Roma 20 maggio 1942
Carissimo Mario[1],
sta bene: hai ricevuto
tutto a tempo, i pacchi e il
danaro. La fattura del pane
e del bozzolano è personale
abilità della mamma. Speria=
mo che possa continuare a poterti
fare, e mandare dalle Cateratte,
il buon pane settimanale. –
Quando avrai bisogno de=
gli abiti borghesi, scrivi a me;
ché ti farò io il pacco diretta=
mente da Roma; la mamma
ha messo tutto da parte, e so
quindi dove mettere le mani. –
Qui, come immagini bene,
siamo in piena rivoluzione per
la partenza della mamma e di
Giovanna. La casa è sottosopra. –
Ti aspettiamo a Viareggio per
il 15 luglio. Anche Nino sarà
in licenza dal 14 luglio al
1° agosto.
Appena saprò della nostra
eventuale combinazione con
Rizzoli[2] ti avvertirò. Dovrebbe
essere entro il mese.
Avvertimi del tuo nuovo
indirizzo e avverti a Viareggio la
mamma.
Tanti baci da tutti noi, Papà[3]
destinatario
Allievo Ufficiale
Sergente Mario Monicelli
1° Squadrone – 3° Plotone
Scuola di Cavalleria
Pinerolo
CARTOLINA POSTALE
timbro
ROMA NOMENTANO
23-24
20 . V
42. XX
francobollo
CENT. 30
POSTE ITALIANE
Note
vers. eng.
Rome, 20 May 1942
Dearest Mario,
All is well: you received everything on time, the parcels and the money. The bread and bozzolano bill is Mum’s personal skill. We hope she can continue to make it for you and send you good bread every week from Cateratte. When you need civilian clothes, write to me and I will send you a parcel directly from Rome. Mum has put everything aside, so I know where to find it. Here, as you can imagine, we are in the midst of a revolution with Mum and Giovanna leaving. The house is upside down.
We are expecting you in Viareggio on 15 July. Nino will also be on leave from 14 July to 1 August.
As soon as I know about our possible arrangement with Rizzoli, I will let you know. It should be within the month. Let me know your new address and tell Mum in Viareggio. Lots of love from all of us, Dad
[1] Mario Alberto Ettore Monicelli (Roma, 16 maggio 1915 – Roma, 29 novembre 2010) è stato un regista, sceneggiatore e scrittore italiano.
Tra i più celebri registi italiani della sua epoca. Insieme a Dino Risi, Luigi Comencini, Pietro Germi e Ettore Scola, fu uno dei massimi esponenti della commedia all’italiana, che contribuì a rendere nota anche all’estero con film come Guardie e ladri, I soliti ignoti, La grande guerra, L’armata Brancaleone e Amici miei.
Candidato sei volte al premio Oscar (due volte per la migliore sceneggiatura originale, quattro per il miglior film straniero), nonché vincitore di numerosi premi cinematografici. Nel 1991 ricevette il Leone d’oro alla carriera alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Biografia
Le origini
Mario Monicelli nacque a Roma il 16 maggio del 1915 in una famiglia originaria di Ostiglia (in provincia di Mantova). Per lungo tempo, si è ritenuto che la sua città natale fosse Viareggio, finché il critico cinematografico Steve Della Casa, compiendo delle ricerche per la stesura del volume L’armata Brancaleone – Quando la commedia riscrive la storia e per il Dizionario Biografico Treccani, riportò alla luce il fatto di come Monicelli fosse, in realtà, nato a Roma, più precisamente nel rione di Campo Marzio in via della Croce. Sempre secondo Della Casa, pare che Monicelli stesso alimentasse l’equivoco per una sorta di forte affezione verso la città toscana. Il luogo di nascita di Monicelli è stato confermato da Luca Lunardini, sindaco di Viareggio, che ha dichiarato in proposito: “È vero: Mario Monicelli non è nato fisicamente a Viareggio, non risulta iscritto alla nostra anagrafe”, aggiungendo come “Da un punto di vista fisico, materiale, Monicelli non nacque a Viareggio ma a Roma; ma amava talmente tanto Viareggio che considerava questa città il luogo in cui era nata la sua anima, quindi lui stesso. E perciò elesse Viareggio a sua città natale, come riportano tutte le enciclopedie e le biografie sulla base della testimonianza diretta raccontata dall’interessato”. Un’ulteriore conferma è arrivata da Chiara Rapaccini, ultima compagna del regista, che ha confermato in un’intervista come il tutto non fosse altro che “una beffa intenzionale di Mario, più semplicemente qualcuno, all’inizio, aveva scritto che era di Viareggio e lui si è divertito a lasciar correre, anche perché il suo rapporto con Viareggio era fortissimo”, aggiungendo che Roma, come corretto luogo di nascita del regista, fosse riportato anche sul suo passaporto.
Suo padre, Tomaso Monicelli, era un giornalista, direttore de il Resto del Carlino e dell’Avanti! (succedendo a Benito Mussolini), nonché critico teatrale e drammaturgo. Mise fine alla sua vita nel 1946, dopo alcuni fallimenti editoriali, sentendosi isolato dal regime fascista per aver osato criticarlo nei suoi articoli. La madre, Maria Carreri, era una donna molto intelligente, sebbene di pochi studi. Mario aveva tre fratelli: Giorgio fu un traduttore ed editore, Furio fu uno scrittore, e raggiunse un buon successo all’epoca con il romanzo Il gesuita perfetto, mentre Mino, fu giornalista, scrittore e sceneggiatore. Monicelli era inoltre imparentato con la famiglia Mondadori: la sorella del padre, difatti, era la moglie di Arnoldo Mondadori e lo stesso Monicelli racconta di essere stato per molti anni buon amico di Alberto e Giorgio Mondadori.
