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Agostino Depretis, Roma 30 Marzo 1886
Agostino Depretis, Roma 30 Marzo 1886
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IL MINISTRO DELL’INTERNO
Roma 30 Marzo 1886

Eccellenza

Persona, degna di riguardi, a cui stanno molto a cuore
le sorti dell’Associazione Generale degli Operai di Torino[1], mi
riferisce che V. E. intenderebbe, per ragioni di economia, far ces=
sare l’assegno annuo di L 500 che da 25 anni viene corrisposto
sui fondi del Tesoro dell’Ordine Mauriziano alla Cassa- pensioni  
degli Operai inabili di quella Associazione; e mi prega di in=
terporre i miei uffici presso la E. V. nello intento di indurla
a non far luogo a tale provvedimento. Mi soggiunge che l’as=
segno venne concesso da S. M.[2] sino dal 1861, che la Associazio=
ne lo ha caro pel vantaggio che le arreca, e più ancora come pro=
va della reale benevolenza, che forma l’amore, l’orgoglio della
Società; per cui non sarebbe né conveniente, né opportuno l’atto
che lo facesse cessare, potendo esso venire male interpretato.
Apprezzando questi motivi non esito a pregare vivamente
V. E. a voler nella sua saviezza considerare che tutto
sembra consigliare a mantenere alla Associazione il detto
assegno; atteso cioè lo scopo pel quale esso fu stabilito, il lungo

tempo da che dura, e il pericolo di rompere una consuetudine
oramai antica e fondata sulla Sovrana benevolenza. Confido
quindi che V. E. troverà modo di continuare a corrispondere
anche per l’avvenire il detto assegno alla benemerita Asso=
ciazione Generale operaia, e gliene rendo anticipatamente
distinte grazie.

Le sarò grato se vorrà favorirmi un cenno di risposta,
e con tutta stima ed osservanza mi pregio ripetermi.
firmo
Depretis[3]

S. E. il Comm. Cesare Correnti[4]
Primo Segretario di S. M.
pel Gran Magistero dell’Ordine Mauriziano


Note

[1] Una targa commemorativa, posta il 5 novembre 1910 su un edificio in una storica via del cuore della città, ricorda che a Milano nel 1878 l’Associazione Generale dei Lavoratori (AGL) “inaugurò il primo Deposito di Sicurezza in Italia”, prendendo ispirazione da quello aperto nel 1862 in Scozia, a Glasgow.
Un passo audace, che la Società di Assistenza Mutua milanese fondata nel 1875, seconda nel paese, compì con prudenza e, soprattutto, senza danneggiare i fondi destinati all’assistenza mutua. I soci riuscirono nel loro intento raccogliendo il capitale necessario attraverso l’emissione di quote da un lira, rimborsabili – senza interesse – con i profitti delle vendite.
Il Deposito Alimentare, come veniva anche chiamato, venne aperto al primo piano di un edificio al numero 7 di Via della Vittoria (oggi via Dante) “in una modesta stanza concessa gratuitamente da un socio promotore”.
L’idea venne ai soci quando, come dichiarò il presidente dell’Associazione durante la cerimonia di installazione della targa, “preoccupati dall’aumento continuo del costo degli alimentari, nell’inverno del 1874, avendo colto dalla lettura di un articolo pubblicato sul Corriere del Popolo la grande potenza della cooperazione, fondarono con coraggio il deposito cooperativo”. Scopo: fornire “ai soci generi di alta qualità, salutari, di peso corretto e a un prezzo inferiore a quello normale dei commercianti”.
Iniziarono con 91 chilogrammi di riso, 82 di farina di mais, 24 di paste di semola.
Fatto il calcolo, stabilirono i prezzi di vendita: per il riso 50 centesimi al chilogrammo, la farina di mais 52, le paste di semola 75. Un soldo in meno rispetto a quanto richiedevano i negozianti.
La vendita era gestita dai due soci che tenevano aperto, a titolo gratuito, la domenica dalle 7 al mezzogiorno e nei giorni feriali dalle 7 alle 9 e mezza.
Tutti i profitti, come stabilito nel Regolamento sociale, andavano “a beneficio totale dei soci anziani incapaci di lavorare” e così è stato sempre fatto. Si trattava di somme di considerevole entità: nei primi venticinque anni di attività, ad esempio, versarono nella Cassa pensione 172.672,16 lire.
Dopo oltre dieci anni di attività, nel maggio 1905 la Società trasferì la gestione della cooperativa al nuovo ente costituito tra la Società e la Cooperativa Ferroviaria di Consumo, ossia l’Alleanza Cooperativa Milanese.
Da quel momento in poi, si tratta di storia di trasformazioni, fusioni, incorporazioni. È una storia ancora viva. A portarla avanti oggi è Nova Coop, una delle principali cooperative di consumatori facenti parte del sistema Coop, che con i suoi numerosi punti vendita mantiene vivo il ricordo del “primo Deposito di Sicurezza in Italia”. Quel deposito che ha anche il merito di essere stato di esempio e stimolo per molte altre Società di assistenza mutua in tutta Italia che hanno aperto le proprie cooperative.(fonte)

