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Emilio Faldella, memoriale. 1931

    Emilio Faldella, memoriale. 1931
    Emilio Faldella, 01
    « di 7 »

    3 dicembre 1931 – X

    Illustre Barone,

    Le sono grato della sua del 1° dicembre, alla quale
    rispondo a volta di corriere. Per ora non so quando verrò
    il Italia; non mancherò però in tal caso di farle una visita, perché ha
    un grandissimo desiderio di discutere un poco con Lei: Quante cose
    avrò da dirle, quante domande da farle!
    Intanto rispondo al quesito che Ella mi ha posto.
    Confesso che la critica alla quale debbo rispondere, me la sarei
    aspettata da chiunque…. cioè, da nessuno, ma da un militare proprio
    no[1].
    Ecco le mie idee:

    1° Dire che l’attacco austr. ung. ad ovest del Brenta è principale e secondario quello ad
    est non è esatto; è noto che il C. S. a-u. passò da un primitivo progetto
    del 23 marzo contemplante il solo attacco nel settore montano, ad
    un successivo progetto di attacco dal monte e dal Piave, che poi,
    ancora modificato, divenne il progetto definitivo di un attacco
    di quasi uniforme potenza dall’Astico al mare. (Rivalità
    Conrad[2] – Boroevic[3] e tentennamenti di Arz[4] e Imp. Carlo[5]).
    Il grande difetto del piano a-u. fu appunto la dispersione delle forze e
    la mancata organizzazione di un attacco principale.

    2

    2° È vero che il C. S. ital.[6] preparava un’offensiva con azione
    principale sulla fronte della 6a[7] arm. ma precisamente
    il 26 maggio (v. Giardino – II 199 e 200) fu dato ordine
    di soprassedere ai movimenti di artiglieria intesi a far
    assumere al loro schieramento un atteggiamento offensivo.
    È vero che ancora il 10 e l’11 giugno la 6a armata preparava
    un’operazione offensiva verso la val Frenzela (destr. dell’Ar-
    mata) come la 4a [8] preparava un’operazione sul Valderoa,
    ma erano operazioni limitate che non costringevano ad
    un totale atteggiamento offensivo dell’armata-

    3° Una verità da mons. de L. Palisse: atteggiamento offensivo è ben
    altra cosa che atteggiamento difensivo: basta pensare
    allo schieramento delle artiglierie che deve essere quasi
    totalmente diverso, perché se quando si attacca occorre
    assicurare l’azione delle proprie artiglierie il più avanti
    possibile, quando ci si difende occorre avere la garanzia
    che anche indietreggiando, lo schieramento in profondità
    delle bacche da fuoco è tale da assicurare la continuità

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    dell’appoggio alle fanterie che si ritirano. Dunque
    schieramento molto avanzato nel primo caso e suffi-
    cientemente arretrato nel secondo. Far cambiare di
    postazione a 1000 – 2000 bocche da fuoco non è lavoro
    di pochi giorni!

    4° Il 15 giugno trovò le armate in atteggiamento difensivo
    salvo poche artiglierie avanzate o in corso di trasporto per le
    presunte operazioni offensive limitate di Val Frenzela
    e Valderoa. Questo è da tener presente.

    5° “Lo sforzo austriaco (fu) stroncato sin dal primo giorno
    di battaglia”- Quale? Sugli Altipiani soltanto: sappiamo
    della crisi della 4a arm. così efficacemente narrata dal
    mar. Giardino, sappiamo della crisi del Montello il 19, il 20, il 21,
    dell’avanzata ad ovest del Piave fermata non senza sforzi dalla
    3a arm.[9]

    6°        a) Il critico accomuna nelle azioni a nord la 6a e la 4a arm.
    La situazione della 2a arm.[10] era assolutamente diversa:
    la 6a aveva respinto il nemico e stroncato l’attacco
    la 4a aveva arrestato il nemico sul margine del Grappa, vi si
    era aggrappata, lo contrattaccava con scarse riserve.
    b) È vero che la 6a arm. mise a disposizione del C. S. le sue riserve,
    ma dove furono mandate, queste riserve? Vi erano 3 divi-
    sioni:
    1 inglese
    1 francese     rimasero a contatto con le div. ingl. e franc. in linea
                            che erano state duramente provate
    52 a  divis. alpini italiana – durante la notte, sotto una pioggia
    battente (io vi appartenevo) fu inviata ad est di
    Bassano, pronta ad operare sul Grappa, dove
    la situazione era assai critica –
    c) Un corpo d’a. della 4a mise a disposizione le sue riserve?
    Certo! Ma quale? il I° Corpo che era tra Osteria di
    Monfenera e il Piave, e che non fu attaccato! Gli fu
    tolta il 16 giugno la 24a div. per mandarla a Treviso, a dispo-
    sizione del C. S. ed ebbe poi il 18 o il 19 la 45a div. a pezzi-
    (notizia datami dal Capo di S. M. del I° Corpo che annotò il volume II
    di Giardino[11], di mia proprietà)

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    7°        Il 16 giugno la situazione era:
    6a arm. Truppe in prima linea provatissime (ricor-
    diamo l’arretramento degli inglesi e il con-
    trattacco della brigata Casale che arrestò il nemico
    e lo respinse sulla fronte dell. div. inglese)
    2 div. alleate in riserva.
    4a arm. Battaglia in corso S_ condizioni criticissime an-
    cora fino al pomeriggio, poi buone.
    nessuna riserva d’armata; solo la 52 a div. intangibile
    Montello e Piave Nemico ampiamente penetrato nelle
    difese di riva destra. Minaccia evidente
    da due direzioni su Treviso che impone
    al C. S. di sottrarre la 24 a div. al I° corpo
    della 4 a e di avviare verso est la riserva
    generale-

    8°        In questa situazione il C. S. doveva attaccare?
    dove? A nord! E chi poteva attaccare a fondo?
    Non certo la 4 a arm. che doveva ancora ritornare in alcuni punti sulle
    primitive posizioni ed aveva tutte le riserve impe-
    gnate a ciò.
    Non certo la 6 a arm. che aveva in linea truppe logore e
    2 sole div. di riserva
    E come era possibile mutare, come con una bacchetta
    magica, lo schieramento delle artiglierie da difen-
    sivo a offensivo?
    Si può obiettare che il C. S. poteva avviare sugli Altipiani
    le sue riserve: sta bene, ma con quali forze avrebbe
    parato alle minaccie gravi e reali che si profilavano
    dal Montello e dal medio Piave?
    E quando queste riserve avrebbero potuto entrare in
    azione? Voglio credere una cosa impossibile, e cioè che
    in quattro giorni, cioè il 20, fosse possibile organizzare
    un attacco a fondo sugli Altipiani con riserve
    del C. S. Basti ripensare allo sviluppo della battaglia
    quale realmente fu, per convincersi che senza

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                l’impiego di quelle stesse riserve verso est, il
    20 gli a,-u. sarebbero stati a Treviso e Mestre!

    9°        La mancanza del tempo sufficiente a montare e sferrare
    l’attacco sugli Altipiani (mancanza derivante dalla
    pressione a-u da est che vincolava l’azione italiana) è con
    evidente che chiude il campo ad un’altra obbiezione:
    attaccando a fondo verso nord si sarebbe costretto gli
    a-u. a parare a quell’attacco ed a cessare gli attacchi
    ad est.
    Esaminiamo ugualmente questa obbiezione: La fronte
    Monte e piano non ben collegati, e tra i quali perciò non
    era possibile un ampio giuoco di riserve (motivo per il quale
    le riserve a. u erano state ripartite a priori prima della
    battaglia) Dal momento che le riserve del piano non avrebbero
    potuto accorrere sui monti; è logico che la nostra minaccia
    verso nord avrebbe spinto a raddoppiare i colpi ad ovest
    del Piave, dove noi già eravamo in critica situazione
    (Montello e Basso Piave).
    Insomma: un disastro senza precedenti avrebbe terminato
    la nostra guerra, e vien freddo a pensare che sarebbe avvenuto
    dando una tale soluzione al problema strategico
    del giugno 1918.

    10°       “Pesare, poi osare” è norma tra le fondamentali dell’arte
    militare che si traduce, in caro di battaglia difensiva: arrestare
    o almeno indebolire il nemico, riprendere l’iniziativa delle operazioni, e poi
    contrattaccare. Si può dire che il 15 giugno a sera era ripresa
    l’iniziativa delle operazioni? Su ¾ della fronte d’attacco
    gli a-u. pur non avendo raggiunti i loro obiettivi erano
    ampiamente penetrati nelle nostre difese, e su ½ della fronte
    avanzarono ancora nei giorni successivi!
    A Lei, infine, egregio Barone, che crede nel valore degli esempi
    napoleonici, mi permetto ricordare che ad Austerlitz, la

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                più bella delle battaglie difensivo – offensive, Napoleone
    attaccò col centro quando ebbe la certezza che la destra (Davout[12])
    attaccata dal nemico, resisteva, ed ordinò l’attacco
    successivo soltanto quando il nemico era dappertutto
    arrestato e quindi lo schieramento generale delle forze era
    sicuro.
    No solo, ma attaccando col centro, Napoleone veniva ad agire
    sul fianco delle colonne impieate contro Davout; se
    la nostra 6 arm. avesse tra il 16 ed il 20 giugno 1918
    attaccato, avrebbe agito in direzione opposta a quella
    nella quale si trovavano le truppe a-u. operanti
    sul Montello e sul Basso Piave!
    Due schizzi illustrano il mio pensiero:


    Concludendo: non si può considerare
    il gruppo Conrad indebolito dallo
    scacco del 15 giugno come una
    cosa a sé: occorre considerare il complesso delle
    forze in gioco nella battaglia e le reciproche
    condizioni. Io fermamente ritengo che attaccare
    a nord mentre ad est ancora non si era stabilizzata la situazione
    sarebbe stato un errore imperdonabile. Quando poi la situazione
    fu stabilizzata le forze rimaste al C. S. non erano sufficienti
    per un’offensiva di maggiore ampiezza di quella effettuata in
    luglio tra Piave vecchio e Piave nuovo.
    Ricordiamoci che non era ancor giunto il momento di
    giocare l’ultima carta: in Francia i tedeschi erano

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                per la seconda volta sulla Marna[13] e soltanto
    il 18 luglio avverrà il revirement della situazione
    generale sulla fronte occidentale.

    Eccoli, illustre Barone[14], una non breve risposta al suo
    quesito. In cambio le rivolgo calorosamente una
    preghiera: di scrivermi sé pure brevissimamente che
    cosa le sembri delle mie argomentazioni e se
    desidera su qualche punto delucidazioni.

    Mi ricordi talvolta, e mi creda
    di Lei dev

    Emilio Faldella[15]

    Nota. M. Giardino parla (II° vol. pag. 350-351.) di un eventuale
    attacco a fondo verso nord il 16 giugno, ma per quanto
    egli non sia parco di acerbe critiche al C. S. dice
    chiaramente che con una conversazione telefonica
    col C. S. era stata chiarita l’impossibilità di una
    simile operazioni . Dice infine che discutendone
    l’efficacia “si resterebbe nel campo inconcludente
    delle ipotesi”-

    Emilio Faldella, busta. 1931
    Emilio Faldella, busta. 1931
    « di 2 »

    Busta
    BARCELONA
    4 DIC. 1931 9

    Al. IL
    il Barone dott. Com. Alberto Lumbroso
    Via Marcello Durazzo 12 A

    Genova
    (Italia)

    …………………………………

    R° CONSOLATO GENERALE
    D’ITALIA
    BARCELLONA

    GENOVA
    CENTRO
    4-5
    7 . XII
    31 – X


    Note

    Una premessa sul memoriale:

    Quello che nello scritto viene nominato “militare” (Confesso che la critica alla quale debbo rispondere, me la sarei aspettata da chiunque…. cioè, da nessuno, ma da un militare proprio no) è il Generale Edoardo Monti. I memoriali dei vari Generali redatti su sollecitazione del Barone Lumbroso in merito alla questione sollevata dal Generale Monti, relativa alla mancata controffensiva italiana in grande stile la sera del 15 giugno 1918 contro il gruppo Conrad, non rivelano mai il nome del Generale al quale rispondono. Il nome appare nel biglietto privato che il Generale Vannutelli acclude al suo memoriale.

    N.B. Emilio Faldella, quando scrive questa lettera al barone Lumbroso è operativo presso il Servizio informazioni militare (SIM), il primo strumento di intelligence militare italiano, attivo dal 1925 al 1945, dipendente dalle forze armate del Regno d’Italia. Incaricato dal SIM, dal luglio 1930 al giugno 1935 svolge l’incarico di copertura in qualità di console a Barcellona (da qui l’intestazione della busta).