Monicelli trascorse dunque la sua infanzia a Roma, dove frequentò le scuole elementari. Successivamente, si trasferì con la famiglia a Viareggio ma frequentò il ginnasio e due anni di liceo a Prato, al Convitto Nazionale Cicognini; si stabilì poi a Milano, dove finì la terza liceo e iniziò gli studi universitari. Nel capoluogo lombardo, Monicelli frequentò Riccardo Freda, Remo Cantoni, Alberto Lattuada, Alberto Mondadori e Vittorio Sereni; insieme fondarono, con l’appoggio dell’editore Mondadori, il giornale Camminare, in cui Monicelli si occupava di critica cinematografica. Monicelli raccontò di come, nelle sue critiche, si accanisse molto sui film italiani, mentre, di contro, esaltasse i film americani e francesi, che amava molto, affermando che forse lo faceva per una sua velata forma di antifascismo. Camminare non durò molto poiché il ministero della cultura popolare lo soppresse perché considerato di sinistra.
In seguito, Monicelli fece ritorno in Toscana, dove completò gli studi universitari laureandosi in lettere presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Pisa. Interessato al mondo della celluloide, rimandò continuamente il momento di laurearsi fino alla chiamata alle armi, appena dopo la quale fu laureato poiché, come lo stesso Monicelli affermò, “bastava presentarsi alla laurea vestiti da militari e non occorreva né tesi né altro […] Così è stata la mia laurea, non so nemmeno se è valida”. Nel 1934 girò il suo “primo esperimento cinematografico”, ovvero il cortometraggio Cuore rivelatore, ispirato all’omonima opera di Edgar Allan Poe, insieme ad Alberto Mondadori e Alberto Lattuada, con quest’ultimo in ruolo di scenografo poiché allora studente di architettura. I tre lo inviarono ai Littoriali sperando invano che venisse poi proiettato nei Cineguf; il film venne bollato come esempio di “cinema paranoico”.
L’anno seguente Monicelli fu collaboratore artistico di Alberto Mondadori nel suo primo lungometraggio, I ragazzi di via Pal (1935), tratto dall’omonimo romanzo dell’ungherese Ferenc Molnár, realizzato anch’esso nell’ambito del Cineguf milanese. Il film fu inviato a Venezia alla Mostra per le pellicole a passo ridotto, parallela alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica; I ragazzi della via Paal fece guadagnare ai suoi realizzatori il primo premio e l’opportunità di lavorare nella produzione di un film professionale. Monicelli quindi poté saltare le varie fasi di formazione professionale e fu inviato, assieme a Mondadori, a lavorare come “ciacchista” nella produzione del film di Gustav Machatý Ballerine, che si svolse a Tirrenia.
Si accostò al mondo del cinema grazie all’amicizia con Giacomo Forzano[senza fonte], figlio del commediografo Giovacchino Forzano, fondatore a Tirrenia di moderni studios cinematografici sotto il nome di Pisorno, curiosa fusione dei nomi delle due città, eterne rivali, Pisa e Livorno, che Mussolini progettava di compiere. In questi anni, in Monicelli si andò delineando quel particolare spirito toscano che sarà determinante per la poetica cinematografica delle commedie del regista (molti scherzi della trilogia di Amici miei sono episodi che fanno realmente parte della sua giovinezza).
Subito dopo Ballerine, Monicelli trovò lavoro, sempre come assistente, nel film di Augusto Genina Lo squadrone bianco. In seguito svolgerà il medesimo ruolo di assistente in vari film, tra cui I fratelli Castiglioni di Corrado D’Errico; durante la produzione del film conobbe Giacomo Gentilomo, con cui girò due pellicole, La granduchessa si diverte e Cortocircuito, nelle quali svolse ufficialmente per la prima volta l’incarico di aiuto-regista e anche di cosceneggiatore.
Sotto lo pseudonimo di Michele Badiek nel 1937 diresse il film amatoriale Pioggia d’estate. Il film, in cui Monicelli ebbe il ruolo di regista, sceneggiatore e soggettista, vide la partecipazione di Ermete Zacconi e parte della sua famiglia, dell’apporto di molti amici e di molti concittadini. Egli affermò che questa esperienza fu importante per la sua formazione poiché imparò a “scrivere per il cinema, a girare, a trattare con gli attori […] E, soprattutto, a constatare, quando poi lo rivedevo in proiezione, che quello che mettevo in scena ogni giorno non corrispondeva se non in minimissima parte alle mie aspettative”. Nel frattempo fu anche il segretario dell’attrice spagnola María Mercader, futura moglie di Vittorio De Sica. Nel libro dedicato a Monicelli dalla fondazione Pesaro Nuovo Cinema Onlus, si afferma nella biografia del regista che, dopo la laurea conseguita a Pisa nel 1941, Monicelli venne inviato l’anno seguente a Napoli per essere imbarcato per l’Africa; Monicelli riuscì però a rimandare l’imbarco finché l’8 settembre non gettò l’uniforme e scappò a Roma, dove rimase nascosto.