[2] Umberto I, re d’Italia. di Savoia, re d’Italia. –Umberto Ranieri Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio di Savoia nacque a Torino il 14 marzo 1844 da Vittorio Emanuele, futuro re d’Italia, e da Maria Adelaide d’Austria.

Entrambi i genitori furono scarsamente presenti nella sua infanzia: l’uno poco attento alla prole e l’altra di condizione fisica declinante tra una gravidanza e l’altra. In quel periodo vi furono grandi sconvolgimenti sociopolitici: il 1848, la rivoluzione parigina, lo Statuto albertino, la prima guerra d’indipendenza, l’abdicazione del nonno, Carlo Alberto, avvenuta il 24 marzo 1849. Né mancarono per Umberto i drammi privati: nel 1855 morirono in successione la regina madre Maria Teresa, la regina Maria Adelaide (poco dopo l’ottavo parto) e lo zio duca di Genova Ferdinando.

L’ambiente di corte era caratterizzato dal rigore imposto da Carlo Alberto, dalle pratiche devozionali della moglie Maria Teresa, ma anche dai comportamenti libertini di Vittorio Emanuele. La vita degli eredi era organizzata secondo regole ferree: preti e generali, fedelissimi della Corona più che abili educatori, si alternavano in cattedra con programmi imperniati sui valori della tradizione nobiliare piemontese. Umberto non aveva particolare propensione allo studio, né costanza di applicazione che sopperisse ai suoi limiti. Ebbe cultura modesta ed era refrattario a contatti intellettuali ed eventi mondani che chiedessero impegno e concentrazione. Non leggeva e, di pessima calligrafia, preferiva non scrivere. Un po’ più alto del padre, condivideva con lui la stazza e appariva più maturo dell’effettiva età. Di lui colpivano gli occhi sporgenti e quasi spiritati e un labbro inferiore pronunciato e leggermente cascante. Con l’avanzare dell’età, poi, i grandi baffi e il taglio di capelli ‘all’umberta’ – cortissimo, a spazzola – divennero suoi altri tratti distintivi. Nei modi aveva sempre un fare grossolano, un po’ goffo. Parlava molto poco, sia per via del carattere ‘ombroso’, sia a causa di una costante infiammazione della laringe: la voce roca e bassa lo faceva apparire sempre adirato. Aveva passione per le donne, ma fu più riservato del padre. Almeno finché conobbe la duchessa Litta.

Eugenia Attendolo Bolognini, nata a Milano nel 1837 e considerata la donna più bella della città, si era unita in un matrimonio non felice con il duca Giulio Litta Visconti di Arese. Umberto la incontrò nel 1862 e tra i due nacque una relazione che non conobbe mai vere interruzioni.

La carriera militare del principe ereditario fu rapida e, come consuetudine, agevolata, ma egli ebbe sincera propensione per le faccende d’arme e – troppo giovane per prender parte alla seconda guerra di indipendenza – nel 1866 ubbidì volentieri all’ordine del padre, che voleva i figli al fronte per dimostrare la tradizionale fierezza sabauda. Lo scontro di Villafranca del 24 giugno, marginale nella battaglia di Custoza malamente gestita dai generali italiani, fu l’occasione per Umberto di dare prova del proprio valore: il comando di un vittorioso ‘quadrato’ difensivo gli valse la medaglia d’oro e originò una duratura fama di intrepido combattente, peraltro non ulteriormente motivata.

