
SENTENZA.
Brigatti Eligio di Giovanni Antonio, d’anni 25, di Ronco nella Provincia milanese, domiciliato a Milano, falegname di pianoforti, celibe;
Faccioli Cesare di Giuseppe, d’anni 42, di Corte Olona, domiciliato a Milano, garzone da caffè, celibe;
Canevari Pietro di Giovanni, d’anni 23, di Pobbio in Piemonte, dimorante a Milano, facchino, celibe;
Piazza Luigi di Pietro, d’anni 29, di Cuggiono nella Provincia milanese, domiciliato a Milano, falegname, celibe;
Piazza Camillo, di lui fratello, d’anni 26, stampatore di caratteri, celibe;
Silva Alessandro di Ambrogio, d’anni 32, milanese, cappellajo, ammogliato;
Broggini Bonaventura di Andrea, d’anni 57, di Lugarno nella Provincia comense, dimorante a Milano, garzone da macellajo, celibe;
Furono jeri tradotti dinanzi al Giudizio Statario Militare sotto l’accusa d’aver preso parte alla sommossa popolare del 6 corrente in questa Città, distinguendosi principalmente nei seguenti fatti, e cioè i primi tre nella costruzione di barricate, – e gli altri, uniti a diversi sediziosi i più con armi da taglio e da punta, in aggressioni a soldati accompagnate da ferimenti e perfino da rapimento di roba, come avvenne al soldato aggresso dai Piazza, mentre lo stesso Broggini era armato di stilo.
Convinti essi di tale loro reato col mezzo di testimonj, ed il Canevari anche per la propria confessione, il medesimo Giudizio Statario Militare, a termine del Proclama 10 marzo 1849 di S. E. il sig. Feld-Maresciallo Conte Radetzky[1], li condannò alla morte mediante la forca. La quale Sentenza ebbe la Superiore conferma, e fu eseguita nel medesimo giorno di jeri. Milano, dall’I. R. Comando Militare della Lombardia, il 9 febbrajo 1853.
Dall’Imperiale Regia Stamperia
Note
[1] Johann Joseph Franz Kari Radetzky, conte di Radetz. Feldmaresciallo austriaco, nato nel castello di Třebnice, in Boemia, il 5 novembre 1766, morto a Milano il 5 gennaio 1858. Entrato diciottenne nella carriera militare, fece le prime armi contro i Turchi, e nel 1793 fu nominato ufficiale d’ordinanza di J. P. Beaulieu, poi di S. v. Wurmser, con i quali fece le campagne d’Italia del 1796 e del 1797. Promosso colonnello, partecipò alla battaglia di Marengo, come aiutante di campo di M. v. Melas, quindi salì presto agli alti gradi militari, poiché nel 1808 era maggior generale e nel 1809 tenente feldmaresciallo, con l’incarico della riorganizzazione interna dell’esercito. Fece le campagne dal 1813 al 1815, in qualità di capo di Stato maggiore del principe K. Ph. Schwarzenberg, comandante in capo degli eserciti alleati, e dal 1816 al 1828 servì in Ungheria agli ordini del governatore, l’arciduca Ferdinando. Aveva deciso di ritirarsi dal servizio attivo, ottenendo, come generale di cavalleria, il comando della fortezza d’Olmütz (Olomouc), quando, scoppiata la rivoluzione dell’Italia centrale (febbraio 1831), fu destinato a sostituire il vecchio generale J. Ph. v. Frimont nel comando dell’esercito che l’Austria aveva concentrato in Lombardia. Promosse i lavori di fortificazione di Verona e attese al miglioramento dell’esercito, prevedendo che la rivoluzione del ’31 e i susseguenti moti insurrezionali che agitavano l’Italia costituivano i prodromi di una guerra a breve scadenza. Nel 1836 fu promosso feldmaresciallo. Teneva il governo militare della Lombardia, quando scoppiò la rivoluzione delle Cinque Giornate milanesi, per cui il R. fu costretto ad abbandonare la capitale lombarda e a rifugiarsi entro Verona, dopo di aver messo a ferro e a fuoco i paesi in cui gl’insorti gli contrastavano la ritirata. Dichiarata, da parte del Piemonte, la guerra all’Austria, il R. rimase nel quadrilatero; e mentre l’esercito di Carlo Alberto assediava Peschiera, egli provvide a riorganizzare il suo esercito, per riprendere l’offensiva non appena gli fossero giunti i rinforzi da lui chiesti. Essi giunsero dalla