Nell’opera semi-autobiografica L’arte della commedia, Monicelli raccontò che rimase nell’esercito arruolato nella cavalleria dal 1940 al 1943, cercando di evitare il trasferimento, temendo di essere inviato prima in Russia poi in Africa, finché l’esercito non si disfece; a quel punto scappò a Roma. Rimase nascosto nella capitale fino all’estate del 1944. A Roma frequentò l’Osteria Fratelli Menghi, noto punto di ritrovo per pittori, registi, sceneggiatori, scrittori e poeti tra gli anni quaranta e settanta.
L’esordio ufficiale: il lavoro in proprio e i successi
Nel 1945 Monicelli fu aiuto-regista nel primo film di Pietro Germi, Il testimone. In L’arte della commedia, Monicelli raccontò che tra lui e Germi si instaurò un profondo legame; egli affermò: “Credo di essere stato uno dei pochissimi amici con cui aveva davvero confidenza”. Ad esempio di questo legame Monicelli raccontò di due episodi. Quando Germi entrò in un periodo di crisi dopo la morte della moglie, chiamò Monicelli per dirigere il film che stava preparando (Signore & signori, del 1966), dicendogli che lui non poteva più dirigerlo; a Monicelli piacque molto, ma comunque si rifiutò e incoraggiò Germi a fare il suo film. L’altro esempio è quando Germi, impossibilitato a fare Amici miei per problemi di salute, chiamò Monicelli per dirigerlo.
Nel 1946 Monicelli fu scelto, insieme a Steno, da Riccardo Freda per realizzare la sceneggiatura di Aquila nera. Il film ebbe molto successo e la coppia Monicelli-Steno fu chiamata per scrivere alcune gag e battute per il film Come persi la guerra di Carlo Borghesio, e prodotto da Luigi Rovere; da quel film, Monicelli e Steno formarono una coppia di sceneggiatori. La collaborazione con Steno, che durerà fino al periodo tra 1952 e 1953, produrrà alcune delle commedie più interessanti del dopoguerra; tra queste vi è Guardie e ladri (1951) con Totò, film che al Festival di Cannes conquistò il premio alla miglior sceneggiatura. In L’arte della commedia, Monicelli affermò che il sodalizio tra i due si interruppe esattamente durante la realizzazione dei film Le infedeli e Totò e le donne. Entrambi i film dovevano essere sceneggiati e girati a quattro mani da Steno e Monicelli, ma in realtà quest’ultimo si occupò solamente de Le infedeli poiché si era stancato di fare solo film comici; Steno si occupò invece di Totò e le donne. Tutto questo avvenne senza che i produttori lo venissero a sapere perché altrimenti, racconta Monicelli, non avrebbero dato fiducia alla coppia di registi.
Fu sceneggiatore, insieme a Federico Fellini, anche per film di Pietro Germi: In nome della legge (scritto con Pinelli, Germi e Giuseppe Mangione). Nel 1957 Monicelli vinse il premio al miglior regista del Festival internazionale del cinema di Berlino con Padri e figli. Considerato lo “spartiacque” nella sua carriera, fu I soliti ignoti (1958), film che segnò l’avvio verso la cosiddetta “commedia all’italiana”. L’anno dopo fu la volta di La grande guerra (1959), che vinse un Leone d’oro ad ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini ed ottenne una candidatura all’Oscar al miglior film in lingua straniera. Nel 1963 Monicelli fu autore del film I compagni, che ottenne la seconda candidatura ad un premio Oscar, quello alla migliore sceneggiatura originale. I soliti ignoti, La grande guerra e I compagni sono tra i capolavori del regista viareggino.
I soliti ignoti, del quale Monicelli fu anche sceneggiatore assieme ad Age & Scarpelli e a Suso Cecchi D’Amico, rovesciò per la prima volta la dialettica di Guardie e ladri con la quale lo stesso Monicelli (insieme a Steno che lo affiancò alla regia) aveva impostato fin dal 1951 la rappresentazione del rapporto tra autorità e libertà, tra giustizia togata e semplice sopravvivenza delle classi più umili. Quattro anni dopo, Monicelli ribaltò i ruoli: in Totò e Carolina (1955) Totò non è più un ladruncolo ma un poliziotto, e la censura dell’epoca non prese affatto bene l’ironia intorno alle forze dell’ordine: il film subì pesanti e talvolta inspiegabili tagli, e benché in tempi recenti ne sia stata restaurata la copia originale, continua a essere trasmesso nella versione “epurata” e inquinata da un demenziale titolo di testa imposto dalla censura di allora, francamente insultante anche solo nei confronti del livello attoriale di Totò.
Con I soliti ignoti Monicelli abbandonò quindi la dialettica antagonista tra tutori e trasgressori della legge, rappresentando esclusivamente il lato mite, confusionario e frustrato di un manipolo di aspiranti ladri votati all’insuccesso. La grande guerra, lontano dagli stereotipi classici della commedia, passa da un estremo all’altro del registro tragicomico affrontando un argomento doloroso e complesso come la tragedia della Prima guerra mondiale, ed è impreziosito dalle memorabili interpretazioni di Alberto Sordi e Vittorio Gassman. I compagni, film sulla storia del sindacalismo e, ancor prima, sulla fratellanza tra operai delle fabbriche, è poco noto al grande pubblico ma molto apprezzato dalla critica (con Marcello Mastroianni, Renato Salvatori e Annie Girardot).
