Tunisi, 12-12-1942 – XII –
Miei cari,
approfitto di un brigadiere dei carabinieri, qua di passaggio a
Tunisi e pure di passaggio all’ospedale per un piccolo incidente
capitatogli in macchina, per mandarvi i miei saluti più cari.
Il brigadiere conosce te, papà[1] perché sei stato il famoso coman-
dante di battaglione a Fiume, ieri sera il medesimo mi ha tenuto
molta compagnia ed abbiamo parlato di tutte le cosette di questo
fronte tanto importante.
Io davvero non posso pensare di dover lasciare la mia Africa,
dopo solo un mese che avevo provato la gioia di esservi e per di
più di combattervi tutti i giorni.[2] Avevo in questo mese provato
tutta la bellezza del combattimento, tutta la bellezza dei sacrifi-
zi, quando sono superati con entusiasmo, ed io con i miei carristi[3]
speravamo di avere la buona stella protettrice fino all’ultimo.
Io in verità la buona stella l’ho avuta ugualmente inquanto
oggi dopo solo sei giorni stò benissimo; le ferite di sono cica-
trizzate; solo resta il fatto di un po’ di affanno dopo i movimen-
ti, è l’affare del polmone.
Ma gli stessi medici sono meravigliati del mio stato “Florido”
di salute.
Mi auguro dunque di poter guarire al più presto e rifiutando
la convalescenza ritornare tra i miei carristi come ho già
promesso.
Per la partenza siamo vicini attendo che vi sia il posto in
aereo e mentre fino ad ieri mi volevano portare barellato oggi il
professore mi ha detto che potrò andare anche seduto.
Lo scalo non ve lo so proprio dire ma ad ogni modo mi sarà più
facile avvertirvi. Magari fosse Napoli così sarei più vicino e po-
trei facilmente passare all’ospedale di Bari. Lo scalo potrebbe
essere anche Catania – Trapani o Castelvetrano. Ad ogni modo sia
quello che sia arrivederci dunque a presto baci cari
Romolo[4]
vers. eng.
Tunis, December 12, 1942 – XII –
My dear ones,
I am taking advantage of a Carabinieri brigadier, who is passing through Tunis and also passing through the hospital due to a minor car accident, to send you my warmest regards.
The brigadier knows you, Dad, because you were the famous battalion commander in Fiume. Last night, he kept me company and we talked about all the little things happening on this very important front.
I really cannot bear the thought of having to leave my Africa after only a month of experiencing the joy of being here and, what is more, of fighting here every day. During this month, I have experienced all the beauty of combat, all the beauty of sacrifice when overcome with enthusiasm, and my tank crew and I hoped to have the good fortune to be protected until the very end.
In truth, I did have good luck, because today, after only six days, I am feeling very well; my wounds have healed; the only thing left is a little shortness of breath after movement, which is a lung problem.
But even the doctors are amazed at my “flourishing” state of health.
I therefore hope to recover as soon as possible and, refusing convalescence, return to my tank crew as I have already promised.
We are close to departure. I am waiting for a seat on the plane. Until yesterday, they wanted to transport me on a stretcher, but today the professor informed me that I will be able to travel seated.
I don’t know exactly where we will stop over, but in any case, it will be easier for me to let you know. I wish it were Naples, so I would be closer and could easily go to the hospital in Bari. The stopover could also be Catania-Trapani or Castelvetrano. In any case, whatever it is, goodbye for now, see you soon, kisses, dear ones.
Romolo
Note
[1] Romano dalla Chiesa (Parma, 24 aprile 1891 – Roma, 25 luglio 1978) è stato un generale italiano, vicecomandante generale dell’Arma dei Carabinieri, padre di Romolo, Carlo Alberto dalla Chiesa e Romeo Dalla Chiesa.
Biografia
Nacque a Parma nel 1891 da Romeo dalla Chiesa e Savina Guareschi; si diplomò presso l’Istituto Tecnico locale. Appassionato di Jules Verne, di fede monarchica e veterano di guerra, fu una delle figure emergenti dell’epoca dei Carabinieri Reali.
Nel 1912 fu mandato a Bengasi durante la guerra italo-turca di conquista coloniale della Libia; durante i combattimenti venne ferito due volte in modo grave, ma sopravvisse. Tenente di fanteria all’inizio della Prima guerra mondiale ottenne una medaglia di bronzo al valor militare. Durante il conflitto passò nell’Arma dei Carabinieri. Nel 1917 partecipò alle operazioni militari della campagna d’Albania: il suo corpo di spedizione ebbe il compito mantenere il possesso dello strategico porto di Valona minacciato dalle forze austro-ungariche e bulgare, e di avanzare; nell’agosto 1918, su pressione degli Imperi Centrali, i militari furono costretti a ritirarsi e arroccarsi in difesa nell’area formata da Valona, Fier e Berat. In quella campagna ottenne una Croce di Guerra al Valor Militare.
Nel 1919 si sposò con la piacentina Maria Laura Bergonzi (1897-1986).
Negli anni Venti partecipò in Sicilia alle campagne del Prefetto Cesare Mori contro Cosa nostra. Nel 1930, con il grado di maggiore, era comandante provinciale CC di Agrigento.
Prese parte alla Seconda guerra mondiale, dove ottenne il grado di colonnello. Comandante della Legione Carabinieri di Bari, il 12 settembre 1943, all’indomani dell’armistizio, il Re Vittorio Emanuele III e il governo provvisorio arrivati a Brindisi lo preposero al Comando dei Carabinieri Reali dell’Italia Meridionale, con giurisdizione sulle tre regioni libere (Puglia, Basilicata e Calabria) fino al 15 novembre, quando cedette il comando al generale Giuseppe Pièche. Con la fine della guerra fu promosso generale di brigata.
Nominato generale di divisione, massimo grado raggiungibile allora per un ufficiale dell’Arma, fu vicecomandante generale dei Carabinieri dal 1º marzo al 23 maggio 1955.
