine pubblico e il rispetto della legge. Perché il brigantaggio non riprendesse un’altra volta vigore, si vide chiara la necessità di risanare l’ambiente, eliminando le cause donde esso aveva preso vita ed alimento. Questa fu l’opera salutare di tutto il cinquantennio, a datare dalla formazione dello stato unitario. E del brigantaggio, già frutto di malgoverno, non si ebbe più traccia nel Mezzogiorno d’Italia, pur rimanendo a lungo vivi e doloranti taluni dei vecchi problemi sociali ed economici della regione, che solo oggi si avviano a soluzione.

    Bibl.: È vastissima. Per un primo orientamento, cfr. G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini, Bari 1910, pp. 20-21. Per le cause, gli sviluppi e gli aspetti del brigantaggio, soprattutto nei secoli XVIII e XIX, S. De Pilato, in Rivista d’Italia, dicembre 1912. Un’ampia bibl., con indicazione delle fonti archivistiche, in A. Lucarelli, Il sergente Romano, Bari 1926, e La Puglia nel sec. XIX, Bari 1927; C. Cesari, Il brigantaggio e l’opera dell’esercito italiano, 1860-70, Roma 1920; A. Vigevano, La legione ungherese in Italia (1859-67), Roma 1924. Cfr. anche l’Autobiografia del Crocco, a cura del cap. Massa, Melfi 1903. Molti documenti sono nell’archivio del senatore Giustino Fortunato, a Napoli (fonte)

    [3] Guerra Austro-Prussiana. Le cause della breve, ma sanguinosa guerra del 1866 fra l’Austria e la Prussia vanno da un lato cercate in una situazione d’antagonismo permanente, che s’era venuta formando per la politica di gabinetto, ispirata a sogni di egemonia dinastica in Germania, della casa degli Hohenzollern e della casa d’Asburgo. L’antagonismo che risaliva alla prima metà del sec. XVIII e che si era venuto accentuando con Federico II, era parso estinguersi – appunto perché politica di sovrani, non di popoli – davanti alla bufera rivoluzionaria e napoleonica; s’era ridestato dopo il congresso di Vienna, che immetteva nella Confederazione germanica i due Stati – Austria e Prussia – a parità di diritti, ma non divampava ancora, perché fino al 1848 la forte personalità del Metternich non aveva trovato nei sovrani o negli uomini di stato prussiani un rivale di pari statura. Ma dal 1815 in poi, su questo antagonismo dinastico s’era venuto innestando un antagonismo di natura ben diversa, nazionale, che non faceva questione di Hohenzollern e di Asburgo in quanto rappresentanti di interessi dinastici più o meno conciliabili con gl’interessi dei sudditi, concepiti alla vecchia maniera paternalistica; bensì un antagonismo che nasceva da due modi contrastanti di vedere la soluzione del problema nazionale tedesco. Antagonismo ideale, quindi, ma non tanto privo del senso del reale, da non vedere che una qualunque soluzione del problema doveva impostarsi sulla contrapposizione delle due forze politiche maggiori, Austria e Prussia, e sull’eliminazione dell’una o dell’altra. Conflitto d’idee, che portava all’una o all’altra parte gli aderenti per un incrociarsi di sentimenti e interessi discordanti: motivi religiosi (cattolici contro – in largo senso – protestanti), politici (liberalismo contro conservatorismo), motivi di militarismi contrastanti (prussiano e austriaco), motivi economici, ma non tutti motivi così ben definiti da schierarsi nell’uno o nell’altro campo, sì da conferire ai due avversari una fisionomia ben distinta. E però dagli spiriti migliori la lotta fu sentita come una necessità dolorosa, ma ineluttabile, che doveva decidere se la futura Germania dovesse avere un colorito esclusivamente tedesco – anche a costo di accettare l’egemonia prussiana, spesso non benevista nemmeno ai suoi alleati – oppure dovesse ammettere un’infusione – con l’Austria – di frammenti, che poi rappresentavano idee ed interessi eterogenei. In altre parole se la Germania doveva essere stato nazionale o – con un ritorno al passato – la Germania del Sacro romano impero, sia pure con una maggiore coscienza della sua funzione nazionale.
    I moti rivoluzionarî tedeschi del 1848 (sebbene il re Federico Guglielmo III di Prussia avesse rifiutato la corona imperiale offertagli dalla Dieta di Francoforte) furono sul punto di originare una guerra fra Austria e Prussia. E fu precisamente quando l’Elettore dell’Assia-Cassel, cacciato dai suoi stati a clamore di popolo, chiese ed ottenne la protezione di Vienna, dopo che i ribelli avevano chiesta ed ottenuta quella di Berlino. Già gli eserciti del Hohenzollern e dell’Asburgo erano di fronte, già erano partite dagli avamposti le prime fucilate, allorché la Prussia – non sentendosi militarmente pronta all’arduo cimento – decise una ritirata, resa più umiliante dal ritardo; ritirata che l’Austria volle sottolineare con patti scritti. La Convenzione di Olmütz (1850) se ebbe l’apparenza di una conciliazione non poteva contenere gli elementi di una vera e durevole cordialità. L’orgoglio ferito della Prussia non poteva non anelare a una rivincita.