Negli anni sessanta Monicelli si dedicò anche a film a episodi: Boccaccio ‘70 (1962), Alta infedeltà (1964) e Capriccio all’italiana (1968), anche se l’episodio da lui diretto in Boccaccio ‘70 fu tagliato dal produttore Carlo Ponti, scatenando la protesta dei registi italiani che decisero quasi tutti di boicottare il Festival di Cannes del 1962, che avrebbe dovuto essere inaugurato appunto da questo film. Ne L’armata Brancaleone (1966) e, con minor efficacia, nel seguito intitolato Brancaleone alle crociate (1970), Monicelli mise in scena un singolare Medioevo tragicomico, costellato dall’uso di un’inedita lingua maccheronica divenuta memorabile nel cinema italiano. Il film del 1966 venne anche selezionato per il festival di Cannes.
Nel 1973 il film Vogliamo i colonnelli fu selezionato per il festival di Cannes. Tra gli altri film di rilievo occorre ricordare La ragazza con la pistola (1968), terza candidatura all’Oscar, Romanzo popolare (1974) e i primi due capitoli della trilogia di Amici miei (1975, 1982) – quello conclusivo (1985) verrà infatti diretto da Nanni Loy. Caro Michele valse per Monicelli l’Orso d’argento al Festival di Berlino nel 1976.
Il film successivo, girato nel pieno degli anni di piombo, ne esprime il dramma ispirandosi a un’opera dello scrittore Vincenzo Cerami: Un borghese piccolo piccolo (1977) è un’opera interamente e profondamente drammatica, estranea alle suggestioni tragicomiche delle opere precedenti e successive come Il marchese del Grillo (1981), che pure si avvale di un’ottima interpretazione dello stesso Sordi. Il marchese del Grillo gli fece vincere l’Orso d’argento per il miglior regista al festival di Berlino del 1982. Negli anni ottanta e novanta, lo sguardo del regista cambiò ancora: dal maschilismo di Amici miei si passa all’esaltazione della donna contenuta nell’opera Speriamo che sia femmina (1986), con cui tornò a ricevere ampi consensi di critica e pubblico. Il successivo Parenti serpenti (1991) presentò nuovamente una caustica rappresentazione del modello familiare attraverso la problematicità dei rapporti tra generazioni, culminante in un finale addirittura tragico e scioccante. Nel 1994 uscì nelle sale il grottesco Cari fottutissimi amici, che vide come protagonista l’attore genovese Paolo Villaggio. La pellicola, presentata al Festival di Berlino nello stesso anno, si aggiudicò un Orso d’argento, nella sezione menzione speciale.
Monicelli si dedicò anche al teatro, sia in prosa che lirico, con alcune felici produzioni, soprattutto negli anni ottanta. Per la televisione produsse il cortometraggio Conoscete veramente Mangiafoco? (1981), con Vittorio Gassman, La moglie ingenua e il marito malato (1989) e Come quando fuori piove (2000), mentre come documentario Un amico magico: il maestro Nino Rota (1999) e vari collettivi. Monicelli si prestò occasionalmente a qualche cameo attoriale, in L’allegro marciapiede dei delitti (1979), Sotto il sole della Toscana (2003), SoloMetro (2007), dando anche la voce al nonno di Leonardo Pieraccioni ne Il ciclone (1996).
È da considerarsi probabilmente il regista che meglio di tutti ha interpretato lo stile e i contenuti del genere della commedia all’italiana. Il suo attore di riferimento è stato Alberto Sordi, da lui trasformato in attore drammatico in La grande guerra e Un borghese piccolo piccolo, ma ebbe anche il merito di scoprire le grandi capacità comiche di due attori nati artisticamente come drammatici, Vittorio Gassman nei Soliti ignoti e Monica Vitti nella Ragazza con la pistola. Il sorriso amaro che accompagna sempre le vicende narrate, l’ironia con cui ama tratteggiare le storie di simpatici perdenti, caratterizzano da sempre la sua opera. Forse non è un caso che molti critici considerino I soliti ignoti il primo vero film della commedia all’italiana, e Un borghese piccolo piccolo l’opera che, con la sua drammaticità, chiude idealmente questo genere cinematografico.
Con l’avanzare dell’età, Monicelli diminuì gradualmente la sua attività ma senza mai fermarsi, grazie ad una forma fisica e mentale sempre buona. A dimostrazione di questo, a 91 anni tornò al cinema con un nuovo film, Le rose del deserto (2006). In occasione della sua uscita, in un’intervista a Gigi Marzullo, confidò di non aver alcuna paura della morte, ma di temere moltissimo il momento in cui avrebbe smesso di lavorare, perché si sarebbe annoiato moltissimo. Nel 2006 partecipa anche al documentario dedicato ad Adolfo Celi, con la regia del figlio Leonardo Celi, Adolfo Celi, un uomo per due culture, dove nel ruolo di se stesso racconta il rapporto artistico con Adolfo. In un’intervista del 2008 dichiarò di aver abbandonato definitivamente l’attività registica con il cortometraggio documentaristico Vicino al Colosseo… c’è Monti. Nonostante ciò, nel 2010 realizzò La nuova armata Brancaleone, un cortometraggio di protesta contro i tagli alla cultura e all’istruzione del governo, con la collaborazione del compositore Stefano Lentini, di Mimmo Calopresti in veste di sceneggiatore e di Renzo Rossellini come produttore. Il corto venne presentato durante l’Open Day al Cine-Tv Rossellini di Roma il 3 giugno 2010, dove furono presenti diversi giornalisti e politici, e oltre ai professori e ai ragazzi vi partecipò anche lo stesso Monicelli. Nello stesso anno prese parte alla realizzazione del cortometraggio L’ultima zingarata, omaggio al suo Amici miei, in cui reinterpretò il ruolo del professor Sassaroli.
