6 marzo 1942
Carissimo Mario[1],
avevo avuto sentore della tua
andata da Pinerolo da una lettera di Giorgio,
il quale diceva che tu avevi telefonato
dalla stazione di Milano a casa sua, senza
trovare né lui né la moglie, ma solo la piccola
Elisa. Molto dispiaciuto della cosa, mi domandava
il tuo indirizzo, che gli spedisco adesso. Anche
Mino ha chiesto di te, e gli mando il tuo indirizzo:
puoi scrivergli ché una lettera non impiegherà più
di quattro giorni. Di Franco siamo senza notizie
da tre settimane; ma io credo ch’egli pensi di
poter avere la licenza da una settimana all’alba,
e non scriva per questo. A Pasqua dovrebbero essere
a casa tutt’e due. Possibile che tu non possa
avere almeno 48 ore di licenza?
Capisco che costì avrai la vita dura,
sul genere di quella che prostrò Mino all’Accade=
mia di Livorno: esistenza chiusa, regolata da orari
rigorosi, da studi ed esercitazioni continui, poca libertà,
rigida disciplina. Ma avrei caro che tu me ne scrivessi
ampiamente, descrivendomi la tua giornata e l’am=
biente. So che, come me, tu sai bravamente adattarti
alle più crude circostanze; ma vorrei saperlo per
una maggiore comprensione e una maggiore tranquillità.
Come mangi? Come dormi? E i tuoi superiori? E
i cavalli?
A questo proposito, dimmi se il comandante
della Scuola è il generale Raffaele Cadorna[2]. In
questo capo, potrei scrivergli. Sono certo che egli acco=
glierebbe ben volentieri la mia lettera, dati i miei
vecchi rapporti con suo padre, il maresciallo Cadorna[3]:
io fui uno dei pochissimi che lo difese a viso aperto
quando tutti gli si accanivano contro, ed ebbi dal
vecchio generalissimo testimonianze affettuose di
riconoscenza e d’attaccamento.
Scrivi, dunque, di tutto. La mamma
vede Pinerolo come un paese iperboreo ed è an=
gustiatissima. Tutti noi ti salutiamo affettuosa=
mente, con tanti auguri e tanti cari abbracci.
Tuo Papà[4]
A un nuovo giornale, in sostituzione d’Oggi, mi pare difficile arrivare:
vedo se mi è possibile trovare, intanto, una qualsiasi altra sistemazione come Rizzoli[5]. È
duro, ma si tratta di tirare avanti fino all’anno venturo!
Nell’intestazione
OGGI
ROMA, VIA REGINA ELENA 68
TELEF. 484.959
busta
Allievo Ufficiale
Sergente Mario Monicelli
1° Squadrone – 3° Plotone
Scuola di Cavalleria
Pinerolo
timbro
ROMA FERROVIA
14-15 5. III 42.XX
LOTTERIA AUTOMOBILISTICA DI TRIPOLI
Francobollo
CENT. 50
POSTE ITALIANE
Note
vers. eng.
6 March 1942
Dearest Mario,
I heard about your departure from Pinerolo in a letter from Giorgio, who said that you had telephoned his home from Milan station, but found neither him nor his wife there, only little Elisa. Very sorry about this, he asked me for your address, which I am sending him now. Mino has also asked about you, and I am sending him your address: you can write to him, as a letter will take no more than four days. We have had no news from Franco for three weeks, but I think he believes he will be able to get leave at dawn in a week’s time, which is why he has not written. They should both be home by Easter. Is it possible that you cannot get at least 48 hours’ leave?
I understand that you must have a hard life there, similar to the one that wore Mino down at the Academy in Livorno: a closed existence, governed by strict schedules, continuous study and practice, little freedom, and rigid discipline. But I would appreciate it if you would write to me at length, describing your day and your environment. I know that, like me, you are good at adapting to the harshest circumstances, but I would like to know for greater understanding and peace of mind.
How do you eat? How do you sleep? What about your superiors? And the horses?
In this regard, please let me know if the commander of the School is General Raffaele Cadorna. In that case, I could write to him. I am sure he would welcome my letter, given my old relationship with his father, Marshal Cadorna: I was one of the very few who defended him openly when everyone was attacking him, and I received affectionate expressions of gratitude and attachment from the old generalissimo.
So write about everything. Mum sees Pinerolo as a remote place and is very distressed. We all send you our love, with best wishes and warm hugs.
Your Dad
I think it will be difficult to find a new newspaper to replace Oggi, but in the meantime I will see if I can find any other arrangement, such as Rizzoli. It’s tough, but we just have to keep going until next year!
[1] Mario Alberto Ettore Monicelli (Roma, 16 maggio 1915 – Roma, 29 novembre 2010) è stato un regista, sceneggiatore e scrittore italiano.
Tra i più celebri registi italiani della sua epoca. Insieme a Dino Risi, Luigi Comencini, Pietro Germi e Ettore Scola, fu uno dei massimi esponenti della commedia all’italiana, che contribuì a rendere nota anche all’estero con film come Guardie e ladri, I soliti ignoti, La grande guerra, L’armata Brancaleone e Amici miei.
Candidato sei volte al premio Oscar (due volte per la migliore sceneggiatura originale, quattro per il miglior film straniero), nonché vincitore di numerosi premi cinematografici. Nel 1991 ricevette il Leone d’oro alla carriera alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Biografia
Le origini
Mario Monicelli nacque a Roma il 16 maggio del 1915 in una famiglia originaria di Ostiglia (in provincia di Mantova). Per lungo tempo, si è ritenuto che la sua città natale fosse Viareggio, finché il critico cinematografico Steve Della Casa, compiendo delle ricerche per la stesura del volume L’armata Brancaleone – Quando la commedia riscrive la storia e per il Dizionario Biografico Treccani, riportò alla luce il fatto di come Monicelli fosse, in realtà, nato a Roma, più precisamente nel rione di Campo Marzio in via della Croce. Sempre secondo Della Casa, pare che Monicelli stesso alimentasse l’equivoco per una sorta di forte affezione verso la città toscana. Il luogo di nascita di Monicelli è stato confermato da Luca Lunardini, sindaco di Viareggio, che ha dichiarato in proposito: “È vero: Mario Monicelli non è nato fisicamente a Viareggio, non risulta iscritto alla nostra anagrafe”, aggiungendo come “Da un punto di vista fisico, materiale, Monicelli non nacque a Viareggio ma a Roma; ma amava talmente tanto Viareggio che considerava questa città il luogo in cui era nata la sua anima, quindi lui stesso. E perciò elesse Viareggio a sua città natale, come riportano tutte le enciclopedie e le biografie sulla base della testimonianza diretta raccontata dall’interessato”. Un’ulteriore conferma è arrivata da Chiara Rapaccini, ultima compagna del regista, che ha confermato in un’intervista come il tutto non fosse altro che “una beffa intenzionale di Mario, più semplicemente qualcuno, all’inizio, aveva scritto che era di Viareggio e lui si è divertito a lasciar correre, anche perché il suo rapporto con Viareggio era fortissimo”, aggiungendo che Roma, come corretto luogo di nascita del regista, fosse riportato anche sul suo passaporto.
Suo padre, Tomaso Monicelli, era un giornalista, direttore de il Resto del Carlino e dell’Avanti! (succedendo a Benito Mussolini), nonché critico teatrale e drammaturgo. Mise fine alla sua vita nel 1946, dopo alcuni fallimenti editoriali, sentendosi isolato dal regime fascista per aver osato criticarlo nei suoi articoli. La madre, Maria Carreri, era una donna molto intelligente, sebbene di pochi studi. Mario aveva tre fratelli: Giorgio fu un traduttore ed editore, Furio fu uno scrittore, e raggiunse un buon successo all’epoca con il romanzo Il gesuita perfetto, mentre Mino, fu giornalista, scrittore e sceneggiatore. Monicelli era inoltre imparentato con la famiglia Mondadori: la sorella del padre, difatti, era la moglie di Arnoldo Mondadori e lo stesso Monicelli racconta di essere stato per molti anni buon amico di Alberto e Giorgio Mondadori.
Monicelli trascorse dunque la sua infanzia a Roma, dove frequentò le scuole elementari. Successivamente, si trasferì con la famiglia a Viareggio ma frequentò il ginnasio e due anni di liceo a Prato, al Convitto Nazionale Cicognini; si stabilì poi a Milano, dove finì la terza liceo e iniziò gli studi universitari. Nel capoluogo lombardo, Monicelli frequentò Riccardo Freda, Remo Cantoni, Alberto Lattuada, Alberto Mondadori e Vittorio Sereni; insieme fondarono, con l’appoggio dell’editore Mondadori, il giornale Camminare, in cui Monicelli si occupava di critica cinematografica. Monicelli raccontò di come, nelle sue critiche, si accanisse molto sui film italiani, mentre, di contro, esaltasse i film americani e francesi, che amava molto, affermando che forse lo faceva per una sua velata forma di antifascismo. Camminare non durò molto poiché il ministero della cultura popolare lo soppresse perché considerato di sinistra.
In seguito, Monicelli fece ritorno in Toscana, dove completò gli studi universitari laureandosi in lettere presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Pisa. Interessato al mondo della celluloide, rimandò continuamente il momento di laurearsi fino alla chiamata alle armi, appena dopo la quale fu laureato poiché, come lo stesso Monicelli affermò, “bastava presentarsi alla laurea vestiti da militari e non occorreva né tesi né altro […] Così è stata la mia laurea, non so nemmeno se è valida”. Nel 1934 girò il suo “primo esperimento cinematografico”, ovvero il cortometraggio Cuore rivelatore, ispirato all’omonima opera di Edgar Allan Poe, insieme ad Alberto Mondadori e Alberto Lattuada, con quest’ultimo in ruolo di scenografo poiché allora studente di architettura. I tre lo inviarono ai Littoriali sperando invano che venisse poi proiettato nei Cineguf; il film venne bollato come esempio di “cinema paranoico”.