    L’avversione prese forma concreta durante la spedizione militare condotta in comune dall’Austria e dalla Prussia, quali esecutrici delle deliberazioni della Dieta federale germanica, contro la Danimarca per strapparle i ducati dell’Elba (1864). Questa guerra, breve e facile, la quale avrebbe dovuto, secondo le apparenze, cementare, attraverso il cameratismo militare, l’unione politica fra le due principali potenze della Confederazione, divenne invece il pretesto, nelle abili mani del Bismarck, per precipitare la soluzione dell’insanabile dissenso fondamentale circa l’egemonia nel mondo germanico.
    Il pretesto. – Infatti, sottratti con le armi comuni dell’Austria e della Prussia i ducati elbani alla sovranità della Danimarca (1864), e affidato lo Schleswig all’amministrazione prussiana e il Holstein all’amministrazione austriaca, si manifestarono subito due punti di vista diversi circa il modo di regolare lo stato di fatto e di diritto dei territorî conquistati, volendo la Prussia – contrariamente al parere dell’Austria – cambiare l’occupazione militare in annessione. Né valse un tentativo di accordo stipulato a Gastein (14 agosto 1865), ché anzi la studiata ambiguità di alcune formule diede al Bismarck il pretesto per attaccare diplomaticamente, al principio del 1866, la Cancelleria di Vienna. E poiché le trattative inasprirono la vertenza, il 24 marzo del 1866 il Bismarck indirizzò a tutti gli stati della Confederazione una circolare, in cui proponeva la revisione del patto federale sulla base dell’esclusione dell’Austria dalla Confederazione, chiedendo che gli stati federati si pronunciassero sollecitamente, e senza ambiguità, sulla proposta.
    Costretti a decidersi, gli stati minori si dichiararono in parte per Berlino, in parte per Vienna. Fra i principali partigiani della Prussia furono il Mecklenburg, il Brunswick, l’Oldenburg, e le città libere di Brema, Amburgo e Lubecca. Fra i principali partigiani dell’Austria furono i maggiori stati della Confederazione, quali la Baviera, la Sassonia, il Baden, il Württemberg, il Hannover e la città libera di Francoforte.
    Ma il colpo maestro della diplomazia prebellica del Bismarck fu la stipulazione d’un trattato d’alleanza militare (8 aprile 1866) col regno d’Italia, recentemente costituito, ed anelante a liberare dall’Austria le terre italiane che questa potenza ancora deteneva. L’alleanza aveva per la Prussia un altissimo valore militare e politico: militare perché obbligava l’Austria a separare le forze fra due scacchieri di operazioni indipendenti e lontani; politica, perché garantiva di un atteggiamento non apertamente malevolo da parte di Napoleone III, il quale – impegnato da anni in una politica favorevole alla causa nazionale italiana – si sarebbe posto in contradizione con sé stesso e avrebbe perduto i frutti delle passate fatiche, qualora avesse ostacolato, attraverso atti ostili alla Prussia, la politica del gabinetto di Firenze.
    Napoleone III, nell’imbarazzo, cercò una via d’uscita nella convocazione d’un Congresso internazionale che avrebbe dovuto regolare pacificamente, così la questione dei ducati dell’Elba, come quella dei territorî italiani in possesso dell’Austria. Lo stesso re di Prussia, Guglielmo I – con vivo dispetto del Bismarck – pareva accedere a una soluzione pacifica. Ma l’Austria precipitò gli eventi, ponendo come pregiudiziale ad una sua partecipazione al Congresso proposto da Napoleone III, che “nessuna potenza potesse ricevere aumenti territoriali”. Ciò equivaleva ad un rifiuto del gabinetto di Vienna, e la guerra divenne inevitabile.
    Ai primi di giugno del 1866, mentre l’Austria investiva della questione (ormai al suo stadio acuto) la Dieta di Francoforte, allo scopo di far dichiarare la Prussia fuori della legge federale ed ottenere l'”esecuzione” da parte delle armi federali, Berlino ordinava che le truppe prussiane occupanti il ducato elbano dello Schleswig, invadessero il finitimo ducato del Holstein occupato dalle truppe austriache. Era un atto di ostilità guerreggiata prima della formale dichiarazione di guerra.
    Intanto a Francoforte la maggioranza della Dieta federale si dichiarava per l’Austria contro la Prussia e decretava una spedizione militare punitiva, da eseguire dagli eserciti federali, contro la Prussia. Nello stesso momento in cui questa decisione veniva proclamata, il rappresentante prussiano alla Dieta abbandonava l’assemblea, dichiarando che il governo di Berlino considerava disciolta la Confederazione germanica, e si riserbava piena libertà d’azione per la tutela degl’interessi prussiani.