Vita privata
Ebbe tre figli: Carlo Alberto (1920), generale dei carabinieri e prefetto; Romolo (1921), anch’egli futuro generale dei carabinieri; Romeo (nato a Livorno il 15 ottobre 1924), futuro dirigente di banca.(fonte)
[2] La battaglia di Tebourba si svolse durante la seconda guerra mondiale sul fronte tunisino dopo i riusciti sbarchi anglo-americani dell’8 novembre 1942 nel Nord Africa francese (Operazione Torch), e rappresentò il momento culminante della cosiddetta “corsa a Tunisi” delle forze alleate per cercare di marciare immediatamente in Tunisia e schiacciare la resistenza delle scarse forze dell’Asse precipitosamente inviate da Hitler a Tunisi e Biserta (Operazione Braun) allo scopo di fermare l’avanzata nemica e costituire un nuovo fronte africano in attesa dell’arrivo dalla Libia dei resti dell’Armata italo-tedesca del feldmaresciallo Rommel.
Dopo alcuni successi iniziali alleati, a partire dal 1º dicembre le forze tedesche, rafforzate dall’arrivo di efficienti reparti corazzati, sferrarono una riuscita controffensiva; le Panzertruppen, molto più esperte e equipaggiate con i nuovi moderni panzer, inflissero una grave sconfitta alle inesperte forze anglo-americane, costringendole a ripiegare, stabilizzando solidamente il fronte tunisino e imponendo una prolungata battuta d’arresto all’avanzata alleata.
Operazione Torch
Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Torch.
L’8 novembre 1942, le forze anglo-americane erano sbarcate di sorpresa in Marocco (a Casablanca) e in Algeria (ad Orano ed Algeri), sfruttando la confusione e le divisioni tra i comandi politico-militari francesi sul posto, in teoria fedeli al regime di Vichy, e conseguendo rapidamente notevoli successi, conquistando tutte le posizioni più importanti e riuscendo ben presto a neutralizzare la resistenza francese, le cui forze in parte si unirono agli alleati per combattere il nemico dell’Asse.
Durante la fase di pianificazione si erano manifestati accesi contrasti tra britannici e americani sugli obiettivi degli sbarchi e la soluzione di compromesso adottata prevedeva uno sbarco sulla costa atlantica del Marocco (come desideravano gli americani) e altri due sbarchi in Algeria (secondo gli intendimenti inglesi). Tuttavia ulteriori sbarchi in forze più a oriente nel Mediterraneo, pericolosamente esposti agli attacchi aerei nemici in partenza dalla Sicilia, erano stati esclusi, e quindi la Tunisia, obiettivo strategicamente decisivo per concludere vittoriosamente la campagna africana, non era stata inclusa nelle aree di sbarco.
Di conseguenza, alla sorprendente notizia degli sbarchi in Nord Africa, Adolf Hitler ed il comando tedesco poterono improvvisare una risposta efficace con l’occupazione della Francia di Vichy e soprattutto con il rapido intervento (fin dall’11 novembre) dei primi reparti aerei e di paracadutisti a Tunisi e Biserta, dopo aver bruscamente esautorato le autorità francesi locali. Quindi nel momento di marciare sulla Tunisia le forze alleate si sarebbero trovate di fronte a forze tedesche deboli numericamente ma molto esperte e combattive, che avrebbero combattuto valorosamente per impedire l’immediata vittoria anglo-americana in Nord Africa.
La corsa a Tunisi
La situazione delle forze dell’Asse in questa fase sembrava veramente compromessa; il 16 novembre il generale Walther Nehring era arrivato (praticamente da solo) a Tunisi per prendere la guida delle scarse forze tedesche e costituire il comando del cosiddetto 90º Corpo d’armata, incaricato della difesa della Tunisia. Le forze disponibili si riducevano a pochi battaglioni di fanteria e soprattutto ai combattivi reggimenti di paracadutisti e di genieri dei colonnelli Walter Barenthin e Walter Koch, e del maggiore Rudolf Witzig (tutti ufficiali molto esperti e combattivi) che a partire dal 17 novembre riuscirono ad estendere la precaria testa di ponte dell’Asse per prevenire l’avanzata alleata.
In pochi giorni, con coraggiose avanzate e dimostrazioni di forza, i reparti tedeschi indussero a ripiegare le deboli forze francesi presenti in Tunisia (al comando del generale Barrè) ed occuparono Sfax, Susa e soprattutto Gabès (da parte dei paracadutisti del colonnello Koch che respinsero gli aviotrasportati americani, con l’aiuto di reparti italiani) e Mateur (da parte dei genieri del colonnello Barenthin). . Anche Majaz al Bab, importante nodo stradale sul fiume Medjerda venne in un primo tempo occupata dagli uomini di Koch, ma, a partire dal 20 novembre, vennero attaccati violentemente dalla Blade force e costretti a ripiegare abbandonando il nodo di comunicazioni.
Nel complesso, tuttavia, le scarse ma esperte forze tedesche riuscirono ad estendere la testa di ponte, a occupare importanti posizioni strategiche e a guadagnare tempo prezioso per permettere l’afflusso di nuovi reparti tedeschi, tra cui una compagnia corazzata al comando del tenente Kahle (la 190ª) e i primi elementi della potente 10. Panzer-Division proveniente dall’Europa.
L’offensiva in forze alleata non ebbe inizio prima del 25 novembre dopo alcune incertezze del generale Anderson che, timoroso di un rafforzamento del nemico, attese il concentramento delle sue truppe e l’arrivo dei rinforzi corazzati americani. Il ritardo favorì indubbiamento il potenziamento dello schieramento tedesco, mentre nel complesso l’attacco alleato venne anche intralciato dalla lunghezza delle linee di comunicazioni, da difficoltà di rifornimento e di movimento delle colonne meccanizzate a causa del tempo molto piovoso e del conseguente deterioramento delle modeste piste nell’aspro terreno roccioso e desertico della dorsale dell’Atlante, e soprattutto da una inattesa superiorità aerea della Luftwaffe che, disponendo di piste molto migliori e più agibili, guadagnò in questa fase il sopravvento sulle aviazioni alleate e intralciò in modo notevole la progressione delle unità anglo-americane.
