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Giovanni Pagliani. 14 luglio 1943
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Caro Giulio

Tra giorni anche noi
ci spostano ad Alba – quindi
anche per noi Limone è finito –
Ti dirò poi il mio preciso nuovo
indirizzo – Avevo molto da fare
ma c’era anche un po’ di
svago, avevo una bella stanza-
ad Alba non si trovano alloggi –
Sono leggermente incazzato .
Per quella tua pendenza
alla mensa(*) la liquido io vuol
dire che poi mi farai il vaglia al
nuovo indirizzo a fine anno.
Saluti affettuosi Giovanni

timbro
ASCOLI PICENO . ARRIVI E PARTENZE
15. 7.43 18

retro

COMANDO BATTAGLIONE 33° REGG. FANTERIA[1]
Distaccamento di LIMONE PIEMONTE

Al Ten. Giulio
Gualerzi
Dep. 49 Fanteria
Ascoli Piceno

Grado, Cognome e Nome del mittente:
Ten Giovanni Pagliani
Reparto 33 Fant – Distaccamento di
Limone Piemonte
POSTA MILITARE (Cuneo)

Intestazione

CARTOLINA POSTALE
PER LE FORZE ARMATE
ESENTE DA TASSA PER L’ITALIA E SUE COLONIE

Oggi, il Tripartito nella pienezza dei suoi mezzi morali e materiali, è uno strumento poderoso per la guerra e il garante sicuro della vittoria.
MUSSOLINI

timbri 2
UFFICIO SPROVVISTO DI BOLLO
Il Comandante

LIMONE PIEMONTE CUNEO
14. 7.43


Note

vers. eng.

Dear Giulio,

In a few days, we too will be moving to Alba – so Limone is over for us as well.

I will let you know my exact new address later – I had a lot to do, but there was also some leisure time; I had a nice room – there is no accommodation available in Alba – I am slightly annoyed.

I’ll take care of your debt to the canteen, which means you’ll send me a money order to my new address at the end of the year.

Warm regards


[1] 33° Reggimento di Fanteria Livorno

mottoCol sacrificio la gloria

Origini e vicende organiche

Discende dal 5° Reggimento di linea del Governo Provvisorio della Toscana costituito il 5 maggio 1859, con la riunione del II e IV battaglione di linea dell’esercito del Granducato e successivamente posto con il 6° Reggimento di linea nella Brigata “Livorno” di nuova formazione.

Con l’applicazione della legge 11 marzo 1926 sull’ordinamento dell’esercito, diviene 33° Reggimento Fanteria “Livorno” ed a seguito della formazione delle brigate su tre reggimenti è assegnato alla IV Brigata di Fanteria assieme al 34° “Livorno” ed al 38° “Ravenna”; nell’occasione viene articolato su tre battaglioni uno dei quali proviene dal disciolto 72° reggimento.

Campagna d’Africa 1935-36

Partecipa alla Campagna d’Etiopia del 1935-36 concorrendo alla formazione dei reparti mobilitati per la Libia e l’Eritrea.
Formate le divisioni binarie, dal 5 aprile 1939 è inquadrato nella Divisione di Fanteria “Livorno” (4a) della quale fanno parte anche il 34° Reggimento Fanteria e il 28° Reggimento Artiglieria per d.f.

Guerra 1940-43

1940 – Il 10 giugno 1940 il reggimento ha in organico: comando e compagnia comando, tre battaglioni fucilieri, compagnia mortai da 81, batteria armi di accompagnamento da 65/17. Risulta dislocato sul fronte alpino occidentale.

1942/43 – Il Reggimento è interessato alla difesa costiera della Sicilia. Prende parte ai combattimenti del luglio e agosto 1943 per contrastare prima lo sbarco, poi l’avanzata delle unità alleate: Gela, Bivio Gigliotto, Piana di Catania, Adrano. I reparti superstiti ripiegano a fine agosto in Calabria ed ai primi di settembre sono inviati al proprio centro di mobilitazione in Piemonte per la ricostituzione dove viene sciolto in seguito agli eventi che determinarono l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Unità maggiori

Il 33° Reggimento era così composto:

1940-1943
Comando
Compagnia
comando,
3 battaglioni fucilieri,
Compagnia mortai da 81,
Batteria armi di accompagnamento da 65/17

Campagne di guerra (1940-1943)

DataDivisioneCorpo d’A.ArmataGruppo d’ArmataArea di operazioni
1940LivornoII1aOvestFronte alpino occidentale
1942-43Livorno   Sicilia: difesa costiera

Comandanti (1926-1943)
Col. Antero Canale
Col. Carlo Lingua
Col. Alberto Vasarri
Col. Edoardo Minaja
Col. Giuseppe Cortese
Col. Antonio Sodero
Col. Giovanni Nacherlilla
Col. Mario Mona

Sede
Cuneo (1920-1943).(fonte)

In quei giorni…

Bombardamento 13 luglio 1943 a Torino

La notte tra il 12 e il 13 luglio 1943 Torino è colpita da una delle più violente incursioni aeree portate avanti dall’aviazione inglese. Sulla città cadono 763 tonnellate di bombe, che provocano la morte di 792 persone e ingenti danni a edifici, infrastrutture e stabilimenti industriali.