    Gli eserciti belligeranti. – La Prussia aveva di recente, senza scalpore, radicalmente riformato le sue istituzioni militari, specialmente ammaestrata dall’esperienza del 1859, allorché, avendo desiderato di mobilitare sul Reno per arrestare i successi dei Francesi in Italia, s’era accorta che il suo apparecchio bellico non rispondeva alle esigenze d’una politica estera vigorosa. Aumentato il contingente incorporato annualmente, accresciuta la durata della ferma, raddoppiati i quadri, costituite nuove unità (32 nuovi reggimenti di fanteria e 10 di cavalleria) – il nuovo esercito prussiano si era messo in grado di mobilitare – fra esercito attivo e landwehr di primo bando – circa 600.000 combattenti. Inoltre si era ordinato l’esercito in maniera che l’ossatura fosse la medesima in pace ed in guerra, ciò che semplificava e rendeva più rapide le operazioni della mobilitazione, e consentiva alla Prussia (fatto di notevolissima importanza politica) di attendere che l’Austria, col suo ordinamento militare a più lenta mobilitazione, facesse per prima aperti preparativi di guerra, e apparisse, dinnanzi al mondo, provocatrice. L’armamento prussiano, modernissimo, era caratterizzato, per la fanteria, dal fucile Dreise a tiro rapido, per l’artiglieria da cannoni da campo leggieri, con bocca da fuoco rigata a retrocarica: solo un terzo delle batterie avevano ancora cannoni di modello meno recente. Né era mancata a Berlino la visione integrale del problema bellico, sicché di pari passo con l’incremento dell’esercito era proceduto l’assetto della pubblica economia. Inoltre, l’esistenza di una riserva d’oro per le necessità di guerra permetteva di provvedere alle gravi spese della mobilitazione senza ricorrere a prestiti.
    In Austria l’esercito era ancora attaccato ai vecchi metodi tradizionali, e nel caso specifico non era in grado di sostenere una guerra contemporanea contro due potenze militari come la Prussia e l’Italia. I centri di mobilitazione, variamente costituiti e variamente funzionanti, non davano garanzia di sollecito passaggio alla formazione di guerra. Caratteristica dell’esercito austriaco di quel tempo era la mancanza dell’unità “divisione”, venendo così i corpi d’armata ad essere costituiti da un certo numero di brigate (normalmente 4) miste di fanteria e di artiglieria: fanteria armata col fucile Lorenz, a tiro più lento di quello Prussiano, artiglieria con cannoni rigati, ma tuttora ad avancarica. Meno attivo che in Prussia lo stato maggiore generale. La disordinata finanza e le insufficienti spese militari aggravavano le condizioni d’inferiorità tecnica dell’esercito imperiale.
    I disegni di guerra. – La Prussia iniziò la mobilitazione il 3 maggio, e tre settimane dopo i trasporti per la radunata delle forze al confine, quando ancora non era avvenuta la dichiarazione formale di guerra. Comandante supremo il re Guglielmo, capo di Stato maggiore il generale von Moltke. Il piano di guerra dello Stato maggiore prussiano – opportunamente elastico finché non fu conosciuto il dispositivo austriaco – si propose in un primo tempo uno schieramento a cordone (e perciò a tipo difensivo) lungo il confine sassone, boemo e moravo. Furono costituite tre armate (v. fig. 1): la 1ª, comandante il principe Federico Carlo di Prussia nipote del re, al centro, nella Lusazia (93.000 uomini); la 2ª, comandante il principe ereditario di Prussia, Federico Guglielmo (poi imperatore Federico III), alla sinistra, nella Bassa Slesia (115.000 uomini); la 3ª, l’armata dell’Elba, comandante il generale Herwarth von Bittenfeld, alla destra, nella Turingia (46.000 uomini). Quando si seppe a Berlino che gli Austriaci si raccoglievano in Moravia, l’atteggiamento difensivo fu abbandonato, e venne decisa la rapida invasione della Boemia con le tre armate (22 giugno), essendosi già nella precedente settimana inoltrata l’armata dell’Elba, mediante una incruenta invasione della Sassonia, fino al confine boemo-sassone.
    In Austria, il difetto accennato della lenta mobilitazione era stato aggravato dall’indecisione del governo, timoroso di prendere in tempo utile le opportune misure per non essere accusato di provocazione. In effetto agì in ritardo, senza riuscire ad evitare misure, che il gabinetto di Berlino segnalò alla diplomazia mondiale come indizio di aggressività. Poiché l’Austria doveva far fronte nel tempo stesso alla Prussia e all’Italia, lo Stato maggiore di Vienna decise di far guerra difensiva nel Veneto e di raccogliere le maggiori forze nell’armata del Nord (7 corpi d’armata, sotto il comando supremo del feldzeugmeister von Benedek) contro la Prussia. Zona di radunata quella attorno alla piazzaforte di Olmütz, in Moravia, che lo Stato maggiore di Francesco Giuseppe supponeva essere l’obiettivo dei Prussiani, e che comunque si giudicava acconcia per un’eventuale avanzata così nella Slesia come nella Boemia. In Boemia sarebbe rimasto un solo corpo d’armata (il 1°, Clam Gallas) più che altro per raccogliere gli alleati Sassoni, nell’inevitabile loro ripiegamento.