Nonostante questi problemi, inizialmente gli anglo-americani, disponendo di una netta superiorità numerica e di equipaggiamento (tra cui oltre 200 carri armati contro solo 30 panzer della 190ª compagnia corazzata tedesca al momento disponibili.), ottennero buoni successi. Sulla sinistra, lungo la pista costiera, una brigata (la 36ª) della 78ª Divisione britannica avanzò lentamente verso Mateur, ma incappò nell’abile resistenza del battaglione del maggiore Witzig e il 30 novembre dovette sospendere l’attacco in vicinanza di Djefna; a destra la 11ª brigata britannica, rinforzata con parte del Combat command B americano, raggiunse Majaz al Bab. Nella serata del 25 novembre le forze tedesche del colonnello Koch ripiegarono su ordine del generale Nehring e gli anglo-americani proseguirono su Tebourba (occupata il 27 novembre, dove venne accerchiato un battaglione del colonnello Barenthin) e si avvicinò fino a 20 km da Tunisi nei pressi della località di Djedeida.
Al centro il risultato più spettacolare fu raggiunto dalla Blade force che, rinforzata con elementi corazzati americani, superò l’aspra resistenza della 190ª compagnia corazzata tedesca del tenente Kahle al passo di Chouigui, e proseguì audacemente in avanti. Il 1º battaglione corazzato (equipaggiato con carri leggeri Stuart) del 1º reggimento corazzato americano (al comando del tenente colonnello John K.Waters) avanzò in profondità e la 3ª compagnia del maggiore Rudolph Barlow irruppe nell’aeroporto di Djedeida, seminando il panico e distruggendo oltre 30 aerei dell’Asse. Anche se dopo questa incursione i carri americani si ritirarono, di fronte ad un affrettato sbarramento anticarro organizzato dai tedeschi, abbandonando il terreno conquistato, la situazione preoccupò al massimo il generale Nehring che avvertì la notte del 25 novembre il feldmaresciallo Kesselring (comandante supremo del teatro mediterraneo) del grave pericolo e propose di ripiegare ancora in vicinanza di Tunisi In realtà la situazione alleata non era del tutto favorevole, intralciate dalle difficoltà di comunicazione e dalla superiorità aerea tedesca, le colonne anglo-americane, di fronte all’aspra e crescente resistenza nemica, stavano fermandosi e il 29 novembre il generale Anderson propose al comandante in capo, generale Eisenhower, una pausa per riorganizzare lo schieramento e rafforzare la copertura aerea
Nel frattempo il feldmaresciallo Kesselring, giunto sul posto a Tunisi, spronò Nehring a resistere ed a contrattaccare per cogliere di sorpresa le forze alleate ed espandere la testa di ponte. Erano ora in arrivo le prime tre compagnie corazzate (al comando del capitano Helmut Hudel) della 10. Panzer-Division del maggior generale Wolfgang Fischer (che disponeva in totale di oltre 150 carri armati tra cui oltre 100 Panzer III e 20 Panzer IV) rinforzati da un primo gruppo di cinque carri pesanti Panzer VI Tiger I appartenenti allo Schwere Panzerabteilung 501 del maggiore Hans-Georg Lueder. Le condizioni erano favorevoli e il generale Nehring, rassicurato da Kesselring, si decise infine a passare alla controffensiva.
Contrattacco tedesco
Il piano del generale Nehring non prevedeva di affrontare frontalmente il raggruppamento nemico più pericoloso attestato a Djedeida, ma architettava una vasta manovra a tenaglia, sferrata a nord dai due concentramenti corazzati del Kampfgruppe Hudel e del Kampfgruppe Lueder (assommanti ad una sessantina di carri armati, tra cui tre Tiger) e a sud dal reggimento paracadutisti del colonnello Koch. Le due masse avrebbero marciato su Tebourba per sbloccare i soldati tedeschi del colonnello Barenthin ancora bloccati e accerchiare possibilmente tutte le forze alleate concentrate tra Tebourba e Djedeida (Blade force, Combat Command B e 11ª Brigata britannica).
Il 1º dicembre il generale Nehring diede inizio alla manovra a tenaglia, affidata al comando superiore del comandante della 10. Panzer-Division (generale Fischer), mentre il generale von Broich assumeva il comando delle truppe tedesche impegnate più a nord, a Mateur ed a ovest di Biserta. La controffensiva tedesca iniziò con pieno successo: i paracadutisti del colonnello Koch riuscirono a ricollegarsi con i reparti di Barenthin isolati a Tebourba e proseguirono verso ovest riuscendo a sbarrare la strada tra Tebourba e Majaz al Bab, tagliando fuori in un primo momento le forze alleate.
A nord i due Kampfgruppen corazzati Hudel e Lueder, manovrando a ventaglio, prima colpirono al passo Chouigui la Blade force che, troppo dispersa e colta di sorpresa, venne facilmente sbaragliata e subì pesanti perdite di carri armati; il 1º battaglione del 1º reggimento corazzato americano e il 17/21º Lancieri britannico vennero agevolmente aggirati dai panzer tedeschi e finirono bersagliati dal tiro nemico in un terreno esposto, senza poter reagire. Dopo questa prima vittoria, il capitano Hudel e il maggiore Lueder (dotato anche dei pochi Tiger del veterano capitano von Nolde) proseguirono verso Tebourba respingendo le forze anglo-americane che il 3 dicembre, in grave difficoltà, iniziarono a ripiegare, abbandonando Djedeida per evitare l’accerchiamento. Durante la notte i panzer tedeschi completarono la manovra e rientrarono a Tebourba, evacuata precipitosamente dagli anglo-americani che riuscirono comunque a sfuggire dalla trappola grazie all’intervento di reparti di paracadutisti americani che riaprirono un passaggio e utilizzando una impervia pista lungo le rive della Medjerda che le costrinse ad abbandonare gran parte dei mezzi meccanizzati e del materiale pesante.
Il 5 dicembre i Kampfgruppen Hudel e Lueder, dotati di carri armati più efficienti e di equipaggi molto più esperti e addestrati, raccolsero un bottino di oltre mille prigionieri e contarono oltre 50 carri armati nemici distrutti dall’inizio della battaglia; la 11ª Brigata britannica e la Blade force uscirono decimate da questa prima fase degli scontri. Il comando alleato intendeva, nonostante la sconfitta, rioganizzare le sue forze, portare avanti i rinforzi e riprendere rapidamente l’offensiva, ma venne anticipato dalla nuova manovra del generale Nehring che, sfruttando la favorevole occasione, decise di proseguire subito a sud della Medjerda per puntare su Majaz al Bab.