L’anno seguente Monicelli fu collaboratore artistico di Alberto Mondadori nel suo primo lungometraggio, I ragazzi di via Pal (1935), tratto dall’omonimo romanzo dell’ungherese Ferenc Molnár, realizzato anch’esso nell’ambito del Cineguf milanese. Il film fu inviato a Venezia alla Mostra per le pellicole a passo ridotto, parallela alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica; I ragazzi della via Paal fece guadagnare ai suoi realizzatori il primo premio e l’opportunità di lavorare nella produzione di un film professionale. Monicelli quindi poté saltare le varie fasi di formazione professionale e fu inviato, assieme a Mondadori, a lavorare come “ciacchista” nella produzione del film di Gustav Machatý Ballerine, che si svolse a Tirrenia.
Si accostò al mondo del cinema grazie all’amicizia con Giacomo Forzano[senza fonte], figlio del commediografo Giovacchino Forzano, fondatore a Tirrenia di moderni studios cinematografici sotto il nome di Pisorno, curiosa fusione dei nomi delle due città, eterne rivali, Pisa e Livorno, che Mussolini progettava di compiere. In questi anni, in Monicelli si andò delineando quel particolare spirito toscano che sarà determinante per la poetica cinematografica delle commedie del regista (molti scherzi della trilogia di Amici miei sono episodi che fanno realmente parte della sua giovinezza).
Subito dopo Ballerine, Monicelli trovò lavoro, sempre come assistente, nel film di Augusto Genina Lo squadrone bianco. In seguito svolgerà il medesimo ruolo di assistente in vari film, tra cui I fratelli Castiglioni di Corrado D’Errico; durante la produzione del film conobbe Giacomo Gentilomo, con cui girò due pellicole, La granduchessa si diverte e Cortocircuito, nelle quali svolse ufficialmente per la prima volta l’incarico di aiuto-regista e anche di cosceneggiatore.
Sotto lo pseudonimo di Michele Badiek nel 1937 diresse il film amatoriale Pioggia d’estate. Il film, in cui Monicelli ebbe il ruolo di regista, sceneggiatore e soggettista, vide la partecipazione di Ermete Zacconi e parte della sua famiglia, dell’apporto di molti amici e di molti concittadini. Egli affermò che questa esperienza fu importante per la sua formazione poiché imparò a “scrivere per il cinema, a girare, a trattare con gli attori […] E, soprattutto, a constatare, quando poi lo rivedevo in proiezione, che quello che mettevo in scena ogni giorno non corrispondeva se non in minimissima parte alle mie aspettative”. Nel frattempo fu anche il segretario dell’attrice spagnola María Mercader, futura moglie di Vittorio De Sica. Nel libro dedicato a Monicelli dalla fondazione Pesaro Nuovo Cinema Onlus, si afferma nella biografia del regista che, dopo la laurea conseguita a Pisa nel 1941, Monicelli venne inviato l’anno seguente a Napoli per essere imbarcato per l’Africa; Monicelli riuscì però a rimandare l’imbarco finché l’8 settembre non gettò l’uniforme e scappò a Roma, dove rimase nascosto.
Nell’opera semi-autobiografica L’arte della commedia, Monicelli raccontò che rimase nell’esercito arruolato nella cavalleria dal 1940 al 1943, cercando di evitare il trasferimento, temendo di essere inviato prima in Russia poi in Africa, finché l’esercito non si disfece; a quel punto scappò a Roma. Rimase nascosto nella capitale fino all’estate del 1944. A Roma frequentò l’Osteria Fratelli Menghi, noto punto di ritrovo per pittori, registi, sceneggiatori, scrittori e poeti tra gli anni quaranta e settanta.
L’esordio ufficiale: il lavoro in proprio e i successi
Nel 1945 Monicelli fu aiuto-regista nel primo film di Pietro Germi, Il testimone. In L’arte della commedia, Monicelli raccontò che tra lui e Germi si instaurò un profondo legame; egli affermò: “Credo di essere stato uno dei pochissimi amici con cui aveva davvero confidenza”. Ad esempio di questo legame Monicelli raccontò di due episodi. Quando Germi entrò in un periodo di crisi dopo la morte della moglie, chiamò Monicelli per dirigere il film che stava preparando (Signore & signori, del 1966), dicendogli che lui non poteva più dirigerlo; a Monicelli piacque molto, ma comunque si rifiutò e incoraggiò Germi a fare il suo film. L’altro esempio è quando Germi, impossibilitato a fare Amici miei per problemi di salute, chiamò Monicelli per dirigerlo.
Nel 1946 Monicelli fu scelto, insieme a Steno, da Riccardo Freda per realizzare la sceneggiatura di Aquila nera. Il film ebbe molto successo e la coppia Monicelli-Steno fu chiamata per scrivere alcune gag e battute per il film Come persi la guerra di Carlo Borghesio, e prodotto da Luigi Rovere; da quel film, Monicelli e Steno formarono una coppia di sceneggiatori. La collaborazione con Steno, che durerà fino al periodo tra 1952 e 1953, produrrà alcune delle commedie più interessanti del dopoguerra; tra queste vi è Guardie e ladri (1951) con Totò, film che al Festival di Cannes conquistò il premio alla miglior sceneggiatura. In L’arte della commedia, Monicelli affermò che il sodalizio tra i due si interruppe esattamente durante la realizzazione dei film Le infedeli e Totò e le donne. Entrambi i film dovevano essere sceneggiati e girati a quattro mani da Steno e Monicelli, ma in realtà quest’ultimo si occupò solamente de Le infedeli poiché si era stancato di fare solo film comici; Steno si occupò invece di Totò e le donne. Tutto questo avvenne senza che i produttori lo venissero a sapere perché altrimenti, racconta Monicelli, non avrebbero dato fiducia alla coppia di registi.
Fu sceneggiatore, insieme a Federico Fellini, anche per film di Pietro Germi: In nome della legge (scritto con Pinelli, Germi e Giuseppe Mangione). Nel 1957 Monicelli vinse il premio al miglior regista del Festival internazionale del cinema di Berlino con Padri e figli. Considerato lo “spartiacque” nella sua carriera, fu I soliti ignoti (1958), film che segnò l’avvio verso la cosiddetta “commedia all’italiana”. L’anno dopo fu la volta di La grande guerra (1959), che vinse un Leone d’oro ad ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini ed ottenne una candidatura all’Oscar al miglior film in lingua straniera. Nel 1963 Monicelli fu autore del film I compagni, che ottenne la seconda candidatura ad un premio Oscar, quello alla migliore sceneggiatura originale. I soliti ignoti, La grande guerra e I compagni sono tra i capolavori del regista viareggino.
I soliti ignoti, del quale Monicelli fu anche sceneggiatore assieme ad Age & Scarpelli e a Suso Cecchi D’Amico, rovesciò per la prima volta la dialettica di Guardie e ladri con la quale lo stesso Monicelli (insieme a Steno che lo affiancò alla regia) aveva impostato fin dal 1951 la rappresentazione del rapporto tra autorità e libertà, tra giustizia togata e semplice sopravvivenza delle classi più umili. Quattro anni dopo, Monicelli ribaltò i ruoli: in Totò e Carolina (1955) Totò non è più un ladruncolo ma un poliziotto, e la censura dell’epoca non prese affatto bene l’ironia intorno alle forze dell’ordine: il film subì pesanti e talvolta inspiegabili tagli, e benché in tempi recenti ne sia stata restaurata la copia originale, continua a essere trasmesso nella versione “epurata” e inquinata da un demenziale titolo di testa imposto dalla censura di allora, francamente insultante anche solo nei confronti del livello attoriale di Totò.
Con I soliti ignoti Monicelli abbandonò quindi la dialettica antagonista tra tutori e trasgressori della legge, rappresentando esclusivamente il lato mite, confusionario e frustrato di un manipolo di aspiranti ladri votati all’insuccesso. La grande guerra, lontano dagli stereotipi classici della commedia, passa da un estremo all’altro del registro tragicomico affrontando un argomento doloroso e complesso come la tragedia della Prima guerra mondiale, ed è impreziosito dalle memorabili interpretazioni di Alberto Sordi e Vittorio Gassman. I compagni, film sulla storia del sindacalismo e, ancor prima, sulla fratellanza tra operai delle fabbriche, è poco noto al grande pubblico ma molto apprezzato dalla critica (con Marcello Mastroianni, Renato Salvatori e Annie Girardot).
Negli anni sessanta Monicelli si dedicò anche a film a episodi: Boccaccio ‘70 (1962), Alta infedeltà (1964) e Capriccio all’italiana (1968), anche se l’episodio da lui diretto in Boccaccio ‘70 fu tagliato dal produttore Carlo Ponti, scatenando la protesta dei registi italiani che decisero quasi tutti di boicottare il Festival di Cannes del 1962, che avrebbe dovuto essere inaugurato appunto da questo film. Ne L’armata Brancaleone (1966) e, con minor efficacia, nel seguito intitolato Brancaleone alle crociate (1970), Monicelli mise in scena un singolare Medioevo tragicomico, costellato dall’uso di un’inedita lingua maccheronica divenuta memorabile nel cinema italiano. Il film del 1966 venne anche selezionato per il festival di Cannes.
Nel 1973 il film Vogliamo i colonnelli fu selezionato per il festival di Cannes. Tra gli altri film di rilievo occorre ricordare La ragazza con la pistola (1968), terza candidatura all’Oscar, Romanzo popolare (1974) e i primi due capitoli della trilogia di Amici miei (1975, 1982) – quello conclusivo (1985) verrà infatti diretto da Nanni Loy. Caro Michele valse per Monicelli l’Orso d’argento al Festival di Berlino nel 1976.
Il film successivo, girato nel pieno degli anni di piombo, ne esprime il dramma ispirandosi a un’opera dello scrittore Vincenzo Cerami: Un borghese piccolo piccolo (1977) è un’opera interamente e profondamente drammatica, estranea alle suggestioni tragicomiche delle opere precedenti e successive come Il marchese del Grillo (1981), che pure si avvale di un’ottima interpretazione dello stesso Sordi. Il marchese del Grillo gli fece vincere l’Orso d’argento per il miglior regista al festival di Berlino del 1982. Negli anni ottanta e novanta, lo sguardo del regista cambiò ancora: dal maschilismo di Amici miei si passa all’esaltazione della donna contenuta nell’opera Speriamo che sia femmina (1986), con cui tornò a ricevere ampi consensi di critica e pubblico. Il successivo Parenti serpenti (1991) presentò nuovamente una caustica rappresentazione del modello familiare attraverso la problematicità dei rapporti tra generazioni, culminante in un finale addirittura tragico e scioccante. Nel 1994 uscì nelle sale il grottesco Cari fottutissimi amici, che vide come protagonista l’attore genovese Paolo Villaggio. La pellicola, presentata al Festival di Berlino nello stesso anno, si aggiudicò un Orso d’argento, nella sezione menzione speciale.
