FINITA È “LA FESTA” MA ORA ?…..
In clima non precisamente idilliaco, finalmente, la tanto reclamizzata e contrastata visita in Italia di Joseph Broz Tito[1], si è realizzata e si concluderà con la Benedizione assolutoria del Papa[2].
Ma ora? basta osservare, nelle fotografie pubblicate dai giornali, la conformazione granitica del cranio dell’ospite del nostro Governo, e l’espressione durissima del suo viso, per comprendere che abbiamo accolto un uomo che ci odia e che non esiterebbe a cercare nuove foibe per sostenere le sue pretese, ove lo ritenesse opportuno. Che cosa ha veramente combinato, durante il suo breve soggiorno tra noi?
La storia insegna che non si può cambiare in amico sincero un nemico mio se la generazione che ha combattuto la guerra non è tutto scomparsa e la generazione che ha subito gli orrori dell’invasione slava è viva tuttora, e vivi sono i figli degli infoibati e dei trucidati nelle loro case, e gli esuli spogliati di ogni loro bene, e quelli che son rimasti nei territori italiani occupati.
Ogni rapporto, quindi, con la Jugoslavia, che possa apparire non soltanto commerciale, è tanto più sospetto in quanto Joseph Tito non si è mai curato di nascondere le aspirazioni territoriali sue e del suo popolo.
Certe sue affermazioni circa le questioni e i problemi che ancora sono rimasti sospesi e i suoi accenni al “mantenimento di confini esistenti”, fanno tremare chi teme di sapere troppo poco circa eventuali “accordi” capaci di trasformare la grinta del Dittatore nell’accenno di sorriso da lui sfoggiato a San Rossore[3].
Purtroppo noi abbiamo una disgraziata T.V. che non informa ma deforma e non c’è da attendersi, da quella parte, nessun chiarimento. Non resta che affidarsi alla buona stampa (alla non sovversiva, per intendersi) perché continui la campagna intrapresa a difesa degli interessi Nazionali e non molli a nessun costo e tempestivamente additi alla Pubblica opinione, ogni cedimento che sappia di tradimento.
Se un “diktat” estremamente severo sancì, nel 1946, l’occupazione precipitosamente effettuata dai partigiani slavi delle nostre province di Pola, Fiume e Zara, e di parte di quelle di Trieste e di Gorizia, e se la zona B di Trieste fu affidata, allora, “in temporanea amministrazione, alla Jugoslavia che da 25 anni si afferma a snazionalizzarla, pur con la forzata immigrazione, in quelle nostre terre, di comunisti suoi e purtroppo anche nostri, quanto il maresciallo Tito ha fatto chiaramente intendere circa l’“autodeterminazione dei popoli che dovrebbe risolvere la questione di frontiera, potrebbe essere accolto come un suggerimento, solo se per “popolo dell’Istria” s’intendesse il “vero” popolo, quello, cioè che fu costretto ad abbandonarla per la feroce spietata degli invasori, e che dovette cercare rifugio nella madre Patria o emigrare più lontano.
Un poeta nostro, quel nostro grande poeta del Risorgimento che a molti giovani lascia ignorare Giosuè Carducci, scrisse, quando Guglielmo Oberdan[4] fu impiccato dagli austriaci:
— Guglielmo Oberdan ci getta la sua testa e dice:
“Eccovi il pegno, l’Istria è dell’Italia!”
Rispondiamo:
“Guglielmo Oberdan, accettiamo, per la vita e per la morte!”
Se un referendum venisse fatto, chiamando a parteciparvi tutti gli esuli Giuliani e Dalmati, non è dubbio che tutti accetterebbero il pegno e risponderebbero ancora “L’Istria è dell’Italia!, per la vita e per la morte!”.
Ma se a decidere sulle sorti della zona B e delle terre istriane si dovessero chiamare soltanto quelli che attualmente le occupano, allora non si potrebbe più, facilmente, ignorare da parte dei Governanti Italiani, che esiste un disprezzato sentimento erroneamente indicato come “deteriore nazionalismo” mentre non è che disperato amore per il proprio Paese.
Questo “nazionalismo” che nella sua forma “sportiva” noi abbiamo visto esplodere nei confronti mondiali, sostenuti dalle nostre squadre di atleti, con più forza esploderebbe certo, nella sua più pura espressione, qualora si osasse “colà dove si puote” (ma non tutto, si puole!) indulgere a ìretesi di “aggiustamenti” in nome di un’armonia e di una pace che nessuno meno di Tito è in grado di garantire.
In questa nostra Italia ove la “democrazia” confina con la più sfrenata licenza, è fortunatamente possibile ad ognuno dire e scrivere almeno il 50 % di ciò che pensa.