    Le operazioni in Boemia. – Mentre azioni secondarie si svolgevano nel Hannover, dove dal 15 al 28 giugno i Prussiani agli ordini del generale von Falckenstein ottenevano facilmente di mettere fuori causa il piccolo stato germanico alleato dell’Austria (battaglia di Langensalza, 27 giugno), le tre principali armate prussiane si inoltravano fra i monti a nord della Boemia per invadere questa regione e dirigersi concentricamente verso il punto di Gitschin (Jičín), arrischiandosi così in una crisi di separazione di forze, che avrebbe potuto esser grave nel caso (in effetto non verificatosi) che gli Austriaci si fossero trovati in tempo utile ed in numero sufficiente in Boemia per battere separatamente le colonne prussiane sboccanti nell’alto bacino dell’Elba.
    Dal confine sassone l’armata dell’Elba avanzò all’Iser dove si congiunse con elementi avanzati della 1ª armata, e dove i Sassoni in ritirata e gli Austriaci del 1° corpo d’armata tendevano essi pure a raccogliersi. A Podol (26 giugno) ebbe luogo un primo scontro, protrattosi anche durante la notte, in cui si ebbe la prima sicura affermazione della superiorità del fucile prussiano a tiro celere, ed alla fine del quale i Prussiani rimasero padroni dell’importante passaggio sull’Iser. Gli Austro-Sassoni si ritirarono in direzione d’oriente per avvicinarsi alla massa principale del Benedek, non inseguiti dalle armate prussiane (1ª e dell’Elba) ormai riunite sotto l’unico comando del principe Federico Guglielmo; il quale opinò che convenisse assicurarsi il possesso della piazza di Münchengrätz (Mnichovo Hradište), prima di procedere verso oriente.
    Frattanto il grosso austriaco aveva iniziato un grande movimento di fianco per trasferirsi dalla Moravia in Boemia. Il Benedek vi si era deciso apprendendo che non v’era da temere nessuna minaccia d’invasione della Moravia dal nord, mentre pareva ormai sicuro che i Prussiani avrebbero invaso la Boemia. La tardiva mossa non era scevra di pericoli e non poteva avere rapidi sviluppi.
    Dal suo canto, l’armata prussiana del principe ereditario (2ª), che trovavasi più prossima alla massa principale austriaca ed era la più lontana dal punto di concentramento di Jičín, dovette gareggiare di velocità col nemico. Invero gli Austriaci avevano già il 26 giugno buona parte delle forze nella regione dell’alta Elba. Ma il Benedek non ebbe l’immediata visione dei vantaggi che poteva conseguire con una celere occupazione degli sbocchi montani e i Prussiani della 2ª armata riuscirono, dopo sanguinoso combattimento, ad uscire dalla stretta di Náchod (27 giugno). Questo successo compensò i Prussiani del risultato incerto che ebbe un contemporaneo combattimento allo sbocco di Trutnov (Trautenau). Il giorno seguente altro combattimento a Česká Skalice (Böhmisch Skalitz) favorevole ai Prussiani.
    Mentre il principe ereditario riusciva così a sboccare, il Benedek era stato per tre giorni (26-28 giugno) fermo nell’idea che convenisse tenere a bada con poche forze la 2ª armata prussiana sboccante da nord, per volgersi col grosso dei suoi contro le armate al comando del principe Federico Guglielmo, provenienti, come si è visto, da ovest e già vittoriose degli Austro-Sassoni. Mutò parere troppo tardi (sera del 28 giugno), quando già la marcia concentrica di tutte le forze prussiane stava per serrarlo in una morsa. Con contrordini demoralizzanti, gli Austro-Sassoni già a contatto col nemico ed i corpi austriaci gia avviati a loro rinforzo verso ovest furono chiamati indietro, con ordine generale di concentramento nella zona Miletín-Josephstadt (Josefov).
    La schematica situazione dei due avversarî la notte fra il 29 e il 30 giugno è indicata dalla fig. 2. Le due masse prussiane sono, in questo momento, tanto ravvicinate che il Benedek non ha più lo spazio necessario per gettarsi contro una di esse senza correre il rischio di trovarsi l’altra massa alle spalle, in pieno svolgimento dell’azione tattica. La difficile situazione rende perplesso il generalissimo austriaco, il quale finisce – dopo aver perduto un’altra giornata preziosa – per sfuggire alla minacciata stretta, ritirandosi a Königgrätz (oggi Hradec Králové) con l’intento di proseguire – protetto dall’Elba e dalla fortezza – la ritirata per Pardubice su Vienna. Cedendo alla demoralizzazione, il Benedek credette dover suo in quel momento, rappresentare al sovrano l’urgenza di chieder pace alla Prussia. Ma Francesco Giuseppe opinò che l’onore delle armi vietava di dichiararsi vinti prima di aver tentato una battaglia campale. L’espressione della volontà imperiale, contenuta in un semplice interrogativo telegrafico dell’imperatore (“Fu forse perduta una grande battaglia?”), fu per il Benedek come una sferzata, ed egli risolvette di attendere di pié fermo i Prussiani, dove si trovava, ad occidente di Königgrätz, con l’Elba alle spalle. Quivi avvenne il 3 luglio la sanguinosa battaglia detta appunto di Königgrätz, o, dagl’Italiani e dai Francesi, di Sadowa (oggi Sadová) e che segnò per gli Austriaci una grave disfatta.