Monicelli si dedicò anche al teatro, sia in prosa che lirico, con alcune felici produzioni, soprattutto negli anni ottanta. Per la televisione produsse il cortometraggio Conoscete veramente Mangiafoco? (1981), con Vittorio Gassman, La moglie ingenua e il marito malato (1989) e Come quando fuori piove (2000), mentre come documentario Un amico magico: il maestro Nino Rota (1999) e vari collettivi. Monicelli si prestò occasionalmente a qualche cameo attoriale, in L’allegro marciapiede dei delitti (1979), Sotto il sole della Toscana (2003), SoloMetro (2007), dando anche la voce al nonno di Leonardo Pieraccioni ne Il ciclone (1996).
È da considerarsi probabilmente il regista che meglio di tutti ha interpretato lo stile e i contenuti del genere della commedia all’italiana. Il suo attore di riferimento è stato Alberto Sordi, da lui trasformato in attore drammatico in La grande guerra e Un borghese piccolo piccolo, ma ebbe anche il merito di scoprire le grandi capacità comiche di due attori nati artisticamente come drammatici, Vittorio Gassman nei Soliti ignoti e Monica Vitti nella Ragazza con la pistola. Il sorriso amaro che accompagna sempre le vicende narrate, l’ironia con cui ama tratteggiare le storie di simpatici perdenti, caratterizzano da sempre la sua opera. Forse non è un caso che molti critici considerino I soliti ignoti il primo vero film della commedia all’italiana, e Un borghese piccolo piccolo l’opera che, con la sua drammaticità, chiude idealmente questo genere cinematografico.
Con l’avanzare dell’età, Monicelli diminuì gradualmente la sua attività ma senza mai fermarsi, grazie ad una forma fisica e mentale sempre buona. A dimostrazione di questo, a 91 anni tornò al cinema con un nuovo film, Le rose del deserto (2006). In occasione della sua uscita, in un’intervista a Gigi Marzullo, confidò di non aver alcuna paura della morte, ma di temere moltissimo il momento in cui avrebbe smesso di lavorare, perché si sarebbe annoiato moltissimo. Nel 2006 partecipa anche al documentario dedicato ad Adolfo Celi, con la regia del figlio Leonardo Celi, Adolfo Celi, un uomo per due culture, dove nel ruolo di se stesso racconta il rapporto artistico con Adolfo. In un’intervista del 2008 dichiarò di aver abbandonato definitivamente l’attività registica con il cortometraggio documentaristico Vicino al Colosseo… c’è Monti. Nonostante ciò, nel 2010 realizzò La nuova armata Brancaleone, un cortometraggio di protesta contro i tagli alla cultura e all’istruzione del governo, con la collaborazione del compositore Stefano Lentini, di Mimmo Calopresti in veste di sceneggiatore e di Renzo Rossellini come produttore. Il corto venne presentato durante l’Open Day al Cine-Tv Rossellini di Roma il 3 giugno 2010, dove furono presenti diversi giornalisti e politici, e oltre ai professori e ai ragazzi vi partecipò anche lo stesso Monicelli. Nello stesso anno prese parte alla realizzazione del cortometraggio L’ultima zingarata, omaggio al suo Amici miei, in cui reinterpretò il ruolo del professor Sassaroli.
A partire dal 2009, il Bif&st di Bari assegna un Premio intitolato a Mario Monicelli per la migliore regia tra i film del festival.
Vita privata
Tra gli avvenimenti che segnarono di più la sua vita ci fu senz’altro il suicidio del padre, Tomaso Monicelli, noto giornalista e scrittore antifascista, avvenuto nel 1946. A tal riguardo disse:
«Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l’ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l’altro un bagno molto modesto.»
Il 19 aprile 1988, poco dopo la fine delle riprese de I picari, Monicelli ebbe un grave incidente stradale nei pressi di Bracciano. Il regista subì la frattura di entrambi i femori, del bacino, degli avambracci e delle costole, e fu costretto a interrompere le sue attività per diversi mesi.
La sua ultima compagna è stata Chiara Rapaccini, conosciuta quando lui aveva 59 anni e lei 19. Hanno avuto una figlia, Rosa, quando lei ne aveva 34 e lui 74. Nel 2007 dichiarava di vivere da solo, di non sentire la lontananza di figli e nipoti (pur avendoli), di essere da qualche anno un elettore di Rifondazione Comunista e di avere pianto l’ultima volta alla morte del padre, mentre in un’intervista svelava, in particolare, il motivo per cui viveva da solo a 92 anni:
«Per rimanere vivo il più a lungo possibile. L’amore delle donne, parenti, figlie, mogli, amanti, è molto pericoloso. La donna è infermiera nell’animo, e, se ha vicino un vecchio, è sempre pronta ad interpretare ogni suo desiderio, a correre a portargli quello di cui ha bisogno. Così piano piano questo vecchio non fa più niente, rimane in poltrona, non si muove più e diventa un vecchio rincoglionito. Se invece il vecchio è costretto a farsi le cose da solo, rifarsi il letto, uscire, accendere dei fornelli, qualche volta bruciarsi, va avanti dieci anni di più.»
Il 5 dicembre 2009, parlò dal palco del No Berlusconi Day e di fronte ad una piazza gremita pronunciò parole molto dure contro il governo e l’intera classe dirigente. Il 27 febbraio 2010, intervenne ancora una volta a sorpresa durante la manifestazione organizzata dal Popolo Viola contro il Legittimo impedimento. Il 25 marzo 2010, partecipò all’evento Raiperunanotte con un’intervista, nella quale assunse posizioni molto critiche e cupe nei confronti della società contemporanea:
«La speranza è una trappola, è una brutta parola, non si deve dire. La speranza è una trappola inventata dai padroni, di quelli che ti dicono “State buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò adesso state buoni, tornate a casa.” […] Mai avere la speranza, la speranza è una trappola, è una cosa infame inventata da chi comanda.»
«Quello che in Italia non c’è mai stato, è una bella botta, una bella rivoluzione, rivoluzione che non c’è mai stata in Italia… c’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania. Dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, sono 300 anni che è schiavo di tutti.»
Mario Monicelli, dopo essere lungamente stato socialista, fino a prima dell’elezione di Bettino Craxi a segretario (che ha sempre criticato), negli ultimi anni si dichiarava sostenitore di Rifondazione Comunista. Monicelli era ateo.
La morte
Ormai minato da un cancro alla prostata in fase terminale, la sera del 29 novembre 2010, verso le ore 21, Monicelli, a 95 anni, decise di togliersi la vita gettandosi nel vuoto dalla finestra della stanza che occupava nel reparto di urologia, al quinto piano dell’ospedale San Giovanni-Addolorata, dove era ricoverato. Dopo le commemorazioni civili tenutesi nella sua casa romana al Rione Monti e presso la Casa del cinema, il suo corpo venne cremato.(fonte)
[2] Raffaele Cadorna. Nacque a Pallanza (Novara) il 12 sett. 1889 da Luigi e da Giovanna Balbi, crede di una famiglia di illustri tradizioni militari (il padre fu capo di Stato Maggiore dell’esercito nella prima guerra mondiale, e il nonno paterno, Raffaele, comandante delle truppe italiane che entrarono in Roma il 20 sett. 1870). Dopo aver compiuto gli studi classici presso l’Istituto sociale di Torino e il collegio “Rosmini” di Domodossola, frequentò il corso allievi ufficiali di cavalleria presso l’Accademia militare di Modena.
Classificatosi al primo posto nel corso, il 19 sett. 1909 fu nominato sottotenente e inviato al reggimento Lancieri di Firenze. Nel 1911 partecipò alla guerra italoturca e fu con il suo reggimento in Libia. Per il comportamento tenuto nel fatto d’arme di Fonduk-el-Tokar ricevette una medaglia di bronzo al valor militare. Il 19 sett. 1912 fu promosso tenente.
Rientrato in Italia fu per un breve periodo a fianco del padre, divenuto nel 194 capo di Stato Maggiore dell’esercito, ma allo scoppio della prima guerra mondiale fu rimandato al reggimento. Poiché nei primi mesi di guerra la cavalleria era destinata a restare inoperosa, il C. richiese il trasferimento in fanteria per poter essere nei reparti impegnati in combattimento. Fu invece chiamato presso lo Stato Maggiore, ma non gli mancarono in tale ufficio occasioni per compiere ricognizioni al fronte e stare al fianco delle truppe combattenti. Trovandosi in trincee avanzate, il C. diede prova di coraggio al punto da guadagnarsi la promozione a capitano (26 giugno 1916) e tre medaglie d’argento.
Dopo la disfatta di Caporetto, fu vicino al padre, amareggiato per la propria sostituzione al comando dell’esercito. Alla fine della guerra fu a Innsbruck con le truppe italiane che occupavano il Tirolo. Nel maggio 1920 fu inviato a Berlino come membro della Commissione militare interalleata incaricata di controllare l’applicazione da parte della Germania delle clausole militari dei trattato di Versailles.
Durante il soggiorno in Germania ebbe modo di esprimere nelle lettere al padre impressioni e valutazioni sulla situazione tedesca, con interessanti annotazioni sull’insorgente sentimento revanscista tedesco e i primi movimenti reazionari. Significativo è altresì il duro giudizio sull’impresa dannunziana di Fiume, definita “ultimo sudicio episodio di guerra civile, senza senso né costrutto” (lettera del 24 ott. 1920, in La Riscossa, p. 26).
Nel 1924 fece ritorno in Italia e fu quindi al comando di uno squadrone del Savoia cavalleria fino al 1926. Promosso maggiore (31 marzo 1926), prestò servizio presso l’Ispettorato di cavalleria di Roma. Tenente collonnello dal 1° genn. 1929, nel dicembre fu inviato a Praga come addetto militare presso la legazione italiana, dove rimase fino all’ottobre 1934. Al suo rientro assunse il comando di gruppo presso il reggimento Lancieri di Firenze di stanza a Ferrara.