A Djebel el-Guessa un distaccamento del Combat Command B americano (che aveva già subito perdite a Tebourba) venne sorpreso dai panzer in avanzata; il 6 dicembre il reparto venne sbaragliato e i Kampfgruppen tedeschi respinsero facilmente anche un affrettato contrattacco americano. Questa nuova serie di sconfitte indusse finalmente i comandi alleati a considerare un ulteriore ripiegamento: il generale Charles Allfrey (appena nominato comandante del 5º Corpo d’armata britannico, incaricato di coordinare le operazioni sul campo) decise di abbandonare le posizioni a ovest di Tebourba e ripiegare sulla quota 290 (la cosiddetta Longstop hill, nella terminologia dell’esercito britannico) e ipotizzò anche, insieme al generale Anderson, un ulteriore arretramento fino a ovest Majaz al Bab; Eisenhower respinse questo pessimistico piano, ma la importante quota 290 finì per essere abbandonata in mano tedesca.
Un ultimo fallimento alleato si verificò il 10 dicembre. Un raggruppamento corazzato tedesco costituito da 30 carri armati medi e due Tiger, sfruttando il momento favorevole, proseguì in avanti fino a tre km da Majaz al Bab ma venne a questo punto fermato dal fuoco efficace di una batteria di cannoni francesi e quindi costretto a ripiegare a causa delle difficoltà del terreno reso paludoso dalle piogge e della minaccia di un contrattacco alleato sui fianchi. Ben presto, tuttavia, questo apparente successo alleato si tramutò in disastro a causa dell’inesperienza e della imprevidenza del Combat Command B americano che nell’oscurità, intimorito da voci di un nuovo attacco corazzato tedesco, ripiegò malamente a sua volta lungo una pista resa quasi impraticabile dal fango, finendo per disgregarsi completamente abbandonando 18 carri armati, 41 cannoni e 130 veicoli a motore.
Il gruppo corazzato americano quindi, dopo quest’ultima disavventura, venne completamente scompaginato e i tedeschi poterono consolidare ulteriormente le loro posizioni nella testa di ponte tunisina dopo la piena riuscita del loro contrattacco a Tebourba e Djedeida. Il comando alleato dovette riorganizzare tutto il suo schieramento e rinviare un nuovo tentativo di offensiva decisiva su Tunisi prima al 16 dicembre e poi al 24 dicembre; l’attacco si tramutò in una lenta offensiva contro i capisaldi tedeschi e soprattutto contro la Longstop Hill (denominata dai tedeschi Weihnachtsberg, “monte di natale”) ma, di fronte a forze tedesche molto più consistenti dopo l’arrivo al completo della 10. Panzer-Division e poi della 334. Infanterie-Division, i risultati furono molto deludenti.
Già il 24 dicembre 1942 i generali Eisenhower e Anderson, coscienti delle crescenti difficoltà e della necessità di una riorganizzazione generale delle forze e dei piani, avevano deciso di sospendere definitivamente l’offensiva rinunciando a rigettare immediatamente in mare il nemico. I tedeschi, inizialmente in grande inferiorità numerica, avevano alla fine vinto la “corsa a Tunisi”.
Conseguenze
Durante la battaglia di Tebourba le forze anglo-americane subirono pesanti perdite; la Blade force, il Combat Command B e la 11ª Brigata fanteria britannica furono decimate e oltre 130 carri armati alleati furono distrutti o abbandonati sul campo di battaglia, oltre 1 100 soldati caddero prigionieri, molto materiale fu perduto, almeno 47 aerei furono abbattuti dalla Luftwaffe che mantenne la superiorità aerea locale. Le perdite tedesche furono limitate, i reparti corazzati mostrarono una chiara superiorità tattica e, guidati da abili generali come Nehring e Fischer ed esperti ufficiali, come i capitani Hudel e Nolde e il maggiore Lueder, inflissero gravi sconfitte alle forze corazzate alleate.
I reparti paracadutisti e del genio, impegnati in missioni quasi disperate, eseguirono i loro difficili compiti con grande valore e guadagnarono tempo per permettere l’afflusso dei reparti pesanti appena sbarcati. Il generale Nehring si congratulò con le sue truppe per gli insperati risultati raggiunti. Proprio Nehring, tuttavia, il 9 dicembre venne richiamato da Hitler e sostituito dal generale Hans-Jürgen von Arnim, a causa del suo iniziale cedimento morale del 25 novembre. Il Führer fu prodigo di promesse con Arnim e il suo vice generale Heinz Ziegler e garantì l’afflusso di numerosi nuovi reparti meccanizzati e di abbondanti rifornimenti. Nella realtà le difficoltà logistiche e strategiche locali e il precipitare della situazione sul fronte orientale avrebbero presto vanificato tutte le speranze e Arnim e Rommel, in arrivo dalla Libia, sarebbero stati costretti nei mesi seguenti a combattere con mezzi sempre più limitati contro la schiacciante superiorità alleata, una disperata battaglia difensiva, combattuta coraggiosamente fino alla resa del 13 maggio 1943.