A partire dal 2009, il Bif&st di Bari assegna un Premio intitolato a Mario Monicelli per la migliore regia tra i film del festival.
Vita privata
Tra gli avvenimenti che segnarono di più la sua vita ci fu senz’altro il suicidio del padre, Tomaso Monicelli, noto giornalista e scrittore antifascista, avvenuto nel 1946. A tal riguardo disse:
«Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l’ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l’altro un bagno molto modesto.»
Il 19 aprile 1988, poco dopo la fine delle riprese de I picari, Monicelli ebbe un grave incidente stradale nei pressi di Bracciano. Il regista subì la frattura di entrambi i femori, del bacino, degli avambracci e delle costole, e fu costretto a interrompere le sue attività per diversi mesi.
La sua ultima compagna è stata Chiara Rapaccini, conosciuta quando lui aveva 59 anni e lei 19. Hanno avuto una figlia, Rosa, quando lei ne aveva 34 e lui 74. Nel 2007 dichiarava di vivere da solo, di non sentire la lontananza di figli e nipoti (pur avendoli), di essere da qualche anno un elettore di Rifondazione Comunista e di avere pianto l’ultima volta alla morte del padre, mentre in un’intervista svelava, in particolare, il motivo per cui viveva da solo a 92 anni:
«Per rimanere vivo il più a lungo possibile. L’amore delle donne, parenti, figlie, mogli, amanti, è molto pericoloso. La donna è infermiera nell’animo, e, se ha vicino un vecchio, è sempre pronta ad interpretare ogni suo desiderio, a correre a portargli quello di cui ha bisogno. Così piano piano questo vecchio non fa più niente, rimane in poltrona, non si muove più e diventa un vecchio rincoglionito. Se invece il vecchio è costretto a farsi le cose da solo, rifarsi il letto, uscire, accendere dei fornelli, qualche volta bruciarsi, va avanti dieci anni di più.»
Il 5 dicembre 2009, parlò dal palco del No Berlusconi Day e di fronte ad una piazza gremita pronunciò parole molto dure contro il governo e l’intera classe dirigente. Il 27 febbraio 2010, intervenne ancora una volta a sorpresa durante la manifestazione organizzata dal Popolo Viola contro il Legittimo impedimento. Il 25 marzo 2010, partecipò all’evento Raiperunanotte con un’intervista, nella quale assunse posizioni molto critiche e cupe nei confronti della società contemporanea:
«La speranza è una trappola, è una brutta parola, non si deve dire. La speranza è una trappola inventata dai padroni, di quelli che ti dicono “State buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò adesso state buoni, tornate a casa.” […] Mai avere la speranza, la speranza è una trappola, è una cosa infame inventata da chi comanda.»
«Quello che in Italia non c’è mai stato, è una bella botta, una bella rivoluzione, rivoluzione che non c’è mai stata in Italia… c’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania. Dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, sono 300 anni che è schiavo di tutti.»
Mario Monicelli, dopo essere lungamente stato socialista, fino a prima dell’elezione di Bettino Craxi a segretario (che ha sempre criticato), negli ultimi anni si dichiarava sostenitore di Rifondazione Comunista. Monicelli era ateo.
La morte
Ormai minato da un cancro alla prostata in fase terminale, la sera del 29 novembre 2010, verso le ore 21, Monicelli, a 95 anni, decise di togliersi la vita gettandosi nel vuoto dalla finestra della stanza che occupava nel reparto di urologia, al quinto piano dell’ospedale San Giovanni-Addolorata, dove era ricoverato. Dopo le commemorazioni civili tenutesi nella sua casa romana al Rione Monti e presso la Casa del cinema, il suo corpo venne cremato.(fonte)
[2] Andrea Rizzoli (Milano, 16 settembre 1914 – Nizza, 31 maggio 1983) è stato un editore, imprenditore, dirigente sportivo e produttore cinematografico italiano.
Biografia
Infanzia e formazione
Andrea Rizzoli nacque a Milano nel 1914, figlio dell’editore Angelo Rizzoli e di Anna Marzorati. Crebbe in una famiglia che, grazie all’intuizione e all’impegno del padre, stava passando rapidamente dalla modestia delle origini alla guida di una delle maggiori imprese editoriali italiane del Novecento. Frequentò il liceo classico “Cesare Beccaria” di Milano. Fu riformato alla visita militare a causa della forte miopia. Avrebbe voluto iscriversi a giurisprudenza, ma il padre lo volle subito in azienda.
L’ingresso nella Rizzoli
Nel 1933, a 19 anni, iniziò a collaborare nella Rizzoli Editore, allora in forte espansione. Non possedeva un ufficio personale e si divideva tra lo studio del padre e quello di Cesare Zavattini, cui era stato affidato il compito di insegnargli i fondamenti del giornalismo e dell’organizzazione di una redazione. Nel 1936 fu tra i fondatori del giornale umoristico Bertoldo, diretto da Giovanni Mosca e Vittorio Metz e concepito per competere con Marc’Aurelio; tra i redattori figurò anche Giovannino Guareschi.