“Fu in questi anni – osserva il Brignoli – che si precisò la scelta politica di Raffaele Cadoma. Fascista, in realtà, non lo era stato mai. Fedele ai valori del Risorgimento, del “regime” non sopportava il pesante e rozzo illiberalismo, l’avventurismo politico, la sostanziale incuria per l’Esercito, la pomposa retorica” (p. 32). Il sentimento di avversione al flascismo maturò anche grazie all’apertura culturale e politica che al C. derivava sia dal lungo soggiorno in altri paesi europei, sia dall’amicizia familiare con illustri esponenti dell’antifmcismo, come Luigi Albertini e Tommaso Gallarati Scotti. A ciò si aggiunga il giudizio negativo del C. sulla politica militare dei fascismo, espresso in occasione della guerra d’Etiopia.
Nominato colonnello (1° sett. 1937), assunse il comando dei reggimento Savoia cavalleria a Milano, continuando a non far mistero della propria avversione al fascismo. Nel gennaio 1941 fu nominato comandante della Scuola di applicazione di cavalleria di Pinerolo. Promosso generale di brigata (1° luglio 1941), il C. non fu destinato al comando di un reparto operativo, presumibilmente per le sue posizioni politiche.
A capo della Scuola, il C. si batté per la motorizzazione della cavalleria e per l’adeguamento dell’arma alle esigenze della guerra moderna, riuscendo ad attuare significative trasformazioni che portarono alla costituzione di unità meccanizzate e corazzate. Nel contempo, l’andamento sfavorevole per l’Italia degli eventi bellici rafforzò nel C. la convinzione che occorresse liquidare al più presto il fascismo. Con tale intento si rivolse agli ambienti della corona, sollecitando in particolare il principe ereditario Umberto.
Nel maggio 1943 fu trasferito a Ferrara al comando della divisione di cavalleria corazzata Ariete. Qui ebbe contatti con esponenti dell’antifascismo che gli si erano rivolti per conoscere l’atteggiamento dell’esercito nei confronti di una eventuale iniziativa volta a provocare la caduta dei regime. Il 25 luglio 1943 colse il C. ancora a Ferrara, ma il mese successivo ricevette l’ordine di trasferirsi con la sua divisione a Roma, dove avrebbe dovuto partecipare alla difesa della capitale dai prevedibili attacchi tedeschi. L’assenza di precise direttive e di un piano coordinato da parte dello Stato Maggiore dell’esercito mise in gravi difficoltà la divisione Ariete allorché, il 9 settembre, si trovò a fronteggiare le truppe tedesche. Dopo l’occupazione di Roma e lo scioglimento della divisione, egli fu ricercato dalla polizia fascista, e iniziò l’azione cospirativa in contatto con il colonnello Montezemolo, comandante dei fronte clandestino militare di Roma.
Per meglio conoscere la consistenza e le prospettive,del movimento di Resistenza in Alta Italia, nel dicembre il C. prese contatti con i rappresentanti del Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia (CLNAI), F. Parri, A. Pizzoni e G. Dozza, e nel giugno 1944, dopo la liberazione di Roma, su richiesta dei CLNAI, il governo Bonomi e gli alleati ne richiesero la presenza nel Nord come consigliere militare del movimento di Resistenza. La notte dell’11 agosto fu paracadutato in Vai Cavallina, nel Bergamasco, dove lo attendeva un distaccamento di Fiamme verdi che lo condusse a Milano.
Sorsero ben presto contrasti sulle funzioni che il C. avrebbe dovuto svolgere, se quella di semplice consigliere militare oppure quella di effettivo comandante del Corpo dei volontari della libertà (CVL). Per la prima ipotesi propendevano i partiti di sinistra, mentre la seconda era sostenuta dai liberali, dal governo di Roma, dagli alleati e dallo stesso Cadorna. Dopo lunghe discussioni fu trovato un accordo: il C. assumeva il comando del CVL affiancato però da due vicecomandanti: l’azionista Parri e il comunista L. Longo.
L’intesa raggiunta non appianò però le divergenze tra il C., sostenitore di una condotta strettamente militare della lotta partigiana, e gli esponenti dei partiti, che rappresentavano la maggioranza delle formazioni in armi e che rivendicavano gli obiettivi eminentemente politici della Resistenza. Nel febbraio 1945, contrario al progetto, sostenuto da comunisti e azionisti, di unificazione delle formazioni partigiane (che secondo lui avrebbe sancito la prevalenza dei partiti sul piano militare), il C. presentò le dimissioni, ritirate al raggiungimento di un nuovo accordo per il quale il comandante del CVL, appoggiato dagli alleati e dal governo, riuscì ad ottenere maggior autonomia nei confronti del CLNAI.
In qualità di comandante dell’esercito partigiano, il C. trattò la resa delle truppe repubblichine. Promosso generale di divisione per meriti di guerra il 5 marzo 1945, dopo la Liberazione venne nominato (4 luglio 1945) capo di Stato Maggiore dell’esercito, la medesima carica che trent’anni prima aveva ricoperto il padre.
Il 1° febbr. 1947, poiché non era stata accolta la sua richiesta per una chiara normativa che gli assegnasse specifiche responsabilità, il C. si dimise, abbandonando anche la carriera militare (il 30 giugno 1949 ebbe però la nomina a generale di corpo d’armata). Fu eletto senatore come indipendente nelle liste della Democrazia cristiana per il collegio della Vai d’Ossola nell’aprile 1948 e confermato nel 1953 e 1958. Abbandonò la vita politica nel 1963 e si ritirò nella sua casa di Pallanza.
Dei suoi scritti militari va ricordato La riscossa. Dal 25 luglio alla Liberazione, Milano 1948.
Il C. morì a Verbania il 20dic. 1973.
Fonti e Bibl.: Atti parlamentari, Senato della Repubblica, legislatura I-III, ad Indices; P. Monelli, Roma 1943, Roma 1945, ad Indicem; R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino 104, ad Indicem; E. Museo, La verità sull’8 settembre 1943, Milano 1965, ad Indiem; E. Piscitelli, Storia della Resistenza romana, Bari 1965, ad Indicem; G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana: settembre 1943 maggio 1945, Roma-Bari 1966, ad Indicem; E. Lussu, Sul Partito d’azione e gli altri, Milano 1968, ad Indicem; Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, I, Milano 1968, ad vocem; W. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino 1970, ad Indicem; L. Valiani-G. Bianchi-E. Ragionieri, Azionisti, cattolici e comunisti nella Resistenza, Milano 1971, ad Indicem; R. Zangrandi, L’Italia tradita. 8 settembre 1943, Milano 1971, ad Indicem; M. S. Davis, Chi difende Roma?, Milano 1973, ad Indicem; M. Salvadori, Breve storta della Resistenza italiana, Firenze 1974, pp. 18, 75, 122 s., 202, 233 s.; P. Spriano, Stona dei Partito comunista italiano, V, Tonno 1975, ad Indicem; F. Parri, Scritti 1915/1975, Milano 1976, ad Indicem; G. Rochat-G. Massobrio, Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943, Torino 1978, pp. 11, 293; A. Gambino, Storia dei dopoguerra, Roma-Bari 1978, ad Indicem; F. Solari, L’armonia discutibile della Resistenza, Milano 1979, ad Indicem; M. Brignoli, R. C. 1889-1973, Roma 1981; N. Amoretti, La relazione Cadorna sull’opera dello Stato Maggiore dell’esercito (8 sett. 1943–31 genn. 1947), Rapallo 1983; V. Ilari, L’alto comando delle forze armate italiane dal 1945 al 1948, in Rivista militare, 1984, n. 2, pp. 103-107, 109, 111, 119-121; I. Pietra, I tre Agnelli, Milano 1985, pp. 9, 13, 112, 131,280.(fonte)
[3] Luigi Cadorna. Nato a Pallanza il 4 sett. 1850, unico figlio maschio del generale Raffaele e di Clementina Zoppi, divenne allievo a dieci anni del Collegio militare di Milano, a quindici dell’Accademia militare di Torino; ne uscì nel 1868 primo classificato e sottotenente nel corpo di Stato Maggiore, e passò subito alla Scuola di guerra, dove rimase fino alla promozione a tenente nel 1870. Prestò servizio in un reggimento di artiglieria da campagna, poi al comando della divisione di Firenze, tenuto allora dal padre; capitano nel 1875, fu trasferito a Roma al comando del corpo di Stato Maggiore, dove fu tra i compilatori di varie monografie sul territorio di confine austriaco, che percorse a piedi. Maggiore nel 1883, fu per tre anni comandante di battaglione nel 62º reggimento di fanteria in Alba, poi fu al comando del corpo d’armata di Verona, agli ordini del generale Pianell, che molto lo stimava e lo volle ancora presso di sé come capo di Stato Maggiore della divisione di Verona. Colonnello nel 1892, il C. comandò per quattro anni il 10º reggimento bersaglieri (a Cremona e poi a Napoli), che egli definì il suo più bel comando fino alla guerra; fu poi capo di Stato Maggiore del corpo d’armata di Firenze, dove prestò servizio sotto Baldissera, il più rinomato dei generali italiani.
In più edizioni, a partire dal 1898 (ricordiamo quella definitiva del 1907, stampata a Napoli), diede alle stampe un libretto sulla tattica e l’istruzione della fanteria, intitolato appunto Istruzione tattica, che nel suo nucleo centrale risaliva a un articolo già pubblicato sulla Rivista militare ital., XXXIII (1888), pp. 5-22. In queste pagine osservava che un movimento offensivo si sarebbe sempre risolto in un attacco frontale, reso costosissimo dalle moderne armi se non ben preparato e condotto; riteneva però che il coordinamento delle varie armi, lo sfruttamento del terreno da parte delle catene di tiratori avanzanti e una fredda determinazione del comandante avrebbero permesso di effettuare con successo anche un attacco frontale. Erano però necessari comandanti autorevoli, quadri affiatati, truppe disciplinate: e appunto all’istruzione dei reparti era dedicata l’ultima parte, in cui si raccomandavano esercitazioni di quadri a partiti contrapposti sul terreno e sulla carta. Il libretto fu assai favorevolmente accolto da esperti ufficiali, fra cui il Baldissera, che ebbe parole di elogio per l’autore. Nel 1902questi pubblicava sulla Rivista militare ital. (XLVII, pp. 1783-1835, 1931-1970, 2131-2181)uno studio Da Weissemburg a Sedan nel 1870, in cui veniva discussa la condotta tattica dei reparti prussiani nella guerra con la Francia.
