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Antonio D’Ancona. Maggio 1949 ca

Antonio D'Ancona. Maggio 1949 ca
« di 2 »

Vers. A – seconda bozza.

Direzione Generale all’Assistenza
Post-Bellica
Ufficio Provinciale di Roma

Il sottoscritto D’Ancona Antonio nato
a Fiume il 14-1-1871, assieme alla propria
moglie Anna nata Klas, nell’Agosto dello
scorso anno, ha abbandonato la città di
Fiume in seguito ad opzione esercitata ai
sensi del Trattato di Pace con l’Italia.
All’atto della partenza dovettero abbandona-
re i loro beni immobili e l’attrezzatura dello
studio fotografico da lui esercito; parte del
mobilio dovette essere venduto sul posto per
procacciarsi le somme non indifferenti neces-
sarie alle spese di viaggio e di trasporto delle
restanti masserizie.
Entrati in Italia non ottennero né alcun
sussidio né il rimborso delle spese di viaggio
come avevano diritti e dovettero ricorrere
all’aiuto dei figli per evitare di vendere anche quel
poco che erano riusciti di portar seco.
Il sottoscritto fece richiesta di un sussidio
“una tantum” e di un sussidio giornaliero
come veniva corrisposto agli altri profughi,
ma in data 14.2.49 con lettera n 2885/2 gli fu
rifiutato il primo ed ancora nessuna risposta
gli è pervenuta per il secondo.
Il sottoscritto fa presente che attualmente
assieme alla propria moglie vive a carico
del figlio Enrico impiegato presso il Comune
di Roma, che ha già a suo
carico moglie[3] e quattro figli senza disporre
di altre rendite di sorta.

Tutto ciò considerato il sottoscritto prega
che le domande a suo tempo presentate,
corredate di tutti i documenti richiesti, venga-
no prese nuovamente e più benevolmente
in esame, onde non costringere
il sottoscritto, che per oltre settant’anni ha
condotto una vita di intenso lavoro, a non
poter disporre nemmeno delle poche lire necessa-
rie ai suoi ultimi giorni.
………
Augurandosi che tutto l’aiuto
a cui avrebbe diritto non si limiti
all’onorifico riconoscimento della
qualifica di profugo si segna
devotissimo


Vers. B – prima bozza.

Antonio D'Ancona. Prima bozza. Maggio 1949 ca
« di 2 »

Direzione Generale dell’Assistenza
Post -Bellica – Ufficio Provinciale di Roma
Roma

Io sottoscritto D’Ancona Antonio[1], nato a
Fiume il 14-1-1871, rivolgo a codesta on.
Direzione Generale dell’Assistenza
Post. Bellica, rispettosa  istanza
perché gli venga conces=
so il sussidio “una – tantum”
di cui all’art 4 D.L. 19.4.49
n. 556, ed il sussidio giornaliero
previsto per i profughi Giulia=
ni-[2]
Al fine di facilitare le prati=
che inerenti, faccio presente quanto
segue:
Io possedevo in Fiume
uno studio fotografico, e due case
si che provvedevo con l’esercizio
dell’uno e la modesta rendita delle
altre due, al mio sostenta=
mento e a quello di mia mo=
glie Anna Klas di a. 78, donna
di casa, inabile per sordità –
In seguito all’opzione per l’Ita
lia, esercitata ai sensi del Trat
tato di pace, dovetti abbandonare
con la moglie stessa la città
natale, nell’agosto 1948: e così
dovetti abbandonare anche beni immo
bili e l’attrezzatura dello stu
dio fotografico: anche buona parte del mobi
lio fu venduta sul posto per
ricavare la somma non indiffe
rente, necessaria al viaggio e al
trasporto delle restanti masserizie- Da allora, finora, nessun rimborso
nessun sussidio ci è stato concesso, nessun aiuto ci è sta
to loro dato –
Il nostro figliolo Enrico D’Ancona, impiega
to al Comune di Roma, con moglie
e quattro figli a carico ci ha dato un’o=
spitalità che non può non aggrava
re il suo già troppo difficile bilancio familiare
ed è questa per noi vecchi, una
pena infinita, ora che non pos=
siamo più lavorare, e dobbiamo, dopo
una lunga vita di continuo lavoro, ricorrere
ai nostri più cari anche per le
poche lire necessarie ai nostri
minuti bisogni –
Vorremmo pertanto, che la no
stra domanda trovasse accoglienza
e comprensione; che si pensasse alla
nostra età, al distacco subito, al
cambiamento di posizione e alla
nostra grande tristezza e che
non si rifiutasse la nostra
richiesta limitando l’aiuto all’o=
norifico riconoscimento della qua=
lifica di profugo sinonimo, in
questo caso di “pezzente”
Rimango in rispettosa attesa di un cenno
di consenso da parte vostra –