Se — come credo — son riuscita a non oltrepassare il mio 50 % posso sperare che il vostro giornale vorrà pubblicare questo mio articolo che vuole interpretare il pensiero di molti.
(Bice D’Ancona)[5]
Note
vers. eng.
THE PARTY IS OVER, BUT NOW WHAT?
In a climate that is not exactly idyllic, Joseph Broz Tito’s much-publicised and controversial visit to Italy has finally taken place and will conclude with the Pope’s absolution.
But now? Just look at the photographs published in the newspapers, at the granite-like conformation of the skull of our government’s guest and the harsh expression on his face, to understand that we have welcomed a man who hates us and who would not hesitate to seek new foibe to support his claims, if he deemed it appropriate. What has he really done during his brief stay with us?
History teaches us that you cannot turn my enemy into a sincere friend if the generation that fought the war has not completely disappeared and the generation that suffered the horrors of the Slavic invasion is still alive, and the children of those thrown into the foibe and murdered in their homes are still alive, as are the exiles stripped of all their possessions and those who remained in the occupied Italian territories.
Any relationship with Yugoslavia that may appear to be more than just commercial is all the more suspicious given that Joseph Tito has never bothered to hide his and his people’s territorial aspirations.
Some of his statements about issues and problems that are still unresolved, and his references to “maintaining existing borders”, are causing concern among those who fear they know too little about any “agreements” that could transform the dictator’s determination into the hint of a smile he displayed in San Rossore.
Unfortunately, we have a wretched television system that distorts rather than informs, and no clarification can be expected from that quarter. All that remains is to rely on the good press (the non-subversive press, that is) to continue its campaign in defence of national interests and not to give up at any cost, promptly pointing out to public opinion any concession that smacks of betrayal.
If an extremely severe diktat sanctioned, in 1946, the hasty occupation by Slavic partisans of our provinces of Pola, Fiume and Zara, and part of those of Trieste and Gorizia, and if Zone B of Trieste was then entrusted ‘under temporary administration to Yugoslavia, which for 25 years has been asserting its right to denationalise it, even with the forced immigration of its communists and, unfortunately, ours too, as Marshal Tito has clearly stated regarding the “self-determination of peoples that should resolve the border issue”, could be accepted as a suggestion, only if by “people of Istria” we mean the “true” people, that is, those who were forced to abandon it due to the fierce ruthlessness of the invaders and who had to seek refuge in their mother country or emigrate further afield.
One of our poets, that great poet of the Risorgimento whom many young people ignore, Giosuè Carducci, wrote when Guglielmo Oberdan was hanged by the Austrians:
‘Guglielmo Oberdan throws us his head and says:
‘Here is the pledge, Istria belongs to Italy!’
We reply:
” Guglielmo Oberdan, we accept, for life and death!’
If a referendum were held, calling on all the Giulian and Dalmatian exiles to participate, there is no doubt that they would all accept the pledge and respond again, “Istria belongs to Italy, for life and death!”.
If a referendum were held, calling on all Giuliani and Dalmatian exiles to participate, there is no doubt that everyone would accept the pledge and still respond, ‘Istria belongs to Italy, for life and death!’
But if only those who currently occupy Zone B and the Istrian lands were called upon to decide their fate, then it would no longer be easy for the Italian government to ignore the existence of a despised sentiment erroneously referred to as “deteriorated nationalism”, when in fact it is nothing more than a desperate love for one’s country.
This ‘nationalism’, which we have seen explode in its “sporting” form in the World Cup, supported by our teams of athletes, would certainly explode with even greater force in its purest expression if we dared to ‘where we can’ (but not everything, you can!) indulge in “adjustments” in the name of harmony and peace that no one but Tito is able to guarantee.
In our Italy, where “democracy” borders on the most unbridled licence, it is fortunately possible for everyone to say and write at least 50% of what they think.
If, as I believe, I have managed not to exceed my 50%, I can hope that your newspaper will publish this article of mine, which aims to interpret the thoughts of many.
(Bice D’Ancona)
[1]Josip Broz Tito. Pseudonimo dell’uomo politico e capo militare iugoslavo Josip Broz (Kumrovec, Zagabria, 1892 – Lubiana 1980). Dal 1939 segretario generale del Partito comunista iugoslavo, guidò la lotta di liberazione dall’invasore nazista e contro i fascisti croati e italiani. Ebbe la responsabilità politica della repressione anti-italiana di Fiume, Istria, Dalmazia, attuata con l’eliminazione fisica nelle foibe e con le espulsioni. Capo del governo della nuova Repubblica Iugoslava, adottò una via nazionale al socialismo e di indipendenza da Mosca che portò, nel 1948, alla rottura definitiva con l’URSS. Presidente della Repubblica dal 1953 alla morte, T. fu ispiratore e animatore del movimento dei paesi non allineati.