    [1] Edoardo Monti (Como, 19 luglio 1876 – 27 ottobre 1958) è stato un generale italiano.
    Sottotenente di artiglieria nel 1896, frequentò la scuola di guerra e passò nel corpo di Stato Maggiore. Partecipò alla guerra libica del 1911-12 ed a tutta la guerra contro l’Austria, divenendo colonnello nel 1917. Fu successivamente Capo di Stato Maggiore del settore di Tarvisio e della divisione di Gorizia (1921), Comandante del 15º Reggimento artiglieria da campagna (1923) e poi (1926) Capo di Stato Maggiore di Corpo d’Armata di Bari. Generale di brigata nel 1928, fu ispettore di mobilitazione della divisione di Gorizia e nel 1929 passò al comando del corpo di Stato Maggiore. Con il grado di Generale di divisione comandò la 14ª Divisione fanteria “Isonzo” a Gorizia negli anni 1931-34. Trasferito a Cagliari assunse il comando del Corpo d’Armata della Sardegna con il grado di Generale di Corpo d’Armata e lo resse dal 1935 al 1936. In Bologna nel 1937 assunse il comando di quel Corpo d’Armata fino al 17 luglio 1939. Nominato designato d’Armata si trasferì a Como, sua città natale; in Milano assunse il Comando dell’Armata “S”, unità puramente cartacea, incaricata di studiare la difesa del confine settentrionale dal Monte Dolent al Cadore.

    L’11 novembre 1939 trasmise allo Stato Maggiore del Regio Esercito una “Memoria operativa nell’ipotesi di violazione della neutralità svizzera da parte della Francia”. Il 15 dicembre 1939 ricevette direttamente da Mussolini l’incarico di sovrintendente alla fortificazione del “Vallo Alpino del Littorio” alla frontiera germanica; all’interno dell’Armata “S” l’ufficio preposto prese il nome di “Comando Presidio Monti”. Nel settembre 1940 il Comando venne sciolto e Monti continuò, sotto forma di consulenza, la sua collaborazione ai nuovi uffici preposti alla costruzione del “Vallo” fino al 19 luglio 1942, quando venne collocato nella riserva. Il 10 settembre del 1942 venne ricevuto a Palazzo Venezia da Mussolini il quale volle complimentarsi con lui, in modo particolare, per la condotta durante l’incarico di sovrintendente alla costruzione del Vallo Littorio alla frontiera germanica. Terminato l’importante incarico fu Presidente della Casa militare per i veterani in Turate (CO) fino alla morte. Poco dopo la fine della guerra fece parte di un giurì per indagare sulla responsabilità in ordine alla mancata difesa della piazza di Roma durante i tragici giorni susseguenti l’8 settembre 1943.

    Ruolo nella realizzazione del Vallo Alpino. Prima dell’importante incarico di sovrintendente alla costruzione del Vallo Littorio alla frontiera germanica assegnatogli da Mussolini, di cui si è riferito nella biografia, il generale Monti aveva firmato in qualità di Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito la Circolare 300, emessa il 21 gennaio 1932, con cui approvava le aggiunte e varianti alla Circolare 200 ed alla Circolare 800 compilate dall’Ispettorato dell’Arma del Genio.(fonte)

    [2] Franz Conrad von Hötzendorf. Feldmaresciallo austriaco, nato l’11 novembre 1852 a Penzing presso Vienna, morto a Mergentheim il 25 agosto 1925. Nel 1906 fu nominato capo di Stato maggiore. Tedesco di stirpe, egli era prettamente austriaco per sentimento, e considerava un furto le rivendicazioni dell’Italia nel 1859 e nel 1866; e sotto lo stesso punto di vista considerava le agitazioni interne ed esterne delle varie nazionalità della duplice monarchia. Perciò egli vide l’unico mezzo di salvezza nella guerra preventiva contro l’Italia (da lui considerata come il nemico tradizionale) e contro la Serbia, sede dell’irredentismo slavo: nel 1911 il ministro Aehrenthal, in seguito a un nuovo tentativo d’indurre alla guerra contro l’Italia impegnata a Tripoli, ottenne dall’imperatore che si ponesse fine a una politica dallo stesso ministro qualificata “di banditismo”, e il C. fu allontanato dalla carica di capo di Stato maggiore; alla quale fu però richiamato dopo la morte dell’Aehrenthal (1912).
    Il C., rimase spesso un solitario, chiuso nella propria superiorità intellettuale, lontano dalla realtà: fino a vedere, ad esempio, continui disegni di aggressione da parte dell’Italia, la quale invece sino a pochi anni prima della guerra mondiale non aveva avuto, verso oriente, che timidi progetti di mobilitazione a carattere difensivo.
    Allo scoppiare della guerra europea egli scrisse a Cadorna che il precedente capo di Stato maggiore, Pollio, gli aveva promesso di mandare truppe in Austria: il C. stesso nelle sue memorie, minute talvolta fino al superfluo, si guarda bene dal precisare dove il Pollio avrebbe fatto simile promessa, in realtà inesistente.
    Anche in guerra il C. si tenne, per abitudine, fuori del contatto con i comandi dipendenti: il generale Krauss, capo di Stato maggiore del comando della fronte verso l’Italia, durante i 27 mesi trascorsi in tale carica non vide mai il C.: così si spiega come questi non conoscesse a sufficienza né i comandi né le truppe. Tali caratteristiche negative, e i preconcetti teorici spiegano gl’insuccessi che il C. ebbe nel campo della realtà. Fu quasi sempre in disaccordo con lo Stato maggiore germanico: tipico il dissenso col Falkenhayn nel maggio 1916, contro il parere del quale attuò l’offensiva del Trentino, con grave danno per le operazioni alla fronte russa.
    Dopo la morte di Francesco Giuseppe, il nuovo imperatore volle assumere personalmente la direzione delle operazioni, ma non trovò un collaboratore gradito nel C., il quale d’altra parte aveva perduto molto del suo prestigio presso l’esercito in seguito all’insuccesso dell’offensiva del giugno 1916 contro l’Italia. L’imperatore Carlo lo mandò a comandare il gruppo di armate del Tirolo. La battaglia del Piave (v.) nel giugno del 1918, nella quale il C. sperava di attuare la sua antica concezione di scendere dagli Altipiani per prendere alle spalle il grosso dell’esercito italiano, fu un disastroso insuccesso per il maresciallo. L’imperatore lo esonerò dal comando, colmandolo tuttavia di onori. Il C. si ritrasse a vita privata e negli ultimi tempi attese a scrivere le sue memorie (Aus meiner Dienstzeit), dal 1906 fino a tutto il 1914, troncate dalla sua morte. Traspare in esse il malanimo contro l’Italia, diventato nel C. una seconda natura, ma le memorie sono un documento prezioso per la nostra storia mettendo in luce i progressi del nostro esercito negli anni precedenti la guerra.
    L’odio tolse al C. la serenità necessaria per apprezzare al giusto valore gli avversarî e questa fu non ultima ragione per la quale il successo raramente gli arrise. Si debbono però riconoscergli grandi doti d’intelletto, di operosità e di carattere.(fonte)

    [3] Svetozar Boroević. Feldmaresciallo austriaco, nato a Umetic (Croazia) il 13 dicembre 1856, morto il 13 maggio 1920 a Klagenfurt. Comandante il VI corpo d’armata, si segnalò nella battaglia di Komarów (29 e 30 agosto 1914), ove fu sconfitta la V armata russa, e il 4 settembre fu nominato comandante della III armata. Alla testa di tale grande unità partecipò alla battaglia di Leopoli, la quale, malgrado i successi locali conseguiti dal B., terminò con la ritirata dell’esercito austroungarico (11 settembre), che abbandonò ai Russi circa centomila prigionieri e tutta la Galizia. L’armata del B. nell’autunno del 1914 fu destinata alla difesa dei Carpazî. Nella battaglia di Limanowa (dicembre 1914), nella quale i Russi dopo lunga lotta furono arrestati nella loro avanzata minacciosa verso la Slesia, il B. avrebbe dovuto, scendendo dai monti, attaccare sul fianco sinistro i Russi e produrre la decisione, ma dopo qualche successo, nuovi rinforzi giunti all’avversario costrinsero (Natale 1914) il B. a ritirarsí dopo aspri combattimenti presso Jasło, sino alla cresta dei Carpazî, che difese con grande tenacia. Di fronte agli attacchi ostinati dei Russi il B. seppe cedere poco terreno, senza compromettere la solidità della difesa.
    Le forze del B. in unione alla II armata tentarono invano nel marzo di liberare il campo trincerato di Przemysł che il 22 marzo dovette arrendersi. Con le forze rese cosị disponibili i Russi rinnovarono persistenti e sanguinosi attacchi specialmente contro il centro e la destra delle truppe del B., talchḫ fu necessario inviare in rinforzo il corpo d’armata tedesco detto dei Beschidi, con l’aiuto del quale i Russi vennero respinti.
    Dopo la battaglia di Gorlice (2 maggio 1915) i Russi furono costretti alla ritirata e l’armata del B. passn̄ all’offensiva contro l’avversario che ripiegava sull’intera fronte. Il 27 maggio 1915 al B. venne affidato il comando della nuova V armata destinata allo scacchiere italiano per la difesa della fronte dal Monte Nero al mare. Da allora il B. rimase nel teatro d’operazioni italiano. La V armata prese dal gennaio 1916 il nome di armata dell’Isonzo; il 23 agosto 1917 essa fu divisa in due armate, la I e II armata dell’Isonzo, le quali costituirono il gruppo d’armata Boroević.
    Il B. diresse tutte le operazioni alla fronte giulia: egli ebbe quindi parte preminente nella tenace difesa che l’esercito imperiale oppose alle nostre offensive durante gli anni 1915-16-17: nonostante però il valore delle truppe e l’abilità dei capi e i continui rinforzi tratti dalla fronte russa, la nostra azione poderosa aveva portato l’esercito austriaco vicino allo sfacelo, tanto che l’Austria fu costretta a ricorrere alla Germania, la quale inviò alla fronte giulia un’armata per effettuare l’offensiva di Caporetto. In questa operazione si verificarono fra l’armata di destra del B. e le truppe vicine attriti e contrattempi che diedero motivo a gravi accuse da parte degli avversarî del B. Il generale di fanteria Alfredo Krauss, che fu capo di Stato maggiore delle forze austriache alla fronte italiana e che comandò durante l’offensiva di Caporetto il I corpo d’armata austriaco alla dipendenza della XIV armata tedesca (conca di Plezzo), nella sua opera Die Ursachen unserer Niederlage afferma che il B. rimase troppo lontano dalle truppe operanti e che egli con inopportuni ordini motivati da invidia “salvò la III armata italiana”. Il generale austriaco soggiunge che la limitata capacità del B. era ben nota nell’esercito ed anche al comando supremo. Tali aspri giudizî sono un’eco evidente degli attriti esistenti nell’esercito austriaco fra comandanti di differenti nazionalità.
    Raggiunto il Piave e partita la XIV armata germanica, la fronte dal mare al Grappa fu affidata al B. (nel febbraio promosso feldmaresciallo), mentre la fronte montana era affidata al Conrad. Nell’offensiva del giugno, secondo il primitivo disegno d’operazione, l’attacco decisivo avrebbe dovuto essere effettuato esclusivamente dal Conrad, mentre un compito soltanto dimostrativo era affidato al gruppo B. Questi avrebbe preferito non dare battaglia, per conservare le forze intatte in vista di una prossima pace; ma, come afferma il generale tedesco Cramon (allora addetto al Comando supremo austro-ungarico) nel suo libro Unser österreichischungarischer Bundesgenosse, il B. non era un uomo da accontentarsi, una volta decisa l’offensiva, d’incarichi secondarî. In tal modo l’attacco, diluito pressoché sull’intera fronte, perdette di vigore e naufragò miseramente. Tuttavia, mentre l’offensiva del Conrad fu stroncata sin dal primo giorno, le truppe del B. riuscirono a passare il Piave e a mantenervisi, sia pure in ristretto spazio, per alcuni giorni; ma il 20 giugno, cioè cinque giorni dopo l’inizio dell’offensiva, il B. dichiarò esplicitamente al Comando supremo che, se si voleva evitare una catastrofe, occorreva ritirare le truppe sulla sinistra del Piave. Dopo una giornata di esitazioni dovute a motivi politici, l’imperatore si piegò alle ragioni militari del B.
    L’attacco italiano dell’ottobre 1918 fu da principio diretto contro il gruppo dell’esercito Boroević, prima sul Grappa, dove le truppe imperiali opposero accanita ed efficace resistenza, poi sul Piave. Ma dopo che le forze nostre ebbero guadagnato a viva forza il passaggio del fiume, l’esercito, seguendo l’esempio del paese, incominciò a sconnettersi, e il maresciallo dovette assistere impotente alla ritirata e alla dissoluzione dell’esercito imperiale.
    Il B., generale stimato in pace per la sua elevata capacità, si era dimostrato a Komarów comandante di corpo d’armata prudente e nello stesso tempo energico e tenace. Il suo ordine del giorno nell’assumere il comando dell’armata incomincia: “Soldati, io vengo a voi come vincitore…” In realtà il B. d’allora in poi non conobbe più la vittoria vera, perché le sue azioni fortunate furono riflesso di successi altrui. È però certo ch’egli mostrò, sia sui Carpazî sia sull’Isonzo, fermezza ed energia non comuni, non mai smentite durante oltre quattro anni di guerra.(fonte)