parte del Veneto, dopo aver vinto a Cornuda e alle Castrette le truppe pontificie, e il 22 maggio operarono il congiungimento con le truppe del R. Validamente accresciuto, l’esercito austriaco si concentrò allora a Mantova col proposito di tagliare la strada di Milano all’esercito piemontese, e dopo sanguinosa lotta a Curtatone e a Montanara (29 maggio) contro le truppe dei volontarî toscani, si scontrò a Goito con l’esercito piemontese, che riportò una brillante vittoria, impedendo agli Austriaci il passaggio del Mincio. Se non che, il R., traendo profitto dell’inesplicabile inazione del nemico, piegò su Vicenza, che fu costretta a capitolare, e rinforzato dalle truppe di L. v. Welden, sconfisse a Sommacampagna l’ala destra dell’esercito piemontese comandata da E. de Sonnaz (22-23 luglio), e due giorni dopo batté l’esercito di Carlo Alberto a Custoza, lo costrinse a togliere il blocco a Mantova, quindi lo sconfisse a Volta, obbligandolo alla ritirata su Milano e poi a rivalicare il Ticino. Il R. entrò in Milano il 6 agosto e tre giorni dopo concluse l’armistizio detto di Salasco, per cui l’esercito piemontese doveva evacuare da tutto il territorio lombardo. Ripresa la guerra il 16 marzo 1849, dopo otto mesi di armistizio, il R. varcò il Ticino presso Pavia e il 23 marzo riportò una nuova vittoria a Novara; e poiché negò una sospensione d’armi, Carlo Alberto decise di abdicare (24 marzo) in favore del figlio, che fu costretto ad accettare le dure condizioni dei preliminari di pace imposte dal R. Nominato governatore generale del Lombardo-Veneto, il R. amministrò il paese con eccessiva severità, sia nei riguardi degli esuli, sequestrando i beni ai più facoltosi, sia nel reprimere il moto insurrezionale del 6 febbraio 1853, ma specialmente per la crudeltà dimostrata nel perseguitare i patrioti milanesi e per la fredda ferocia durante i processi di Mantova. Fu collocato a riposo il 28 febbraio 1857. Scrisse di argomenti militari (Über den Zweck der Übungslager im Frieden, 1816; Gedanken über Festungen, 1827, ecc.).(fonte)
L’insurrezione italiana
K. Marx:
…… Dal telegrafo elettrico siamo stati informati che il 6 ha avuto luogo una insurrezione a Milano che sono stati affissi dei manifesti, uno di Mazzini e l’altro di Kossuth, i quali esortano gli ungheresi dell’esercito austriaco a unirsi ai rivoluzionari; che l’insurrezione è stata dapprima soffocata, ma poi è ricominciata; che gli austriaci di stanza nell’arsenale sono stati massacrati, ecc.; che le porte di Milano sono state chiuse. I giornali governativi francesi, è vero, comunicano due altri dispacci, datati l’uno da Berna l’8, l’altro da Torino il 9, secondo i quali la sommossa e stata definitivamente repressa il 7. Ma il mancato arrivo di ogni informazione diretta al ministero degli esteri inglese negli ultimi due giorni, viene considerato come un sintomo favorevole dagli amici dell’Italia.
Corrono voci a Parigi che a Pisa, a Lucca e in altre città regni una grande agitazione.
A Torino, il ministero è stato convocato in tutta fretta, in seguito a una comunicazione del console austriaco, per deliberare sulla piega che hanno preso le cose in Lombardia.
Le prime notizie pervennero a Londra il 9 febbraio, il qual giorno, per singolare coincidenza, è anche l’anniversario della proclamazione della Repubblica romana del 184939 della decapitazione di Carlo I nel 1649 e della deposizione di Giacomo Il nel 1689.
In quanto alle possibilità dell’attuale insurrezione a Milano, v’è poca speranza di successo a meno che alcuni reggimenti austriaci non passino nel campo rivoluzionario. Lettere di privati da Torino, che dovrei ricevere tra qualche giorno, mi permetteranno probabilmente di fornirvi un resoconto particolareggiato di tutta la faccenda……
Scritto l’11 febbraio 1853.
Pubblicato sulla New York Daily Tribune n. 3701, 25 febbraio 1853.(fonte)