Dopo l’iniziazione guerriera Umberto ebbe di fronte un altro passaggio obbligato verso la piena maturità di futuro monarca. Vittorio Emanuele decise di accelerare la ricerca di una moglie per l’erede, nonostante le reticenze del figlio. La prima decisione cadde su Matilde d’Asburgo-Teschen, che avrebbe rinnovato la tradizionale politica di alleanze matrimoniali con la casa imperiale. Ma dopo la tragica morte della principessa la scelta cadde sulla nipote Margherita che, al di là di un fascino evidente (più che di una vera bellezza), lo stupì per cultura, brillantezza e devozione verso Casa Savoia.

Con lo scemare degli entusiasmi risorgimentali e le grandi difficoltà del percorso unitario, il prestigio sabaudo chiedeva di essere rinvigorito. Margherita fu lo strumento per ridare lustro alla Casa regnante: la principessa – che sarebbe stata la prima regina dell’Italia unita –, carismatica e perfettamente consapevole del proprio ruolo, divenne oggetto di un vero e proprio culto che, costruito con abilità, l’associò nell’immaginario collettivo all’ideale monarchico.

ll matrimonio fu celebrato a Torino nell’aprile del 1868. I primi viaggi della coppia furono un successo, con i riflettori quasi sempre puntati su Margherita. A Umberto, per carattere, la cosa non dispiacque. Gli premeva maggiormente tornare a Monza, dalla duchessa Litta. Margherita, a conoscenza della relazione fra i due, non cessò mai di contrastarla. Decise, infine, che sarebbe stata solo «la Principessa, mai più la moglie!» (Andreoli, 2002, p. 77). Ma al regno serviva un erede: l’11 novembre 1869 Vittorio Emanuele venne scientemente fatto venire alla luce a Napoli, città che faticava a dimenticare i Borboni. Il parto fu complesso: il piccolo era gracile e i medici affermarono che Margherita non avrebbe più potuto avere figli.

Il 1870 fu l’anno della presa di Roma. Vittorio Emanuele non aveva desiderio di stabilirvisi. In rappresentanza della dinastia furono inviati Umberto con Margherita e il principino: fu lei il fulcro della penetrazione sabauda a Roma, dove si impegnò a creare una corte autorevole ed elegante, aperta alla buona società capitolina. Umberto fece di necessità virtù: nonostante una fede solo di facciata, non mancò a nessuna celebrazione religiosa e tributò gli onori dovuti ai vertici vaticani; cercò anche di prendere parte alla vita mondana magistralmente condotta dalla moglie, anche se, il più delle volte, con presenza decisamente marginale. Al più, apparve in celebrazioni pubbliche dove spesso sostituì il padre. Anche quando – nell’estate del 1871 – il ‘Gran Re’ arrivò a Roma, Margherita finì per rimanere il volto pubblico della dinastia.

Gli anni dal 1870 al 1877 furono caratterizzati dagli sforzi di Vittorio Emanuele II per rinsaldare i legami con le principali monarchie europee. Il tentativo di avvicinamento dell’Italia alla Prussia e all’Impero austriaco fu il suo lascito diplomatico quando, ai primi di gennaio del 1878, ebbe un improvviso tracollo di salute e morì.

Umberto, palese simpatizzante degli Hoenzollern, salì al trono in un momento molto difficile. L’Italia era isolata sul piano internazionale, mentre all’interno, scemato l’entusiasmo risorgimentale, crescevano le correnti antimonarchiche e il disagio popolare. La stessa nobiltà era divisa: l’unica di fede davvero sabauda era quella piemontese.

Il nuovo re scelse di farsi chiamare Umberto I, ‘rompendo’ con la numerazione subalpina, che avrebbe imposto il IV: aveva ben compreso il bisogno di affermare la monarchia sabauda come italiana. Per lo stesso motivo tacitò le proprie preferenze e decise di far tumulare il padre a Roma invece che a Torino. Nello stesso giorno del funerale, il 17 gennaio 1878, prestò giuramento davanti alle Camere riunite e indirizzò un messaggio programmatico al Paese: vi ‘giocò le carte’ del ruolo di Margherita e della tutela dello Statuto.