Vita e attività
Figlio di un fabbro ferraio e di una donna slovena, seguì inizialmente il mestiere paterno. Dal 1911 attivo nelle organizzazioni sindacali e politiche della socialdemocrazia croata, soldato nell’esercito austro-ungarico durante la prima guerra mondiale, nel 1915 cadde prigioniero dei Russi. Tornato in Croazia (1920), entrò nel Partito comunista iugoslavo (clandestino dal 1921), e subì una condanna (1928) a cinque anni di reclusione. Membro del comitato centrale e dell’Ufficio politico dal 1934, in seguito alle epurazioni dei compagni esuli a Mosca assunse (1937) una posizione di assoluto rilievo in seno al comunismo iugoslavo fino a diventare segretario generale del partito. Dopo un periodo d’incertezza, corrispondente agli anni dell’accordo tedesco-sovietico (1939-41), T. guidò (dal 1943 con il titolo di maresciallo) la guerra di liberazione, promuovendo lo sviluppo dell’insurrezione antitedesca e la lotta alla monarchia e ai ceti dirigenti. Tale impostazione suscitò i primi contrasti con la dirigenza sovietica, incline a rinviare i problemi sociali e istituzionali. Nel frattempo, a causa dell’ambiguo comportamento di D. Mihajlović (capo delle formazioni partigiane di ispirazione monarchica), T. ottenne l’appoggio degli Anglo-Americani e, forte di un vasto consenso popolare, nel 1945 divenne capo del governo e ministro della Difesa. Il contrasto con l’Unione Sovietica e i primi accenni della politica neutralista si manifestarono nella primavera del 1945, sviluppandosi nel biennio successivo, quando Belgrado svolse una politica estera volta a realizzare l’antico progetto di una confederazione balcanica. Dopo la rottura con il Kominform (1948) e i processi politici contro gli elementi “titoisti” nelle democrazie popolari, T. incrementò i rapporti politici ed economici con i paesi occidentali. La fase di distensione sovietico-iugoslava, aperta dalla morte di Stalin, culminò nell’incontro tra T. e Chruščëv a Belgrado (1955) e nello scioglimento del Kominform (1956), ma dopo l’intervento sovietico in Ungheria T. riassunse una posizione critica nei confronti di Mosca. In seguito cercò di ispirare i paesi neutrali del Terzo mondo, organizzando la conferenza (tenuta a Belgrado nel sett. 1961), che diede vita al movimento dei paesi non allineati. Contrastanti tendenze di liberalizzazione e di accentramento caratterizzarono l’attività di T., che, di fronte alle gravi tensioni nazionali sviluppatesi all’inizio degli anni Settanta, promosse con la costituzione iugoslava del 1974 una soluzione fortemente federalista. Presidente della Repubblica dal 1953 (a vita dal 1963), segretario generale del partito e poi della Lega dei comunisti (1952), T. venne acclamato presidente a vita di quest’ultima nell’apr. 1974.(fonte)
[2] Paolo VI . Papa (Concesio 1897-Castel Gandolfo 1978). Giovanni Battista Montini fu eletto papa il 21 giugno 1963, succedendo a Giovanni XXIII. Di famiglia cattolica molto impegnata sul piano politico e sociale, ordinato (1920) sacerdote, nello stesso anno si trasferì a Roma dove seguì corsi universitari (anche in filosofia e in lettere) e si laureò in diritto canonico (1922) e in diritto civile (1924). Nel frattempo era stato alcuni mesi (1923) addetto alla nunziatura apostolica di Varsavia. Entrato (1924) nella segreteria di Stato, vi fu nominato (1925) militante, mentre partecipava da vicino all’attività degli studenti universitari cattolici organizzati nella FUCI, della quale fu assistente ecclesiastico nazionale (1925-33) e alle cui riviste Studium e Azione fucina collaborò con frequenza, con attenzione alla cultura e ai problemi del mondo moderno. Sostituto della segreteria di Stato (1937-52) e quindi (1952-54) prosegretario di Stato per gli affari ordinari, ebbe un ruolo di primo piano nella politica della Santa Sede. Nel 1951 visitò gli USA e il Canada. Nominato (1° nov. 1954) arcivescovo di Milano, entrò in diocesi il 6 genn. 1955 e s’impegnò a fondo nel governo pastorale, seguendo in partic. i problemi dell’immigrazione, del mondo del lavoro e delle periferie (dove fece costruire oltre cento nuove chiese) e promuovendo tra l’altro una grande «missione» di evangelizzazione (1957). Primo cardinale di Giovanni XXIII (15 dic. 1958), visitò ancora gli USA e il Brasile (1960) e poi (1962) l’Africa. Aperto il Concilio Vaticano II, vi intervenne (28 ott. e 4 dic. 1962) sostenendo una linea di moderata riforma. Morto Giovanni XXIII, il 21 giugno 1963 fu eletto papa e scelse il nome di Paolo, con evidente richiamo all’apostolo evangelizzatore. Riconvocato il , che si riaprì il 29 sett. 1963, lo condusse con attente mediazioni, favorendo e moderando la maggioranza riformatrice, fino alla conclusione (8 dic. 1965), preceduta il giorno prima dalla revoca delle scomuniche intercorse nel 1054 tra Roma e Costantinopoli. Già nel primo anno di pontificato iniziò una serie di viaggi che per la prima volta nella storia portarono un papa in tutti i continenti: in Terra Santa (4-6 genn. 1964), in India (2-5 dic. 1964), a New York e alla sede dell’ONU (3-5 ott. 1965), a Fatima (13 maggio 1967), in Turchia (25-26 luglio 1967), a Bogotá (22-25 ag. 1968), a Ginevra (10 giugno 1969), in Uganda (31 luglio-2 ag. 1969), in Iran, Pakistan orientale, Filippine, Samoa orientali, Australia, Indonesia, Hong Kong e Ceylon (26 nov.