    [4] Arz Artur von Straussenburg, Colonnello generale, capo di Stato maggiore dell’esercito austriaco. Nacque nel 1857 a Nagy Szeben (Hermannstadt, ora Sibiu); era perciò, di nazionalità, un sassone della Transilvania. Studiò legge a Dresda. Dopo l’anno di volontariato, divenne nel 1878 sottotenente di fanteria; fu poi ufficiale di Stato maggiore; generale di brigata nel 1905. Allo scoppio della guerra era tenente feldmaresciallo capo di una sezione (direzione generale) al ministero; fu nominato comandante della 15ª divisione; il 5 settembre 1914 ebbe il comando del VI corpo d’armata, che tenne per circa due anni, segnalandosi per energia, chiarezza di vedute e spirito offensivo. Il 16 agosto 1916, quando la Romania stava per dichiarare la guerra alle potenze centrali, l’A. venne nominato comandante della 1ª armata ricostituita e inviata a difendere la frontiera minacciata dal nuovo nemico; ma le scarse forze poste a sua disposizione lo costrinsero a cedere terreno all’avversario sino all’arrivo della 9ª armata tedesca, comandata dal Falkenhayn, che l’A. secondò nella efficace offensiva per la conquista della Valacchia. Il 2 marzo 1917 il nuovo imperatore Carlo nominò l’A. capo di Stato maggiore dell’esercito, dopo l’esonero del Conrad, il quale non consentiva al giovane imperatore d’ingerirsi, come desiderava, nelle operazioni militari, mentre l’A. – pur non mancando di manifestare il proprio pensiero – si sottometteva in definitiva alla volontà sovrana. Non si immischiò nella politica, non fu geloso quando l’imperatore credette di rivolgersi per consiglio ad altri capi.
    L’A. si sforzò di elevare l’istruzione dell’esercito, di migliorarne l’ordinamento; con la sua dirittura e la sua condiscendenza seppe meritarsi la fiducia del comando supremo tedesco ed evitare da parte propria ogni attrito con esso. Come condottiero, aveva idee chiare e giuste e, a differenza di Conrad, conosceva la truppa. Queste sue qualità spiegano i risultati da lui ottenuti come capo di Stato maggiore. Ridotto l’esercito in critiche condizioni dalle ripetute offensive nostre sul Carso e l’Isonzo, l’A. propose come unico rimedio l’offensiva dalla conca di Plezzo-Tolmino per scardinare la fronte italiana, colpendola sul fianco. Egli seppe convincere il Ludendorff, che avrebbe preferito finirla con la Romania, ad aiutarlo contro l’Italia. Durante la 12ª battaglia dell’Isonzo, l’imperatore prese il comando dell’esercito e l’Arz diresse le operazioni. Anche di fronte ai grandi successi, l’A. non perdette il suo equilibrato giudizio, e, più presto di quanto si ritiene, valutò la cresciuta resistenza dell’esercito italiano e ne trasse le conseguenze. Sin dal 1° dicembre 1917, quattro giorni prima cioè che i Franco-Inglesi entrassero in linea, l’A. ordinò l’arresto dell’offensiva. Le operazioni dovevano continuare sugli Altipiani e sul Grappa solo per rettificare le posizioni. Ma, in seguito ai risultati non del tutto soddisfacenti delle operazioni, l’A. il 21 dicembre ordinava: “Non dovranno avere luogo altre azioni per portare innanzi la sistemazione definitiva del Grappa. La posizione definitiva è da scegliersi in modo che le truppe non siano soggette ad inutili perdite. Se per raggiungere gli scopi predetti sia necessario, non si esiti ad arretrare considerevolmente anche su tratti di fronte molto rilevanti.” Tale ordine, mentre è un indice della sua giustezza di vedute militari, dimostra quanto sia infondata l’asserzione di autori francesi che fu la brillante azione dei Francesi sul Tomba (30 dicembre) a fermare l’offensiva austro-tedesca.
    Le qualità concilianti di A. erano state in complesso di vantaggio nell’offensiva dell’ottobre 1917, riuscendo ad ottenere l’accordo delle forze tedesche con le austriache. Per la battaglia del Piave si verificò il contrario. Spirito equilibrato, egli si proponeva soltanto di costringere gl’Italiani a ripiegare al Brenta, mediante un’offensiva dal Grappa e una dal Piave verso Treviso, con attacchi di fronte limitata, che consentissero di tenere forti riserve. Ma il Conrad, infiammato dai successi tedeschi in Francia, sognava lo sfacelo dell’esercito italiano: il Boroevic voleva giungere sino all’Adige. Tutti vollero sovrapporre i loro progetti a quello primitivo dell’Arz. Il Waldstätten (alter ego dell’A. e uomo di fiducia dell’imperatore) vi aggiunse l’offensiva verso il Tonale, il Conrad quella sugli Altipiani, l’arciduca Giuseppe quella sul Montello, il Boroevic l’azione del Piave. L’A., visto l’entusiasmo generale, di fronte a proposte di capi così provetti, consentì che si attaccasse ovunque. Le riserve però sparirono, e quindi l’offensiva fallì miseramente, perché l’A. non fu più in grado né di riparare l’insuccesso avuto dal Conrad, né di sfruttare il limitato successo iniziale ottenuto sulla fronte del Boroevic. L’opinione pubblica fece comprendere che riteneva, come era difatti, responsabile anche l’Arz, che due volte presentò inutilmente le dimissioni all’imperatore.
    L’offensiva di Vittorio Veneto sorprese in complesso l’A., come lo sorpresero tanto lo sfacelo della monarchia, quanto le rivolte dell’esercito, nonché il tentativo fatto all’ultimo momento dal nuovo presidente del consiglio Andrassy di ottenere una pace separata, abbandonando la Germania, pur di salvare la monarchia degli Asburgo. Quando fu necessario firmare l’armistizio di Villa Giusti, che offriva all’Italia la possibilità di attaccare la Germania attraverso il Tirolo, l’imperatore lasciò il comando supremo all’A., ma questi non volle accettare: e il penoso incarico dovette assumerselo il maresciallo Köwess. L’A. però dovette, nell’attesa dell’arrivo del Köwess, ordinare l’accettazione dell’armistizio, a lui ostico specialmente per la clausola sopra citata, tanto più che egli pochi giorni prima aveva assicurato il plenipotenziario militare tedesco della fedeltà dell’Austria, dicendogli che l’Austria non era la Bulgaria e che a Vienna non regnava Ferdinando. Ma d’altra parte la fortunata offensiva italiana aveva reso inevitabile l’accettazione incondizionata dell’armistizio dettato dall’Intesa.
    “Testa pratica con sane vedute; splendido soldato, prezioso compagno d’armi”, lo definisce il Hindenburg nel suo coscienzoso, equilibrato ottimismo nel giudicare gli uomini: tale elogio ha ben meritato l’A. da parte dei suoi alleati. Ma per la sua natura restia ad affrontare le difficoltà interne che ostacolavano l’azione di comando, l’A., anziché imporre la decisione che stimava necessaria, finì con l’ammettere svantaggiose soluzioni di compromesso. Pubblicò le sue memorie Zur Geschichte des grossen Krieges (Vienna 1924). In esse gli avvenimenti sono esposti con molta obbiettività e vi traspare ovunque la nobiltà dell’animo dell’A. e la sua profonda devozione alla persona del giovane imperatore.(fonte)