    Sottrattosi in modo rapido, ma disordinato, dal contatto coi Prussiani, il grosso degli Austriaci si avviò – come indicato loro dal comando supremo – nella direzione di Olmütz (Olomouc) in Moravia (riprova dell’ingiustificata attrazione di quella piazza), ciò che aveva il grave difetto di lasciare scarsamente difesa la via più breve per Vienna.
    Il Moltke, dopo la vittoria di Sadowa, mancò per tre giorni di notizie sicure sulla direzione di ritirata del grosso nemico. Quando seppe che il Benedek si concentrava in Moravia, dispose che fosse sorvegliato con una piccola parte delle forze, e puntò col grosso dei Prussiani a sud, verso il Danubio, conseguendo in tal modo anche il vantaggio di interporsi fra la massa del Benedek e le truppe austriache che era logico supporre (ed erano infatti) in marcia dal Veneto verso lo scacchiere di guerra settentrionale, dopo la battaglia di Custoza (v.).
    L’annuncio di Sadowa produsse enorme impressione in tutto l’impero austriaco, ed anche in Francia, dove si era gelosi dei successi prussiani. Napoleone III si offrì mediatore di pace; ma, per il momento, invano. Francesco Giuseppe non si credeva ancora ridotto a tal punto da dover accettare duri patti quali la Prussia pretendeva. Di più il gabinetto di Vienna sperò d’indurre l’Italia ad una pace separata e tentò infatti il gabinetto di Firenze, che però rispose con un rifiuto, ritenendo la proposta doppiamente disdicevole: per l’onore delle armi italiane (tutt’altro che vinte dopo l’insuccesso di Custoza) e per la correttezza dei rapporti con la Prussia.
    Francesco Giuseppe dichiarò con un proclama al suo popolo che “l’Austria era sotto il colpo di un grave disastro, ma che non era né scoraggiata, né abbattuta”. Le operazioni di guerra continuarono. Il Benedek fu sostituito nel supremo comando dell’esercito del Nord dall’arciduca Alberto, il vincitore di Custoza, richiamato in fretta dal Veneto con la maggior parte dell’esercito del Sud. Con questi rinforzi, con la chiamata dei battaglioni di complemento, coi 150.000 uomini reduci dalla Boemia, l’esercito imperiale poteva ancora contare, per le operazioni a nord di Vienna, su poco meno di 300.000 uomini.
    L’arciduca Alberto corresse, con nuovi ordini, il difetto della ritirata eccentrica in Moravia prescritta dal Benedek, e dispose il concentramento generale intorno a Vienna, subito iniziato (14 luglio). Il movimento non si attuò senza molestie prussiane (combattimenti di Tobitschau [Tovačov] e Roketnice) le quali portarono molto disordine nelle colonne retrocedenti.
    Dopo Sadowa, al quartier generale prussiano non si era riusciti ad avere notizie sufficientemente approssimative sulla distribuzione delle unità austriache fra la regione di Olmütz e quella di Vienna né sull’organizzazione possibile di forze di complemento. Il 18 luglio il Moltke, in via di dare gli ultimi tocchi allo schieramento di fronte al Danubio, era tuttora incerto se forzare, per un’azione risolutiva, nella direzione di Vienna o in quella di Presburgo (Bratislava). Per il 21 luglio egli aveva ordinato, per farsi un’idea chiara della situazione, che un intero corpo d’armata compisse una ricognizione offensiva contro Presburgo. E già l’attacco era in pieno corso, quando giunse ai combattenti l’annuncio del concluso armistizio; al quale la Prussia aveva aderito soltanto dopo assicurazione formale che l’Austria avrebbe accettati i capisaldi da lei stessa fissati per il trattato di pace. Cinque giorni dopo venivano firmati a Nikolsburg (Mikulov) i preliminari della pace, conclusa poi a Praga il 23 agosto. L’Austria restituiva la Venezia all’Italia; la Confederazione germanica veniva disciolta; l’impero degli Asburgo veniva escluso da qualsiasi partecipazione al futuro assetto della Germania, la quale doveva costituirsi sotto il predominio esclusivo della Prussia.