-5 dic. 1970). Questa volontà di dialogo all’interno della Chiesa cattolica, con le diverse confessioni cristiane, con le altre religioni e con il mondo moderno simbolicamente espressa dai viaggi, era stata al centro dell’enciclica programmatica del pontificato Ecclesiam suam (6 ag. 1964). Questa fu seguita da altre sei encicliche: Mense maio (29 apr. 1965) per la conclusione del Vaticano II e la pace nel mondo, Mysterium fidei (3 sett. 1965) sull’eucarestia, Christi matri (epistola enciclica, 15 sett. 1966) per la pace nel mondo, Populorum progressio (26 marzo 1967) per lo sviluppo dei popoli (che ebbe una risonanza molto ampia), Sacerdotalis caelibatus (24 giugno 1967) per il mantenimento del celibato sacerdotale nella Chiesa di rito latino e Humanae vitae (25 luglio 1968) per il controllo naturale delle nascite (che suscitò numerose polemiche anche all’interno della Chiesa cattolica). Tra gli altri documenti del pontificato sono da ricordare: la lettera apostolica Octogesima adveniens (14 maggio 1971) per il pluralismo dell’impegno politico e sociale dei cattolici e le esortazioni apostoliche Marialis cultus (2 febbr. 1974) per il rinnovamento del culto a Maria, Gaudete in Domino (9 maggio 1975) sulla gioia cristiana ed Evangelii nuntiandi (8 dic. 1975) sull’evangelizzazione del mondo contemporaneo. Già nel 1965, ancora prima della conclusione del Vaticano II, modificò profondamente le strutture soprattutto del governo centrale della Chiesa attraverso la creazione di nuovi organismi per il dialogo con i non cristiani e i non credenti, l’istituzione del sinodo dei vescovi (che tra il 1967 e il 1977 tenne cinque assemblee) e la riforma del Sant’Uffizio, seguita da quelle dell’intera Curia (costituzione apostolica Regimini ecclesiae universae, 15 ag. 1967), poi della corte pontificia (motuproprio Pontificalis domus, 28 marzo 1968) e infine del conclave (motuproprio Ingravescentem aetatem, 21 nov. 1970, e costituzione apostolica Romano pontifici eligendo, 1° ott. 1975). Intanto portava avanti le altre riforme volute dal Vaticano II, in partic. quella liturgica, attraverso pazienti mediazioni che non evitarono tuttavia né le contestazioni dei settori ecclesiali più avanzati né soprattutto l’opposizione tenace dei conservatori, come quella dell’arcivescovo M. Lefebvre. Con la nomina in sei concistori di 144 cardinali accentuò notevolmente la rappresentanza universale del collegio cardinalizio, mentre aumentava anche la presenza di ecclesiastici non italiani nella Curia romana. Nel 1970, con una decisione senza precedenti, dichiarò dottori della Chiesa due donne: s. Teresa d’Avila (27 sett.) e s. Caterina da Siena (4 ott.). Particolare attenzione riservò al dialogo ecumenico con le altre Chiese cristiane attraverso incontri e iniziative rilevanti, mentre sviluppò l’attività diplomatica della Santa Sede adoperandosi in ogni modo per la pace (tra l’altro con l’istituzione di una giornata mondiale per la pace celebrata dal 1968 il 1° genn.) e proseguendo il dialogo con i Paesi comunisti avviato da Giovanni XXIII. Dopo un giubileo straordinario tenuto (1966) per la conclusione del Vaticano II, indisse e celebrò l’anno santo del 1975. Aprì contemporaneamente (1965) i processi di canonizzazione di Pio XII e Giovanni XXIII (assurti quasi a simbolo di opposte tendenze ecclesiali) e volle la pubblicazione di Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale (11 voll., 1965-81). Oltre ai 16 voll. (1964-79) di Insegnamenti di Paolo VI e ai 5 voll. (1961-65) di Discorsi dell’arcivescovo di Milano, tra gli scritti si ricordano: Coscienza universitaria (1930), La via di Cristo (1931), Introduzione allo studio di Cristo (1934); postume, oltre mille Lettere ai familiari 1919-1943 (2 voll., 1986). L’Istituto della Enciclopedia Italiana ha pubblicato la biobibliografia Anni e opere di Paolo VI (a cura di N. Vian, 1978).(fonte)
[3] Visita di Stato del Presidente della Repubblica socialista Federativa di Jugoslavia e della Signora Broz (25-27 e 29 marzo 1971). Congedo.