Note

vers. eng. A

General Directorate for Post-War Assistance

Provincial Office of Rome

The undersigned, Antonio D’Ancona, born in Fiume on January 14, 1871, together with his wife Anna, née Klas, left the city of Fiume in August last year, following the option exercised under the Peace Treaty with Italy. Upon departure, they had to abandon their real estate and the equipment of the photography studio he ran; part of the furniture had to be sold on the spot to raise the considerable sums necessary for travel expenses and the transport of the remaining household goods.

Upon entering Italy, they did not receive any subsidies or reimbursement for travel expenses, as they were entitled to, and had to resort to the help of their children to avoid selling even the little they had managed to bring with them.

The undersigned applied for a one-off subsidy and a daily allowance, as was paid to other refugees, but on February 14, 1949, by letter no. 2885/2, the former was refused and he has still not received a reply regarding the latter.

The undersigned points out that he currently lives with his wife at the expense of his son Enrico, who is employed by the Municipality of Rome and already has a wife and four children to support without any other income.

In view of the above, the undersigned requests that the applications submitted at the time, accompanied by all the required documents, be re-examined more favorably, so as not to force the undersigned, who has led a life of intense work for over seventy years, to be unable to dispose of even the few lire necessary for his last days.

………

Hoping that all the assistance to which he is entitled will not be limited to the honorary recognition of refugee status, he remains most devotedly yours


vers. eng. B

General Directorate of Post-War Assistance

Provincial Office of Rome

Rome

I, the undersigned, Antonio D’Ancona, born in Fiume on January 14, 1871, address this honorable General Directorate of Post-War Assistance to grant me the one-off subsidy referred to in Article 4 of Decree Law No. 556 of 19.4.49, and the daily subsidy provided for Giuliani refugees. In order to facilitate the relevant procedures, I would like to point out the following:

I owned a photography studio in Fiume and two houses, and I provided for myself and my wife Anna Klas, aged 78, a housewife who is unable to work due to deafness, with the income from the studio and the modest income from the two houses.

Following the option for Italy, exercised under the Peace Treaty, I had to leave my hometown with my wife in August 1948: and so I also had to abandon my real estate and the equipment of the photography studio: even a large part of the furniture was sold on the spot to obtain the considerable sum necessary for the journey and the transport of the remaining household goods.

Since then, to date, we have received no reimbursement, no subsidy, no help whatsoever.

Our son Enrico D’Ancona, an employee of the Municipality of Rome, with his wife and four dependent children, has given us hospitality that cannot fail to aggravate his already difficult family budget. This is an endless pain for us old people, now that we can no longer work and, after a long life of continuous work, we must resort to our loved ones even for the few lire necessary for our minimal needs.

We would therefore like our request to be accepted and understood; we would like you to consider our age, the separation we have suffered, the change in our circumstances, and our great sadness, and not to refuse our request by limiting your help to the honorary recognition of refugee status, which in this case is synonymous with “beggar.”

I respectfully await your approval.


[1] Antonio D’Ancona. Importante fotografo di Fiume (Rijeka). In piazza Andrassy aveva lo studio fotografico. Era il padre dell’ingegnere Enrico D’Ancona che realizzò importanti opere di urbanistica, in particolare a Roma (quartiere Monteverde).