    [5] Carlo I imperatore d’Austria. Figlio dell’arciduca Ottone (della casa d’Asburgo-Lorena) e di Maria Josepha di Sassonia, nato il 17 agosto del 1887 a Persenburg (Bassa Austria), morto a Funchal (Madera) il 1° aprile 1922. Il 21 ottobre del 1911 sposò Zita, principessa di Borbone-Parma, alla villa delle Pianore (Lucca), e non richiamò attenzione alla sua persona se non quando, per la morte del cugino Francesco Ferdinando, e del padre, divenne erede alla corona imperiale. Fu tuttavia tenuto in disparte durante i primi due anni della guerra dagli altri arciduchi e dai ministri, fino a che, declinando rapidamente le forze del vecchio imperatore, un’ordinanza imperiale (7 novembre 1916) lo associò al sovrano nella cura degli affari dello stato. Il 21 novembre 1916 Francesco Giuseppe moriva, ed egli gli succedeva, assumendo il nome di Carlo I in Austria e IV in Ungheria, dove l’incoronazione ebbe luogo con particolare solennità il 30 dicembre. Di carattere mite, e con virtù familiari che anche gli avversarî gli riconoscono, rigidamente cattolico, dotato di spirito umanitario, e avverso agli orrori della guerra, C. non possedeva le qualità necessarie per reggere l’impero nella difficile situazione in cui lo aveva trovato. Facile a ubbidire alle influenze altrui, e soprattutto a quelle della consorte, seguì tuttavia anche impulsi proprî, non sempre ben meditati, e non seppe arrestare la fatale rovina del trono. In un primo proclama del 23 novembre egli dichiarò il proposito di continuare la guerra a fianco dei suoi alleati, sia pure ammettendo che una pace onorevole lo avrebbe trovato favorevolmente predisposto. Convocò il Reichsrat, che era stato aggiornato fin dall’inizio del conflitto, e lasciò intendere d’avere in animo radicali riforme interne sulla base federale. Sostituì il comandante in capo, arciduca Federico, e il suo capo di stato maggiore, Conrad; chiamò a presiedere il consiglio dei ministri il boemo Clam-Martinic, e, a comune ministro per gli Affari esteri, il conte Czernin, pure esso boemo. Promise un’amnistia alle nazionalità oppresse, ma si alienò con ciò le simpatie di influenti capi militari e, in particolare, dei Tedeschi.
    Incoraggiato dalla moglie, in cui erano vive le simpatie francesi, tentò di sottrarsi alla tutela germanica; e poiché riconobbe che il suo popolo, in generale, era ormai stanco della guerra e temette d’altra parte di trovare ostacolo irremovibile nell’avversione germanica a ogni passo in favore della pace, decise di ricorrere a vie segrete, di sua iniziativa, pur non rendendosi conto di tutti i pericoli di questo suo modo di procedere, né del fatto che per l’assoluta noncuranza nei riguardi della nazione italiana, verso la quale l’imperiale coppia nutriva una decisa antipatia e un ostentato disprezzo, i successivi suoi tentativi fatalmente erano destinati a fallire.
    Il primo di questi, intrapreso per il tramite di suo cognato, principe Sisto di Borbone, dopo la clamorosa denuncia da parte di Clémenceau nella primavera del 1918, indusse C. a negare, e Czernin a dimettersi. Com’è noto, quel primo passo era stato condotto da C., nell’inverno 1916-17, sulla base della restituzione alla Francia dell’Alsazia Lorena, e dell’evacuazione del Belgio e della Serbia. Incontratosi con Guglielmo II a Homburg nell’aprile, C. non osò parlargli della sua iniziativa in proposito, riguardante l’offerta della Galizia in cambio dell’Alsazia-Lorena, per cui aveva incontrato ostinato rifiuto: ma fece rimettere solo qualche giorno dopo al governo germanico dal conte Czernin un memoriale sulla critica situazione dell’Impero austro-ungarico e sull’impossibilità di continuare la guerra oltre l’autunno. Però i capi militari germanici resero impossibile al conte Czernin di collaborare con gli uomini di stato germanici in favore della pace; e nuovamente l’Austria vi si accinse segretamente, questa volta in Svizzera, con colloqui dell’austriaco conte Revertera con il francese conte Armand. C. e Czernin si mostravano favorevoli all’idea d’una confederazione tra Austria-Ungheria, Baviera e Polonia, e il primo cercò di guadagnarsi il segreto favore del Kronprinz germanico; ma non si giunse neanche questa volta ad alcun risultato, sia per l’abituale intransigenza dei capi militari germanici, e sia per l’ostinato rifiuto di C. a prendere in considerazione le richieste italiane. E quando, fra il 30 settembre e il 2 ottobre, egli cercò ancora d’aver contatti ufficiosi con i rappresentanti dell’Intesa, le sue troppo vaghe proposte furono respinte. La pace di Brest-Litowsk, cui parteciparono delegati austriaci, e il disastro di Caporetto sembrarono, per un breve tempo, dar ragione ai militari germanici. Ma quando, nell’aprile successivo, furono pubblicate le lettere che C. aveva scritto l’anno prima al principe Sisto, ed egli fu smentito clamorosamente nei suoi dinieghi, l’imbarazzo e le difficoltà di C. diventarono assai gravi: si diffidò di lui ormai, tanto nel campo dell’Intesa, quanto in quello tedesco, ed egli fu costretto d’allora in poi a sottostare alla ferrea vigilanza e alla tutela che veniva da Berlino. Poco valse ch’egli chiamasse il conte Burian a succedere allo Czernin (18 aprile 1918), e che si recasse (maggio) in visita espiatoria al quartier generale di Guglielmo II. La realtà tragica si riaffermò nel fallimento dell’offensiva sul Piave; gli Slavi dell’Impero cominciarono ad agitarsi con tendenze separatiste, e, per colmo d’ironia l’imperatrice Zita si vide accusata in Germania di segrete simpatie e relazioni con l’Italia.
    Gli ultimi mesi del regno di C. furono caratterizzati dai suoi sforzi disperati per conservare il trono, a qualunque costo. Il 1° ottobre egli fece annunciare l’autonomia per i varî raggruppamenti etnici; il 17, la trasformazione dell’impero in stato federale. Chiamò Andrássy al posto di Burian, e fece da lui comunicare agli Stati Uniti la disposizione dell’impero a entrare in negoziati sulla base dei principî wilsoniani. Il 26 ottobre chiamò il liberale prof. Lammasch a sostituire nella presidenza del consiglio austriaco il pangermanista Hussarek; ma la rovina inesorabile incalzava oramai dai campi di Vittorio Veneto, e dal fronte balcanico. Smarrito, indeciso, C., che aveva offerto un armistizio separato agli Stati Uniti sin dal 27 ottobre, vide trionfare la rivoluzione a Vienna e proclamare la repubblica (1° novembre); fuggì in Ungheria, vi dichiarò di accettare a priori la forma statale che l’Austria avesse creduto di adottare, ma fu costretto ad abdicare come imperatore d’Austria il 12; e due giorni dopo, senza un atto d’abdicazione formale, rese liberi anche gli Ungheresi di disporre dei loro destini.
    Soltanto nel marzo del 1919 C., che si era ritirato con la famiglia nel castello di Eckartsau (Bassa Austria), si trasferì con essa in Svizzera (castelli di Wartegg e Prangines), e parve rassegnarsi a vita privata. Ma, sospinto dall’influenza di avventurieri e dall’ambizione della moglie, tentò di approfittare della crisi delineatasi in Ungheria, e, lasciata la Svizzera il 27 marzo del 1921, apparve il giorno dopo a Szombathely (Ungheria occidentale). Ma dinnanzi alla ferma e prudente opposizione del reggente Horthy, e all’ostilità dell’Assemblea nazionale, della Piccola Intesa e della Conferenza degli ambasciatori, C. dovette rinunciare all’impresa, che mirava a riacquistare la corona, e cedere all’invito di lasciare il suolo ungherese. Sei mesi dopo ebbe luogo un suo secondo tentativo, per il quale C. si servì di un aeroplano, che lo trasportò dalla Svizzera a Demesfalva, presso Sopron (Ungheria occidentale), e nel quale lo accompagnò l’ex imperatrice. Accolto favorevolmente dai feudatari locali, tra cui il conte Andrássy e il generale Lehár, C. ebbe la soddisfazione di poter raccogliere le truppe dei presidî vicini, di nominare un gabinetto e di intraprendere la marcia su Budapest. Invano il reggente cercò di dissuaderlo. Immediatamente la Iugoslavia e la Cecoslovacchia mobilitarono ai confini ungheresi, dichiarando di considerare come casus belli la reintegrazione sul trono ungherese di un Asburgo. La Polonia e la Romania si associarono a questo punto di vista e al governo di Budapest non rimase che il far marciare le proprie truppe contro Carlo. Facile fu ad esse il sopravvento, e la coppia imperiale, fatta prigioniera, fu internata nel monastero di Tihany (1° novembre). Le potenze della Grande Intesa appoggiarono la richiesta della Piccola Intesa, secondo cui gli Asburgo dovevano definitivamente dichiararsi decaduti dal trono d’Ungheria, e con unanime voto questa dichiarazione ebbe luogo al parlamento ungherese nel novembre del 1921. Dal castello di Tihany la coppia imperiale fu consegnata a un monitore fluviale britannico, per essere poi trasportata a Funchal (Madera) dove fu raggiunta dai sei figli, e dove C. trascorse gli ultimi mesi in condizioni di spirito tristi, aggravate da difficoltà economiche.(fonte)

    [6] Il Comando Supremo Militare Italiano era l’organo di vertice delle forze armate italiane, tra il 1915 e il 1920, durante il Regno d’Italia.
    Istituito durante la prima guerra mondiale, il 24 maggio 1915, con sede operativa a Villa Volpe a Fagagna e dal mese di giugno nel Liceo classico Jacopo Stellini di Udine. Il Comando Supremo del Regio Esercito fu sciolto il 1º gennaio 1920 e parte delle sue competenze passarono allo Stato Maggiore del Regio Esercito.
    Tra il 1941 e il 1945 fu istituito il Comando Supremo italiano.
    Era suddiviso in tre organi principali, l’Ufficio del Capo di stato maggiore dell’Esercito Italiano Tenente Generale Luigi Cadorna, il Riparto Operazioni e il Quartier generale, composti da un certo numero di uffici ciascuno.
    L’8 novembre 1917, dopo la Battaglia di Caporetto, la sede, dopo aver ripiegato dal 27 ottobre a Palazzo Revedin di Treviso, poi a Palazzo Dolfin di Padova, poi nella villa di Bruno Brunelli Bonetti a Tramonte di Teolo è stabilita all’Hotel Trieste di Abano Terme agli ordini del Generale Armando Diaz.(fonte)

    [7] Sesta Armata (Regio Esercito). Le origini della grande unità risalgono al 28 maggio 1916 quando venne costituito il Comando truppe altipiani, che venne posto alle dipendenze tattiche della 1ª Armata e immediatamente impiegato per arginare l’offensiva austriaca in Trentino, la cosiddetta Strafexpedition o Frühjahrsoffensive (“offensiva di primavera”). Fortemente voluta e pianificata dal Capo di Stato maggiore dell’Imperial regio Esercito austro-ungarico, feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorf, l’offensiva aveva il dichiarato intento di annientare l’Esercito Italiano scatenando una poderosa offensiva attraverso le linee della 1ª Armata, per prendere di rovescio l’intero schieramento italiano. Successivamente il Comando truppe Altipiani venne schierato tra la Val d’Astico e la Valle del Brenta.
    Il 1º dicembre 1916 il Comando truppe altipiani fu trasformato nel Comando della 6ª Armata, prendendo parte, dal 10 al 29 giugno 1917, al comando del generale Ettore Mambretti alla battaglia del monte Ortigara sull’altopiano dei Sette Comuni, attaccando in forze il settore austro-ungarico difeso dall’11ª Armata del generale Viktor von Scheuchenstuel. Il 20 settembre 1917 il Comando della 6ª Armata venne trasformato nuovamente in Comando truppe altipiani, che venne definitivamente sciolto il 1º marzo 1918, e venne ricostituito nella stessa data il Comando della 6ª Armata, al comando del Tenente generale Luca Montuori, distinguendosi particolarmente durante la battaglia del Solstizio e nel mese di ottobre in quella di Vittorio Veneto.
    Alla vittoria nella battaglia del Solstizio contribuì notevolmente il comando artiglieria del Maggior generale Roberto Segre, grazie alla tattica della “contropreparazione anticipata”, con cui l’artiglieria della parte in difesa non si limita ad attendere il tiro di preparazione avversario, ma lo eguaglia o lo anticipa, non limitandosi al fuoco di controbatteria ma prendendo di mira anche i luoghi di adunata delle truppe avversarie, fiaccandone così la spinta offensiva. Questa tattica permise di bloccare sul nascere l’offensiva austro-ungarica sugli Altipiani, tanto che le artiglierie di Segre poterono essere distolte dal proprio fronte per intervenire in difesa del settore occidentale del Grappa..
    Tra le file della 6ª Armata vi è stato, presso l’Ufficio informazioni, dal dicembre 1916 al luglio 1917, il Capitano pilota (ex del 6º Reggimento alpini e decorato anche nella Guerra italo-turca) Armando Armani futuro Capo di stato maggiore della Regia Aeronautica.
    Il 10 maggio 1917 venne costituito il Comando Aeronautica che aveva alle dipendenze il VII Gruppo, poi 7º Gruppo Autonomo Caccia Terrestre. L’8 novembre successivo venne chiuso il Comando Aeronautica ed il 17 marzo 1918 venne costituito l’Ufficio di Aeronautica con il Maggiore Ermanno Beltramo che aveva sempre alle sue dipendenze il VII Gruppo. Dal 4 ottobre 1918 la 6ª Armata ricevette alle sue dipendenze il XXIV Gruppo aereo.
    Al termine del conflitto, il 1º luglio 1919 la 6ª Armata venne definitivamente sciolta.(fonte)

    [8] Quarta Armata (Regio Esercito). La 4ª Armata deriva dal Comando designato d’armata di Bologna, trasformato nell’ottobre 1914 nel Comando della 4ª Armata.
    All’entrata in guerra dell’Regno d’Italia, il 24 maggio 1915, la 4ª Armata, al comando del tenente generale Luigi Nava e quartier generale a Vittorio Veneto, aveva alle sue dipendenze il I Corpo d’armata del tenente generale Ottavio Ragni, il IX Corpo d’armata del generale Pietro Marini e il Comando zona Carnia del tenente generale Clemente Lequio. Capo di stato maggiore dell’armata era il maggior generale Oreste Bandini.
    La grande unità schierava le proprie forze dal Passo Cereda al Monte Peralba (sorgenti del Piave) su un fronte di circa 75 km e negli intenti del generale dell’esercito Luigi Cadorna, comandante supremo del Regio Esercito, doveva passare all’offensiva generale iniziando con l’espugnazione dei forti di Sexten, Landro e Valparola, con un’azione di spiccato carattere e vigore. Il primo obbiettivo delle operazioni doveva esser quello di impadronirsi alla destra del nodo di Toblach e alla sinistra dei colli circostanti al gruppo montuoso del Sella.
    La 4ª Armata non riuscì a realizzare le aspettative, e il generale Nava si segnalò come il più attendista dei comandanti d’armata italiani. Alla fine del giugno 1915 Nava chiese l’esonero del generale Pietro Marini, comandante del IX Corpo d’armata, colpevole di aver occupato imprudentemente la selletta del Sasso di Stria e Cadorna, che non condivideva la stima di cui Nava era pressoché unanimemente accreditato, accettò la richiesta, ma il 25 settembre dello stesso anno esonerò anche Nava, sostituendolo con il tenente generale Mario Nicolis di Robilant.
    La motivazione ufficiale fu che: nei primi quindici giorni di operazioni non ha agito con prontezza ed energia, sfruttando la sua superiorità di forze, e ha esercitato il comando con insufficiente decisione.
    La 4ª Armata prese parte alla battaglia di monte Piana, una lunga e sanguinosa serie di scontri in montagna avvenute sulla sommità del monte Piana, uno dei teatri più sanguinosi e statici di tutta la guerra, facente parte del massiccio delle Dolomiti di Sesto, dove tra il 1915 e il 1917 si consumarono alcuni dei più violenti scontri tra soldati italiani e austro-ungarici che per ben due anni lottarono sulla sommità pianeggiante di questo monte.
    A seguito della disfatta di Caporetto alla 4ª Armata fu ordinato dal generale Cadorna di ritirarsi nei pressi del monte Grappa, ma Nicolis di Robilant, che forse non si era reso conto della gravità della situazione, ordinò di ripiegare con un ritardo che causò la cattura di circa 11.500 uomini, intrappolati dalle forze di Otto von Below; a questo suo grave errore comunque Nicolis di Robilant rispose poco tempo dopo vincendo la prima battaglia del Piave.
    Nel febbraio del 1918 Nicolis di Robilant lasciò il comando della 4ª Armata, per passare al comando della 5ª Armata, al tenente generale in comando di armata Gaetano Giardino, che si preoccupò di incrementare le difese del massiccio del Grappa, che rappresentava l’ultimo ostacolo naturale fra il fronte e la pianura veneta e di migliorare anche le comunicazioni e, soprattutto, le condizioni di vita delle truppe che difendevano la posizione, sia in trincea sia nei periodi di riposo e inoltre, nel campo dell’impiego tattico delle truppe, si preoccupò di innovare i metodi di combattimento, introducendo nella dottrina tattica della sua armata sia i reparti d’assalto sia il tiro di contropreparazione dell’artiglieria. Tale preparazione delle truppe su istruzioni tattiche più moderne fu salutare nel corso della battaglia del solstizio, quando il fronte, dopo un iniziale sbandamento, fu ripristinato utilizzando il 9º reparto d’assalto, comandato dal maggiore Giovanni Messe e all’azione congiunta delle artiglierie della 4ª e della 6ª Armata. Nel corso della battaglia di Vittorio Veneto l’Armata del Grappa, che aveva alle sue dipendenze il IX Corpo d’armata del tenente generale Emilio De Bono, il VI Corpo d’armata del tenente generale in comando di corpo d’armata Stefano Lombardi, si batté nelle operazioni che si svolsero dal 24 al 29 ottobre 1918, perdendo 25 000 uomini.
    Il 18 luglio 1919 l’Armata del Grappa venne sciolta.(fonte)