Nei mesi di lutto, Umberto fu silenzioso, ma operoso. Non parlò con la stampa e condusse vita piuttosto ritirata, pur dovendo prendere decisioni rilevanti. Saldò i debiti lasciati dal genitore, ridimensionò le spese abituali della corte e si disinteressò dei numerosi palazzi che erano tra le passioni paterne. Non volle più presenziare alle riunioni del Consiglio dei ministri, limitandosi a ricevere due volte a settimana il presidente del Consiglio: questa scelta, che voleva certamente mostrare rispetto per il regime parlamentare, tradiva anche la ridotta intraprendenza del nuovo re, la cui pigrizia intellettuale – unita a un’indole bonaria e piuttosto remissiva, ereditata dalla madre – ne fece un sovrano dotato di slanci coraggiosi e generosi, ma poco attento all’attualità, incapace di imporsi e poco incline a cogliere i segni dei tempi.

Il sovrano dovette subito affrontare la sua prima crisi di governo, con la caduta del gabinetto Depretis. Umberto lasciò che le forze politiche gestissero in modo quasi del tutto autonomo la crisi anche se, coerentemente con la propria forma mentis, avanzò la proposta che la creazione del nuovo esecutivo fosse affidata ai generali Enrico Cialdini e Luigi Federico Menabrea. L’esercito, del resto, era la sua passione e la vita militare gli pareva un modello di efficienza e rassicurante rigore di fronte al dilagare del malcontento popolare e dei sentimenti antimonarchici.

Nell’estate del 1878, terminato il lutto, si decise così che Umberto, con moglie e figlio, avrebbe cominciato un tour per tutta Italia, che da luglio a novembre colse importanti successi. Il prestigio di Margherita era enorme, ma si diffuse simpatia anche per il nuovo re. Tuttavia, il 17 novembre, a Napoli, Giovanni Passannante, un lucano ventinovenne, cercò di colpire il re con un pugnale. L’episodio acuì il senso di rassegnazione e fatalismo del sovrano che accentuò i suoi orientamenti retrivi.

Nella stagione del trasformismo, quando si succedevano governi brevi e instabili, Umberto non fu percepito come vera guida del Paese, ma è verosimile che non ambisse realmente a esserlo: preferì gestire in modo ordinario e poco approfondito le questioni di politica interna, da posizioni conservatrici, nell’illusione di contribuire alla stabilità della dinastia. Encomiabile, invece, fu il suo impegno verso le popolazioni colpite dalle calamità naturali degli anni Ottanta: l’inondazione dell’Adige, il terremoto di Casamicciola, il colera in Piemonte e soprattutto a Napoli. Ogni volta Umberto si recò prontamente nei luoghi più colpiti dalle sventure, mostrando coraggio, empatia e generosità nel favorire l’organizzazione di soccorsi e ricostruzioni. Per visitare Napoli durante l’epidemia di colera del 1884 non esitò a lasciare le amate manovre militari: «A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Andiamo a Napoli» (Pinto, 2002, p. 160) avrebbe detto. Simili atteggiamenti contribuirono a una parziale ‘riscossa’ monarchica favorita dai rinnovati sforzi della corte, con nuovi ricevimenti sfarzosi e impeccabili occasioni di contatto con il popolo; vennero organizzati eventi unici (in particolare il ‘pellegrinaggio’ sulla tomba di Vittorio Emanuele II, del 1884) che spostarono le attenzioni del Paese sugli aspetti più fascinosi e ‘sacrali’ della dinastia.

Non mancò neppure l’impegno regio in ambito internazionale. Nel 1881 fu organizzata una visita ufficiale a Vienna che servì a favorire, un anno dopo, la stipulazione della Triplice alleanza. Il viaggio, tutto sommato, fu infatti un successo, ma forti critiche vennero dagli irredentisti, che vi colsero un tradimento degli ideali risorgimentali. E il fatto che l’imperatore avesse nominato Umberto colonnello del 28º reggimento di fanteria austriaca (attivissimo nelle principali campagne risorgimentali) non semplificò le cose.

Si andava in ogni caso realizzando l’auspicio di Otto von Bismarck, che Umberto considerava il perno della politica internazionale, per una ripresa della diplomazia ‘dinastica’. Il re si convinse dell’opportunità di avvicinarsi all’asse austro-tedesco in virtù dell’aggressiva politica africana della Francia e del diffondersi delle idee anarchiche e socialiste. L’alleanza fra Roma, Vienna e Berlino fu firmata il 20 maggio 1882, con chiare finalità conservatrici.