[2] L’assistenza ai profughi giuliano dalmati. Nell’immaginario collettivo degli esuli giuliano-dalmati prende forma l’immagine dell’Italia come quella di un paese generoso ed ospitale, un luogo salvifico nel quale gettare alle spalle le tristi vicende del passato e aprire nuove strade alla vita. Una visione alimentata anche dalle parole rassicuranti di una propaganda intenta a dipingere l’Italia come una terra traboccante di benessere “con le salsicce appese agli alberi, e le camice fini e bianche” [N. Milani, 2008] alla portata di tutti. L’Italia diventa quindi un sogno da raggiungere, ad ogni costo. Un sogno rimasto tale anche una volta varcato il confine, quando gli esuli si trovano di fronte un paese profondamente diverso da quello immaginato, costretto a convivere con la precarietà che scandisce l’immediato dopoguerra. L’Italia dell’epoca è infatti un paese che la guerra ha messo in ginocchio: le bombe, cadute a grappoli, hanno distrutto case e danneggiato gravemente strade e ferrovie. Dal punto di vista economico la situazione non appare migliore: l’agricoltura e l’allevamento stentano a riprendersi e le industrie vivono un profondo momento di crisi, con una capacità produttiva che non arriva nemmeno lontanamente a toccare i livelli dell’anteguerra. In questo quadro a tinte fosche, che presenta per gli stessi residenti notevoli difficoltà sul piano occupazionale e alloggiativo, i profughi provenienti dai territori della Venezia Giulia rappresentano una nuova e pressante incombenza cui il governo italiano è chiamato a far fronte. Se nel primo dopoguerra l’assistenza ai profughi provenienti da Zara, da Fiume e dalla isole del Quarnaro è affidata al Ministero dell’Assistenza Post-Bellica che, sostituendosi all’Alto Commissariato per l’Assistenza sorto nel maggio del 1944, si occupa anche di assistere altre categorie di bisognosi come i profughi e i prigionieri di guerra, i reduci, i militari rientrati dall’internamento e le vittime civili, l’arrivo sempre più consistente di profughi giuliano-dalmati sul territorio nazionale, obbliga il governo italiano a una presa di coscienza dell’esodo istriano e alla necessità di mettere in atto misure necessarie ad affrontarlo. Si tratta in realtà di provvedimenti pervasi da una marcata logica assistenzialista, che finisce per rendere l’azione governativa dispersiva e inconcludente, con il solo risultato di assicurare ai profughi le minime condizioni di sopravvivenza, senza però provvedere al loro pieno inserimento nella realtà italiana.

Il primo passo è quello di istituire nel 1946 l’Ufficio per la Venezia Giulia che, alle dipendenze dirette del Ministero dell’Interno, è chiamato a ricoprire la doppia funzione di apparato di coordinamento, promuovendo la formazione di comitati giuliani e dalmati nelle zone “ove il numero di profughi ne determinasse l’opportunità” [C. Colummi, 1980], e di sostegno, erogando ai profughi un sussidio in denaro al quale si accompagnano altre concessioni di carattere assistenziale come, ad esempio, l’approvvigionamento di vestiario, l’esenzione dalle tasse scolastiche e dai biglietti per i mezzi di trasporto e la liquidazione dei danni di guerra.

Nel novembre del 1946 all’Ufficio per la Venezia Giulia succede l’Ufficio per le Zone di Confine, una struttura direttamente dipendente dalla Presidenza del Consiglio la cui azione non si esaurisce soltanto nel provvedere all’assistenza dei profughi giuliano-dalmati, ma conosce una dimensione più ampia dal momento che all’Ufficio per le Zone di Confine spetterà il compito di coordinare “l’azione dello stato nelle zone di confine” [R. Pupo, 2005]. Fino al 20 luglio 1954, anno in cui un decreto ministeriale ne decreta lo scioglimento, esso diventa, di fatto, il principale apparato operativo del governo italiano sulla questione giuliana.