    Le operazioni contro gli stati minori della Confederazione. – Si è detto che fin dai primi giorni della campagna, e prima ancora che le armate principali prussiane invadessero la Boemia, una frazione minore dell’esercito di re Guglielmo aveva iniziato operazioni per mettere fuori causa il Hannover, dichiaratosi ostile alla Prussia, interessando in sommo grado al Moltke ed al governo di Berlino di mantenere libere le comunicazioni, attraverso il territorio del piccolo stato, con le provincie renane della Prussia.
    L’accennata rapida sconfitta del Hannover impedì alle truppe federali degli stati minori parteggianti per l’Austria, di accorrere in soccorso dei Hannoveresi. Erano queste truppe (a parte i Sassoni che dovevano, come s’è visto, operare in Boemia in intima unione con gli Austriaci) costituite dai contingenti della Baviera, del Baden, del Württemberg, dell’Assia e del Nassau. Se n’erano formati 4 corpi d’armata, due dei quali costituiti interamente da Bavaresi (che furono anche i primi ad esser pronti) e gli altri due (che furono meno omogenei e di più lenta preparazione) costituiti dalle truppe degli altri stati suddetti. In totale 100.000 uomini circa, dei quali assunse il supremo comando il principe Carlo di Baviera.
    Vittorioso dei Hannoveresi, il generale prussiano von Falckenstein, che disponeva di circa 50.000 uomini (armata del Meno) si gettò prontamente fra i contingenti federali ancora dispersi, raggiunse i Bavaresi a Hünfeld e Dermbach e con un vittorioso attacco (4 luglio) li costrinse ad indietreggiare dietro la Saale di Franconia (v. fig. 3). Demoralizzati, gli altri contingenti si ritirarono velocemente fino a Francoforte, sottraendosi facilmente al contatto col nemico, tanto più che il generale von Falckenstein si propose di perseguire i Bavaresi per tentare di metterli completamente fuori causa. Con la battaglia di Kissingen (10 luglio) i Prussiani obbligarono il principe Carlo di Baviera a ripassare il Meno a Schweinfurth. Ciò ottenuto, il grosso dell’armata prussiana del Meno si gettò contro i federali rifugiatisi attorno a Francoforte, li batté ad Aschaffenburg (14 luglio). I federali ripiegarono dietro la Tauber per cercare di congiungersi coi Bavaresi.
    In questo momento il Falckenstein fu chiamato dal M0ltke alla carica di governatore dell’occupata Boemia (v.). Lo sostituì il Manteuffel, uno dei divisionarî dell’armata del Meno, il quale proseguì brillantemente le operazioni col medesimo spirito offensivo, valendosi anche del concorso d’una piccola armata prussiana di riserva (30.000 uomini) comandata dal principe del Mecklemburg, ché nello scacchiere del Meno le operazioni dovevano proseguire nonostante l’armistizio, concluso, come si è detto, il 21 luglio, essendosi deliberatamente esclusi da quel patto gli stati minori della Confederazione.
    I Württemberghesi, vivamente premuti, furono costretti a ritirarsi senza più poter dar corso alla sperata congiunzione coi Bavaresi, i quali intanto furono di nuovo battuti (combattimenti di Helmstadt e Rossbrunn, 26 luglio).
    Il 27 luglio, firmati a Nikolsburg i preliminari di pace, le operazioni di guerra cessarono anche nello scacchiere del Meno, proprio quando Bavaresi e Württemberghesi stavano per essere accerchiati dal Manteuffel.
    La campagna dal punto di vista dell’arte militare. – Le operazioni della campagna del 1866 in Germania furono oggetto di approfondito studio da parte dei cultori delle scienze militari, in cerca delle cause che avevano determinata una così decisiva ed inattesa superiorità prussiana.
    Nel campo della preparazione fu constatato come la Prussia avesse predisposto un organismo bene equilibrato nelle sue parti saggiamente snodato e di facile maneggevolezza; come l’addestramento fosse stato curato con diligenza massima in tutti i gradi della gerarchia; come si fosse conferito allo Stato maggiore dignità adeguata agli alti suoi compiti e si fossero allenati i quadri all’esercizio dell’iniziativa e al coraggio della responsabilità.
    Nel campo della tattica, la celerità del tiro, così del fucile come del cannone, insieme con ordini di combattimento meglio adattabili al terreno, furono le ragioni principali della superiorità prussiana.
    In quanto alla condotta della guerra si volle scorgere una predilezione del Moltke per la manovra così detta per linee esterne (v. guerra, arte della) e cioè per uno schieramento iniziale su largo fronte, e successiva avanzata con movimento convergente verso il punto della battaglia decisiva. Però questo modo di presentare i principî strategici del Moltke è costruzione a posteriori, basata anche su alcune analogie fra la campagna del 1866 in Boemia e la campagna del 1870 in Alsazia (v. franco-prussiana, guerra 1870-71). Ma non sembra se ne possa concludere che il capo dello Stato maggiore prussiano si proponesse di seguire ad ogni costo una preconcetta formula strategica. Si nota infatti che, nel secondo periodo della stessa campagna del 1866 dopo Sadowa, il Moltke operò per linee interne interponendosi fra le masse separate degli Austriaci; e che per linee interne operarono anche i due generali prussiani succedutisi al comando dell’armata del Meno. Sicché, in sostanza, più che a concludere sulla superiorità di un tipo di manovra strategica, le vittorie prussiane del 1866 ci portano a constatare la superiorità di un comando più illuminato e più energico. Infatti il Benedek avrebbe potuto, in principio della campagna, con mosse rapide, occupare una posizione centrale in Boemia contro le colonne prussiane sboccanti separatamente. E si possono confrontare le perniciose dubbiezze del Benedek con la pronta manovra dell’armata del Meno, che in una situazione analoga di fronte ai federali del principe Carlo di Baviera seppe assalire e battere le frazioni separate del nemico, sommanti nel complesso a forze doppie.