Nel campo alleato durante la battaglia di Tebourba si evidenziarono l’inesperienza e l’inferiorità tattica dei reparti, pur ben equipaggiati e in superiorità di uomini e mezzi; lo stesso Eisenhower giudicò disastrosa la condotta operativa anglo-americana nella prima fase della battaglia tunisina. Tuttavia, dopo la inattesa sconfitta, nei mesi invernali le forze alleate furono notevolmente potenziate e finirono per conseguire la vittoria totale sul fronte africano nella primavera 1943, non senza aver subito nuove sconfitte a gennaio e a febbraio, e solo dopo duri scontri e dopo aver ottenuto una grande superiorità terrestre, navale e aerea.(fonte)
[3] 136a Divisione Corazzata “Giovani Fascisti”
Origini e vicende organiche
Nel 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia, la Gioventù italiana del littorio (GIL) organizzò una marcia dimostrativa, la cosiddetta “Marcia della Giovinezza”: circa ventimila Avanguardisti e membri dei Gruppi Universitari Fascisti, provvisoriamente organizzati in 25 battaglioni, armati con fucile Mod. 91 e pugnale della GIL raggiunsero Padova dopo una marcia di 450 km ed il 10 ottobre vennero passati in rassegna da Mussolini. Alla decisione di sciogliere questi battaglioni seguirono proteste e tafferugli tali che il P.N.F., allarmato, inviò sul posto il Maggiore Fulvio Balisti, già Comandante dei Battaglioni G.I.L Bologna, a sedare la rivolta. La determinazione dei giovani, appoggiati dal Segretario del PNF Ettore Muti, indusse il Comando della GIL a formare tra ottobre e novembre tre battaglioni speciali che vennero inviati ad addestrarsi a Formia, Gaeta e Scauri. Nel corso di un’ispezione al Gruppo, il Generale Taddeo Orlando, avendo osservato un’esercitazione a fuoco, espresse parere positivo al loro impiego e Adelchi Serena, succeduto ad Ettore Muti nella carica di segretario del partito, dopo avere in precedenza bollato seccamente i Giovani Fascisti come “nient’altro che Premilitari” impreparati alla guerra, facendo marcia indietro diede il suo assenso affinché fosse costituita la 301ª Legione CC.NN. d’assalto della MVSN nella quale 12 aprile 1941 il Ministero della Guerra dispose che confluissero i giovani del Gruppo Battaglioni.
La 301ª Legione CC.NN. d’assalto “Primavera” venne ufficialmente costituita il 14 aprile, ma verificato che i giovani non avevano adempiuto agli obblighi di leva e quindi non potevano essere ammessi nella MVSN, già il 18 aprile fu deciso di arruolarli come volontari nel Regio Esercito per formare il “Gruppo Battaglioni “Giovani Fascisti”. Dopo tali contrasti, anche dovuti alla destituzione di Ettore Muti, sostituito da Adelchi Serena nella carica di segretario del Partito Nazionale Fascista, una severa selezione ridusse il numero degli abili all’arruolamento a circa duemila della classe di leva 1922, inquadrati in tre battaglioni: il I Battaglione “Mi scaglio a ruina”, il II “Abbi fede” ed il III “A ferro freddo”. La Milizia ritirò uniformi ed armamenti e i volontari ricevettero l’uniforme grigioverde della fanteria, con fiamme rosse a due punte filettate di giallo (i colori di Roma) con le stellette ed il fez nero degli arditi della prima guerra mondiale come copricapo di specialità. La circolare del 18 aprile protocollo nº 49640, disponeva che ai volontari non fosse concessa la qualifica di “volontari di guerra” e che venissero arruolati come “volontari ordinari” nel Regio Esercito, senza vincoli di ferma, con l’assenso paterno. II Gruppo venne posto al comando dal Tenente colonnello Fernando Tanucci Nannini, il 1º Battaglione al comando del maggiore Fulvio Balisti, il II° Battaglione al comando del Capitano Pietro Baldassari. II 21 aprile il Gruppo prestò giuramento al Re. In realtà non vennero controllati, né la classe, né l’assenso paterno, così nei battaglioni vi erano le classi del 1922, 1923 e 1924, oltre a tre volontari del 1925 ed uno del 1926. Il gruppo, non costituendo Reggimento, non ricevette la Bandiera di combattimento e, stranamente, non vennero mai distribuiti gli elmetti M33: i volontari combatterono per tutta la durata della guerra senza l’elmetto.
Nel luglio 1941 il Gruppo Battaglioni “Giovani Fascisti” venne trasferito a Taranto dove il 27 luglio vennero imbarcati per la Libia il comando di Gruppo con il I ed il II Battaglione, che giunsero in Africa settentrionale, sbarcando a Tripoli il 29 luglio, mentre il III rimaneva in Italia come battaglione deposito e complementi. Dopo lo sbarco il Gruppo venne inviato con compiti di presidio a Homs e Misurata. I battaglioni subirono trasformazioni nell’organico e ricevettero le regolamentari armi di accompagnamento, i cannoni controcarro da 47/32 ed i mortai da 81mm Mod. 35.
Il Gruppo battaglioni “Giovani Fascisti” prese parte alle operazioni di guerra contro gli alleati come parte dell’Armata corazzata italo-tedesca. Venne inizialmente inquadrato (settembre 1941) nel R.E.C.A.M., il Reparto Esplorante Corazzato del Corpo d’Armata di Manovra comandato dal generale Gambara, costituito dalle divisioni “Ariete” e “Trieste”, e prendendo parte alla seconda battaglia di Bir el Gobi all’inizio di dicembre.
Nella battaglia di Bir el Gobi il “Gruppo Battaglioni “GG.FF.” era composto da 1454 uomini, armati di 24 fucili mitragliatori Breda Mod. 30, 12 mitragliatrici Breda Mod. 37, 12 fucili controcarro Maroszek wz. 35 di preda bellica polacca, 6 fucili controcarro Solothurn S-18/1000, 8 cannoni d’accompagnamento da 47/32 Mod. 1935, 8 mortai da 81 mm e due casse di bombe a mano anticarro Pazzaglia. Inoltre a Bir el Gobi vi era un presidio composto da 12 CV33 che furono interrati e usati come bunker, due M13/40, due cannoni 47/32 e due mitragliere da 20 mm Mod. 35.
Bir el Gobi era un importante crocevia per le carovane, nonché ultimo caposaldo della linea dell’Asse nell’entroterra. Per questo motivo i britannici lo reputavano, a ragione, il baluardo da superare per poter aggirare e intrappolare le truppe italo-tedesche e, conseguentemente, liberare le forze alleate che difendevano Tobruk.
La battaglia ebbe inizio il 3 dicembre e durò sino al 7 dicembre. Il Gruppo Battaglioni “GG.FF.” combatté contro l’11ª Brigata indiana e parte della 22ª Brigata guardie, sino a respingerne l’assalto e impedendo così alle forze alleate di raggiungere El-Adem. La mattina del 7 dicembre il nemico tolse l’assedio con l’arrivo di due colonne delle 15ª e 21ª Panzer Division tedesche guidate dal generale Erwin Rommel, che osservando il campo di battaglia ed i carri distrutti, si complimentò con il tenente Milesi facendogli dire dal suo interprete:
«I vostri ragazzi si sono battuti bene, ci vedremo il giorno della vittoria a Berlino.»