    [9] Terza Armata (Regio Esercito).
    Le origini della grande unità risalgono al Comando Designato 3ª Armata costituito a Firenze nell’agosto 1914, agli ordini del tenente generale Luigi Zuccari.
    Il 24 maggio 1915, all’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, la 3ª Armata venne destinata nelle zone di operazioni del Carso e di Trieste. Dopo la destituzione di Zuccari, il Comando dell’Armata venne affidato interinalmente al generale Vincenzo Garioni, e poi al generale Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta e alle dipendenze della Grande Unità vennero posti il VI Corpo d’armata al comando del generale Carlo Ruelle, il VII Corpo d’armata al comando del generale Vincenzo Garioni e l’XI Corpo d’armata con a capo il generale Giorgio Cigliana.
    La sede del Comando, in zona bellica, fu, per un periodo, a Cervignano del Friuli. Il compito della 3ª Armata era quello di condurre le operazioni per far indietreggiare l’Esercito austro-ungarico che tentava di entrare da est.
    La 3ª Armata fu impegnata in tutte le battaglie dell’Isonzo, dal giugno 1915 alla fine dell’estate del 1917, sul fronte del Carso, subendo perdite enormi, la propaganda dell’epoca la soprannominò invitta in quanto se pure i risultati di battaglia furono inconcludenti o marginali, l’armata non fu mai direttamente sconfitta in battaglia.
    Le prime quattro battaglie si svolsero tra giugno e dicembre del 1915 e furono caratterizzate dai classici principi di guerra di posizione, raggiungendo obiettivi territoriali di scarsa importanza, ma progressivamente, a partire da quel momento, l’Impero Asburgico iniziò ad inviare sul fronte italiano forze sempre più numerose.
    In particolare, la prima e la seconda battaglia dell’Isonzo costituirono il tentativo di contrastare le manovre tedesche sul fronte orientale, mentre la terza e la quarta furono volte ad alleggerire le manovre degli imperi centrali sulla Serbia.
    Nel 1916 tra l’11 e il 19 marzo si svolse la quinta battaglia, nella quale l’offensiva italiana venne respinta ma la minaccia della Strafexpedition austriaca nel Trentino costrinse il generale Cadorna a spostare mezzo milione di soldati dal Carso al Trentino, e ciò comportò un affievolirsi degli scontri sull’Isonzo fino a farli cessare completamente. Nei pressi di Gorizia delle scaramucce tra i due eserciti continuarono per mesi. Il 29 giugno del 1916, vi fu il primo attacco austro-ungarico con il gas tossico. Colti nel sonno, nelle linee del Monte San Michele, 2 700 italiani delle brigate Regina e Brescia morirono e circa 4 000 rimasero gravemente intossicati . I soldati italiani dell’XI Corpo d’armata del generale Giorgio Cigliana riuscirono comunque a fermare il nemico. Con l’esaurisi alla fine di giugno dell’offensiva austriaca in Trentino Cadorna riprese l’iniziativa e tra il 27 luglio e il 4 agosto spostò uomini e mezzi dal Trentino sull’Isonzo attaccando di sorpresa gli austriaci, le cui forze in quel settore erano relativamente scarse e la Sesta battaglia dell’Isonzo combattuta tra il 6 e il 17 agosto portò alla conquista di Gorizia, con il contributo fondamentale della 3ª Armata, grazie soprattutto ai successi iniziali sul Monte Sabotino a nord-est e sul Monte San Michele a sud-ovest che fecero crollare la linea difensiva austro-ungarica.
    La rottura del fronte a oriente di Gorizia, portò alla Settima battaglia dell’Isonzo combattuta tra il 14 e il 16 settembre dove il Generale Cadorna fece implementare la tattica delle “spallate”, attacchi energici e di breve durata su una fronte limitato. La 3ª Armata italiana, dalla quale dipendeva il I Gruppo aereo del Servizio Aeronautico del Regio Esercito, doveva irrompere sull’altura di Fajti (Quota 432) in direzione del Monte Tersteli per poi attaccare Trieste. Gli Italiani riuscirono appena a conquistare alcune trincee e una piazzaforte presso Merna.
    A seguire l’ottava battaglia dell’Isonzo tra il 10 ed e il 12 ottobre 1916 nella zona di Doberdò, a est di Monfalcone, nella quale l’offensiva italiana venne respinta, e la Nona battaglia dell’Isonzo combattuta tra il 31 ottobre e il 4 novembre 1916 nella quale le truppe italiane avanzarono di pochi chilomenti. Entrambe le battaglie rientrarono nello schema degli interventi di logoramento che non fecero guadagnare terreno e che costarono la vita a tanti soldati su entrambi gli schieramenti.
    Nella tarda primavera del 1917, tra il 12 maggio e il 7 giugno fu combattuta la Decima battaglia dell’Isonzo, con lo scopo di rompere il fronte per raggiungere Trieste. La battaglia superò di gran lunga le nove precedenti, per quanto riguarda gli sforzi bellici e le perdite, senza conseguire peraltro lo sfondamento definitivo.
    La successiva Undicesima battaglia, combattuta tra il 17 agosto e il 15 settembre nella quale fu impegnata in modo massiccio la 2ª Armata, fece realizzare una penetrazione di 10 chilometri nel dispositivo di difesa nemico, ma fece contare numerose perdite tra le truppe italiane che conquistarono la Bainsizza, il Monte Santo e il Monte San Gabriele, ma il Monte Hermada si dimostrò inespugnabile arrestando così l’offensiva italiana che se avesse avuto una maggiore spinta avrebbe permesso il collasso delle forze asburgiche. Alla fine della battaglia gli austriaci disponevano però di sole 24 divisioni, di fronte alle 51 degli italiani e sarà questa grave situazione che convincerà i tedeschi, alleato dell’Impero austro-ungarico a concentrare i propri sforzi sul fronte italiano dopo essersi liberati del fronte russo e allontanare il pericolo ormai imminente su Trieste, ricacciando gli italiani di là dalla frontiera dell’Isonzo.
    La Dodicesima e ultima battaglia dell’Isonzo, preludio alla disfatta di Caporetto, durante la quale la 3ª Armata non venne interessata dallo sfondamento del fronte, in quanto avvenne nell’area di responsabilità della 2ª Armata, ebbe inizio il 24 ottobre; dopo un bombardamento di artiglieria durato sei ore, l’attacco austro-germanico penetrò subito in profondità. Le truppe tedesche travolsero le difese italiane e, rapidamente progredendo per il fondovalle, raggiunsero Caporetto lo stesso giorno. Il 26 ottobre cadde Monte Maggiore, su cui Cadorna contava come punto cruciale di una difesa di seconda linea; nello stesso giorno, il grosso del Regio Esercito Italiano rischiava l’annientamento, per cui, alle prime ore del 27 ottobre, fu dato l’ordine definitivo di ritirata. Gli scontri proseguirono fino a quasi metà novembre, spostandosi dalla zona dell’Isonzo a quella del Tagliamento per poi attestarsi su quella del Piave.
    Dopo la disfatta di Caporetto, pur non essendo mai stata sconfitta, la 3ª Armata dovette ritirarsi insieme alle altre Grandi Unità sulla linea del Piave.
    Sembrava, dopo la disfatta di Caporetto e la successiva destituzione dall’incarico del Generale Cadorna, che Emanuele Filiberto dovesse essere nominato Comandante del Regio Esercito fino alla conclusione delle ostilità, ma contro tutte le previsioni, Vittorio Emanuele III decise di nominare il Generale Armando Diaz. Tale scelta, sembra che sia stata presa dall’allora Re, per tenere in ombra il cugino divenuto popolare grazie alle imprese della 3ª Armata durante tutto il conflitto.
    Nel corso del 1918 la 3ª Armata prese parte alla Battaglia del solstizio e alla decisiva battaglia di Vittorio Veneto. Dal 5 settembre 1918 riceve il Gruppo speciale Aviazione I fino al 21 novembre successivo.
    Dopo la vittoria italiana nel primo conflitto mondiale il Comando Designato 3ª Armata venne sciolto a Trieste nel luglio 1919.(fonte)

    [10] Seconda Armata (Regio Esercito).
    La 2ª Armata deriva dal Comando Designato d’Armata di Genova che divenne, nell’ottobre 1914 Comando 2ª Armata.
    All’entrata in guerra dell’Italia il 24 maggio 1915 alla 2ª Armata, comandata dal Tenente generale Pietro Frugoni furono assegnati alle proprie dipendenze il II Corpo d’armata del tenente generale Ezio Reisoli, il IV Corpo d’armata del Tenente generale Mario Nicolis di Robilant e il XII Corpo d’armata.
    Nel maggio del 1916 a causa della violenta offensiva austriaca in Trentino, la cosiddetta Frühjahrsoffensive (“offensiva di primavera”), conosciuta impropriamente in Italia con il termine di Strafexpedition (in italiano Spedizione punitiva), fortemente voluta e pianificata dal Capo di Stato maggiore dell’Imperial regio Esercito austro-ungarico, feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorf, la 2ª Armata venne momentaneamente sciolta e parte del personale del suo Comando andò a formare l Comando della 5ª Armata di riserva. Il 3 luglio dello stesso anno il Comando venne ricostituito ed ebbe a disposizione due corpi di armata (IV e VIII), che nel corso del conflitto aumentarono sino a otto. Alla fine di ottobre e nel mese di novembre del 1917, nel corso della Battaglia di Caporetto e del successivo ritiro dall’Isonzo al Piave, la 2ª Armata fu investita in pieno e completamente disfatta; gran parte degli effettivi dell’armata furono fatti prigionieri. Il 1º giugno 1918 il Comando della 2ª Armata fu trasformato in Comando dell’8ª Armata del Montello e schierata lungo il Piave nel tratto fra Pederobba e Palazzon. Il rilievo montuoso del Montello fu il principale obiettivo dell’offensiva austriaca del 15 giugno 1918 passata alla storia come la battaglia del solstizio, nella quale l’8ª Armata, comandata dal tenente generale Giuseppe Pennella riuscì a contenere lo sfondamento e a respingere poi il nemico oltre il Piave. Durante la battaglia di Vittorio Veneto l’armata al comando del tenente generale Enrico Caviglia assunse le funzioni di comando di gruppo di armate, in coordinamento con la neocostituita 10ª Armata del tenente generale Frederick Lambart of Cavan e costituita dal XIV Corpo d’armata britannico con la 7ª e 23ª Divisione di fanteria e dall’XI Corpo d’armata italiano del Tenente generale Giuseppe Paolini con la 23ª Divisione bersaglieri del Tenente generale Gustavo Fara e la 37ª Divisione territoriale del maggior generale Giovanni Castagnola. Il 24 ottobre 1918 all’inizio dell’offensiva finale italiana, con la “Battaglia di Vittorio Veneto”, l’8ª Armata italiana, con ben quattro corpi d’armata e 14 divisioni e 2.708 pezzi d’artiglieria, ha svolto il ruolo da ariete, coadiuvata dalla neocostituita 10ª Armata su 4 divisioni di cui due del British Army; per agevolare l’attacco la 4ª Armata attaccò per prima iniziando così il suo calvario, battendosi nelle operazioni che si svolsero dal 24 al 29 ottobre 1918, perdendo ben 25 000 uomini.
    Il 31 gennaio 1919 il Comando venne provvisoriamente sciolto, per poi essere ricostituito il 15 febbraio, quando il Comando della 9ª Armata venne trasformato in Comando dell’8ª Armata. Il 1º agosto il dell’8ª Armata fu trasformato in Comando Regie truppe Venezia Giulia, che venne sciolto il 31 dicembre del 1919.