8,30
Il Presidente della Repubblica, con la Signora Santacatterina, i Familiari ed il Seguito, giunge nella Sala di Rappresentanza.
8,35
Il Presidente della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, con la Signora Broz ed il Seguito, si reca nella Sala di Rappresentanza, dove è accolto dal Presidente della Repubblica e dalla Signora Santacatterina. Nel Salone dei Corazzieri rende gli onori un reparto di Corazzieri. Nella Sala di Rappresentanza, la Signora Santacatterina, unitamente ai Familiari del Presidente della Repubblica, si accomiata dall’illustre Ospite. Quindi il Presidente della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia ed il Presidente della Repubblica si recano nella Galleria dei Busti dove ha luogo il commiato dei rispettivi Seguiti. L’Ospite viene successivamente accompagnato dal Presidente della Repubblica sino ai piedi dello Scalone d’Onore. Dopo l’esecuzione degli Inni nazionali jugoslavo ed italiano, il Presidente della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia ed il Presidente della Repubblica, accompagnati dal Generale Vuletic e dal Consigliere Militare del Presidente della Repubblica, passano in rivista la Guardia schierata che rende gli onori. Nel frattempo, la Signora Santacatterina accompagna la Signora Broz nel cortile d’onore e sino alla partenza del corteo.
8,45
Il Presidente della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia si accomiata dal Presidente della Repubblica e prende posto nella vettura di rappresentanza che lascia il Palazzo del Quirinale.
Allegato: appunto per il Diario storico
Il Presidente Tito e la Consorte hanno soggiornato alla Villa del Gambo a San Rossore sabato 27 e domenica 28 marzo. Sono giunti alla Villa alle ore 17,00, con un ristretto Seguito, accolti dal Direttore Superiore Capo dell’Ufficio Intendenza, Dott. Giovanni Viola, dal Dott. Sergio dell’Ufficio del Cerimoniale e dal Direttore della Tenuta di San Rossore, Dott. Gianlauro Costantini Scala. Alle ore 18,30 è giunto il Ministro degli Esteri della RAU, Signor Riad, accompagnato dall’Ambasciatore a Roma e da tre persone del Seguito. L’ospite è stato accolto dal Capo del Cerimoniale della Repubblica Jugoslavia, Ambasciatore Sestan, e dal Dott. Piscitello, e si è intrettenuto a colloquio con il Presidente Broz nel salotto d’angolo. La cena ha avuto carattere privato, e ad essa ha partecipato solo il Ministro degli Esteri Jugoslavo, Tepavac. Gli altri Ospiti hanno cenato nella sala da pranzo. Il giorno successivo gli Ospiti hanno compiuto una visita alla città di Pisa e, rientrati in Tenuta, si sono recati sulla spiaggia. Successivamente hanno raggiunto il Fiume Morto, sulle cui sponde era stata allestita, nel capanno da pesca, una colazione rustica, cui hanno preso parte 19 persone. Da parte italiana: Amb. Orlandi Contucci, Gen. Bucchi, Dott. Viola, Dott. Saragat, Dott. Rossi, Dott. Guerrini Maraldi, Dott. Piscitello, Dott. Costantini Scala, Signore Marras e Guerrini Maraldi. La partenza è avvenuta alle ore 17,00 circa.(fonte)
[4] Guglielmo Oberdan viene battezzato Dionisio Guglielmo Carlo. Il suo primo nome era quello del nonno. Guglielmo, il nome che poi decise di usare, era quello datogli in onore del suo padrino, Guglielmo Rossi, mercante triestino. Era figlio illegittimo della domestica Josepha Maria Oberdank (slovena di origine austriaca), nata a Gorizia da una famiglia originaria di Sambasso (oggi Šempas in Slovenia, allora parte della Contea Principesca di Gorizia e Gradisca), e di Valentino Falcier, fornaio di Noventa di Piave, che si era poi arruolato nell’Imperial regio esercito austro-ungarico. La forma originale del cognome della madre di Oberdan era Oberdank (scritto anche Oberdanch). Guglielmo poi italianizzò il suo stesso cognome in Oberdan. Lo storico irredentista Francesco Salata aggiunge che “nessuna ombra sulle origini e la nazionalità può venire dal suono esotico del cognome. È fenomeno frequente nei territori di confine”. Non fu riconosciuto dal padre naturale e venne registrato all’anagrafe come Wilhelm Oberdank (Òberdan – o Oberdàn – è come detto un’italianizzazione che adottò successivamente). A quattro anni dalla sua nascita la madre si risposò con Francesco (Franz) Ferencich (Sloveno), capofacchino del porto di Trieste, dal quale ebbe altri quattro figli. Il patrigno instaurò con il giovane Oberdan dei buoni rapporti e tentò di legittimarlo iscrivendolo con il proprio cognome al censimento del 1865 e alle scuole elementari.