I militari del “Gruppo Battaglioni “GG.FF.” nel corso della battaglia furono protagonisti di innumerevoli episodi di valore come i sacrifici del Capitano Barbieri, dei Sergenti Lupo, Naldi e Ravaglia, dei volontari Bilferi, Calvano, Cocchi, Crocicchio, Bolognesi, Guidoni, Meloni, Minarelli, Nulli, Romagnoli, Togni e primo fra tutti il Caporal maggiore Ippolito Niccolini, che, benché ferito, per tre volte riuscì a neutralizzare un carro nemico e sarebbe stato insignito di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Il comandante della Divisione Corazzata GGFF ridotta a “Gruppo” dopo la campagna d’Africa, il colonnello Giacomo Sechi, tenne in scacco le forze inglesi sino alla comunicazione da Roma della resa. Anche il Comandante del Gruppo, Tenente colonnello Tanucci, venne ferito e il Comandante del I° Battaglione “Mi scaglio a ruina”, maggiore Balisti, ferito gravemente alla gamba sinistra, che sarà successivamente amputata, si fece portare in barella nelle postazioni per incitare “i suoi ragazzi”. Le perdite nei Volontari GG.FF. ammontarono a 54 morti con 117 feriti e 31 dispersi. Pesanti sono state le loro perdite inflitte al nemico: due compagnie sono state completamente distrutte, le loro perdite ammontarono a circa 300 morti, 250 feriti, 71 prigionieri; distrutti sei carri armati pesanti, sei leggeri e molti automezzi. Al termine della battaglia il “Gruppo Battaglioni Giovani Fascisti” ripiegò con altre unità italo-tedesche; il Gruppo avendo perso tutti i suoi automezzi, iniziò il ripiegamento a piedi, con alcuni carri della Divisione Ariete, che caricarono i feriti e trainarono i cannoni da 47/32. I “Giovani Fascisti” vennero citati sul bollettino di guerra nº 533. Malgrado la notevole disparità di forze, i “Giovani Fascisti” fecero fallire il piano inglese, che prevedeva di dividere in due lo schieramento italo-tedesco, impedendo così alle forze alleate di raggiungere El-Adem.
Dopo essere entrato a far parte della Divisione “Sabratha”, e aver preso parte ai combattimenti di El Agheila e Marsa El Brega subendo lievi perdite, il Gruppo Battaglioni “GG.FF.” nel marzo 1942 viene inviato a riposo al Villaggio Gioda. Alla fine dello stesso mese il R.E.C.A.M. venne concentrato nel villaggio dove vengono consegnate le decorazioni al valor militare, e viene sciolto e al suo posto venne istituito il R.E.Co., il Raggruppamento Esplorante Corazzato. Presso il Villaggio Gioda il “Gruppo Battaglioni Giovani Fascisti” ricevette visite importanti come quelle del Generale Gambara, dai Marescialli d’Italia Cavallero e Bastico, dove quest’ultimo, passato in rassegna il reparto, consegnò le decorazioni al Valor Militare.
Il 24 maggio 1942, come riconoscimento per il valore dimostrato a Bir el Gobi, per ordine del Duce venne costituita la 136ª Divisione corazzata “Giovani Fascisti”, al comando del generale di divisione Ismaele Di Nisio, nell’ambito della quale il 30 agosto il Gruppo Battaglioni “GG.FF.” divenne Reggimento fanteria “Giovani Fascisti”. A dispetto del nome la divisione non fu mai dotata di veicoli corazzati e gli unici reparti assegnati furono oltre ai due battaglioni di “Giovani Fascisti”, il 136º artiglieria con due carri medi e altrettante autoblindo del Nizza.
Il 22 luglio 1942 la costituenda 136a Divisione “Giovani Fascisti”, passando attraverso Giarabub raggiunse l’oasi di Siwa in Egitto dove avrebbe sostato per quattro mesi. L’oasi era infestata dalla malaria, tanto che il presidio inglese sostava nell’oasi da 15 giorni fino al massimo di un mese. A sostegno della Divisione “Giovani Fascisti” giunsero dall’Italia i complementi del III° Battaglione che sarebbe stato sciolto per integrare le perdite del I° e Il° battaglione.
Siwa rivestiva particolare importanza strategica per azioni difensive contro eventuali attacchi alleati ma anche per azioni offensive come base di partenza per attacchi tendenti a raggiungere l’interno egiziano, in quanto dall’Oasi partivano diverse piste verso Giarabub e la Marmarica ad ovest, mentre le piste ad est avevano ottimi collegamenti con la Valle del Nilo e anche verso la capitale egiziana, Il Cairo. Il reparto venne schierato presso i vari passi e l’artiglieria divisionale attorno l’Oasi. La popolazione locale ha apprezzato il gesto di lasciare sventolare la bandiera egiziana accanto a quella Italiana e venne costituito un Ufficio Affari Civili utilizzando personale egiziano per tenere i contatti con i vari commercianti del luogo.
Il 22 settembre la Divisione venne ispezionata dal Generalfeldmarschall Rommel, che in seguito si intrattenne con le autorità egiziane presenti nell’Oasi. Brevi scontri con pattuglie alleate causarono lievi perdite ma il pericolo più insidioso era la malaria che colpì quasi tutta la guarnigione con circa 800 ricoveri ospedalieri. All’inizio dell’offensiva ad El Alamein nel Reggimento vi fu un crescente malumore per il mancato combattimento inducendo ben 825 volontari a chiedere il trasferimento presso reparti operativi, ma l’Aiutante Maggiore in 1ª annullò tutte le richieste e la Divisione rimase a presidio dell’oasi di Siwa per prevenire manovre di aggiramento da parte degli inglesi.
L’esito sfortunato della battaglia indusse il Comando italiano a far ripiegare la 136ª Divisione. Tra gli episodi da segnalare il 4 novembre 1942 alcuni notabili egiziani espressero il loro dispiacere per il prossimo ritiro del Regio Esercito con il commerciante che riforniva la 136ª Divisione di frutta e verdura presentatosi al Comando per restituire le Lire italiane avute come pagamento delle merci acquistate rifiutò le sterline offertegli in cambio, aggiungendo: “…per me è stato un onore e avervi conosciuti…”.