Considerando i successi militari un tassello fondamentale della politica internazionale italiana, i reali, e specialmente Margherita, videro con favore l’ascesa al governo di Francesco Crispi e appoggiarono le imprese coloniali. Per suggellare il Trattato di Uccialli, nell’agosto del 1889 Umberto ricevette una delegazione abissina con una cerimonia dai toni assai pittoreschi che colpì l’opinione pubblica. Nei discorsi della Corona del 1892 e del 1895 Umberto tornò sulla questione africana: si disse fiducioso della piena pacificazione e della sicurezza militare della Colonia Eritrea. Ma dopo la disfatta di Adua (1° marzo 1896) a Crispi succedette Antonio di Rudinì, il quale inaugurò una politica più moderata, proponendo anche un ridimensionamento delle spese militari, che il re osteggiò in tutti i modi. Le forze armate e la Corona erano nell’occhio del ciclone: quale il senso, dopo lo smacco di Adua, di una monarchia che per tradizione era sempre stata guerriera? Quando poi il governo Giolitti fu travolto dallo scandalo della Banca romana, il fatto che il governatore, Bernardo Tanlongo, fosse uomo vicino anche agli ambienti di corte non giovò certo alla popolarità del sovrano.

Anche l’immagine della coppia reale felice cominciò a mostrare la corda. Umberto seguitò a vedersi con numerose amanti, e pur restando legato da un affetto sincero alla duchessa Litta, le affiancò la più giovane contessa Vincenza di Santa Fiora, a lungo seconda amante ‘ufficiale’ del re. Le sue uscite pubbliche restarono frequenti, ma crebbe anche la paura di attentati: iniziò a pretendere maggiore sicurezza, specie dopo che, nel marzo del 1893, Luigi Berardi, un trentenne sbandato, gli lanciò un sacchetto di escrementi. E in questo clima ci si avvicinava alla celebrazione romana delle nozze d’argento dei reali: uno degli ultimi grandi eventi del Regno di Umberto e Margherita.

Si cercò di ridare credito e continuità alla dinastia con il matrimonio fra Vittorio Emanuele ed Elena di Montenegro (24 ottobre 1896). Ma non solo: il 1° gennaio 1897, sulla Nuova Antologia, un articolo anonimo – ma notoriamente di Sidney Sonnino – propose come via per l’uscita dalla crisi un «ritorno allo Statuto», da concretizzarsi con un colpo di mano della Corona, che aveva interessi più «larghi e permanenti» rispetto alla corrotta classe politica. L’articolo ebbe enorme risonanza, senza peraltro arrivare a scuotere significativamente Umberto. Intanto una nuova ondata di attentati anarchici orchestrati da italiani insanguinò l’Europa, colpendo in un triennio il presidente francese, quello spagnolo e l’imperatrice Elisabetta d’Austria. Anche Umberto subì un’aggressione, il 22 aprile 1897, da un attentatore isolato, Pietro Acciarito, che fu poi condannato all’ergastolo.

Nel 1898 si dovevano celebrare il cinquantesimo anniversario dello Statuto albertino e il ventennale della morte di Vittorio Emanuele II. In un contesto tutt’altro che favorevole, ci si apprestò a feste sfarzose e a solenni inaugurazioni di monumenti celebrativi. Umberto provò a chiedere che non fossero fatte «pagliacciate» (Pinto, 2002, p. 314), ma come al solito non fu capace di dare forza all’intuizione. La protesta popolare scoppiò in più parti del Paese: a inizio maggio a Milano l’esercito intervenne con durezza e fece oltre ottanta vittime. Compiaciuti, i conservatori si complimentarono con il generale Fiorenzo Bava Beccaris che aveva comandato la repressione: tra loro, la regina e la duchessa Litta. Umberto si convinse che si fosse dato un duro colpo agli anarco-insurrezionalisti e conferì a Bava Beccaris la croce di grand’ufficiale dell’Ordine militare di Savoia. Dieci giorni dopo lo nominò senatore.