Lo stato italiano si fa anche promotore di una serie di provvedimenti legislativi tesi a favorire interventi mirati che possano agevolare i giuliano-dalmati. Tra le norme più significative vanno menzionate il decreto del 3 settembre 1947, che sancisce il diritto dei cittadini residenti nelle zone di confine a godere dei benefici emessi in favore dei reduci, il decreto legislativo del 19 aprile 1948, che assegna ai profughi giuliano-dalmati un sussidio giornaliero di 100 Lire per il capofamiglia e di 45 Lire per gli altri componenti del nucleo familiare e la legge 137 del 4 marzo 1952, meglio conosciuta come legge Scelba, i cui riflessi più significativi sono l’assegnazione ai profughi del 15% degli alloggi di edilizia popolare edificati a carico dello stato per mano degli Istituti Autonomi per le Case Popolari e l’obbligo da parte delle aziende e delle imprese appaltatrici di opere pubbliche di assumere al loro interno la quota del “5% di manodopera tra tutte le categorie di profughi assistiti” [G. Oliva, 2005]. La stessa legge, stabilisce inoltre la concessione di licenze commerciali e l’iscrizione agli albi professionali per i profughi che nei comuni di nuova residenza intendono riprendere le attività commerciali, artigianali o professionali esercitate nei territori di provenienza. Relativamente ai provvedimenti emanati in favore dei profughi che hanno riflessi sul loro inserimento lavorativo, occorre citare il decreto legge n. 520 del 23 dicembre 1946, rivolto agli impiegati e ai lavoratori statali per i quali il Governo italiano predispone – come recita il documento – il riassorbimento lavorativo, con le stesse mansioni, “nei corrispondenti uffici sparsi per l’Italia” [E. Miletto, 2012]. Emblematico in tal senso appare quanto avviene per i lavoratori dei Monopoli di Stato, in favore dei quali il 30 agosto 1948 viene promulgata una circolare che garantisce il reintegro nelle Manifatture Tabacchi italiane di tutto il personale che, come recita il testo del documento, “si sia trasferito nel territorio nazionale durante il periodo di assestamento della zona giuliana” [E. Miletto, 2005]. Condizione essenziale per usufruire della pratica è quella di aver fissato l’opzione per il ritorno in Italia entro e non oltre la data del 15 settembre 1947. Accade così che in molte Manifatture Tabacchi attive sul territorio nazionale si registri un consistente afflusso di lavoratori (in gran parte donne perché quello nelle Manifatture è un lavoro in gran parte declinato al femminile) provenienti dalla Venezia-Giulia. Nel solo opificio di Torino, uno dei più antichi della città, ubicato nel periferico quartiere del Regio Parco, arrivano tra il 1947 e il 1952, 121 lavoratori istriani, circa il 10% della forza lavoro dello stabilimento che nel 1952 impiega 1.281 dipendenti.

La documentazione conservata presso l’Archivio della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ufficio Zone di Confine – contiene importanti riferimenti al trasferimento dei lavoratori dalla Manifattura Tabacchi di Pola ad altre Manifatture attive sul territorio italiano. Personale che – come si legge in una nota di servizio redatta dal direttore generale dei Monopoli di Stato il 15 gennaio 1947 e inviata al Ministero dell’Interno – sarà trasferito “verso le fabbriche di Firenze, Lucca e Sestri Ponente in forti nuclei, e verso altri opifici in gruppi di piccola entità”. Si tratta – continua il documento – di circa 2.000 unità, delle quali “580 confluiranno a Firenze, 400 a Lucca e 420 a Sestri Ponente”, mentre le altre saranno “inviate in centri minori” [PCM, Archivio UZC]. Dopo aver informato del prossimo arrivo dei lavoratori, il direttore dei Monopoli di Stato invita il Ministero a “interessare i prefetti delle Province di Firenze, Lucca e Genova”, al fine di poter “assicurare ai profughi la migliore possibile assistenza onde permettere loro una prima sistemazione di fortuna.” [PCM, Archivio UZC]. Un passaggio, quello della sistemazione dei nuovi arrivati, che non sembra essere però di semplice attuazione. Si veda, ad esempio, quanto avvenuto a Genova, Verona e Milano.