    [11] Gaetano Giardino. Nacque a Montemagno (Asti) il 25 genn. 1864 da Carlo e da Olimpia Garrone.
    Entrato nell’esercito appena diciassettenne, fu nominato sottotenente nell’8° bersaglieri il 4 sett. 1882 e poi promosso tenente l’11 ott. 1885. A venticinque anni, come molti degli ufficiali più intraprendenti ed economicamente meno dotati, si recò nei nuovi possedimenti d’Africa che, nel 1890, avrebbero assunto il nome di Colonia Eritrea. Vi rimase insolitamente a lungo, sino all’estate del 1894.
    Colà si mise in evidenza per le sue doti organizzative e di preparazione professionale militare (nel 1893 compilò un regolamento d’istruzione tattica per le fanterie indigene). Il fatto d’armi più importante cui partecipò fu la presa di Cassala (17 luglio 1894): ne riportò una medaglia d’argento e, di fatto, la promozione a capitano (19 sett. 1894). Né la medaglia né l’esperienza sul campo accelerarono, però, più di tanto la sua carriera.
    Tornato in patria, dopo qualche tempo intraprese anche gli studi presso la scuola di guerra, dove riportò buone votazioni, passando dalla fanteria al corpo di stato maggiore. Ma la carriera continuava a scorrere, per il G. come per gran parte degli ufficiali del tempo, ugualmente lenta: la promozione a maggiore arrivò il 29 sett. 1904 e quella a tenente colonnello il 1° luglio 1910. A quella data svolgeva le funzioni di capo di stato maggiore della divisione di Napoli. La sede, probabilmente, insieme con la preparazione coloniale maturata in Eritrea, contribuì però alla sua fortuna. L’anno successivo, allestendosi la spedizione in Libia che proprio da Napoli doveva salpare, il G. vi partecipò come sottocapo di stato maggiore del corpo di spedizione.
    L’incarico non era di immediata visibilità, ma l’esperienza fu importante e non solo organizzativa. Il 4 genn. 1912, in un momento di stallo delle operazioni militari e in una fase di insoddisfazione da parte del presidente del Consiglio G. Giolitti e delle autorità politiche per la lentezza con cui procedevano le operazioni militari, il G. fu inviato a Roma dal comandante della spedizione, C.F. Caneva, per svolgere un’importante missione diplomatica, presentando le ragioni e le giustificazioni relative alla condotta del corpo di spedizione, e conferendo direttamente con le più alte cariche politiche. Al termine della riunione, anche se certo non solo per merito delle doti retoriche del G., un comunicato della Agenzia di stampa Stefani annunziava come, almeno per il momento, il governo fosse “pienamente d’accordo con il comandante in capo, nel quale ripone completa fiducia”.
    La doppia esperienza, coloniale e di stato maggiore, aveva irrobustito il carattere militare del G. e lo aveva spinto – come non pochi ufficiali del tempo – su posizioni politiche antigiolittiane. Negli anni successivi all’impresa di Libia arrivò la promozione a colonnello (4 genn. 1914) e l’incarico a capo di stato maggiore del IV corpo d’armata. Lo scoppio della Grande Guerra e la partecipazione a essa dell’Italia, ora guidata da A. Salandra e S. Sonnino, fornirono al G., cui si era aperta la via per la nomina a generale, l’occasione di un’ascesa sino a quel momento imprevedibile: da allora egli doveva diventare una delle figure più rilevanti, se non più influenti, dell’intera gerarchia militare e giocò, in qualche occasione, un ruolo politico di primo piano a livello nazionale.
    Tra il 1914 e il 1916 fu capo di stato maggiore della 2ª armata (con P.P. Frugoni), poi della 5ª, fra l’altro preparando il balzo oltre l’alto Isonzo e lo Iudrio. A riconoscimento dell’attività svolta, che incontrò il pieno favore del comandante supremo L. Cadorna – cui il G. fu da subito molto vicino -, arrivò la promozione a maggior generale (18 ag. 1915). Con quel grado, comandante della 48ª divisione, il G. si distinse nella presa di Gorizia, verso S. Marco e sul Vertoiba. Comandante del I corpo d’armata nel 1917, passò presto al XXIV.
    Il 5 apr. 1917 Cadorna lo nominava tenente generale. Apprezzamenti e critiche aumentarono, nell’ambiente militare, quando, in occasione della crisi parlamentare del giugno 1917, Cadorna lo propose come sostituto del ministro della Guerra P. Morrone, dimissionario.
    L’incarico ministeriale, dal 16 giugno (con la connessa nomina a senatore), aveva portato alla ribalta una figura di militare tecnico, estraneo ai giochi della politica, che a Cadorna doveva per intero la sua ascesa e che era, inoltre, intimamente convinto della bontà della tattica e della globale condotta della guerra da parte del comandante supremo. Nell’espletamento dell’incarico, a partire da quella delicata estate del 1917, il G. confermò questa immagine, cui si aggiunse qualcosa di più, a giudicare dalle vociferazioni di vaghi progetti, più che veri e propri piani, di un complotto finalizzato ad arrestare V.E. Orlando per mettere il G. a capo di un governo “militare” ispirato da Cadorna. Fatto sta che, forse non a caso, lo stesso B. Mussolini su Il Popolo d’Italia aveva esplicitamente espresso simpatia per l’operato del G. come ministro.
    In questo clima politico, pochi giorni prima del fatale 24 ottobre, il G. affermò dal suo scranno ministeriale che il fronte era sicuro e che non si prevedevano attacchi nemici di rilievo forse sino alla primavera successiva. All’indomani della rotta di Caporetto il governo Boselli si dimise (il G. ricevette fra l’altro il saluto e il ringraziamento del Popolo d’Italia).
    Come ebbe a dichiarare qualche mese più tardi alla commissione d’inchiesta su Caporetto, per il G. – come del resto per Cadorna -, le motivazioni dell’episodio andavano ricercate nel cedimento morale delle truppe, dovuto al disfattismo provocato dal fronte interno. A chi, come F. Martini, lo avvicinò nei mesi immediatamente successivi alla rotta il G. parve preoccupato per il “profondo disprezzo in cui il nemico che tante volte vincemmo oggi ci tiene” (4 nov. 1917) e per il fatto che all’interno dell’esercito “i sobillamenti continuano” (30 nov. 1917), e pronto a criticare, o quanto meno a lasciare criticare, il nuovo comandante supremo A. Diaz (18 genn. 1918). Tanta verbosità critica, però, non ingannava un fine conoscitore come il giornalista L. Barzini il quale, scrivendo a G. Albertini, così liquidava il G.: “mi pare debole” (12 nov. 1917).
    Ma Caporetto (nella cui “preparazione” il G., in effetti, non aveva responsabilità dirette se non quelle politiche generali in quanto ministro) non lo fermò: dopo l’allontanamento di Cadorna il G. divenne vicecapo di stato maggiore (con P. Badoglio secondo vicecapo), rappresentando la continuità con il passato cadorniano (ed esiste una documentazione secondo cui il Consiglio dei ministri valutò anche l’ipotesi di sostituire Cadorna con Emanuele Filiberto di Savoia duca d’Aosta, nominando vicecapi di stato maggiore Diaz e il Giardino).
    Da subito gli spazi di manovra non furono ampi per il G. che, peraltro, dovette trovarsi a disagio nel nuovo comando supremo che tanto voleva differenziarsi dal precedente, a lui così caro. Inoltre Badoglio, pur più giovane, assunse su di sé l’intero compito di riorganizzazione dell’esercito.
    Avvenne, dunque, che il G., già nel febbraio 1918, fosse allontanato dal comando supremo e inviato a Parigi per sostituire Cadorna come rappresentate italiano presso il Consiglio militare interalleato: incarico formalmente di grande prestigio, ma i cui i margini d’azione erano, ancora una volta, assai ristretti (e non a caso presentò le sue dimissioni appena un paio di mesi più tardi). Al ritorno in Italia il G. assunse l’incarico militare cui doveva restare definitivamente legata la sua immagine negli anni a venire: il comando dell’armata del Grappa, con il controllo di uno dei punti più delicati dell’intero fronte italiano. La 4ª armata, a lui affidata, non solo giocò un ruolo di rilievo nel tenere la posizione strategica assegnatale, ma seppe reagire all’offensiva austriaca del 15 giugno 1918 (che in un primo momento aveva rischiato di metterla in ginocchio); quindi, consolidato il proprio morale nei mesi successivi, partecipò, pagando un alto prezzo, alla finale “battaglia” di Vittorio Veneto.
    Nelle settimane immediatamente precedenti il presidente del Consiglio Orlando, nelle more frapposte da Diaz all’offensiva finale, aveva pensato di sostituire Diaz con il G.; poi, verso il 19 ottobre, aveva sollecitato direttamente quest’ultimo a non tardare a prendere l’offensiva nel suo settore, temendo che la guerra potesse concludersi senza una vittoria italiana sul campo.
    Oltre alla strategia e alla tattica militari vere e proprie, il G. reinterpretò a suo modo, con una forte dose di paternalismo militaresco, il nuovo corso postcadorniano nel trattare la truppa, sviluppando una potente, spregiudicata e durevole retorica populista sui “suoi soldatini” dell’armata del Grappa: una retorica al solito assai apprezzata anche da Mussolini, che ne scriveva compiaciuto sul Popolo d’Italia già il 29 giugno 1918. Inoltre, una parte dell’opinione pubblica liberale e conservatrice guardava a lui come a uno dei migliori fra i generali italiani che avevano condotto la guerra.
    Il dopoguerra consacrò definitivamente la figura del G., ormai assurto ai più alti vertici della gerarchia militare (il 21 dic. 1919 fu nominato fra i cinque generali d’esercito), componente di quell’aeropago militare che era il Consiglio d’Esercito (istituito il 25 luglio 1920), nonché comandante designato d’armata.
    Tale notorietà – in fondo dovuta al comandante del Grappa e a uno dei generali di Vittorio Veneto, e comunque ribadita dal G. con i suoi frequenti, e spesso roboanti, interventi in Senato – non era sempre accompagnata per la verità da programmi chiari, carenza cui il G. sopperiva, nel clima d’incertezza del dopoguerra, con una costante intonazione autoritaria e antiprogressista, quando non proprio filofascista. Ma più ancora dell’adesione a uno schieramento politico, era la sua piena adesione alle più retrive e chiuse tradizioni militari a connotarlo. Nell’ambiente militare, però, questo era un titolo di merito tanto che, nel giugno 1921, si parlò di lui come di un possibile ispettore di fanteria (una carica tecnica inferiore solo a quelle di ministro della Guerra e di capo di stato maggiore).
    Altro segno del suo prestigio e dell’importanza che gli veniva attribuita è il frequente ricorrere del nome del G. in gran parte, se non in tutte, le voci di complotto e di colpo di Stato che, fra 1919 e 1922, andarono diffondendosi in Italia. Di fatto è difficile pensare a un G. – il quale, per quanto assai critico della politica liberale era pur sempre un militare di antica tradizione – che architetta complotti in prima persona. Più probabile che egli venisse coinvolto, e fosse lusingato dal farsi coinvolgere, in progetti altrui: lo stesso Mussolini scriveva a G. D’Annunzio, il 25 sett. 1919, favoleggiando di un colpo “repubblicano” che avrebbe dovuto “dichiarare decaduta la monarchia” sostituendola con un direttorio composto dal vate, dal G., da E. Caviglia e da L. Rizzo. Più in generale, comunque, il nome del G. era un punto di riferimento per i fascisti più oltranzisti, insieme con quelli del duca d’Aosta, di Caviglia e di P. Thaon di Revel.
    All’epoca della marcia su Roma il G. era comandante di armata di Firenze, nel cui territorio era compresa la capitale, ed è quindi probabile che il re lo abbia contattato (sia pur telefonicamente) per saggiare le reazioni dell’esercito. L’ascesa al governo di Mussolini gli fruttò subito un primo incarico pubblico, a riprova dei contatti precedenti: un’inchiesta sullo stato della guardia regia, che il capo del fascismo voleva abolire. Il che avvenne proprio sulla base dei risultati dell’inchiesta dal G. condotta in poche settimane. Fra tutti quelli assegnatigli dal nuovo governo il ruolo di maggior prestigio fu, comunque, quello di governatore della città di Fiume, ricoperto in un momento delicato, prima della definitiva annessione della città all’Italia (dal 17 sett. 1923 sino al maggio 1924), e che prevedeva il compito di “tutelare l’ordine pubblico” mentre si riavviavano le trattative diplomatiche con la Jugoslavia. Nel 1924 il G. fu nominato ministro di Stato.
    In seguito, però, intervennero rapporti meno idilliaci: nell’autunno-inverno 1924-25, quando il governo manifestò l’intenzione di mettere in pericolo la tradizionale autonomia dell’esercito, si verificò una crisi di notevoli proporzioni nei rapporti fra fascismo e forze armate, segnatamente in seguito al tentativo di far approvare il progetto di ordinamento militare (che dal proponente ministro A. Di Giorgio prendeva nome) e il disegno istitutivo della Milizia volontaria di sicurezza nazionale (MVSN). In questa circostanza il G. assunse un ruolo di assoluto rilievo e le argomentazioni da lui svolte in Senato e nel Consiglio d’Esercito contribuirono senz’altro a far ritirare il primo progetto e a ridimensionare il secondo.
    Durissimi furono i discorsi del G. contro Di Giorgio, prima in Consiglio d’Esercito (settembre-novembre 1924) poi in Senato (31 gennaio, 30 marzo e 2 apr. 1925), e contro il disegno sulla MVSN (4 dic. 1924), al punto da costringere Mussolini (discorsi del 5 e del 9 dic. 1924) a repliche dure rivolte personalmente al G.; in realtà questi, che pure così veementemente lo aveva contestato, non pare abbia mai seriamente osteggiato il governo fascista. Ritirato l’ordinamento Di Giorgio e ridimensionate le pretese sulla MVSN, gli stessi documenti parlamentari testimoniano che il G. si avvicinò a Mussolini affermando “Eccellenza, Lei ha salvato l’esercito!” (2 apr. 1925).
    Da allora, a livello politico e personale, Mussolini e il regime furono prodighi di onori al G.: gli affidarono incarichi formali di prestigio (in Senato relazionò sulla legge di ordinamento militare che seppellì l’ipotesi Di Giorgio, 1° marzo 1926) e fu nominato, come Cadorna e Diaz, maresciallo d’Italia (17 giugno 1926), grado che sostituiva il precedente di generale d’esercito. Ma di fatto non fu più preso seriamente in considerazione per cariche di reale peso politico. Consapevole di aver perso un suo ruolo e di aver favorito la nascita e l’assestamento di un regime che lo metteva ora da parte pur coprendolo di allori, il G., nel 1927, si ritirò a Torino.
    Nel dicembre 1929 riceveva il prestigioso collare dell’Ordine dell’Annunziata e, a parte qualche mugugno (se c’è da credere al Diario di Caviglia almeno in qualche occasione avrebbe criticato Mussolini), si adattò col tempo al ridimensionamento del suo effettivo ruolo pubblico. Peraltro, da qualche tempo la sua figura era andata appannandosi anche all’interno del mondo militare: il comandante del Grappa (al pari di molti altri suoi coetanei e colleghi) non teneva il passo con le innovazioni militari, rimanendo fermo alla difesa della dottrina militare della Grande Guerra, come sostenne anche in Rievocazioni e riflessioni di guerra (I-III, Milano-Verona 1929-30).
    Su un punto, però, il G. poteva svolgere, e svolse, un ruolo che corrispondeva contemporaneamente alle sue propensioni populistico-autoritarie, al personale desiderio di autoglorificazione e alle necessità propagandistiche del regime: la creazione e il mantenimento del mito delle battaglie del Grappa (dove aveva pubblicamente espresso il desiderio di essere sepolto); quale ex comandate dell’armata del Grappa, egli svolse un ruolo decisivo anche nelle scelte relative alla costruzione del sacrario, consacrato il 22 sett. 1935 alla presenza del re, e nei periodici raduni di massa colà tenuti.
    Forte del seguito ottenuto da queste operazioni, fondamentali ai fini dell’organizzazione di un consenso al fascismo quale regime uscito dalla Grande Guerra, il G. difese accanitamente, in parte fondandosi su documenti e in parte anche travalicandoli, l’operato della sua 4ª armata contro chiunque volesse ridimensionarlo o annullarlo. Peraltro, di norma, a parole il G. non affrontava mai la questione in termini di difesa personalistica ma la presentava in forma populistica, affermando di voler reagire a tutte le “affermazioni lesive dei miei soldati del Grappa”.
    Il G. morì a Torino il 21 nov. 1935.(fonte)