Nonostante le umili condizioni della famiglia, Oberdan riuscì a continuare gli studi presso la civica scuola reale superiore di Trieste. Il suo comportamento gli costò la bocciatura già in prima classe, ma in seguito studiò con maggiore diligenza e nel 1877 conseguì ottimamente la maturità tecnica. In questi anni iniziò a leggere molto e fu influenzato specialmente da Giuseppe Mazzini e Francesco Domenico Guerrazzi. Nel frattempo, pur giovanissimo e di modeste origini, prese a frequentare vari salotti letterari e politici di Trieste ed entrò in contatto con personalità quali Adolfo Liebman, Vitale Laudi, Gregorio Draghicchio, Riccardo Zampieri e Domenico Giovanni Battista Delfino.
Nel 1877, grazie a una borsa di studio elargita dal comune di Trieste, poté iscriversi al Politecnico di Vienna; trovò alloggio a poco prezzo nella casa di una vedova presso Luisengasse su Wieden. Ben presto divenne una figura di guida tra gli studenti italiani e, durante una festa organizzata da alcuni studenti polacchi, dichiarò la Polonia “quale sorella dell’Italia nella sfortuna”. Nel marzo dell’anno seguente, però, avendo l’Austria proclamato la mobilitazione per occupare militarmente la Bosnia ed Erzegovina come deciso nel Congresso di Berlino, ricevette la chiamata alle armi e dovette interrompere gli studi. Fu assegnato al 22º reggimento di fanteria “Freiherr von Weber”.
Contrario all’occupazione dei territori bosniaci sancita dal Congresso di Berlino, decise di disertare. Venne aiutato nella fuga dall’irredentista socialista Carlo Ucekar e la notte tra il 16 e il 17 luglio 1878 abbandonò Vienna per trasferirsi a Roma, dove frequentò i movimenti degli ex garibaldini e quelli irredentisti; poté anche iscriversi all’università per completare gli studi in ingegneria. L’ultimo anno fu però costretto a interromperli poiché, a causa di alcune sue opinioni, il sussidio assegnatogli dallo Stato italiano gli venne revocato. Da lì in poi dovette iniziare a darsi da fare per vivere, disegnando per alcuni studi d’ingegneria e traducendo dal tedesco all’italiano per alcuni giornali. Nella sua piccola stanza a Trastevere aveva appesi due ritratti: quello di Gesù e quello di Giuseppe Garibaldi. Mentre leggeva opere del filosofo inglese John Stuart Mill, s’impegnava sempre più all’interno dei movimenti attivisti.
Nel luglio 1879 Oberdan ricevette a Roma un bacio sulla fronte dall’uomo che più ammirava, Giuseppe Garibaldi. Alla morte di Garibaldi, avvenuta nel 1882, Oberdan marciò dietro al carro funebre con la bandiera di Trieste al collo per dimostrare il suo lutto. Nel luglio 1882 Oberdan incontrò Matteo Renato Imbriani, leader del movimento irredentista e cofondatore dell’associazione “Italia irredenta”. Qui Oberdan prese la decisione che Trieste potesse essere separata dal dominio austriaco-ungarico solo grazie al suo stesso martirio. Lo scoraggiamento degli esuli che avevano riposto in Garibaldi le loro speranze spinse Oberdan a organizzare un attentato, assieme ad altri irredentisti (tra cui l’istriano Donato Ragosa, con cui si era sempre mantenuto in contatto), contro l’imperatore Francesco Giuseppe in visita a Trieste in occasione dei 500 anni di dedizione della città all’Austria, la “fidelissima”, titolo assegnatole dalla monarchia asburgica per essersi astenuta dalle rivoluzioni del 1848.