Maggiore generale nel 1898, il C. comandò per sette anni la brigata Pistoia ad Alessandria e poi all’Aquila; tenente generale nel 1905, ebbe il comando della divisione di Ancona (1905-07) e di quella di Napoli (1907-09).
Nel 1906-08 si poneva il problema di dare un successore al capo di Stato Maggiore dell’esercito, gen. Saletta, ormai anziano, e il nome del C. era fatto da più parti, tra gli altri dal gen. Baldissera che lo propose per tre volte al re che lo aveva chiamato a consiglio. Giocava contro di lui la sua fama di energia senza compromessi e perciò l’8 marzo 1908 il gen. U. Brusati, primo aiutante di campo generale del re, gli scriveva chiedendogli di smentire le voci che gli attribuivano l’intenzione di non accettare controlli di sorta nell’esercizio del comando. Il 9 marzo il C. gli rispondeva di avere acquisito dal padre la convinzione che l’unità di comando fosse assolutamente necessaria alla vittoria; pertanto, poiché il capo di Stato Maggiore era il comandante responsabile dell’esercito, non doveva tollerare intromissioni nella preparazione di pace e ancor più nelle operazioni belliche, pur facendo salva l’autorità formale del sovrano. Con queste parole egli giocava coscientemente le sue probabilità di successo, perché gli ambienti di corte non avrebbero certo rinunciato a ingerirsi negli affari militari. Poco dopo, infatti, apprendeva la nomina all’alto incarico del gen. A. Pollio, che peraltro doveva dare ottima prova.
Nel 1910 il C. assumeva il comando del corpo d’armata di Genova e, due anni più tardi, era designato per il comando della 2a armata in caso di guerra, con sede sempre in Genova. In questo periodo egli si dedicò all’approntamento delle fortificazioni della frontiera con la Francia e allo studio della cooperazione tra fanteria e artiglieria, che gli appariva necessaria per lo sfondamento delle difese nemiche. Nel 1913 veniva nominato senatore del Regno.
Il 6 luglio 1914 una riunione dei comandanti d’armata lo designava come nuovo capo di Stato Maggiore dell’esercito, al posto del gen. Pollio, scomparso immaturamente il 28 giugno. Il 27 luglio egli assumeva l’alto incarico, mentre stava per scatenarsi la successione delle mobilitazioni generali delle nazioni europee che doveva segnare l’inizio della guerra mondiale. Il giudizio del nuovo capo di Stato Maggiore sull’esercito era duro, e in termini ancora più severi egli si espresse nel dopoguerra, parlando di una crisi morale che aggravava la scarsezza di materiali e l’insufficienza dei quadri. Tuttavia egli non esitò a predisporre le operazioni offensive contro la Francia previste dai piani vigenti, che il silenzio del governo gli faceva credere sempre validi. Dopo la dichiarazione di neutralità il C. chiedeva l’immediata mobilitazione generale, che sola poteva mettere l’esercito in condizione di farsi valere: ad essa si oppose il governo, perché tale provvedimento avrebbe quasi inevitabilmente portato a un prematuro intervento. Non cessando di chiedere una politica di forza, il C. dava mano ai provvedimenti più urgenti per l’esercito, ma solo in ottobre, quando Salandra ebbe reso noto il rinvio dell’intervento a primavera, fu possibile impostare una organica preparazione su larga scala.
Il programma Cadorna-Zupelli, attuato dall’ottobre 1914 al maggio 1915, prevedeva la ricostituzione dei reparti dislocati in Libia e in Albania, pari alla forza di circa quattro divisioni, il completamento dell’equipaggiamento e dell’armamento individuale, la trasformazione delle batterie da campagna da sei a quattro pezzi, tutti a deformazione, la creazione di una modesta artiglieria pesante campale e l’ampliamento del parco d’assedio, la nomina di nuovi ufficiali con corsi accelerati (cui si presentarono molti tra gli interventisti). Contemporaneamente il C. chiedeva la mobilitazione industriale del paese per la guerra, con obiettivi per il momento modesti, e curava la riedizione del suo libretto di tattica (pubblicato a Roma), che nel febbraio 1915 fu distribuito a tutti gli ufficiali, col titolo Attacco frontale ed ammaestramento tattico: l’opuscolo univa ottimi principi a una visione dei combattimenti ormai superata, teneva insufficiente conto della guerra in corso (ma non era sempre facile afferrarne la novità anche per gli stessi combattenti) e incoraggiava, oltre le intenzioni dell’autore, un certo schematismo di mosse, che avrebbe giustificato in ufficiali impreparati l’assunzione a dogma del principio dell’attacco frontale anche dopo sanguinosi insuccessi. Il libretto fu molto criticato nel dopoguerra: in realtà, era tutta la dottrina prebellica che si rivelava superata dalla guerra di trincea.
Il 24 maggio 1915 il C. iniziava le operazioni contro le truppe austro-ungariche con trentacinque solide divisioni e un armamento purtroppo inadeguato alle crescenti esigenze della guerra di trincea. Nei trenta mesi in cui tenne il comando dell’esercito il suo comportamento fu rettilineo, ispirato a principî molto chiari e meditati: la necessità di un’assoluta unità di comando che non ammetteva deroghe né controlli, un elevatissimo senso del dovere che tutto sacrificava alla vittoria, la convinzione che il paese dovesse concorrere allo sforzo bellico con una totale adesione alle richieste dell’esercito in uomini e mezzi. L’impostazione strategica della guerra italiana (cui non contribuirono né il re né il governo, secondo la prassi) era semplice: impegnare il maggior numero possibile di divisioni austro-ungariche e distruggerle. Il C. rifiutava cioè di indirizzare lo sforzo italiano su obiettivi territoriali e intendeva progredire oltre l’Isonzo e le Alpi Giulie verso Lubiana, nella direzione più sensibile per il nemico; concentrò quindi le sue forze nel Friuli, ordinando uno schieramento difensivo nel Trentino e permettendo offensive locali nel Cadore e nella Carnia (che però causarono la dispersione delle scarse artiglierie pesanti). A questo piano si attenne anche quando fu evidente che i guadagni territoriali erano limitatissimi e molto costosi e che la guerra si riduceva a logoramento. Egli indirizzò quindi i suoi sforzi a ottenere nuove truppe e soprattutto nuovi materiali bellici, per rinnovare le “spallate” sull’Isonzo (undici battaglie complessive). Né si lasciò distrarre dall’offensiva austro-ungarica del Trentino (maggio 1916), da cui fu sostanzialmente sorpreso. Arrestate le penetrazioni nemiche con truppe tolte alle riserve, ristabilita una linea italiana, il C. concentrava nuovamente le sue forze sull’Isonzo e strappava al nemico Gorizia (agosto 1916), con la vittoria più sentita dall’opinione pubblica. Nel 1917 rinnovava i suoi assalti oltre l’Isonzo, e con truppe più provviste di mezzi riusciva a ottenere successi considerevoli (battaglia della Bainsizza, agosto del 1917) che spingevano l’Austria-Ungheria sull’orlo del collasso.
Assai ampia ed aderente alla situazione era l’impostazione che il C. dava ai rapporti con gli alleati e i teatri secondari d’operazioni. In contrasto con il governo, egli avrebbe voluto ridurre le forze italiane in Libia e Albania e accrescerle in Macedonia, dove potevano rappresentare un reale pericolo per il nemico. Era pure favorevole al più stretto coordinamento con gli eserciti alleati, cercando nel 1915 l’appoggio dei Russi e dei Serbi, scatenando più di una offensiva concordata con gli Anglo-francesi, proponendo nel 1917 il concentramento degli sforzi dell’Intesa contro l’Austria-Ungheria, punto debole della coalizione nemica. Anche in questi progetti fu osteggiato dal governo, legato a una concezione più ristretta della guerra.
La guerra di trincea era guerra di logoramento, e il C. la condusse con un’energia che non ammetteva ostacoli né debolezze, dando mano a una severa selezione dei quadri (furono esonerati 206 generali e 255 colonnelli) e a un ampliamento dell’esercito senza precedenti. I 548 battaglioni di fanteria del 1915 diventavano 867 nel 1917, con un armamento immensamente superiore (per es. 3.000 pezzi di medio calibro invece di 246 e 5.000 di piccolo calibro invece di 1.772).
Tuttavia egli non seppe ottenere il massimo rendimento da questi nuovi mezzi sul campo di battaglia: le truppe furono addestrate solo all’attacco frontale in masse compatte, senza conoscere né avvolgimento né infiltrazione, le grandi unità insufficientemente amalgamate per i continui scambi di reparti e per i siluramenti, trasferimenti e promozioni di alti ufficiali, troppi comandanti giudicati solo sull’energia con cui sapevano ributtare truppe esauste ad un ennesimo assalto. Inoltre il C. chiuso in una aristocratica concezione del dovere, non comprendeva tutte le esigenze molteplici del nuovo esercito formato da milioni di soldati semimprovvisati; egli aveva del combattente e della sua disciplina una concezione troppo rigida e astratta, che lo portava a non curare abbastanza il benessere materiale e morale delle truppe (turni di riposo, vitto e licenze, propaganda sugli scopi di guerra, assistenza alle famiglie, ecc.) e a sospettare mene sovversive e disfattistiche in ogni segno di stanchezza. E così, dinanzi a casi di ribellione o di cedimento di reparti nel 1917, il C. non si soffermava sulla tremenda tensione cui gli uomini erano sottoposti, ma ordinava fucilazioni sommarie e denunciava l’attività dei partiti contrari alla guerra e la debolezza del governo. In realtà, egli era tremendamente solo nella condotta della guerra: il dogma dell’unità di comando lo portava infatti a non volere intorno a sé collaboratori troppo autorevoli, con i quali suddividere le responsabilità, e a non accettare controlli né consigli, neppure quelli assai timidi del re. Al Comando supremo il gen. Porro, sottocapo di Stato Maggiore, era confinato in incarichi secondari e tutto il lavoro gravava su di un pugno di giovani ufficiali, di grande valore, ma privi di autorità ed esperienza, nessuno dei quali aveva comandato un reparto in trincea. Ne derivava l’isolamento del C., privo di contatti con la truppa, non assistito da un adeguato servizio di informazioni, spesso non in grado di assicurare l’esecuzione dei suoi ordini. Si noti infatti che alcuni dei più gravi errori tattici, come la continuazione degli attacchi contro un nemico ormai rinfrancato, avvenivano contro le intenzioni del C., il quale, non disponendo di ufficiali di collegamento e di dipendenti più affiatati, poteva più facilmente esonerare un comandante che controllarne l’operato. In complesso, egli aveva saputo formare un esercito immenso, armarlo con relativa ricchezza e guidarlo con fermezza e fede, ma non comprenderne appieno tutte le debolezze e le caratteristiche e quindi non valorizzarne tutte le risorse.