    Se è da escludere, come si è detto, che il Moltke seguisse nella condotta della guerra un preconcetto strategico di manovra per linee esterne, a maggior ragione si deve escludere ch’egli si proponesse la riunione delle forze (avanzanti in modo concentrico) sul campo di battaglia e non prima. Se ciò accadde a Sadowa, fu perché il nemico andò egli medesimo a collocarsi là dove le armate prussiane convergevano. Sono perciò da ritenere prive di reale consistenza tutte le discussioni fatte a proposito della campagna di Boemia su pretesi principî di strategia in contrasto con l’altro principio del concentramento delle forze prima della battaglia.
    Infine, la guerra del 1866 in Germania ci mostra la cavalleria prussiana ancora impreparata al compito della scoperta strategica, tanto che il Moltke fu sempre informato tardi delle mosse austriache. Lo Stato maggiore prussiano cercherà di trarre da queste prove utili insegnamenti, nel periodo dal 1866 al 1870.

    Bibl.: Stato maggiore tedesco (ufficio storico), Der Feldzug von 1866 in Deutschland, Berlino 1868; Stato maggiore austriaco (ufficio storico), Österreichs Kämpfe im Jahre 1866 nach Feld-acten, voll. 5, Vienna 1867-69; Stato maggiore sassone, Der Anteil des K. Sächsichen Armee-Korps am Feldzuge 1866, Dresda 1869; O. Kanngiesser, Geschichte des Krieges von 1866, Basilea 1892; H. K. B. von Moltke, Militärische Korrespondenz, II, Aus den Dientschriften des Krieges 1866, Berlino 1896; O. v. Lettow-Vorbeck, Geschichte des Krieges von 1866, voll. 3, Berlino 1896-1902; I. Verdy du Vernois, Im Hauptquartier der zweiten Armee, Berlino 1900; E. Barone, La campagna del 1866 in Boemia, Torino 1900; C. de Renémont, Campagne de 1866, étude militaire, voll. 2, Parigi 1900-01; H. Bonnal, Sadowa, Parigi 1901; Hozier, The Seven Weeks’ War, 2ª ed., Londra 1906; F. Regensberg, 1866, voll. 3, Berlino 1907-09. F. v. der Wengen, Geschichte der Kriegsereignisse zwischen Preussen und Hannover, Gotha 1885-86.

    Tutti i trattati di storia ed arte militare moderna hanno descrizioni e note critiche sulla campagna del 1866 in Boemia. Particolare interesse hanno le considerazioni dell’allora colonnello F. Foch: Principes de la guerre, Parigi 1903 e De la conduite de la guerre, Parigi 1904. Vi è inoltre su questa campagna una ricca bibliografia a carattere monografico, riguardante cioè singole battaglie o singoli territorî o le singole armi (fanteria, artiglieria, cavalleria) considerate dal punto di vista del loro impiego specifico.(fonte)

    [4] Anche definito “morbo asiatico” a motivo della sua provenienza, il colera è causato da un bacillo (Vibrio cholerae), che si introduceva nell’organismo moltiplicandosi nell’apparato digerente.
    Nel corso dell’Ottocento, a causa di movimenti militari e commerciali dell’Inghilterra nel continente indiano, e delle macchine a vapore che resero sempre più numerosi i viaggi, il colera cominciò a diffondersi su quasi tutto il globo. L’Ottocento, infatti, rappresentò per l’Europa il secolo dello sviluppo industriale, che causò anche l’aumento demografico e l’accrescimento delle maggiori città che videro moltiplicare al loro interno rifiuti e germi, condizioni favorevoli per lo sviluppo di tale epidemia. Il colera dilagò in diverse città europee generando sette pandemie nel corso del XIX secolo. Sei di queste giunsero anche in Italia: 1835-1837, 1849, 1854-1855, 1865-1867, 1884-1886 e 1893.