Dopo aver appreso del prossimo arrivo nella Manifattura di Sestri Ponente “di 420 dipendenti della Manifattura Tabacchi di Pola con le loro famiglie”, il prefetto di Genova invia il 23 gennaio 1947 un telegramma al sottosegretario della Presidenza del Consiglio, informandolo che”date le ben note gravissime difficoltà di alloggi”, Genova non “riesce a dare alloggio alle famiglie dei dipendenti della Manifattura Tabacchi provenienti da Pola”, anche perché – prosegue il documento – “si dovrà provvedere quanto prima” al reperimento “di locali per gli emigranti in Argentina che partiranno da questo porto in numero di 5.000 mensili”. La loro sistemazione sarà quindi affidata all’Ufficio provinciale dell’Assistenza Post Bellica che – come si evince da una corrispondenza tra la direzione dei Monopoli di Stato e il direttore della Manifattura di Sestri Ponente datata 1 febbraio 1947 – provvederà “al finanziamento della spesa occorrente per assicurare una prima sistemazione di fortuna ai profughi dell’Istria, nonché all’attrezzatura dei locali (fornitura di cavalletti, assicelle, coperte e sacconi)” [PCM, Archivio UZC].

Il 22 febbraio 1947 la Presidenza del Consiglio dei Ministri invia al prefetto di Verona, un telegramma informandolo dell’arrivo in città “di operai della Manifattura Tabacchi, profughi di Pola”, pregandolo di “interessarsi per dare loro la migliore sistemazione possibile” [PCM, Archivio UZC]. La lettura del documento rivela come si tratti di un numero piuttosto esiguo di dipendenti, ovvero “30 unità, più i loro familiari, che non possono essere avviate in altre manifatture sature di personale”. Il 10 marzo arriva la risposta del prefetto, che rende nota, “data la grave situazione di alloggi causata dai danni di guerra”, l’impossibilità di “trovare una sistemazione per i profughi di Pola e per i familiari degli operai destinati a questa Manifattura Tabacchi”. L’unica soluzione – si legge nel telegramma – “sarebbe l’apprestamento provvisorio di una caserma sinistrata con una spesa prevista di 650.000 lire”. Un passaggio che il prefetto sembra caldeggiare in tempi brevi, poiché, come si legge nella parte conclusiva del documento, “attualmente i profughi sono alloggiati in un albergo, con ingenti spese per il loro mantenimento” [PCM, Archivio UZC].