Il 6 novembre da Siwa, salutate da una parte della popolazione locale le truppe in ritirata con una marcia a piedi di 1200 chilometri attraverso il deserto libico, tra il 16 e il 18 novembre raggiunsero Agedabia evitando l’accerchiamento da parte del nemico ma subendo due attacchi aerei che causarono diversi morti e feriti.
Dopo avere raggiunto Agedabia il Reggimento venne schierato tra Marsa El Brega ed El-Agheila per poi ripiegare, sempre combattendo, a En Nufilia dove presso l’Ara dei Fileni incontrò il 4 dicembre i Volontari del III° Battaglione “A ferro freddo” (provenienti da aeroporto di Galatina/Brindisi) che venne subito sciolto per reintegrare le perdite del I° e del II° battaglione. Il Reggimento proseguì poi il suo dispiegamento assestandosi tra Buerat e Gheddaia dove si svolsero degli scontri con il XXX Corpo d’armata britannico lasciando due compagnie in retroguardia che si riunirono a nord di Tarhuna dove avvennero brevi combattimenti con la 7ª Divisione corazzata inglese e la 2ª Divisione Neozelandese.
Nel dicembre 1942, la divisione, dopo avere inquadrato nei suoi ranghi l’8º Reggimento bersaglieri della disciolta 132ª Divisione corazzata “Ariete”, il III Battaglione dei “Giovani Fascisti” e altri reparti di supporto. Il 25 gennaio 1943, abbandonata la Libia la 136ª Divisione, denominata dl 24 febbraio anche col nuovo nome di Bersaglieri d’Africa, superato il confine con la Tunisia partecipò a tutte le fasi della campagna fino alla resa in Tunisia, dove fu l’ultima unità militare italiana ad arrendersi il 13 maggio 1943.
All’inizio del 1943 la 136ª Divisione, posta al comando del Generale di Divisione Nino Sozzani insieme alla 101ª Divisione motorizzata “Trieste” venne inquadrata nel XX Corpo d’armata, comandato dal generale Taddeo Orlando in seno alla 1ª Armata al comando del Generale Messe, assumendo finalmente una effettiva configurazione organica divisionale, sia pur motorizzata e non corazzata.
La Divisione partecipò a tutta la Campagna di Tunisia, con gli episodi della Battaglia di Médenine lungo la Linea del Mareth, quella dell’Uadi Akarit (marzo-aprile 1943), finché venne infine schierata sulla linea di Enfidaville, dove combatté fino all’ordine generale di resa di tutte le forze d’Africa.
Nel periodo febbraio-marzo 1943 le truppe italo-tedesche si attestarono lungo l’ex linea fortificata del Mareth costruita dai francesi per contrastare un eventuale attacco italiano ed in parte smantellata a seguito della resa francese. Il Generale Messe, comandante della 1ª Armata in data 8 febbraio, richiese allo Stato Maggiore di inviare due battaglioni di bersaglieri, proponendo di cambiare il nome della Divisione “Giovani Fascisti” in Divisione “Bersaglieri d’Africa”, avendo incorporato l’8º Reggimento bersaglieri, mentre il Reggimento “Giovani Fascisti” ormai ridotto a 500 volontari avrebbe potuto chiamarsi Battaglione d’assalto “Giovani Fascisti”, ma il Comando in data 13 marzo, comunicava che i due battaglioni bersaglieri erano stati inviati ad un altro fronte e la Divisione e il Reggimento “Giovani Fascisti” non cambiarono mai nome.
Dal 17 al 30 marzo il Reggimento combatte contro la 50ª Divisione di fanteria britannica, lungo la linea del Mareth occupando e rioccupando alcune posizioni perdute, tra cui il caposaldo “Biancospino”, ripiegando per evitare l’accerchiamento lungo la linea del Wadi Akarit-Chotts dove tra il 5 e il 6 aprile si svolsero combattimenti con lievi perdite, che costrinsero ancora una volta le truppe italo-tedesche al ripiegamento su Enfidaville in quella che sarà l’ultima linea di resistenza. La prima battaglia di Enfidaville combattuta dal 19 al 30 aprile 1943 ebbe inizio con un attacco massiccio dal cielo e da terra. Alle prime luci dell’alba del 25 aprile, giorno di Pasqua, la 6ª Brigata Neozelandese con elementi della 167ª Brigata Guardie Inglese attaccano tutto il settore tenuto dai Volontari “Giovani Fascisti”, con violenti combattimenti particolarmente sulla quota 141, tenuta dalla 2ª Compagnia, persa due volte ma riconquistata con violenti a corpo a corpo all’arma bianca con gravi perdite da entrambe le parti. Sul campo di battaglia alla fine verranno contati circa 150 nemici caduti, mentre le perdite del Reggimento tra morti, feriti e dispersi ammonteranno a 156. Molti gli episodi di valore, tra tutti quello del Volontario Stefano David il quale, ferito e catturato dal nemico, sospinto dalle baionette inglesi con lo scopo di penetrare nelle linee dei “Giovani Fascisti”, giunto nelle vicinanze delle postazioni dei commilitoni e vedendo che questi gli andavano incontro per aiutarlo, trovò la forza per rialzarsi e gridare: “2ª Compagnia fuoco! Sono nemici! “, cadendo falciato assieme ai nemici e venendo poi per questo decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Il 29 aprile la quota 141 venne definitivamente riconquistata dai volontari della 3ª Compagnia, che alla fine del combattimento si ridusse a soli 20 uomini. Ai combattimenti, al comando di una compagnia prese parte il Capitano Mario Niccolini già Aiutante Maggiore di 1ª del comandante Gruppo Battaglioni “Giovani Fascisti” tenente colonnello Fernando Tanucci Nannini e fratello di Ippolito Niccolini, caduto a Bir el Gobi.
Dal 9 al 13 maggio del 1943 venne combattuta la seconda battaglia di Enfidaville, ma nonostante l’impari lotta quota 141, sempre teatro di cruenti scontri, rimase saldamente in mano ai “Giovani Fascisti”, ora agli ordini del generale Guido Boselli. Il 10 maggio la 90ª Divisione tedesca si arrese e i volontari occuparono le postazioni abbandonate dai tedeschi continuando a combattere e l’11 maggio la Divisione “Giovani Fascisti” è citata sul bollettino di guerra nº 1081; il 12 maggio, giorno in cui da Roma giunse l’ordine di resa, su tutto il fronte, Quota 141, presidiata dai “Giovani Fascisti” era l’unico punto in cui si continuava a combattere.