    La rivoluzione batteriologica di fine Ottocento porterà alla scoperta degli agenti eziologici di quasi tutte le malattie epidemiche, ma alla prima comparsa del colera in Europa erano del tutto sconosciute le cause di questa malattia. Le manifestazioni coleriche iniziavano con forte diarrea accompagnata da dolori addominali, le scariche si presentavano poltacee e miste a bile, per poi diventare liquide e incolori. Contemporaneamente si presentava anche il vomito e cessava l’emissione d’urina. Il corpo si disidratava e per il malato cominciava il tormento della sete. Il volto si presentava pallido e molto sudato, gli occhi incavati nelle orbite. Quando il malato provava un’intensa sensazione di freddo, nota come fase algida, la morte sopraggiungeva nel giro di poche ore.(fonte)

    [5] Dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia
    PARTE UFFICIALE Il numero 4461 della raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno contiene il seguente decreto:
    S.M. sopra proposta del ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti ha fatto le seguenti disposizioni nel personale giudiziario: Con RR. decreti del 29 maggio1868: Ranier Luciani Loredano, di Monte Granaro, dispensato a sua domanda;(fonte)

    Anche in altre località delle provincia si segnalano in quegli anni iniziative ugualmente degne di nota: ad Offida nel 1872 viene sperimentata una Scuola ­podere «per diffondere la maggiore istruzione nella classe agricola» 46; nello stes­so anno viene inaugurata a Cossignano una scuola agraria di mutuo insegnamen­to che nei suoi primi incontri vanta un’altissima partecipazione47; l’anno prece­dente, secondo la «Gazzetta Piemontese» ripresa dal periodico locale «Il Piceno», il marchese Loredano Ranier Luciani «si recò in Germania a fare un viaggio di istruzione; ritornato in Italia propugnò la istituzione delle scuole rurali che fun­zionavano tanto egregiamente in Germania: due ne fece fondare dal Comune di Montegranaro e due a proprie spese» 48; piccoli orti sperimentali annessi alle scuo­le elementari sono segnalati a Maltignano e a Torre San Patrizio49. Ma, come si vedrà dalle pagine che seguono, l’esperienza più significativa è certamente quel­la di Amandola Maroni).
    46 ASAP, Amministrazione provinciale, b. 165, anno 1872.
    47 «L’Eco del ‘Tronto», n. 15, 1872. Sì veda anche Autori vari, La Scuola agraria dì Ascoli Piceno, clt., pp. 32-33.
    48 «Il Piceno», nn. 7-8, 1871.
    49 R. Mariani, Insegnamento pratico delle prime nozioni di agricoltura nelle Scuole ele­mentari, in G, Castelli, L’istruzione nella provincia di Ascoli Piceno, Ascoli Piceno 1899, pp. Da Associazioni e istituzioni agrarie nell’Ottocento piceno di Marco (fonte)

    Sullo stemma araldico della famiglia:
    Lo stemma è diviso il quattro quadranti. I due a sinistra si riferiscono alla famiglia Zen, prima proprietaria del palazzo e signori di Montegranaro fino a che non vi subentrò la famiglia dei Luciani Ranier, con loro imparentati, alla fine del XVIII secolo. In alto a sinistra troviamo i tre monti sormontati da tre stelle che indicano la perfezione mentre la torre doppia che vi si frappone rappresenta il possesso di un importante feudo nella zona del Vicentino, in Veneto. Il quadrante sottostante, sempre a sinistra, riportava delle bande trasversali con i colori della famiglia Zen (lo stemma era evidentemente policromo in origine) ossia il bianco e l’azzurro.

    I due quadranti a destra, invece, riguardano propriamente i Luciani Ranier che si insediarono nel palazzo nel 1813. In quello in alto a destra vediamo un pino, perfettamente dritto, su cui è avvolto un serpente. È una rappresentazione araldica classica che ritroviamo anche nello stemma di Annibale Caro posto alla Prioria, che rappresenta la resistenza della famiglia alle tante lotte che ha dovuto affrontare. Riferimenti simili li troviamo anche sotto, con la figura del capretto che simboleggia i sacrifici compiuti dalla famiglia stessa. Storia di Montegranaro: lo stemma araldico dei Luciani Ranier. di Luca Crala (fonte)

    Sul Palazzo Luciani Ranier:
    Ambito culturale: maestranze locali ottocentesche – motivazione dell’attribuzione: confronto delle planimetrie catastali del periodo 1840 e 1873 (n.d.c.)
    intero bene: Dal confronto della planimetria catastale del 1840 – 1850 con quella del 1873 si deduce che la costruzione dell’edificio è avvenuto nell’arco di questo periodo. (n.d.c.)
    intero bene: Nel 1990 è stato internamente restaurato l`appartamento al p.1, sito a sinistra, nel 2000 sono iniziati i lavori di manutenzione straordinaria e riadattamento dell’appartamento sito sullo stesso piano a destra.
    intero bene: Nella mappa catastale del 1873, l`edificio apparteneva ai fratelli Luciani – Rainer Loredano e Francesco fu Antonio e a Voltattorni Annunziata, loro madre. Esso consisteva di tre botteghe con sette vani al piano terra, dieci vani al piano primo, dieci vani al secondo e nove vani al terzo.
    Stato di conservazione: buono; Data di creazione: XIX – XIX; XX – XX; Ambito geografico: San Benedetto del Tronto (AP) (fonte)