Il re stava di fatto perdendo contatto con il Paese reale: non capì la crescente ostilità popolare e prese a confidare sempre più nelle soluzioni di forza. Margherita, in questo, gli fu miope consigliera. Nel giugno del 1898, Umberto affidò non a caso il governo a Luigi Pelloux, ex militare di formazione piemontese e forti sentimenti filomonarchici; lo sostenne poi anche davanti all’opposizione parlamentare, arrivando a firmare l’esecutività temporanea di un decreto contenente provvedimenti eccezionali limitativi delle libertà personali. Si lasciò intendere che il parere delle Camere non fosse necessario. Era un tentativo di spostare gli equilibri di potere a favore dell’esecutivo e della Corona. Ci furono disordini in Parlamento. La pausa estiva venne in soccorso del governo: dopo qualche mese chiese nuove elezioni dalle quali uscì sconfitto.

Umberto, che aveva cullato sogni di una ‘restaurazione monarchica’ sul modello delle monarchie di matrice tedesca, capì di essersi spinto troppo oltre e corse ai ripari: nel discorso di apertura della XXI legislatura, a giugno, si propose come garante delle istituzioni: «Dissi un giorno […] che avrei provato agli Italiani che le istituzioni non muoiono […] è perciò mio dovere difendere quelle istituzioni da ogni pericolo che possa minacciarle» (Andreoli, 2002, p. 219). L’incarico di governo fu conferito al settantanovenne Giuseppe Saracco, uomo d’altri tempi, ma moderato e più sinceramente liberale.

Dopo mesi politicamente difficilissimi, in cui anche salute e umore lo tradirono spesso, Umberto andò a Monza per le vacanze estive. Il 29 luglio decise di recarsi alla premiazione di un concorso ginnico. Varie imprudenze ridussero il livello di sicurezza. Quando, verso le 22.30, risalì sulla carrozza scoperta, un anarchico, Gaetano Bresci, gli scaricò addosso quattro colpi di revolver. Tre lo colpirono a morte. Bresci, condannato all’ergastolo, fu trovato morto in cella il 22 maggio 1901: ufficialmente per suicidio tramite impiccagione.

Lo sdegno per l’attentato attraversò l’intero Paese. Tutte le formazioni di sinistra, più e meno moderate, furono nuovamente sotto accusa. Stampa e opinione pubblica si produssero in elogi e rimpianti per il ‘Re Buono’, accantonandone limiti e difetti. I funerali, perfettamente orchestrati da Margherita, furono spettacolari e vennero celebrati l’8 agosto a Monza e il 9 a Roma.

Con il feretro del re sfilò anche la corona di ferro della mitica regina Teodolinda e di Berengario, iconico simbolo della monarchia italiana più antica.(fonte)

[4] Cesare Correnti (Milano, 3 gennaio 1815 – Lesa, 4 ottobre 1888) è stato un funzionario, patriota e politico italiano, deputato del regno di Sardegna e poi del regno d’Italia dal 1849 fino alla sua nomina a senatore nella XVI legislatura e fino alla morte.
Ben presto Cesare Correnti diventò un oppositore del dominio austriaco in Lombardia: il suo contributo più importante alla causa nazionale prima dei moti del 1848 fu la pubblicazione, nel 1847 di un opuscolo anonimo, L’Austria e la Lombardia, che era una requisitoria contro il governo asburgico, accusato di soffocare la libertà nazionale italiana e limitare il progresso economico del Paese. Fu inoltre tra gli agitatori dei fatti che precedettero le Cinque giornate di Milano, alle quali partecipò attivamente, stendendo con alcuni amici l’ultimatum da presentare alle autorità austriache.
Dopo la cacciata delle truppe austriache dalla città, Correnti ricoprì la carica di segretario del Governo provvisorio lombardo, allineandosi alle posizioni più moderate in seno al governo che volevano il plebiscito di annessione con il Regno di Sardegna di Carlo Alberto di Savoia. Dopo la stipula dell’Armistizio Salasco tra piemontesi e austriaci, Correnti si rifugiò in Piemonte, dove venne eletto deputato per la II Legislatura del Regno di Sardegna per il collegio di Stradella. In questa occasione non mancò di criticare l’operato del governo sardo, che aveva denunciato l’armistizio e ripreso la guerra, in occasione dei giorni dell’insurrezione di Brescia, coincidente con la disastrosa battaglia di Novara, che segnò l’abdicazione di Carlo Alberto a favore del figlio Vittorio Emanuele II. Datosi nel frattempo all’attività di giornalista, Correnti rimase tra i banchi dell’opposizione fino alla fine del 1854, quando appoggiò il disegno di Cavour di far entrare il Piemonte nella Guerra di Crimea a fianco di Francia e Regno Unito.
Accostatosi quindi al primo ministro, il politico italiano, dopo la seconda guerra d’indipendenza italiana e la liberazione della Lombardia, contribuì al riordinamento del nuovo territorio, tentando, senza successo, di contrastare l’eccessivo centralismo tipico della mentalità sabauda.(fonte)