La sistemazione del personale profugo della Manifattura Tabacchi di Pola sembra rappresentare un problema di non facile risoluzione anche a Milano dove, come si legge in una nota del prefetto datata 3 aprile 1947, “è presente personale profugo da Pola, con le loro famiglie, destinato alla locale Manifattura Tabacchi” [PCM, Archivio UZC]. La prefettura e l’amministrazione comunale, prosegue il prefetto, non dispongono “di locali da adibire ad alloggi”, ma potrebbero “sistemare il personale in una baracca di legno delle dimensioni di sei metri per trentadue”, capace di “dare alloggio a nuclei familiari composti da circa 60 unità”. Le spese di adattamento (“muratura, montaggio e copertura delle tramezzature”) sarebbero a carico della prefettura che chiede però l’intervento del Ministero dell’Interno per “le spese di acquisto della baracca, ammontanti a lire 450.000.” Il 28 maggio arriva la risposta del ministro Scelba, che tramite un telegramma autorizza la prefettura di Milano “ad anticipare dalla contabilità speciale la somma di lire 400.000” [PCM, Archivio UZC]. Un provvedimento che non sembra però eliminare definitivamente le problematiche legate all’emergenza abitativa del personale profugo alla Manifattura Tabacchi di Milano. Un’affermazione che trova spunto da quanto avviene qualche mese più tardi, quando in una lettera datata 18 febbraio 1948, l’Amministrazione dei Monopoli di Stato invia alla Presidenza del Consiglio dei Ministri una nota con la quale informa di “aver in servizio presso la Manifattura Tabacchi di Milano numeroso personale profugo con le famiglie, alloggiate promiscuamente in locali di fortuna e in condizioni di particolare disagio. “Infatti se è vero che “alcuni nuclei familiari” hanno trovato “una sistemazione in baracche acquistate con il contributo del Ministero degli Interni”, lo è altrettanto il fatto che parte del personale appare ancora “precariamente alloggiato” [PCM, Archivio UZC]. I Monopoli di Stato si rivolgono così alla Presidenza del Consiglio affinché essa voglia “contribuire all’acquisto di baracche in legno di metri 5,50 x 24,20”, lasciando ai Monopoli le spese relative “all’esecuzione di tutte le opere accessorie quali la muratura, i pilastri e la costruzione di fognature e servizi igienici” [PCM, Archivio UZC]. Le risposte non sono però positive. Il 15 luglio 1948 lo stesso Ministro dell’Interno con una nota inviata alla Presidenza del Consiglio e al prefetto di Milano, rende noto di non poter accogliere la richiesta, “sia perché la situazione di bilancio non consente di sopportare tale onere”, sia perché il personale lavorativo in oggetto “è provvisto di reddito di lavoro continuativo” e non può “quindi rientrare tra le categorie assistite da parte di questa amministrazione.” Il 22 luglio dello stesso anno arriva anche la risposta della Presidenza del Consiglio, che informa la direzione dei Monopoli di Stato di non poter avere “in alcun modo” la possibilità di accogliere la richiesta, poiché “ha esaurito ogni disponibilità di fondi per l’assistenza straordinaria in favore dei profughi da Pola” [PCM, Archivio UZC].

Di più semplice risoluzione appaiono invece le situazioni di Firenze e Lucca.
Il 19 gennaio 1947, la Presidenza del Consiglio dei Ministri invia un telegramma al prefetto di Firenze, informandolo del trasferimento nella locale Manifattura Tabacchi di “580 dipendenti dalla Manifattura Tabacchi di Pola”, che arriveranno in città “con le loro famiglie”. La presidenza del Consiglio invita quindi il prefetto a “dare appoggio al direttore della Manifattura per procurare ai profughi una prima sistemazione” [PCM, Archivio UZC]. Sistemazione che avviene nei locali della ex Manifattura Tabacchi di Sant’Orsola, “170 ambienti” all’interno dei quali la direzione dei Monopoli di Stato, si fa carico della costruzione di “2.000 mq di tramezzi con intelaiature in legno e rivestimento in lastre Tex-Tex o consimile”. Se i Monopoli di Stato riescono a supportare le spese relative alla “costruzione delle intelaiature in legno e alla posa in opera dei tramezzi”, essi chiedono però il contributo della presidenza del consiglio dei ministri, “nella misura di lire 750.000″ per la sistemazione degli alloggi dei profughi, accollandosi le spese occorrenti per il materiale di rivestimento.” Una richiesta che non sembra cadere nel vuoto: infatti il 28 maggio 1947 il ministro dell’Interno Scelba invia al prefetto di Firenze un telegramma con il quale lo informa che il Ministero da lui presieduto “mette a disposizione lire 600.000 a titolo di concorso nella spesa per i lavori di adattamento dei locali della ex Manifattura Tabacchi Sant’Orsola” destinati a “ospitare 170 nuclei familiari del personale trasferito dalla Manifattura Tabacchini Pola a quella di Firenze”. [PCM, Archivio UZC].

A Lucca la sistemazione del personale proveniente dalla Manifattura Tabacchi di Pola ( circa “400 dipendenti con le loro famiglie”), appare di più facile attuazione. Secondo quanto traspare dall’incrocio tra le carte conservate presso l’Archivio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’Archivio Storico Comunale di Lucca, “120 famiglie sono alloggiate dal direttore nei locali della Manifattura Tabacchi” [PCM, Archivio UZC], mentre le altre verranno “ricoverate al Centro profughi di Piazza del Collegio”.[ASCL, Protocollo Generale].