I rapporti tra Comando supremo e governo, poi, furono male impostati e peggio sviluppati. Prima del conflitto si riteneva inevitabile una netta separazione di responsabilità tra potere politico e potere militare: a questi principi s’ispirarono il C., Salandra, Sonnino, Boselli, anche quando l’estensione crescente dello sforzo bellico ne dimostrava la fallacia. E già si è detto che il piano di guerra venne elaborato senza ingerenze politiche, mentre il patto di Londra e le operazioni oltremare furono condotte senza richiedere né accettare il parere del capo di Stato Maggiore. Questi si veniva quindi confermando nell’opinione che a lui solo spettasse segnalare il fabbisogno dell’esercito in uomini e materiali, e che il governo non dovesse che adeguarvisi; e in realtà la lentezza con cui gli uomini politici responsabili afferravano il carattere totale e le nuove esigenze del conflitto impediva loro di rivendicare l’effettiva direzione della guerra. Nel vuoto di potere si inserì quindi l’azione decisa del C., che diede impulso allo sforzo nazionale e alla mobilitazione industriale esautorando il ministero della Guerra. Contemporaneamente egli impediva al governo qualsiasi ingerenza nella condotta delle operazioni e alle sue spalle sviluppava contatti con elementi politici interventisti, per imprimere più vigoroso ritmo alla preparazione bellica.
Grandi campagne di stampa ne innalzavano la figura, con un’esaltazione sempre meno misurata: la sua posizione poteva così essere travisata al punto che, nell’estate 1917, gli veniva chiesto di capeggiare un colpo di Stato di estrema destra per instaurare una dittatura militare capace di portare alla vittoria. Il C. rifiutava, ma l’episodio non poteva certo migliorare i suoi rapporti col governo. Si alimentava una incresciosa situazione di sfiducia reciproca, che trovava espressione nelle lettere con cui il C. nel giugno-agosto 1917 rigettava sulla debole politica interna di Orlando la responsabilità degli episodi di indisciplina e stanchezza verificatisi tra le truppe.
Il 24 ott. 1917 la 14a armata austrotedesca sfondò le linee italiane, e da Caporetto progredì rapidamente verso la pianura veneta. L’offensiva non giungeva inattesa al Comando supremo, che il 18 settembre aveva diramato istruzioni di massima per il passaggio allo schieramento difensivo; ma assolutamente imprevista fu la rapidità dell’avanzata nemica, che toglieva alle lontane e scarse riserve strategiche italiane la possibilità di un efficace intervento. Senza soffermarsi ad analizzare le molteplici cause del crollo delle linee italiane (in gran parte imputabili ai comandi italiani), il C. attribuì la rotta a uno sciopero militare, a un collasso delle truppe provocato dalla propaganda neutralista, e il 27 ottobre diramò un bollettino (fermato dal governo, ma conosciuto all’estero) in cui si parlava di “mancata resistenza di reparti della 2a armata vilmente ritiratisi senza combattere ed ignominiosamente arresisi al nemico”. Lo stesso giorno telegrafava al presidente del Consiglio: “l’esercito cade non sotto i colpi del nemico esterno, ma sotto i colpi del nemico interno, per combattere il quale ho inviato al governo quattro lettere che non hanno ricevuto risposta”. Contemporaneamente egli esitava a dare l’ordine di ripiegamento, che pure la sorpresa strategica rendeva necessario, e diramava gli ordini relativi solo il 27 mattina. Il ritardo aggravava le condizioni della ritirata, che si svolgeva in crescente disordine. In quei giorni furono confermati i difetti di organizzazione del Comando supremo: il C. si trovò troppo solo, senza informazioni aggiornate sulla situazione (e quindi continuò a credere al collasso di tutta la 2a armata) e senza mezzi per dirigere i movimenti di ritirata (furono perciò possibili gravi insubordinazioni di comandanti, che concorsero ad aumentare le perdite). Ancora il 3 novembre scriveva al presidente del Consiglio: “siamo di fronte ad una insanabile crisi morale”; ma qualche giorno dopo, raggiunto il Piave con l’esercito dimezzato ma ancora valido, egli riprendeva fiducia nei soldati e lanciava l’ordine di resistenza ad oltranza: “nulla è perduto se lo spirito della riscossa è pronto, se la volontà non piega”.
Il suo esonero era però già stato deciso. Il nuovo governo costituitosi il 30 ottobre (Orlando presidente, Alfieri ministro della Guerra) aveva già in animo il provvedimento, più ancora che per la sconfitta (una sostituzione rappresentava un salto nel buio), per la convinzione che col C. non fosse possibile instaurare quella intima collaborazione tra governo e Comando supremo che pareva necessaria. Erano già stati designati Diaz e Giardino col favore del re, ma ogni decisione era stata rinviata nel tempo, per attendere la stabilizzazione del fronte (e quindi il 30 ottobre Orlando telegrafava al C. la sua fiducia). Ma il 6 novembre nel convegno di Rapallo gli Anglo-francesi ponevano come condizione della concessione delle loro truppe la sostituzione immediata del C., cui addebitavano il disordine della ritirata e il cattivo funzionamento del Comando supremo. Il 9 novembre il C. era perciò sostituito con Diaz e nominato membro del Consiglio superiore di guerra interalleato con sede a Versailles. La buona prova del nuovo Comando supremo durante l’ultimo anno di guerra avrebbe finito di comprovare l’opportunità dell’esonero. Accanto ai limiti accennati, è però necessario riconoscere al C. la grandezza della fede, l’ampiezza della visione strategica, la cognizione delle necessità della guerra moderna e infine l’energia con cui condusse due anni e mezzo di sanguinosi combattimenti.
Nel nuovo incarico, accettato solo per senso di dovere, il C. si adoperò con acutezza e larghezza di idee a promuovere una direzione unitaria degli alleati, avendo a colleghi i generali Foch, francese, e Wilson, britannico. Ma il 17 febbr. 1918 fu improvvisamente richiamato in Italia e collocato a disposizione della commissione d’inchiesta nominata dal governo Orlando per far luce sul disastro di Caporetto. Si iniziava così un durissimo periodo in cui il C. sarebbe stato indicato all’opinione pubblica come il principale responsabile della sconfitta e di ogni aspetto doloroso della guerra. Le conclusioni della commissione, apparse a fine luglio 1919, muovevano al C. severe censure, che acquistavano ingiusto risalto dal silenzio con cui si coprivano le responsabilità di altri esponenti militari e politici: e subito nel paese si scatenavano violentissime polemiche di stampa, in cui da entrambe le parti si perdeva il senso della realtà, passando da una vilissima denigrazione dell’ex comandante supremo a una faziosa esaltazione. Con un gesto che implicitamente sanzionava le accuse, nel settembre 1919 il C., che un anno prima era passato in posizione ausiliaria per ragioni d’età, fu collocato a riposo.
Le polemiche non lo indussero a uscire dal suo sdegnoso silenzio, pur se in manifestazioni private egli esprimeva simpatie per i movimenti di ex interventisti. La risposta alle accuse fu affidata ai due volumi di memorie: La guerra alla fronte italiana fino all’arresto sulla linea della Piave e del Grappa (Milano 1921), in cui il C. tracciò con chiarezza e limpido stile la storia del conflitto come egli l’aveva vissuto, senza concedere nulla alle polemiche. Alcuni problemi relativamente secondari, concernenti specialmente i suoi contrasti col governo sui teatri d’oltremare, furono poi trattati nelle Altre pagine sulla guerra mondiale (Milano 1925); meno interessanti le Pagine polemiche (Milano 1950), pubblicate postume dai figli, in cui si ribadiva la versione del C. sulla rotta di Caporetto, facendo risalire pur sempre le maggiori responsabilità al governo e alle truppe. Ricordiamo ancora altre opere storiche, come la biografia del padre (Il gen. Raffaele Cadorna nel Risorgimento italiano, Milano 1922), assai ricca di documentazione, e l’introduzione a Le più belle pagine di Raimondo Montecuccoli, da lui raccolte (Milano 1922). Inoltre il volume di Lettere famigliari (Milano 1967), selezione delle lettere degli anni di guerra curata dal figlio Raffaele.
Negli anni del dopoguerra, smorzatesi le polemiche nel paese, la valutazione della figura e dell’opera del C. continuò a essere contrastata: uno schieramento che andava dai nazionalisti al Corriere della Sera e al Mondo si batteva per una completa riabilitazione, mentre fascisti, giolittiani, popolari e le sinistre concordavano nell’avversare un provvedimento che avrebbe loro suonato come glorificazione della guerra regia e non di popolo. Il 4 nov. 1924 Mussolini volle troncare le discussioni sulla guerra nominando il C. e Diaz marescialli d’Italia; poco prima una sottoscrizione nazionale aveva offerto al C. una villa nella sua Pallanza. Egli riprese una attività pubblica in Senato (dove rientrò il 30 marzo 1925 con un discorso contro il ministro Di Giorgio, che fece riproporre il suo nome per i più alti comandi), nell’esercito e con viaggi all’estero.
Morì il 21 dic. 1928 in Bordighera: gli fu eretto nel 1932 un mausoleo a Pallanza.