1. Bombardamento

Il bombardamento del 13 luglio 1943 fa parte della seconda fase di incursioni che colpì Torino: queste incursioni furono definite «terroristiche». Le azioni notturne erano compiute da grandi formazioni di quadrimotori della RAF che si susseguivano a più ondate, avendo come obiettivo una zona predefinita della città, che colpivano indiscriminatamente. Le bombe dirompenti usate furono di calibro grosso (1.000 libbre) e grossissimo (2.000 e 4.000 libbre) e furono lanciati anche spezzoni incendiari alla termite, le nuove bombe al fosforo e bottiglie e bidoni di benzina al fosforo.

Ogni ondata sganciava prima le bombe dirompenti e poi gli ordigni incendiari. Questa tecnica rendeva impossibile l’impiego dei mezzi antincendio durante l’incursione e favoriva lo svilupparsi di incendi di vaste proporzioni. Ai danni degli incendi si sommavano quelli delle esplosioni delle bombe dirompenti, che distruggevano gli edifici e bloccavano i servizi e le comunicazioni (interrotte le strade, i cavi elettrici e telefonici, le tubature del gas e dell’acqua). In questa seconda fase si assistette al primo vero sfollamento dei torinesi.

L’impressione generale è che il bombardamento di obiettivi militari o industriali rientrasse certamente nell’eventualità di ciascuna missione ma, al tempo stesso, che questa eventualità non costituisse lo scopo principale dell’azione. A provarlo è l’enorme quantità di mezzi incendiari fatti cadere a pioggia durante ogni azione, che potevano essere giustificati solo se l’intenzione era quella di terrorizzare, ma che risultavano di scarsa efficacia nei confronti di installazioni considerate in qualche modo strategiche.

L’incursione aerea degli inglesi del 13 luglio con 250 aerei Lancaster, Wellington, Stirling e Halifax, si protrasse dall’01.33 alle 02.45.

2. I danni e le cronache

“Lo spettacolo di Torino è il solito spettacolo di incubo all’indomani delle incursioni: gente errante per le strade, fumigar di incendi da tutte le parti, zampilli d’acqua in mezzo alle strade” (1). Il 14 luglio 1943 Carlo Chevallard affida alle pagine del suo diario la descrizione del bombardamento abbattutosi sulla città la notte tra il 12 e il 13 luglio. Un’incursione considerata, a tale data, “la più grande su una città italiana” (2), che vede i bombardieri dell’aviazione alleata sganciare ordigni esplosivi e spezzoni incendiari, per un totale di 763 tonnellate.

Il bilancio, sul quale grava il ritardato azionamento della sirena dell’allarme antiaereo che inizia a suonare soltanto con la caduta delle prime bombe, è spaventoso: 792 morti e 914 feriti (3). La città, messa in ginocchio, è colpita in ogni suo punto: dai quartieri della periferia agli edifici del centro (Palazzo Chiablese, la chiesa di Santa Teresa, piazza Castello e via Roma), dalle infrastrutture alle fabbriche. L’apparato produttivo cittadino esce pesantemente provato da quella notte e i principali stabilimenti riportano ingenti danni a macchinari e strutture che ne minano l’attività produttiva. Cadute a macchia di leopardo, le bombe provocano i danni più rilevanti ai complessi di Barriera di Milano (dove sono colpite la CEAT, la Conceria Gilardini, la INCET, la Fiat Acciaierie, la Fiat Fonderie Ghisa e, soprattutto, la Fiat Grandi Motori), Regio Parco (Manifattura Tabacchi), Borgo San Paolo (Viberti), Vanchiglietta (Schiapparelli) e Borgo Vittoria (Superga, Wamar, CIMAT, Società Nazionale Officine Savigliano e Fiat Ferriere).

Fra gli episodi di quella notte si ricorda il bombardamento della chiesa di Madonna di Campagna, nel cui scantinato si era rifugiato un gran numero di abitanti della zona. Un numero elevato di vittime fu estratto dalle cantine dell’edificio situato vicino alla chiesa di San Gioacchino. Nella stessa notte furono colpiti il duomo, la chiesa di Santa Teresa, la chiesa di San Domenico e numerosi altri edifici religiosi. Intere strade – la cui valenza strategica era nulla – furono devastate come via Garibaldi e via Po. La notte del 13 luglio fu colpito anche il Cimitero Generale, provocando la devastazione di molte tombe. La cronaca di quell’evento fu minima, visto che i giornali non uscirono per alcuni giorni e ci volle parecchio tempo per rendersi conto dell’entità del disastro.(fonte)