La probabile motivazione che muove il Correnti a chiedere di far cessare l’assegno annuo di L 500 che da 25 anni viene corrisposto alle Assicurazione Generale degli Operai di Torino per versarlo sui fondi del Tesoro dell’Ordine Mauriziano, come si legge nel testo che segue “bisognava raccogliere e concentrare tutte le risorse disponibili, anche a discapito di altre pure importanti attività”:

L’Ospedale Maggiore di Torino aveva avuto la sua prima origine per opera di Emanuele Filiberto ed infatti il Duca promulgò nel 1574 alcuni statuti per la fondazione di un Ospedale in Torino; nel principale di questi si legge: “La prima delle opere di carità è l’ospitalità”. Nel nuovo ospedale – continua lo stesso documento – dovranno essere ricevuti “…non solo quelli che saranno dell’abito (cioè i Cavalieri dell’Ordine) ma ogni altra sorta di infermi curabili che non avranno modo di aiutarsi acciocché non si muoiano di necessità, ovvero di curabili che si riducono in infermità incurabili con perpetua miseria”.
 …
La dominazione napoleonica, sconvolgendo all’inizio del XIX secolo ogni istituto dell’Ordine, soppresse anche l’Ospedale Mauriziano – che fu aggregato all’Ospedale S. Giovanni Battista – e ne disperse la dotazione.
Fu dopo il 1814, con il ritorno della Monarchia Sabauda in Piemonte, che si ripristinò l’ospedale nell’antico edificio: la riapertura avvenne il 15 gennaio del 1821 e per oltre un cinquantennio prosperò, sino al punto che la disponibilità dei ricoveri nel 1880 si attestò sui 128 posti letto.     
In questa data l’espansione dell’ospedale aveva raggiunto il suo limite massimo, tant’è che l’allora Primo Segretario dell’Ordine – Cesare Correnti – conscio dell’impossibilità nell’apportare nel vecchio ospedale nuovi ampliamenti, sottopose al Re Umberto I  un progetto di costruzione per un ospedale che rispondesse alle nuove esigenze della scienza medica,     
Il Re accettò la proposta e iniziarono tutte le procedure per la costruzione, utilizzando, forse per la prima volta, esperienze e professionalità diverse per raggiungere il massimo risultato. Infatti al progettista ingegner Ambrogio Peringioli, fu affiancato il dottor Giovanni Spentigati, esperto e studioso della scienza sanitaria e ospedaliera, che con la sua collaborazione alla redazione del progetto e l’assidua assistenza in fase di attuazione, garantì la perfetta realizzazione di tutti gli aspetti tecnici-sanitari che portarono indiscutibili vantaggi sotto il profilo dell’utilizzo delle strutture.
L’idea della costruzione di un nuovo grandioso ospedale investì l’intero Ordine, diventando ben presto priorità assoluta e consapevolezza che, per la realizzazione, bisognava raccogliere e concentrare tutte le risorse disponibili, anche a discapito di altre pure importanti attività.     
Scelto il sito di costruzione (al tempo corso Stupinigi) la posa della prima pietra avvenne l’11 novembre 1881. L’intero edificio fu completato nel 1884, mentre l’apertura definitiva con il ricovero degli ammalati avvenne un anno dopo: il 1° luglio 1885 fu inaugurata la nuova sede dell’Ospedale Mauriziano di Torino, intitolato al Re Umberto I.  Il costo complessivo dell’opera, comprensivo dell’acquisto del terreno edificabile, della costruzione dell’edificio e dell’acquisto degli arredi e delle attrezzature sanitarie ammontò a cieca tre milioni di lire.     
Dal 1885 in poi il nuovo Ospedale Mauriziano ha subito molte trasformazioni e ampliamenti, pur mantenendo l’aspetto esterno originario, sviluppandosi su tre piani di cui uno interrato.(fonte)
Su Cesare Correnti(Ateneo.Brescia.it)
Sull’Ospedale Mauriziano Umberto I(Wiki)