Primo matrimonio
Nel 1942 sposò Lucia Solmi, dalla quale ebbe tre figli: Angelo (detto “Angelone”), Alberto e Anna Grazia (detta Annina). In seguito la moglie lasciò la casa coniugale portando con sé la figlia minore, interrompendo i rapporti con la famiglia Rizzoli.
Attività nel dopoguerra
Con la fine della seconda guerra mondiale, la casa editrice rilanciò e ampliò le pubblicazioni, con titoli come Oggi (luglio 1945) e Candido (dicembre 1945). Andrea Rizzoli si occupò del risanamento economico dell’Istituto grafico Bertieri, fondato nel 1931 da Raffaello Bertieri e rilevato nel 1941 dalla Rizzoli insieme al personale. In breve riportò i conti in utile, producendo cataloghi e dépliant per grandi realtà industriali (tra cui Montecatini, Pirelli, Edison e il Touring Club Italiano). Nel 1951 lo stabilimento fu incorporato nella società come «Rizzoli Grafica».
Presidenza del Milan
Nell’estate del 1954 diventò presidente dell’A.C. Milan (vicepresidente il cognato Mimmo Carraro), dopo l’acquisto del club da parte del padre. La gestione segnò una stagione di grande successo: già al primo anno arrivò lo scudetto, anche grazie agli innesti di Juan Alberto Schiaffino, Eduardo Ricagni e Cesare Maldini. Con Lorenzo Buffon in porta e il trio svedese Gre-No-Li, il Milan si affermò anche a livello internazionale. Durante la sua presidenza, protrattasi fino al 1963, il club vinse quattro campionati italiani, una Coppa Latina e la Coppa dei Campioni 1963, prima squadra italiana ad aggiudicarsi il trofeo. In quegli anni promosse la costruzione del centro sportivo di Milanello.
L’espansione editoriale e manageriale
Nel 1957 convinse il padre, inizialmente contrario, a introdurre figure dirigenziali nella gestione: la prima fu Franca Matricardi, responsabile amministrativa dei periodici. La svolta più significativa giunse nel 1974, quando acquistò da Giulia Maria Crespi, Angelo Moratti e Gianni Agnelli l’intero pacchetto dell’«Editoriale Corriere della Sera», per un valore superiore ai 50 miliardi di lire, creando un polo mediatico di primaria importanza nel panorama italiano.
Secondo matrimonio
Dal legame con Ljuba Rosa nacque la figlia Isabella (27 giugno 1964 – 19 luglio 1987). Andrea e Ljuba iniziarono a convivere e nel 1973 si sposarono civilmente. Isabella morì suicida nella casa di Monte Carlo.
Produzione cinematografica
Parallelamente all’editoria, attraverso la controllata Cineriz, sostenne la produzione di numerosi film di successo, tra cui Amici miei di Mario Monicelli, rafforzando i legami tra il gruppo Rizzoli e l’industria cinematografica nazionale.
Ritiro e morte
Nel 1978 lasciò la gestione del gruppo al figlio Angelo “Angelone” Rizzoli e si ritirò a vita privata in Costa Azzurra. Morì di infarto il 31 maggio 1983, pochi mesi dopo l’arresto dei figli Angelo e Alberto per bancarotta.(fonte)
[3] Tomaso Monicelli. Nacque a Ostiglia, in provincia di Mantova, il 10 febbr. 1883, da Ettore e da Caterina Simonelli, in una famiglia di commercianti ridotta a modeste condizioni economiche.
Appunto per le scarse disponibilità finanziarie dei suoi, nel frattempo trasferitisi a Milano, dopo il conseguimento della licenza ginnasiale, e dopo aver frequentato per un anno l’istituto tecnico per ragionieri, il M. – che pure era particolarmente portato alla scrittura e, nel 1898, aveva vinto un concorso indetto dal settimanale La Farfalla per la pubblicazione di un articolo in morte di Felice Cavallotti – fu costretto ad abbandonare gli studi e a cercarsi un lavoro; dopo qualche impiego saltuario, nel 1903 fu assunto dalla casa editrice Treves con mansioni amministrative.
Nei primi anni del Novecento i suoi precoci interessi letterari si intrecciarono con l’impegno politico, segnatamente con la militanza nel Partito socialista italiano (PSI), nel quale si schierò dapprima con la corrente «intransigente» capeggiata dal conterraneo E. Ferri, quindi con la frazione sindacalista rivoluzionaria, in quegli anni egemone nella Camera del lavoro e nella federazione socialista milanesi, e in particolare con il gruppo guidato da Arturo Labriola, radicato nel capoluogo lombardo.
Collaboratore dell’Avanguardia socialista (dove spesso firmò i suoi articoli con lo pseudonimo «L’homme qui rit») e, in seguito, di altri periodici di area «rivoluzionaria», come Il Divenire sociale e Il Socialismo, il M. fu però tipico esponente d’un socialismo sostanzialmente «massimalista», più che organicamente «sindacalista», e quindi legato all’idea tradizionale d’un PSI inteso quale guida politica del proletariato e delle organizzazioni sindacali; non a caso egli fu – insieme con W. Mocchi, C. Lazzari e G. Marangoni – fra i maggiori rappresentanti del rivoluzionarismo milanese e, nel 1904, fra gli organizzatori del primo sciopero generale nazionale in Italia, rimanendo sempre molto legato a Enrico Ferri.