Fonti e Bibl.: La bibliografia sul C. è quasi sempre polemica o apologetica e si confonde in gran parte con quella sulla prima guerra mondiale. Manca tuttora una biografia scientificamente condotta; tra le disponibili la migliore è quella di R. Corselli, C., Milano 1937. Per la vita del maresciallo fino al 1914 ci siamo basati sul volume Lettere famigliari, citato, ma abbiamo anche attinto direttamente all’Archivio, Cadorna (gentilmente apertoci dal gen. Raffaele Cadorna). Sulla documentazione tratta da questo archivio si basa lo studio di G. Rochat, L’esercito ital. nell’estate 1914, in Nuova riv. stor., XLV(1961), pp. 295-348. Per la bibliografia sulla guerra rimandiamo all’ampia nota bibliografica del volume di P. Pieri, L’Italia nella prima guerra mondiale, Torino 1965, da consultare anche per un primo inquadramento del periodo. Per un’interpretazione della guerra assai favorevole al C., si veda E. Barone, La storia milit. della nostra guerra fino a Caporetto, Bari 1919, e oggi E. Faldella, La grande guerra, I-II, Milano 1965; fortemente ostile invece: E. Viganò, La nostra guerra. Come fu preparata e come è stata condotta fino al novembre 1917, Firenze 1920. Per la determinazione del ruolo del C., fondamentale è naturalmente: L. Cadorna, La guerra alla fronte italiana, I-II, Milano 1921, che va integrato con R. Bencivenga, Saggio critico sulla nostra guerra, I-V, Roma 1930-38, interessantissimo anche per la ricostruzione dei rapporti tra Comando supremo e governo. Si veda anche L. Cadorna, Altre pagine sulla grande guerra, Milano 1925. Per i rapporti con gli alleati, M. Caracciolo, L’Italia ed i suoi alleati nella grande guerra, Milano 1932; per un esame più minuto degli aspetti militari del conflitto, P. Pieri, La prima guerra mondiale. Problemi di storia milit., Torino 1947; su Caporetto, si veda la bibl. in A. Monticone, La battaglia di Caporetto, Roma 1955. Quanto ai rapporti tra il C. ed il governo, ed in genere alla dimensione politica dell’attività del Comando supremo, difettano studi particolari ed è giocoforza ricorrere alle testimonianze di protagonisti: L. Albertini, Vent’anni di vita politica, parte II, L’Italia nella guerra mondiale, I-III, Bologna 1951-53; A. Salandra, La neutralità ital., Milano 1928, e Id., L’intervento, Milano 1930; O. Malagodi, Conversazioni della guerra, I-II, Milano-Napoli 1960; V. E. Orlando, Memorie, Milano 1960 (altre indicazioni in Pieri, cit.). Per la figura del C., essenziali i volumi tratti dal diario di A. Gatti, Un italiano a Versailles (dicembre 1917-febbraio 1918), Milano 1957, e Caporetto. Dal diario di guerra inedito (maggio-dicembre 1917), Bologna 1964; con gli altri volumi del Gatti e quelli del Lumbroso si entra nell’apologetica. Per il periodo 1918-1928, ci siamo avvalsi ancora del volume Lettere famigliari, già citato, e delle nostre ricerche sulla stampa dell’epoca, riprese nel volume G. Rochat, L’esercito ital. da Vittorio Veneto a Mussolini (1919-1925), Bari 1967. Per i contatti del C. con gruppi di destra nel 1917, cfr. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino 1965, pp. 349 s.; per i suoi orientamenti nel 1919-22, cfr. per es. P. Gorgolini, Cadorna, Mussolini ed il fascismo, in Il Popolo d’Italia, 27 genn. 1929. Sulle prese di posizione del fascismo contrarie ad una riabilitazione del C., cfr. B. Mussolini, Il fante ignoto e C. Adagio, signori!, in Il Popolo d’Italia, 8 nov. 1921, e Il Mondo, 20 maggio 1923, Il comunicato su C., relativo ad un ufficioso commento dell’agenzia Volta. Sulla nomina a maresciallo, cfr. T. Sillani, La riparazione a C.: le opposizioni non centrano, in Rassegna italiana, novembre 1924, p. 680.(fonte)
[4] Tomaso Monicelli. Nacque a Ostiglia, in provincia di Mantova, il 10 febbr. 1883, da Ettore e da Caterina Simonelli, in una famiglia di commercianti ridotta a modeste condizioni economiche.
Appunto per le scarse disponibilità finanziarie dei suoi, nel frattempo trasferitisi a Milano, dopo il conseguimento della licenza ginnasiale, e dopo aver frequentato per un anno l’istituto tecnico per ragionieri, il M. – che pure era particolarmente portato alla scrittura e, nel 1898, aveva vinto un concorso indetto dal settimanale La Farfalla per la pubblicazione di un articolo in morte di Felice Cavallotti – fu costretto ad abbandonare gli studi e a cercarsi un lavoro; dopo qualche impiego saltuario, nel 1903 fu assunto dalla casa editrice Treves con mansioni amministrative.
Nei primi anni del Novecento i suoi precoci interessi letterari si intrecciarono con l’impegno politico, segnatamente con la militanza nel Partito socialista italiano (PSI), nel quale si schierò dapprima con la corrente «intransigente» capeggiata dal conterraneo E. Ferri, quindi con la frazione sindacalista rivoluzionaria, in quegli anni egemone nella Camera del lavoro e nella federazione socialista milanesi, e in particolare con il gruppo guidato da Arturo Labriola, radicato nel capoluogo lombardo.
Collaboratore dell’Avanguardia socialista (dove spesso firmò i suoi articoli con lo pseudonimo «L’homme qui rit») e, in seguito, di altri periodici di area «rivoluzionaria», come Il Divenire sociale e Il Socialismo, il M. fu però tipico esponente d’un socialismo sostanzialmente «massimalista», più che organicamente «sindacalista», e quindi legato all’idea tradizionale d’un PSI inteso quale guida politica del proletariato e delle organizzazioni sindacali; non a caso egli fu – insieme con W. Mocchi, C. Lazzari e G. Marangoni – fra i maggiori rappresentanti del rivoluzionarismo milanese e, nel 1904, fra gli organizzatori del primo sciopero generale nazionale in Italia, rimanendo sempre molto legato a Enrico Ferri.
Nel 1905 il M. si trasferì a Roma, dove divenne redattore dell’Avanti!, diretto appunto da Ferri, e dove, dopo un iniziale avvicinamento alle posizioni di Enrico Leone e dell’Azione diretta romana – più spiccatamente sindacaliste e critiche nei confronti del massimalismo ferriano e dell’avanguardismo milanese – finì con lo schierarsi nettamente con Labriola e Ferri.
Viste le divergenze politiche ormai insanabili all’interno del giornale fra i redattori sindacalisti (oltre a Leone, M. Bianchi, P. Orano e P. Mantica) e il direttore Ferri, il M., pur avendo aderito ufficialmente alla «secessione» sindacalista, continuò tuttavia a collaborare con il giornale, anche se occupandosi prevalentemente di critica letteraria e teatrale. Questo suo atteggiamento, considerato ambiguo e smaccatamente opportunista da molti esponenti sindacalrivoluzionari, soprattutto dal gruppo romano di Leone e Mantica, diede luogo ad aspre polemiche che si riproposero nel 1906 in occasione dell’«appoggio esterno» al ministero Sonnino assicurato dal gruppo parlamentare del PSI e sostenuto esplicitamente dall’Avanti! Anche in questo caso il M., con un articolo apparso il 12 marzo 1906 nel quotidiano socialista, ancora una volta si schierò apertamente con Ferri, attirandosi le velenose critiche di tutti i maggiori esponenti dell’Azione diretta italiana, che parlarono di lui come d’un «rinnegato» e di un «traditore».
In realtà, proprio a partire dal 1905, gli interessi letterari e teatrali del M. occuparono un ruolo sempre più significativo nell’ambito del suo lavoro giornalistico. Già attraverso la collaborazione all’Avanti della Domenica, supplemento settimanale dell’organo ufficiale del PSI, egli era entrato in contatto con personalità significative del giornalismo più specificatamente letterario, quali U. Ojetti e G. Civinini, mentre in quello stesso anno aveva assunto per l’Avanti! la responsabilità della critica teatrale. Di fatto, gli anni dal 1906 al 1913 sono quelli in cui più intensa fu la produzione come autore teatrale del M. – che nel frattempo, nel 1908, aveva lasciato la redazione del quotidiano socialista –, anni durante i quali rappresentò e pubblicò numerosi lavori tra cui i più significativi furono quelli che compongono la cosiddetta trilogia drammatica: Il viandante, Esodo, La terra promessa.
Un’effettiva catalogazione dell’opera drammaturgica del M., compresi gli inediti e le opere non rappresentate, non è stata a tutt’oggi compiuta: il suo primo lavoro rappresentato fu la commedia La sorella minore (Roma, teatro Argentina, 12 febbr. 1906); l’anno seguente andò in scena il primo dramma della trilogia, Il viandante (Milano, teatro Manzoni 24 aprile) rappresentato dalla compagnia Calabresi-Severi (il M. fu sentimentalmente legato all’attrice Elisa Severi, dalla quale ebbe un figlio), che fu insignito con il premio Giacosa da una giuria presieduta da B. Croce; seguirono nel 1908 la commedia Il Bivacco (scritta assieme a R. Forges Davanzati) ed Esodo; fra il 1910 e il 1911, con La terra promessa, fu completata la “trilogia politica”, in cui le motivazioni sociali, i temi della lotta di classe e della crisi del mondo contadino, che determinano lo svolgersi del dramma, risentirono tuttavia dell’influsso del teatro di Ibsen.
Nel 1909 il M. aveva fondato a Milano il settimanale Il Viandante, del quale fu anche direttore. Contestualmente e progressivamente il M. abbandonò le idee socialiste per approdare a concezioni nazionaliste, antigiolittiane e filomonarchiche, caratterizzate da un acceso imperialismo e dall’insofferenza per il “parlamentarismo”.
Non a caso il periodico diretto dal M., in cui scrissero alcune illustri personalità della letteratura italiana, fra cui G. Gozzano, ospitò nel corso del 1909 un dibattito sull’opportunità d’una fusione organica tra sindacalismo e nazionalismo, ipotesi questa caldeggiata nello stesso torno di tempo anche da E. Corradini, oltre che da altri ex sindacalisti rivoluzionari, fra cui R. Forges Davanzati, M. Maraviglia e P. Orano.
Sono degli anni Dieci, inoltre, opere narrative che ebbero larga fortuna editoriale come Il viaggio d’Ulisse (Firenze 1915), la raccolta di novelle Aia Madama (Ostiglia 1912), mentre sempre in quel periodo il M. esordì nella letteratura per l’infanzia con la fiaba Nullino e Stellina (ibid. 1911), stampata nella tipografia di Arnoldo Mondadori, che era sposato con la sorella del M., Andreina.