    [12] Louis-Nicolas Davout, duca d’Auerstädt e principe d’Eckmühl. Maresciallo di Francia, nato ad Annoux (Yonne) il 10 maggio 1770, morto a Parigi il 1° giugno 1823. Era appena nominato sottotenente quando scoppiò la rivoluzione, alla quale si associò con calore. Nel 1792 fu coi volontarî dell’armata del Nord. Quando il Dumouriez (v.) volle portare le armi contro la Convenzione, il D. ordinò ai suoi uomini di far fuoco contro di lui. Promosso generale, prese parte alle campagne dell’armata della Mosella e del Reno. Nel 1798 partì con la spedizione d’Egitto. Meritò ad Abukir le lodi e l’affezione di Bonaparte, che più tardi lo nominò comandante dei granatieri della guardia consolare. Fu compreso nella prima lista dei marescialli dell’impero (1804). Nel 1805 ebbe il comando del 3° corpo della grande armata, che operò azioni risolutive ad Ulma e ad Austerlitz. Nel 1806 sostenne ad Auerstädt una fiera battaglia contro forze molto superiori, dando tempo a Napoleone di riportare lo stesso giorno a Jena la grande vittoria che aprì alle armate imperiali la via verso Berlino. Dopo Tilsitt (1807) il D. fu nominato governatore di Varsavia. Scoppiata di nuovo la guerra tra Francia ed Austria (1809), il D. con la vittoria d’Eckmühl assicurò la riunione delle forze francesi in Baviera. A Wagram decise della cruenta giornata. Durante la campagna di Russia (1812) si distinse alla Moscova; e l’anno successivo, non essendogli stato possibile raggiungere l’imperatore, che aveva il grosso delle forze in Sassonia, si limitò alla difesa ad oltranza di Amburgo, che cedette dopo molti mesi e soltanto in seguito ad ordine di Luigi XVIII, succeduto a Napoleone dopo l’abdicazione di Fontainebleau. Ritiratosi a vita privata alla prima restaurazione, fu durante i Cento Giorni nuovamente con Napoleone, che lo nominò ministro della Guerra. Dopo la seconda restaurazione cadde completamente in disgrazia e fu privato del grado di maresciallo, che gli fu però restituito dopo un anno. Nel 1819 Luigi XVIII – a cui il D. si era sottomesso, convinto ormai dell’impossibilità di un ritorno di Napoleone – lo nominò pari di Francia.(fonte)

    [13] La Seconda battaglia della Marna (per i soldati tedeschi semplicemente il Friedensturm, l’assalto della pace, nella speranza che un’ultima vittoria avrebbe finalmente condotto alla fine della guerra) si svolse tra il 15 luglio e il 6 agosto 1918. L’azione fu parte dell’ultima grande offensiva tedesca sul fronte occidentale durante la prima guerra mondiale, nel tentativo di uscire dalla stasi della guerra e cercare lo sfondamento delle linee alleate per far volgere a favore dei tedeschi l’esito della guerra.(fonte)