Il riassorbimento negli apparati statali non riguarda soltanto i dipendenti dei Monopoli di Stato, ma anche quelli impiegati in altri ambiti lavorativi. E’ il caso, tra i molti che si potrebbero citare, dei lavoratori dell’Arsenale Marino di Pola, ovvero – come si legge in una corrispondenza intercorsa nel gennaio 1947 tra il Ministero della Marina e quello dell’Interno – “880 operai (tra temporanei e permanenti) che saranno riassunti nelle sedi Militari marittime di Venezia, Brindisi, Messina, Taranto e La Spezia” [PCM, Archivio UZC]. Il contingente più numeroso è destinato a raggiungere proprio la città ligure, dove secondo quanto riferito dal prefetto, il 10 febbraio 1947 arriva “con un preavviso di poche ore” il primo scaglione “di arsenalotti profughi da Pola, con relative famiglie, pari a 130 unità” [PCM, Archivio UZC]. Si tratta, con molta probabilità di operai permanenti, seguiti, qualche giorno più tardi, da un contingente di operai temporanei, che porta a circa 200 i lavoratori giunti in città nel solo 1947. Vista “l’assoluta mancanza di abitazioni disponibili” caratterizzante il territorio spezzino, i dipendenti provenienti dall’Arsenale di Pola sono alloggiati – come riferisce il prefetto in una corrispondenza con il Ministero dell’Interno datata 25 marzo 1947 – nella Caserma Ugo Botti, e cioè “un edificio in località Muggiano, di proprietà della ditta Odero-Terni- Orlando, già adibito a caserma della marina e requisito dalla Prefettura” con apposito decreto datato 23 gennaio 1947 [PCM, Archivio UZC]. L’immobile, che a detta del prefetto “manca di ogni e qualsiasi impianto”, è al centro di un’opera di ristrutturazione che prevede “la riparazione a parti dell’edificio, ai servizi sanitari, alle cucine e agli impianti elettrici, senza trasformazioni nella struttura muraria”, utilizzando quindi gli ambienti “così come sono attualmente, per dare al più presto alloggio ai profughi” [PCM, Archivio UZC]. L’opera, il cui costo complessivo ammonta a tre milioni di lire, è sostenuta dal Ministero dell’Interno che il 2 febbraio 1947 per mano del ministro Mario Scelba autorizza la prefettura di La Spezia a “sostenere una spesa fino a lire tre milioni di lire per lavori di adattamento della Caserma Botti” [PCM, Archivio UZC]. Secondo una nota della prefettura spezzina, un mese più tardi la Caserma Ugo Botti (destinata successivamente a trasformarsi in Centro Raccolta Profughi) ospita al proprio interno “650 profughi, i quali provvedono loro stessi al proprio mantenimento con il sussidio giornaliero che viene loro corrisposto a carico del bilancio del Ministero dell’Interno”. Il ministero dell’Assistenza Post-Bellica si occupa invece di sostenere sia le spese generali “che ammontano a 14.000 lire mensili”, sia “il canone di requisizione dell’immobile” il cui importo – si legge nel documento – “deve essere ancora essere fissato dall’Ufficio Tecnico Erariale” [PCM, Archivio UZC].

Occorre infine sottolineare come accanto all’iniziativa istituzionale fiorisca anche quella di carattere privato che raggiunge il suo punto più alto con la fondazione, nel febbraio del 1947, del Comitato Nazionale per i Rifugiati Italiani, che si occupa di svolgere in favore dei profughi attività di vario genere, che vanno dallo stanziamento di fondi al supporto nella compilazione di pratiche burocratiche. Nel 1949 in seguito a un decreto emanato direttamente dalla Presidenza della Repubblica, il Comitato muta la propria fisionomia trasformandosi in ente morale: nasce così l’Opera Nazionale per l’Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati, un organismo che guidato dall’ingegner Oscar Sinigaglia, indirizza la propria azione su tre tematiche principali: la casa, costruendo alloggi per profughi residenti nelle varie province italiane, il lavoro, occupandosi della formazione professionale e del collocamento dei giuliano-dalmati sul mercato del lavoro e l’assistenza agli anziani e ai bambini, mettendo a disposizione dei giovani profughi le proprie strutture sanitarie, educative e ricreative.