Oberdan cercò di trasportare da Roma a Trieste due bombe all’Orsini; giunse nella località di Ronchi di Monfalcone (oggi “dei Legionari”) assieme al suo complice Ragosa, ma venne arrestato, dopo aver sparato malamente a un gendarme trentino, in seguito alla segnalazione di un messo comunale che notò il suo ingresso clandestino in territorio austriaco nei pressi di Versa.
Durante il primo interrogatorio si dichiarò come Rossi ma, in seguito, davanti al giudice distrettuale Dandini, confessò il suo intento di voler attraversare il confine per recarsi con le due bombe a Trieste. Non essendo lui contento dell’arresto, in quanto voleva essere immolato, si autoaccusò. Il 20 ottobre 1882, davanti all’imperial-regio tribunale della guarnigione di Trieste, Oberdan venne condannato a morte per impiccagione dalla giustizia austriaca per alto tradimento, diserzione in tempo di pace, resistenza violenta all’arresto e cospirazione, avendo confessato le intenzioni di attentare alla vita dell’imperatore Francesco Giuseppe.
Vi furono appelli alla grazia da tutto il mondo intellettuale dell’epoca, tra cui lo scrittore francese Victor Hugo e anche la madre del giovane chiese clemenza.
Nonostante ciò, il 4 novembre la condanna venne confermata e all’alba del 20 dicembre venne impiccato nel cortile interno della caserma grande di Trieste.
Caserma di fanteria di Trieste
La caserma dove avvenne l’esecuzione, in quella che sarebbe poi divenuta piazza Oberdan
Mentre il boia viennese Heinrich Willenbacher gli metteva il cappio al collo, secondo un rapporto ufficiale Oberdan esclamò: “Viva l’Italia, viva Trieste libera, fuori lo straniero!” Immediatamente dopo la sua morte Oberdan fu elevato al rango di martire. In conseguenza di ciò aumentarono le adesioni al movimento irredentista e la lotta contro la supremazia austriaca raggiunse il suo picco. Giosuè Carducci scrisse un aspro articolo intitolato semplicemente XXI decembre, nel giornale Don Chisciotte di Bologna il 22 dicembre 1882, contro l’imperatore austriaco, definendolo «imperatore degl’impiccati» e concludendo: «Riprendemmo Roma al Papa, riprenderemo Trieste all’Imperatore». Dopo la sua morte sorsero in Italia e in Austria quarantanove Associazioni Oberdan, le quali diffusero l’ideale irredentista: queste formazioni ebbero scarso appoggio nel Regno, soprattutto dal governo di Francesco Crispi che guardava più alle imprese coloniali che a quelle irredentiste.
La prima commemorazione pubblica di Oberdan avvenne il 20 dicembre 1918 nel cortile della caserma che sarà ribattezzata Caserma Oberdan; quando questa verrà demolita si conserveranno la cella e l’anticella dove fu rinchiuso, che verranno successivamente incorporate nei portici della Casa del Combattente, opera dell’architetto triestino Umberto Nordio e attuale sede del Museo del Risorgimento.
Guglielmo Oberdan fece parte della Massoneria.
Durante la prima guerra mondiale, la propaganda nazionalista italiana fece tesoro della storia di Oberdan al fine di risvegliare il consenso nazionale nella popolazione italiana.
Dopo l’esecuzione, Guglielmo Oberdan fu sepolto nel cimitero di Sant’Anna a Trieste e le sue spoglie vennero sin dall’inizio deposte in un ossario che conteneva anche i resti di settantadue volontari caduti nella prima guerra mondiale. L’ossario venne successivamente rimosso in occasione della costruzione dell’Ara dei Caduti, opera dell’architetto Carlo Polli e voluta dal regime fascista, inaugurata il 26 maggio 1929. La deposizione collettiva e la successiva rimozione dell’ossario rendono oggi impossibile l’identificazione individuale dei resti, motivo per cui non esiste una tomba riconducibile con certezza a Oberdan.
Cultura di massa
Viene considerato un martire dell’irredentismo. A Trieste gli è stato dedicato un mausoleo, che affianca il palazzo del Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, sorto nello stesso posto dove all’epoca dei fatti si trovava la caserma in cui fu impiccato. Sempre a Trieste gli è stato dedicato un liceo scientifico. Numerose piazze, vie e istituti scolastici sono stati a lui dedicati in moltissime città italiane dal primo dopoguerra fino ai giorni nostri. A Firenze, dal 1919, la piazza che era in precedenza dedicata a Giordano Bruno fu dedicata a Guglielmo Oberdan.