Direttore, per la casa editrice Mondadori, della collana «La Lampada», il M. sposò nel 1913 Maria Carreri, dalla quale ebbe cinque figli, tra i quali Mario, futuro regista cinematografico. In quegli anni, fra il 1911 e il 1912, si era avvicinato, ma fu per breve tempo, al socialriformismo di Ivanoe Bonomi, anch’egli mantovano d’origine. In occasione della guerra di Libia, il M. fu però su posizioni nettamente interventiste e colonialiste, perciò sempre più organico ai gruppi nazionalisti e in feroce polemica con il fronte anti-interventista, capeggiato all’epoca da Benito Mussolini, conosciuto in precedenza dal M. come collaboratore dell’Avanguardia socialista e con il quale dunque nel 1912 dissentì aspramente.
Negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, il M. pubblicò, fra l’altro, alcune commedie e l’opera nazionalista ed apologetica L’Italia più grande. Come abbiamo conquistato la Tripolitania e la Cirenaica (ibid. 1912). Nel 1913 si trasferì a Bologna, dove collaborò con Il Resto del Carlino. Nominato ben presto caporedattore di questo giornale (del quale divenne direttore nel 1923), allo scoppio della guerra il M. fu nettamente a favore dell’intervento dell’Italia nel conflitto mondiale e rafforzò la sua appartenenza al movimento nazionalista italiano, trasferendosi nuovamente a Roma, città nella quale collaborò assiduamente a L’Idea nazionale (di cui divenne direttore nel 1921 succedendo a Corradini) e al periodico interventista Il Fronte interno.
Nel 1916 il M. combatté sul fronte del Carso con il grado di sottotenente nell’81° reggimento dei Granatieri, distinguendosi in alcune azioni militari per le quali gli verrà conferita un’onorificenza al termine della guerra. Congedato alla fine del 1916, il M. rimase a Udine in qualità di corrispondente per L’Idea nazionale: furono di questi anni alcuni intensi reportage dal fronte, gonfi di retorica patriottica ma in egual misura sensibili alle drammatiche condizioni di vita dei soldati italiani nelle trincee.
Dopo la guerra, il M., che nel 1917 aveva fondato Penombra, la prima rivista italiana di cinema, accrebbe i suoi interessi in questa direzione e nel 1919 scrisse il soggetto del film La casa che brucia.
In quel periodo il M. era particolarmente vicino a Silvio D’Amico ma soprattutto a Gabriele D’Annunzio (con cui era in rapporti epistolari fin dal 1906 e che continuò a frequentare durante gli anni Venti nell’ “esilio” del poeta a Gardone), facendosi perciò sostenitore dell’impresa di Fiume.
Fra il 1921 e il 1923 il M. fu nettamente favorevole al fascismo, e nell’ottobre del 1922 partecipò all’adunata di Napoli, qualche giorno prima della marcia su Roma; proseguì, frattanto, la sua intensa attività giornalistica e culturale, pubblicando la raccolta di novelle Crepuscolo, assumendo la direzione del quotidiano Il Tempo e, insieme con G. Bottai, de Il Giornale di Roma.
È nel 1924 che il suo rapporto con il regime mussoliniano cominciò a incrinarsi, segnatamente dopo il delitto Matteotti, che accelerò l’involuzione totalitaria del fascismo. Il M., che soprattutto in qualità di direttore de Il Resto del Carlino aveva criticato apertamente gli eccessi del regime (in un suo articolo del 2 dicembre 1924 aveva scritto della necessità di «liquidare lo squadrismo, uscire dalla rivoluzione [fascista] per entrare nella legge, e dal partito per entrare nello Stato»), fu attaccato con durezza sulle pagine de L’Assalto, foglio della federazione fascista bolognese; nel 1925 la sede del Resto del Carlino fu devastata da un’azione squadrista, mentre nel corso di quello stesso anno il M. fu costretto ad abbandonare il giornale.
Tra il 1926 e il 1927 fu consigliere d’amministrazione della Società italiana autori editori (SIAE) e direttore dell’Istituto nazionale per la rappresentazione dei drammi di D’Annunzio, e mise in scena insieme con G. Forzano opere come La Figlia di Iorio, Francesca da Rimini e La fiaccola sotto il moggio. A partire dal 1928, tuttavia, il M. fu emarginato dal regime, andando incontro a un pesante isolamento politico e a serie difficoltà economiche. Mantenendo sporadici contatti con l’opposizione antifascista e in particolare con I. Bonomi, tra la fine degli anni Venti e i primi anni Quaranta il M. riuscì a sopravvivere grazie alla parentela con Arnoldo Mondadori e alla benevolenza di Bottai, che gli garantì un impiego presso la casa editrice Rizzoli. Si dedicò sempre più alla traduzione dei classici della letteratura, specialmente francesi, e nel 1945 fu nella rosa dei possibili nuovi direttori del ricostituito Ordine dei giornalisti, ma fu contestato da C. Malaparte e preferì ritirarsi.
Amareggiato da quest’esperienza e in preda a un forte esaurimento nervoso, il M. morì suicida a Roma il 25 maggio 1946.
Fra le opere del M., oltre a quelle citate, si segnalano: La maggiore organizzazione operaia d’Italia: la Camera del lavoro di Milano, s.l. né d.; I miei professori: monologo per signorina, Milano 1899; Come l’Italia andò a Roma: pagine di storia per gli alunni delle scuole elementari, Ostiglia 1911; Signori, signore e signorine… Commediole e passatempi, ibid. 1913; Scintille: corso di letture per le scuole primarie italiane, ibid. 1912 e Roma-Milano 1922; Pagine scelte di Giosue Carducci, Milano 1930; La regina Marmotta, Verona 1956.(fonte)
[5] Andrea Rizzoli (Milano, 16 settembre 1914 – Nizza, 31 maggio 1983) è stato un editore, imprenditore, dirigente sportivo e produttore cinematografico italiano.
Biografia
Infanzia e formazione
Andrea Rizzoli nacque a Milano nel 1914, figlio dell’editore Angelo Rizzoli e di Anna Marzorati. Crebbe in una famiglia che, grazie all’intuizione e all’impegno del padre, stava passando rapidamente dalla modestia delle origini alla guida di una delle maggiori imprese editoriali italiane del Novecento. Frequentò il liceo classico “Cesare Beccaria” di Milano. Fu riformato alla visita militare a causa della forte miopia. Avrebbe voluto iscriversi a giurisprudenza, ma il padre lo volle subito in azienda.
L’ingresso nella Rizzoli
Nel 1933, a 19 anni, iniziò a collaborare nella Rizzoli Editore, allora in forte espansione. Non possedeva un ufficio personale e si divideva tra lo studio del padre e quello di Cesare Zavattini, cui era stato affidato il compito di insegnargli i fondamenti del giornalismo e dell’organizzazione di una redazione. Nel 1936 fu tra i fondatori del giornale umoristico Bertoldo, diretto da Giovanni Mosca e Vittorio Metz e concepito per competere con Marc’Aurelio; tra i redattori figurò anche Giovannino Guareschi.
Primo matrimonio
Nel 1942 sposò Lucia Solmi, dalla quale ebbe tre figli: Angelo (detto “Angelone”), Alberto e Anna Grazia (detta Annina). In seguito la moglie lasciò la casa coniugale portando con sé la figlia minore, interrompendo i rapporti con la famiglia Rizzoli.
Attività nel dopoguerra
Con la fine della seconda guerra mondiale, la casa editrice rilanciò e ampliò le pubblicazioni, con titoli come Oggi (luglio 1945) e Candido (dicembre 1945). Andrea Rizzoli si occupò del risanamento economico dell’Istituto grafico Bertieri, fondato nel 1931 da Raffaello Bertieri e rilevato nel 1941 dalla Rizzoli insieme al personale. In breve riportò i conti in utile, producendo cataloghi e dépliant per grandi realtà industriali (tra cui Montecatini, Pirelli, Edison e il Touring Club Italiano). Nel 1951 lo stabilimento fu incorporato nella società come «Rizzoli Grafica».
Presidenza del Milan
Nell’estate del 1954 diventò presidente dell’A.C. Milan (vicepresidente il cognato Mimmo Carraro), dopo l’acquisto del club da parte del padre. La gestione segnò una stagione di grande successo: già al primo anno arrivò lo scudetto, anche grazie agli innesti di Juan Alberto Schiaffino, Eduardo Ricagni e Cesare Maldini. Con Lorenzo Buffon in porta e il trio svedese Gre-No-Li, il Milan si affermò anche a livello internazionale. Durante la sua presidenza, protrattasi fino al 1963, il club vinse quattro campionati italiani, una Coppa Latina e la Coppa dei Campioni 1963, prima squadra italiana ad aggiudicarsi il trofeo. In quegli anni promosse la costruzione del centro sportivo di Milanello.
L’espansione editoriale e manageriale
Nel 1957 convinse il padre, inizialmente contrario, a introdurre figure dirigenziali nella gestione: la prima fu Franca Matricardi, responsabile amministrativa dei periodici. La svolta più significativa giunse nel 1974, quando acquistò da Giulia Maria Crespi, Angelo Moratti e Gianni Agnelli l’intero pacchetto dell’«Editoriale Corriere della Sera», per un valore superiore ai 50 miliardi di lire, creando un polo mediatico di primaria importanza nel panorama italiano.
Secondo matrimonio
Dal legame con Ljuba Rosa nacque la figlia Isabella (27 giugno 1964 – 19 luglio 1987). Andrea e Ljuba iniziarono a convivere e nel 1973 si sposarono civilmente. Isabella morì suicida nella casa di Monte Carlo.
Produzione cinematografica
Parallelamente all’editoria, attraverso la controllata Cineriz, sostenne la produzione di numerosi film di successo, tra cui Amici miei di Mario Monicelli, rafforzando i legami tra il gruppo Rizzoli e l’industria cinematografica nazionale.
Ritiro e morte
Nel 1978 lasciò la gestione del gruppo al figlio Angelo “Angelone” Rizzoli e si ritirò a vita privata in Costa Azzurra. Morì di infarto il 31 maggio 1983, pochi mesi dopo l’arresto dei figli Angelo e Alberto per bancarotta.(fonte)