Oltre agli ambienti governativi e all’Opera per l’Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati, in favore dei profughi giuliano-dalmati si mobilitano anche enti di matrice cattolica come ad esempio la Pontificia Commissione di Assistenza, la cui azione è principalmente indirizzata verso la creazione di mense, refettori e posti di ristoro, supportando così, a livello locale, gli sforzi delle varie amministrazioni comunali, che attraverso le proprie strutture assistenziali (prime tra tutti gli E.C.A., ovvero gli Enti Comunali di Assistenza) si occupano di corrispondere ai profughi forniture alimentari, generi di prima necessità ed oggetti di uso comune.(fonte)

[3] Beatrice Gulì è nata il 7 gennaio 1902 a Roma. Frequenta il liceo classico Tasso, dove consegue la maturità nel 1921. La sua formazione classica le resterà per tutta la vita, permettendole di declamare in greco e in latino. La sua aspirazione sarebbe stata iscriversi a Medicina, ma l’opposizione del padre la spinge ad orientarsi per la facoltà di Matematica. Mentre segue i corsi scientifici, conosce Enrico D’Ancona e insieme si iscrivono alla Scuola di Applicazione per Ingegneri. Originario di Fiume, Enrico vive a Roma con i fratelli per frequentare l’università. Beatrice ed Enrico si laureano entrambi nel novembre 1927 e si sposano un mese dopo. Avranno quattro figli: Fabrizio (1928) avvocato; Bruno (1929) Ingegnere; Annamaria (1933) e Giuliana (1935) entrambe si sono occupate di scienze naturali come lo zio Umberto D’Ancona. Poco dopo la laurea trova lavoro presso le Assicurazioni d’Italia, a tempo pieno fino al 1942, quindi come consulente del ramo furto/incendio fino al 1980. Nel suo lavoro è molto apprezzata per l’accuratezza e l’approfondimento con cui porta a termine le perizie di cui è incaricata. Affronta e supera l’esame di Stato nel 1937, con lo scopo di firmare i progetti elaborati in coppia con il marito. Tra i loro lavori: la casa di famiglia a Monteverde (1930) e la casa al mare a Tor Vajanica (1958), oltre ad alcuni piccoli incarichi ottenuti da amici. Beatrice ha una bellissima grafia ed è un’abile conversatrice. Estroversa e motivata, si impegna a fondo e ottiene risultati soddisfacenti in tutte le sue attività. Ha attitudine alla ricerca e all’apprendimento che cerca di soddisfare in tutto il corso della vita. Coltiva interessi letterari: scrive poesie, declama in greco e in latino. Dopo il pensionamento si iscrive all’università della Terza Età, per seguire corsi di medicina e poi latino, greco e letteratura.«… L’aspetto ingegneristico era supportato dall’aspetto umanistico, che era la sua vera passione. Ma ancora più importante è stato essere riuscita a prendere una laurea in ingegneria ed esercitare, che all’epoca non dev’essere stato facile. Di mia nonna ricordo una personalità di grande carisma.» (Laura D’Ancona, nipote, durante l’intervista)
FONTI: Annuari della Scuola di Applicazione per Ingegneri; Intervista condotta il 25/02/2019 da Chiara Belingardi e Claudia Mattogno al figlio ing. Bruno D’Ancona, alla nipote Laura D’Ancona, all’amica ing. Marina Torre. Ricerca di Ateneo Tecniche Sapienti tecnichesapienti.ingegneria@uniroma1.it Scheda a cura di Chiara Belingardi (fonte)