Oberdan è ricordato anche in un canto, diventato molto popolare, come La canzone del Piave, insieme a Nazario Sauro e Cesare Battisti, oltre che nell’Inno a Oberdan, canzone non solo irredentista ma cantata anche dagli anarchici e dai socialisti e ripresa da Milva nel 1965. Giosuè Carducci, per commemorare il martire Oberdan, pubblicò su Il Resto del Carlino il 22 giugno 1886 un’epigrafe in suo onore, la quale fu successivamente incisa su una lapide in diverse città, tra le quali Bologna e Genova:
«IN MEMORIA XX DICEMBRE 1882 GUGLIELMO OBERDAN MORTO SANTAMENTE PER L’ITALIA, TERRORE AMMONIMENTO
RIMPROVERO AI TIRANNI DI FUORI AI VIGLIACCHI DI DENTRO – GIOSUÈ CARDUCCI XX DICEMBRE 1907.»
La quinta galleria della strada delle 52 gallerie del Monte Pasubio, scavate in occasione dei combattimenti della prima guerra mondiale, porta il suo nome. Lo scrittore sloveno Boris Pahor scrisse un racconto dal titolo Piazza Oberdan, in cui inserì gli eventi della vita di Oberdan. Lo scrittore italiano Enzo Bettiza descrisse Oberdan nel suo racconto Il fantasma di Trieste, sotto il nome fittizio di Stefano Nardenk (Narden).
Un adattamento cinematografico della vita di Oberdan fu prodotto nel 1915 dalla Tiber films di Roma. Vi recitava Alberto Collo nella parte di Oberdan e fu diretto da Emilio Ghione, che interpretò anche la parte del governatore di Trieste. Fu uno dei molti film patriottici e irredentisti prodotti in Italia durante la prima guerra mondiale. Emilio Ghione incontrò Gabriele D’Annunzio, anch’esso irredentista, a una proiezione riservata del film a Roma e gli intertitoli di Ghione furono lodati da D’Annunzio.(fonte)
[5] Beatrice Gulì – in D’Ancona – è nata il 7 gennaio 1902 a Roma. Frequenta il liceo classico Tasso, dove consegue la maturità nel 1921. La sua formazione classica le resterà per tutta la vita, permettendole di declamare in greco e in latino. La sua aspirazione sarebbe stata iscriversi a Medicina, ma l’opposizione del padre la spinge ad orientarsi per la facoltà di Matematica. Mentre segue i corsi scientifici, conosce Enrico D’Ancona e insieme si iscrivono alla Scuola di Applicazione per Ingegneri. Originario di Fiume, Enrico vive a Roma con i fratelli per frequentare l’università. Beatrice ed Enrico si laureano entrambi nel novembre 1927 e si sposano un mese dopo. Avranno quattro figli: Fabrizio (1928) avvocato; Bruno (1929) Ingegnere; Annamaria (1933) e Giuliana (1935) entrambe si sono occupate di scienze naturali come lo zio Umberto D’Ancona. Poco dopo la laurea trova lavoro presso le Assicurazioni d’Italia, a tempo pieno fino al 1942, quindi come consulente del ramo furto/incendio fino al 1980. Nel suo lavoro è molto apprezzata per l’accuratezza e l’approfondimento con cui porta a termine le perizie di cui è incaricata. Affronta e supera l’esame di Stato nel 1937, con lo scopo di firmare i progetti elaborati in coppia con il marito. Tra i loro lavori: la casa di famiglia a Monteverde (1930) e la casa al mare a Tor Vajanica (1958), oltre ad alcuni piccoli incarichi ottenuti da amici. Beatrice ha una bellissima grafia ed è un’abile conversatrice. Estroversa e motivata, si impegna a fondo e ottiene risultati soddisfacenti in tutte le sue attività. Ha attitudine alla ricerca e all’apprendimento che cerca di soddisfare in tutto il corso della vita. Coltiva interessi letterari: scrive poesie, declama in greco e in latino. Dopo il pensionamento si iscrive all’università della Terza Età, per seguire corsi di medicina e poi latino, greco e letteratura.«… L’aspetto ingegneristico era supportato dall’aspetto umanistico, che era la sua vera passione. Ma ancora più importante è stato essere riuscita a prendere una laurea in ingegneria ed esercitare, che all’epoca non dev’essere stato facile. Di mia nonna ricordo una personalità di grande carisma.» (Laura D’Ancona, nipote, durante l’intervista)
FONTI: Annuari della Scuola di Applicazione per Ingegneri; Intervista condotta il 25/02/2019 da Chiara Belingardi e Claudia Mattogno al figlio ing. Bruno D’Ancona, alla nipote Laura D’Ancona, all’amica ing. Marina Torre. Ricerca di Ateneo Tecniche Sapienti tecnichesapienti.ingegneria@uniroma1.it Scheda a cura di Chiara Belingardi (fonte)