Nel 1905 il M. si trasferì a Roma, dove divenne redattore dell’Avanti!, diretto appunto da Ferri, e dove, dopo un iniziale avvicinamento alle posizioni di Enrico Leone e dell’Azione diretta romana – più spiccatamente sindacaliste e critiche nei confronti del massimalismo ferriano e dell’avanguardismo milanese – finì con lo schierarsi nettamente con Labriola e Ferri.
Viste le divergenze politiche ormai insanabili all’interno del giornale fra i redattori sindacalisti (oltre a Leone, M. Bianchi, P. Orano e P. Mantica) e il direttore Ferri, il M., pur avendo aderito ufficialmente alla «secessione» sindacalista, continuò tuttavia a collaborare con il giornale, anche se occupandosi prevalentemente di critica letteraria e teatrale. Questo suo atteggiamento, considerato ambiguo e smaccatamente opportunista da molti esponenti sindacalrivoluzionari, soprattutto dal gruppo romano di Leone e Mantica, diede luogo ad aspre polemiche che si riproposero nel 1906 in occasione dell’«appoggio esterno» al ministero Sonnino assicurato dal gruppo parlamentare del PSI e sostenuto esplicitamente dall’Avanti! Anche in questo caso il M., con un articolo apparso il 12 marzo 1906 nel quotidiano socialista, ancora una volta si schierò apertamente con Ferri, attirandosi le velenose critiche di tutti i maggiori esponenti dell’Azione diretta italiana, che parlarono di lui come d’un «rinnegato» e di un «traditore».
In realtà, proprio a partire dal 1905, gli interessi letterari e teatrali del M. occuparono un ruolo sempre più significativo nell’ambito del suo lavoro giornalistico. Già attraverso la collaborazione all’Avanti della Domenica, supplemento settimanale dell’organo ufficiale del PSI, egli era entrato in contatto con personalità significative del giornalismo più specificatamente letterario, quali U. Ojetti e G. Civinini, mentre in quello stesso anno aveva assunto per l’Avanti! la responsabilità della critica teatrale. Di fatto, gli anni dal 1906 al 1913 sono quelli in cui più intensa fu la produzione come autore teatrale del M. – che nel frattempo, nel 1908, aveva lasciato la redazione del quotidiano socialista –, anni durante i quali rappresentò e pubblicò numerosi lavori tra cui i più significativi furono quelli che compongono la cosiddetta trilogia drammatica: Il viandante, Esodo, La terra promessa.
Un’effettiva catalogazione dell’opera drammaturgica del M., compresi gli inediti e le opere non rappresentate, non è stata a tutt’oggi compiuta: il suo primo lavoro rappresentato fu la commedia La sorella minore (Roma, teatro Argentina, 12 febbr. 1906); l’anno seguente andò in scena il primo dramma della trilogia, Il viandante (Milano, teatro Manzoni 24 aprile) rappresentato dalla compagnia Calabresi-Severi (il M. fu sentimentalmente legato all’attrice Elisa Severi, dalla quale ebbe un figlio), che fu insignito con il premio Giacosa da una giuria presieduta da B. Croce; seguirono nel 1908 la commedia Il Bivacco (scritta assieme a R. Forges Davanzati) ed Esodo; fra il 1910 e il 1911, con La terra promessa, fu completata la “trilogia politica”, in cui le motivazioni sociali, i temi della lotta di classe e della crisi del mondo contadino, che determinano lo svolgersi del dramma, risentirono tuttavia dell’influsso del teatro di Ibsen.
Nel 1909 il M. aveva fondato a Milano il settimanale Il Viandante, del quale fu anche direttore. Contestualmente e progressivamente il M. abbandonò le idee socialiste per approdare a concezioni nazionaliste, antigiolittiane e filomonarchiche, caratterizzate da un acceso imperialismo e dall’insofferenza per il “parlamentarismo”.
Non a caso il periodico diretto dal M., in cui scrissero alcune illustri personalità della letteratura italiana, fra cui G. Gozzano, ospitò nel corso del 1909 un dibattito sull’opportunità d’una fusione organica tra sindacalismo e nazionalismo, ipotesi questa caldeggiata nello stesso torno di tempo anche da E. Corradini, oltre che da altri ex sindacalisti rivoluzionari, fra cui R. Forges Davanzati, M. Maraviglia e P. Orano.
Sono degli anni Dieci, inoltre, opere narrative che ebbero larga fortuna editoriale come Il viaggio d’Ulisse (Firenze 1915), la raccolta di novelle Aia Madama (Ostiglia 1912), mentre sempre in quel periodo il M. esordì nella letteratura per l’infanzia con la fiaba Nullino e Stellina (ibid. 1911), stampata nella tipografia di Arnoldo Mondadori, che era sposato con la sorella del M., Andreina.