Il 13 maggio con la resa delle truppe italo-tedesche in Tunisia, il Reggimento veniva sciolto come tutti gli altri reparti catturati e il generale Messe, comandante della 1ª Armata nominato Maresciallo d’Italia il giorno precedente da Mussolini quando venne dato l’ordine di resa da Roma, venne fatto prigioniero dal generale dell’esercito neozelandese Bernard Freyberg e tradotto, unitamente al suo capo di stato maggiore, generale Mancinelli, al cospetto di Montgomery e successivamente insieme ad altri importanti ufficiali arrestati portato in una villa, a Wilton Park, in Inghilterra gestita dal servizio segreto, dove gli ufficiali italiani furono interrogati direttamente e sollecitati a parlare, e le loro conversazioni registrate per verificare il loro stato d’animo allo scopo di selezionare i militari da far ritornare in Italia agli ordini degli Alleati.
Il 136º Reggimento “Giovani Fascisti” venne sciolto ufficialmente su ordine del Ministero della Guerra nei giorni successivi alla destituzione di Mussolini del 25 luglio. Molti dell’XI Battaglione, formato da reduci e feriti, e le reclute del IV Battaglione, costituito a Macchia Madama, ma che non fu mai operativo, vennero arruolati nel 10º Reggimento arditi, dove andarono a formare la 133ª Compagnia terrestre e nella Divisione “Sassari”.
Campagne di guerra
Guerra 1940-43
1941-42 – Africa Settentrionale: Libia, Tunisia
Unità maggiori
Il 136º Reggimento fanteria “Giovani Fascisti” era così composto:
1942
Comando
I Battaglione “Mi scaglio a ruina”
II Battaglione “Abbi fede”
8º Reggimento bersaglieri
136º Reggimento artiglieria
XXV Battaglione genio
53ª Sezione sanità
105ª Sezione CC.RR.
45º Ufficio posta militare
1943
Reggimento fanteria “Giovani Fascisti”
I Battaglione “Mi scaglio a ruina”
II Battaglione “Abbi fede”
8º Reggimento bersaglieri
V Battaglione bersaglieri motorizzato
XII Battaglione bersaglieri motorizzato
X Battaglione “M” CC.NN. A.S.
II Battaglione armi accompagnamento
IX Battaglione fanteria autonomo
136º Reggimento artiglieriaXIV Gruppo artiglieria su autocannoni da 65/17 su Morris CS8
XV Gruppo artiglieria su autocannoni da 65/17 su Morris CS8
XVI Gruppo artiglieria su autocannoni da 75/27 su Fiat-SPA TL37
XVII Gruppo artiglieria su autocannoni da 100/17 su Lancia 3Ro
88ª Batteria artiglieria contraerea da 20/65 Mod. 35
III Gruppo squadroni corazzato “Cavalleggeri di Monferrato” su AB41
IV Battaglione controcarro autocarrato “Granatieri di Sardegna”
XXV Battaglione misto genio
Campagne di guerra (1940-1943)
Area di operazioni
1941-42
Africa settentrionale
Comandanti (1940-1943)
Gen. B. Ismaele di Nisio (24 maggio-21 novembre 1942)
Gen. D. Nino Sozzani (22 novembre 1942-12 aprile 1943)
Gen. D. Guido Boselli (13 aprile-13 maggio 1943)(fonte)
[4] Romolo dalla Chiesa (Saluzzo, 1921 – Roma, 20 aprile 2012) è stato un generale italiano dei Carabinieri, fratello di Carlo Alberto dalla Chiesa.
Biografia
Figlio di Maria Laura Bergonzi e del generale Romano dalla Chiesa, che fu vicecomandante generale dei Carabinieri, e fratello di Carlo Alberto e Romeo. Dopo essere stato assegnato ai carristi al termine dell’accademia militare di Modena dove era entrato nel 1940 con l’83º Corso “Rex” quale ufficiale di Fanteria, specialità carristi. Nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, è decorato della medaglia d’argento al valor militare, per le sue azioni quale comandante di plotone in una compagnia del CCCXVI battaglione semoventi controcarri da 47/32 in Tunisia nel novembre 1942 con la seguente motivazione:
Nel dopoguerra anche lui poi intraprese la carriera nell’Arma dei Carabinieri. Negli anni Sessanta è al Sifar. Vicino al generale Giovanni de Lorenzo, è implicato nel piano Solo. Nominato colonnello, nel 1964 è capo di stato maggiore della divisione Ogaden di Napoli, che ha giurisdizione per tutta l’Italia meridionale.
Nel 1965 comanda il 4º Reggimento carabinieri a cavallo. Poi passa al comando della Legione Carabinieri del Lazio.
Da generale di brigata comandò l’VIII brigata Bari e la Brigata scuole carabinieri. Nel 1981 il suo nome comparve nella lista degli appartenenti alla P2; in quel momento era in servizio al Comando generale dell’Arma.
Nominato generale di divisione, comandò la Divisione Ogaden.(fonte)
Onorificenze
Medaglia d’argento al valor militare – nastrino per uniforme ordinaria
Medaglia d’argento al valor militare
«DALLA CHIESA Romolo, di Romano e di Bergonzi Maria Laura, da Saluzzo, sottotenente CXXXVI battaglione contro carri divisionali da 47/32. Comandante di plotone semoventi controcarri, dava nelle azioni iniziali della campagna di Tunisia, costante prova di ardimento e di perizia. Ricevute disposizioni per il contrattacco, procedeva alla ricognizione del terreno e del nemico, con singolare audacia e ammirevole diligenza, e ferito gravemente al petto, incurante delle sue condizioni, rimaneva in luogo per dare al successore precise istruzioni per l’azione che, ripresa su suo ordine, concludevasi felicemente. Solo quando aveva perduto i sensi era possibile condurlo al posto di medicazione, dopo aver aggiunto, a quello del valore, magnifico esempio di attaccamento al dovere.»
— Tunisia, 14-26 novembre 1942(fonte)