    [14] Alberto Emanuele Lumbroso Nacque a Torino il 1o ott. 1872, in una famiglia israelita, unico figlio di Giacomo e di Maria Esmeralda Todros, di nazionalità francese.
    Il nonno paterno, Abramo, protomedico del bey di Tunisi, aveva ottenuto nel 1866 da Vittorio Emanuele II il titolo di barone per meriti scientifici e per speciali benemerenze. Il padre del L., Giacomo, era nato a Bardo, in Tunisia, nel 1844. Ellenista e papirologo di fama internazionale, dal 1874 socio della Deutsche Akademie der Wissenschaften, influenzò fortemente l’educazione e la formazione intellettuale del Lumbroso. Trasferitosi a Roma intorno al 1877, divenne accademico dei Lincei (1878) e pubblicò la sua opera principale, L’Egitto al tempo dei Greci e dei Romani (Roma 1882), ottenendo nello stesso 1882 la cattedra di storia antica all’Università di Palermo. Con il medesimo insegnamento, nel 1884, si trasferì a Pisa, quindi, nel 1887, nuovamente a Roma dove insegnò storia moderna alla “Sapienza” (vedi le Lezioni universitarie su Cola di Rienzo, ibid. 1891). Giacomo morì a Rapallo nel 1925.
    I trasferimenti del padre lasciarono notevoli tracce nella formazione del giovane L.; tra le sue prime esperienze romane si ricordano la frequentazione delle case di T. Mamiani e di Q. Sella, dove divenne amico di S. Giacomelli, nipote di questo; in Sicilia rimase affascinato da G. Pitrè e, nell’Archivio per lo studio delle tradizioni popolari da lui diretto, pubblicò nel 1896 il suo primo articolo.
    Nel periodo pisano il L. continuò con successo gli studi e sviluppò una notevole passione per la cultura erudita, collezionando autografi, raccogliendo motti, proverbi e notizie folkloristiche, sempre in perfetta sintonia con il padre. Tornato a Roma si diplomò al liceo classico E.Q. Visconti, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza e si appassionò al periodo napoleonico, laureandosi, intorno al 1894, con una tesi su Napoleone I e l’Inghilterra (poi rielaborata e pubblicata in volume: Napoleone I e l’Inghilterra. Saggio sulle origini del blocco continentale e sulle sue conseguenze economiche, Roma 1897). Gli studi napoleonici occuparono interamente il L. fra l’ultimo decennio dell’Ottocento e il primo del Novecento. La frequentazione di ambienti intellettuali ed eruditi italiani (soprattutto romani, torinesi e, più tardi, napoletani) e francesi, l’assoluta familiarità con la lingua della madre e lo sviluppo di un talento compilativo dimostrato fin dalla prima giovinezza portarono il L. alla realizzazione di un gran numero di pubblicazioni.
    Tra il 1894 e il 1895 uscirono i cinque volumi del Saggio di una bibliografia ragionata per servire alla storia dell’epoca napoleonica (Modena), circa mille pagine dedicate alle lettere “da A a Bernays” (l’opera resterà incompiuta) e tra il 1895 e il 1898 le sei serie della Miscellanea napoleonica (Roma-Modena), altra cospicua opera erudita di oltre millecinquecento pagine che raccoglieva memoriali, lettere, canzoni, accadimenti notevoli e minuti forniti da studiosi europei e introdotti dal L.; nella Bibliografia dell’età del Risorgimento V.E. Giuntella li definì “saggi bibliografici che, sebbene arretrati, possono ancora essere utilmente consultati” (I, Firenze 1971, p. 405).
    L’interesse per il periodo napoleonico portò il L. a Napoli, in cerca di notizie e documenti su Gioacchino Murat. Suo interlocutore privilegiato in quella città fu B. Croce: il L. frequentò la casa del filosofo negli ultimi anni del secolo e i rapporti epistolari tra i due si protrassero a lungo.
    I maggiori lavori napoletani del L. furono la Correspondance de Joachim Murat, chasseur à cheval, général, maréchal d’Empire, grand-duc de Clèves et de Berg (julliet 1791 – julliet 1808 [sic]), (prefaz. di H. Houssaves, Turin 1899 e L’agonia di un Regno: Gioacchino Murat al Pizzo (1815), I, L’addio a Napoli, prefaz. di G. Mazzatinti, Roma-Bologna 1904.
    Alla fine del secolo il L. fu organizzatore e presidente operativo del Comitato internazionale per il centenario della battaglia di Marengo (14 giugno 1800-1900): chiamò alla presidenza onoraria G. Larroumet, professore della Sorbona e accademico di Francia, ottenendo la partecipazione onoraria di noti intellettuali tra cui G. Carducci, B. Croce, G. Mazzatinti, C. Segre, A. Sorel, le cui lettere di adesione furono via via pubblicate nel Bulletin mensuel du Comité international; nel 1903, accompagnato da una lettera-prefazione di Larroumet, fu edito il primo tomo, poi rimasto senza seguito, dei Mélanges Marengo (s.l. [ma Frascati] né d.).
    Ancora una volta il L. usa uno stile cronachistico, cerca e pubblica ogni genere di fonte, prediligendo quelle dirette. A tale scopo rintraccia figli e nipoti dei personaggi che descrive; caso emblematico quello dei “Napoleonidi”: e infatti, grazie ai suoi lavori e alle sue frequentazioni parigine, divenne “Bibliothécaire honoraire de S.A.I. le prince Napoléon” [Vittorio Napoleone]; pubblicò poi Napoleone II, studi e ricerche. Ritratti, fac-simili di autografi e vari scritti editi ed inediti sul duca di Reichstadt (Roma 1902), Bibliografia ragionata per servire alla storia di Napoleone II, re di Roma, duca di Reichstadt (ibid. 1905) e – più tardi – redasse le voci su Napoleone I e i Napoleonidi per il Grande Dizionario enciclopedico UTET (1937, VII, pp. 1100-1150). A coronamento dei suoi interessi per i Bonaparte, nel 1901 il L. fondò e diresse la Revue napoléonienne, bimestrale (ma, dal 1908, mensile) che uscì fino al 1913, coinvolgendo nell’iniziativa un gran numero di studiosi italiani e francesi.
    L’interesse per la cultura d’Oltralpe lo portò a pubblicare anche lavori su Voltaire (Voltairiana inedita, Roma 1901), Stendhal (Stendhaliana: da Enrico Beyle a Gioacchino Rossini, Pinerolo 1902) e soprattutto Maupassant (Souvenirs sur Guy de Maupassant: sa dernière maladie, sa mort. Avec des lettres inédites communiquées par madame Laure de Maupassant et des notes recueillies parmi les amis et les médecins de l’écrivain, Genève-Rome 1905), scritto durante un lungo soggiorno parigino.
    Nel 1898 il L. era intanto diventato consigliere della Società bibliografica italiana e probabilmente nel contesto culturale della Società conobbe Carducci, cui dedicò, postuma, una Miscellanea carducciana (con prefaz. di B. Croce, Bologna 1911), raccolta di notizie critiche, biografiche e bibliografiche sul poeta.
    Nel 1897 aveva sposato Natalia Besso, dall’unione con la quale nacquero Maria Letizia (1898) e Ortensia (1901). Nel 1901 l’intera famiglia abbracciò la religione cattolica. Nel 1904 il L. donò la sua ricca biblioteca napoleonica (circa trentamila volumi e opuscoli) alla Biblioteca nazionale di Torino, da poco distrutta in un incendio. Nel 1907 assunse, con A.J. Rusconi, la direzione della Rivista di Roma e, a partire dal 1909, ne divenne direttore unico.
    La direzione della Rivista rappresentò una svolta nei suoi interessi e nei suoi studi, che da internazionali ed eruditi divennero più “patriottici”, legati a eventi del Risorgimento e della storia italiana (in particolare il L. sì appassionò alla riabilitazione dell’ammiraglio C. Pellion di Persano e, oltre agli articoli apparsi nella Rivista, sull’argomento pubblicò La battaglia di Lissa nella storia e nella leggenda: la verità sulla campagna navale del 1866 desunta da nuovi documenti e testimonianze, Roma 1910, seguita da ulteriori approfondimenti, tra cui Il carteggio di un vinto, ibid. 1917). Tra coloro chiamati dal L. a collaborare alla Rivista – che dal primo momento egli volle “crispina, salandrina e antigiolittiana” e, dopo la guerra, “antibonomiana e antinittiana” (Premessa, s. 3, XXXII [1928], 1) – D. Oliva, E. Corradini, L. Ferderzoni, A. Dudan.
    Dal 1909 G. D’Annunzio collaborò alla Rivista di Roma. Il contatto diretto portò in breve tempo il L., inizialmente piuttosto critico nei confronti del poeta (si veda del L. Plagi, imitazioni e traduzioni, in Id., Scaramucce e avvisaglie. Saggi storici e letterari di un bibliofilo(, Frascati 1902, pubblicazione che Croce aveva particolarmente apprezzato), a divenirne ammiratore e paladino, fino a entrare in forte polemica sia con lo stesso Croce sia con G.A. Borgese; nel 1913, nel cinquantesimo anniversario di D’Annunzio, volle dedicargli l’intero n. 6 della Rivista; nello stesso anno il L. fu attivo nel Comitato pro Dalmazia italiana e, nel 1914, diede vita a un Comitato pro Polonia del quale offrì la presidenza onoraria al poeta.
    Approssimandosi la guerra, la Rivista di Roma svolse campagne in favore dell’intervento e, nel 1915, lo stesso L. partì volontario col grado di sottotenente. Promosso tenente, dal 1916 al 1918 fu addetto militare aggiunto presso l’ambasciata italiana ad Atene e, al termine del conflitto, fu insignito del cavalierato nell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro per benemerenze acquisite in guerra.
    Nel 1924, ormai di fatto separato dalla moglie, il L. si trasferì a Genova dove riprese la pubblicazione della Rivista di Roma, sospesa nel biennio 1922-23, che diresse fino al 1932. A Genova ebbe due figli, Emanuele e Maria Tornaghi, nati nel 1918 e nel 1919 da Adriana Tornaghi, con la quale aveva a lungo convissuto.
    Dopo la morte del padre, il L. ne pubblicò la bibliografia (in Raccolta di scritti in onore di Giacomo Lumbroso, Milano 1925); fin dal 1923 aveva collaborato con Critica fascista, e nel 1929 inviò suoi libri a B. Mussolini e chiese l’iscrizione al Partito nazionale fascista. I lavori più consistenti del L. negli anni Venti e Trenta furono dedicati principalmente alla Grande Guerra e a personaggi della casa reale.
    Bibliografia ragionata della guerra delle nazioni: numeri 1-1000 (scritti anteriori al 1 marzo 1916), Roma 1920; Le origini economiche e diplomatiche della guerra mondiale, dal trattato di Francoforte a quello di Versailles, I-II, Milano 1926-28; Carteggi imperiali e reali: 1870-1918. Come sovrani e uomini di Stato stranieri passarono da un sincero pacifismo al convincimento della guerra inevitabile, ibid. 1931; Cinque capi nella tormenta e dopo: Cadorna, Diaz, Emanuele Filiberto, Giardino, Thaon di Revel visti da vicino, ibid. 1932; Da Adua alla Bainsizza a Vittorio Veneto: documenti inediti, polemiche, spunti critici, Genova 1932; Fame usurpate: il dramma del comando unico interalleato, Milano 1934.
    Fra gli ultimi volumi pubblicati dal L. si ricordano ancora: Carlo Alberto re di Sardegna. Memorie inedite del 1848, con uno studio sulla campagna del 1848 e con un’appendice di documenti inediti o sconosciuti tradotti sugli autografi francesi del re da Carlo Promis (s.l. 1935) nonché, per i “Quaderni di cultura sabauda”, I duchi di Genova dal 1822 ad oggi (Ferdinando, Tommaso, Ferdinando-Umberto), ed Elena di Montenegro regina d’Italia (entrambi Firenze 1934).
    Grazie al suo prestigio personale e all’adesione al cattolicesimo risalente al 1901, i Lumbroso furono discriminati dall’applicazione delle leggi razziali del 1938, ma il L. non pubblicò più. Il L. morì a Santa Margherita Ligure l’8 maggio 1942.(fonte)

    [15] Emilio Faldella (Maggiora, 5 marzo 1897 – Torino, 9 settembre 1975) è stato un generale e agente segreto italiano. Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto 25.01.1969.
    Prima guerra mondiale
    Nasce a Maggiora (NO) nel 1897 da un’antica famiglia del Monferrato. Nel 1914 entra nella Accademia Militare di Modena e nel maggio 1915 è nominato sottotenente destinato al 3º Reggimento Alpini. Combatte sul Monte Nero, a Santa Maria di Tolmino, sul Vodil e sul Mrzli, sul Kukla (conca di Plezzo), nell’intera battaglia difensiva del Trentino.
    Per l’esfiltrazione dal Monte Biserto (Val Terragnolo) viene decorato nell’ottobre 1916 con medaglia d’argento. Partecipa quindi a tutte le operazioni nella zona del Pasubio, al Monte Corno Battisti di Vallarsa e sul Coni Zugna. Dal luglio 1917 segue le sorti del generale Guido Liuzzi in quasi tutti i suoi comandi. Quale aiutante maggiore del 1º Gruppo alpino partecipa alle battaglie del Piave e di Vittorio Veneto.
    Servizio Informazioni Militare e la guerra di Spagna
    Dopo il conflitto frequenta la scuola di guerra e viene trasferito allo stato maggiore col grado di capitano. Nel 1928 è promosso maggiore e nominato comandante del Battaglione Dronero del 2º Reggimento alpini. Nel giugno 1930 viene destinato al Servizio Informazioni Militare: dal luglio 1930 al giugno 1935 è in Spagna con l’incarico di copertura di console a Barcellona; nel gennaio 1935 venne promosso tenente colonnello; dal luglio 1935 all’agosto 1936 è capo della sezione speciale Africa Orientale (AO). In questo periodo si occupa dell’affare Jacir Bey.
    Con l’inizio della guerra di Spagna, dal 28 agosto 1936 è inviato al quartier generale dal generalissimo Francisco Franco, come “osservatore” e ufficiale di collegamento. Assume poi il comando del “Raggruppamento carri-artiglieria” (due compagnie carri e sei batterie di artiglieria autotrasportate) nel corso della prima battaglia di Madrid (ottobre-novembre 1936). Dal dicembre 1936, con l’arrivo più massiccio di aiuti militari italiani in Spagna, è nominato capo di stato maggiore del Corpo Truppe Volontarie (in assenza del comandante Roatta, in Italia per conferire, prepara la battaglia per la conquista di Malaga).
    Nel febbraio 1937 sostituisce ancora Roatta, ferito nei combattimenti di Malaga, finché non viene conquistata. Dopo la battaglia di Guadalajara, Roatta viene avvicendato con il generale Ettore Bastico e Faldella con il colonnello Gastone Gambara. Faldella assume quindi il comando del 5º Reggimento di fanteria legionaria: con questo incarico partecipa alla conquista di Bilbao ed alla battaglia di Santander (giugno – agosto 1937), ottenendo la croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.
    Seconda guerra mondiale
    Nel dicembre 1937 termina il suo periodo al SIM e viene trasferito all’Ufficio Addestramento dello stato maggiore dell’Esercito. Nel 1939 è promosso colonnello e diviene comandante del 3º Reggimento Alpini nel quale avrà alle sue dipendenze il cappellano militare Secondo Pollo. Con il reggimento combatte nel 1940 sul fronte occidentale. Dall’agosto 1941 al maggio 1943 è al comando dell’Ufficio Addestramento dello Stato Maggiore.
    Successivamente è capo di stato maggiore della 6ª Armata e delle Forze Armate della Sicilia (sotto il comando del generale Alfredo Guzzoni). Generale di brigata il 1º luglio 1943. L’8 settembre i pochi resti ed il comando della 6ª Armata sopravvissuti allo sbarco in Sicilia sono stati messi a riposo. Dopo l’armistizio, per ordine del generale Antonio Sorice, ministro della Guerra, Faldella torna all’attività di intelligence. Aderisce alla Repubblica Sociale Italiana dove viene nominato Intendente generale delle forze armate, ma al contempo assume il comando di una vasta ed efficiente rete clandestina operante in Venezia Giulia a favore del Regno del Sud. Tradito, è arrestato il 16 maggio 1944.
    Viene liberato grazie all’intercessione del Maresciallo Rodolfo Graziani e vive nei mesi successivi a Milano in una curiosa situazione di semiclandestinità. Il 26 aprile 1945 per ordine di Raffaele Cadorna Jr assume il comando della piazza di Milano.
    Al termine della missione in un incontro avuto con il cardinale Schuster questi ebbe a dire
    «Lei ha la grande soddisfazione di poter in coscienza dire di aver salvato centinaia e forse migliaia di vite umane.»
    Congedo e gli studi storici
    Collocato a riposo a domanda dal 22 gennaio 1946, si dedica successivamente ad attività sociali ed allo studio delle discipline militari, con particolare riguardo alla dimensione addestrativa. Il 27 marzo 1951 viene promosso generale di divisione e il 20 ottobre 1969 a titolo onorifico generale di Corpo d’armata.
    È anche uno storico militare di livello, con numerose pubblicazioni all’attivo. Muore a Torino nel 1975.(fonte)

    Di particolare interesse una sua opera:
    CAPORETTO LE VERE CAUSE DELLA TRAGEDIA
    Analisi storica sulla disfatta di Caporetto, Cappelli Editore, 1967 (fonte)