Direttore, per la casa editrice Mondadori, della collana «La Lampada», il M. sposò nel 1913 Maria Carreri, dalla quale ebbe cinque figli, tra i quali Mario, futuro regista cinematografico. In quegli anni, fra il 1911 e il 1912, si era avvicinato, ma fu per breve tempo, al socialriformismo di Ivanoe Bonomi, anch’egli mantovano d’origine. In occasione della guerra di Libia, il M. fu però su posizioni nettamente interventiste e colonialiste, perciò sempre più organico ai gruppi nazionalisti e in feroce polemica con il fronte anti-interventista, capeggiato all’epoca da Benito Mussolini, conosciuto in precedenza dal M. come collaboratore dell’Avanguardia socialista e con il quale dunque nel 1912 dissentì aspramente.
Negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, il M. pubblicò, fra l’altro, alcune commedie e l’opera nazionalista ed apologetica L’Italia più grande. Come abbiamo conquistato la Tripolitania e la Cirenaica (ibid. 1912). Nel 1913 si trasferì a Bologna, dove collaborò con Il Resto del Carlino. Nominato ben presto caporedattore di questo giornale (del quale divenne direttore nel 1923), allo scoppio della guerra il M. fu nettamente a favore dell’intervento dell’Italia nel conflitto mondiale e rafforzò la sua appartenenza al movimento nazionalista italiano, trasferendosi nuovamente a Roma, città nella quale collaborò assiduamente a L’Idea nazionale (di cui divenne direttore nel 1921 succedendo a Corradini) e al periodico interventista Il Fronte interno.
Nel 1916 il M. combatté sul fronte del Carso con il grado di sottotenente nell’81° reggimento dei Granatieri, distinguendosi in alcune azioni militari per le quali gli verrà conferita un’onorificenza al termine della guerra. Congedato alla fine del 1916, il M. rimase a Udine in qualità di corrispondente per L’Idea nazionale: furono di questi anni alcuni intensi reportage dal fronte, gonfi di retorica patriottica ma in egual misura sensibili alle drammatiche condizioni di vita dei soldati italiani nelle trincee.
Dopo la guerra, il M., che nel 1917 aveva fondato Penombra, la prima rivista italiana di cinema, accrebbe i suoi interessi in questa direzione e nel 1919 scrisse il soggetto del film La casa che brucia.
In quel periodo il M. era particolarmente vicino a Silvio D’Amico ma soprattutto a Gabriele D’Annunzio (con cui era in rapporti epistolari fin dal 1906 e che continuò a frequentare durante gli anni Venti nell’ “esilio” del poeta a Gardone), facendosi perciò sostenitore dell’impresa di Fiume.
Fra il 1921 e il 1923 il M. fu nettamente favorevole al fascismo, e nell’ottobre del 1922 partecipò all’adunata di Napoli, qualche giorno prima della marcia su Roma; proseguì, frattanto, la sua intensa attività giornalistica e culturale, pubblicando la raccolta di novelle Crepuscolo, assumendo la direzione del quotidiano Il Tempo e, insieme con G. Bottai, de Il Giornale di Roma.
È nel 1924 che il suo rapporto con il regime mussoliniano cominciò a incrinarsi, segnatamente dopo il delitto Matteotti, che accelerò l’involuzione totalitaria del fascismo. Il M., che soprattutto in qualità di direttore de Il Resto del Carlino aveva criticato apertamente gli eccessi del regime (in un suo articolo del 2 dicembre 1924 aveva scritto della necessità di «liquidare lo squadrismo, uscire dalla rivoluzione [fascista] per entrare nella legge, e dal partito per entrare nello Stato»), fu attaccato con durezza sulle pagine de L’Assalto, foglio della federazione fascista bolognese; nel 1925 la sede del Resto del Carlino fu devastata da un’azione squadrista, mentre nel corso di quello stesso anno il M. fu costretto ad abbandonare il giornale.
Tra il 1926 e il 1927 fu consigliere d’amministrazione della Società italiana autori editori (SIAE) e direttore dell’Istituto nazionale per la rappresentazione dei drammi di D’Annunzio, e mise in scena insieme con G. Forzano opere come La Figlia di Iorio, Francesca da Rimini e La fiaccola sotto il moggio. A partire dal 1928, tuttavia, il M. fu emarginato dal regime, andando incontro a un pesante isolamento politico e a serie difficoltà economiche. Mantenendo sporadici contatti con l’opposizione antifascista e in particolare con I. Bonomi, tra la fine degli anni Venti e i primi anni Quaranta il M. riuscì a sopravvivere grazie alla parentela con Arnoldo Mondadori e alla benevolenza di Bottai, che gli garantì un impiego presso la casa editrice Rizzoli. Si dedicò sempre più alla traduzione dei classici della letteratura, specialmente francesi, e nel 1945 fu nella rosa dei possibili nuovi direttori del ricostituito Ordine dei giornalisti, ma fu contestato da C. Malaparte e preferì ritirarsi.
Amareggiato da quest’esperienza e in preda a un forte esaurimento nervoso, il M. morì suicida a Roma il 25 maggio 1946.
Fra le opere del M., oltre a quelle citate, si segnalano: La maggiore organizzazione operaia d’Italia: la Camera del lavoro di Milano, s.l. né d.; I miei professori: monologo per signorina, Milano 1899; Come l’Italia andò a Roma: pagine di storia per gli alunni delle scuole elementari, Ostiglia 1911; Signori, signore e signorine… Commediole e passatempi, ibid. 1913; Scintille: corso di letture per le scuole primarie italiane, ibid. 1912 e Roma-Milano 1922; Pagine scelte di Giosue Carducci, Milano 1930; La regina Marmotta, Verona 1956.(fonte)



