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La Pontificia Accademia Romana di Archeologia, 1899

    La Pontificia Accademia Romana di Archeologia, 1899
    La Pontificia Accademia Romana di Archeologia, 1899

    LA PONTIFICIA ACCADEMIA ROMANA
    DI
    ARCHEOLOGIA [1]

    Intenta sempre ad accogliere nel suo seno i più illustri
    fautori degli studi delle antichità e della filologia
    ha meritatamente eletto il Chiarissimo Signor
    Nicola Scagliosi[2]
    nel numero de suoi soci ordinari
    Dato in Roma dall’Aula dell’Archiginnasio
    questo di 8 Marzo 1889
    Registrato al Numero 12

    Il Protettore L. Carlo Oneglia di S.° Stefano[3]
    Il Presidente G. B. de Rossi[4]
    Il Segretario Perpetuo P. E. Visconti[5]

    nell’incisione in alto, e nel timbro IN APRICUM FROFERET
    timbro in basso C….CCCXV


    Note

    [1] Pontificia Accademia Romana di Archeologia

    Fondata nel 1810 col titolo di Accademia Romana di Archeologia, si richiama, come precedenti, alla Accademia delle Romane Antichità istituita nel 1740 da Benedetto XIV e alla Accademia Romana creata da Pomponio Leto nel sec. XV. Per concessione di Pio VIII ebbe il titolo di Pontificia nel 1829.

    L’Accademia ha il fine di promuovere lo studio dell’archeologia e della storia dell’arte antica e medievale. Cura in maniera particolare la illustrazione dei monumenti archeologici ed artistici di spettanza della Santa Sede. Svolge la sua azione, per il progresso del sapere e lo sviluppo della cultura, attraverso comunicazioni scientifiche, conferenze, pubblicazioni, concorsi e ogni altra forma di indagine e di studio.

    L’Accademia ha per suo Protettore il Cardinale Segretario di Stato, ed è costituita da 140 Soci, di cui 20 Onorari, 40 Effettivi e 80 Corrispondenti. Il Presidente fa parte del Consiglio di Coordinamento fra Accademie Pontificie.(fonte)

    [2] Nicola Scagliosi
    Il Nuovo Bullettino incomincia le sue pubblicazioni dovendo
    pur troppo registrare una dolorosa notizia, quella cioè della morte
    immatura di uno dei cultori della cristiana archeologia, che fu
    modesto sì, ma fedele e valente seguace degli ammaestramenti
    del compianto illustre comm. Gio. Batt. De Rossi, e perciò la-
    scia nel lutto i suoi colleghi romani che lo conobbero da vicino
    e seppero apprezzarne il merito e le virtù.

    Intendo parlare di Nicola Scagliosi, il cui nome se di rado
    compare nel Bullettino per il passato x, pur nondimeno è con-
    nesso colla istituzione e l’incremento delle Conferenze di sacra
    archeologia di cui il detto periodico è stato e prosegue ad essere
    il relatore. Nato in Roma il 9 luglio 1853, lo Scagliosi dopo
    aver compiuti i primi studi si consacrò alla teologia ed alla
    storia ecclesiastica sotto la direzione di maestri di grido quali
    furono il Paria, il Ballerini, il Palmieri. Non sentendosi però
    chiamato ad abbracciare la vita religiosa egli si contentò di ri-
    cercare in quelle discipline un fondamento sicuro per le ricerche
    di antica geografia sacra e di erudizione che furono sempre il
    tema prediletto dei suoi lavori. Egli, di fatto, preparava per il
    nostro Bullettino un articolo intorno ai vescovati dell’Oriente,
    allorché per isventura la morte lo ha colpito improvvisamente
    strappandolo all’affetto ed alla stima dei congiunti amici e colleghi.
    Umile ed alieno dalla vita esteriore, lo Scagliosi coltivò la

    1 Cf. Bullettino d’Arch. Crisi. 1884, pag. 127.

    scienza quasi può dirsi in segreto e per sua privata soddisfazione;
    per siffatta ragione egli non potè essere apprezzato come meritava,
    ed ha lasciato ai posteri scarso numero di scritti. Fra questi
    ricorderò la Memoria sull’acqua Iovia edita negli Atti della
    Pont. Accademia di Archeologia di cui era socio ordinario, e
    le dissertazioni sul sigillo dell’Arte dei Sartori di Perugia e sopra
    vari altri sigilli del Pontifìcio Medagliere Vaticano, dove esercitava
    il delicato ufficio di assistente, essendo allora direttore il com-
    pianto comm. C. L. Visconti2. Nel medesimo gabinetto numisma-
    tico, nel quale sono stato chiamato a succedere al Visconti dalla
    benevolenza del Pontefice Leone XIII, ho avuto la ventura di ap-
    prezzare sempre maggiormente le rare doti dell’animo e della mente
    dello Scagliosi; al quale è dovuto il minuto ed accurato inventario
    della collezione sfragistica 3 del gabinetto citato, lavoro lasciato
    poco meno che completo e che a mia cura fra breve terminato
    e divulgato, costituirà un postumo elogio della dotta attività
    del compianto autore. Il mese di gennaio 1895 volgeva al suo
    termine e lo Scagliosi dettava una dissertazione intorno a Gio.
    Batt. de Rossi ed ai progressi che questi aveva fatto fare alla
    storia dell’arte cristiana, allorché il giorno 29, circa le 4 pom.
    fu colto da violento malore che lo tolse di vita il dì se-
    guente alle 8 pom., non avendo compiuto neppure 42 anni di
    età, e lasciando perciò gli animi dolorosamente colpiti da un
    lutto così precoce ed inaspettato.

    La Direzione del N. Ballettino invoca pel compianto amico
    la pace coi santi dei quali in vita egli studiò con amore le gesta
    ed imitò le virtù, pax libi curri sanctis.

    1 Atti della Pont. Acc. di Arch. Serie III, T. Ili, pag. 435 e segg.

    2 Studii e documenti di Storia e Diritto, 1882, pag. 225 e segg.

    3 Al S. P. Leone XIII omaggio giubilare della Biblioteca Vati-
    cana. — Di alcuni notevoli sigilli contenuti nella collezione sfragistica
    della Biblioteca Vaticana. Roma 1888.


    Enrico Stevenson.
    Da: Nuovo bullettino di archeologia cristiana: ufficiale per i resoconti della Commissione di Archeologia Sacra sugli Scavi e su le Scoperte nelle Catacombe Romane — 1.1895. PP 123-124(fonte)

    [3] Luigi Oreglia di Santo Stefano. – Nacque il 9 luglio 1828 a Bene, nel Cuneese (ridenominata Bene Vagienna dopo l’ingresso nel Regno d’Italia di Bene Lario), da Carlo Giuseppe Luigi, secondo barone di Santo Stefano, e da Teresa Gotti di Selerano.

    Suo fratello maggiore, Giuseppe, entrò nella Compagnia di Gesù e – direttore dal 1865 al 1868 de La Civiltà cattolica – fu protagonista, coi suoi articoli sul caso Dreyfuss e con la ripresa dell’accusa del sangue, di virulente campagne contro gli ebrei emancipati. L’altro fratello, il cavalier Federico, era legato a don Bosco – noto a tutta la famiglia e di casa a Bene – e fu uno dei due laici che insieme a venti chierici presero i voti nel primo gruppo di salesiani il 14 giugno 1862.

    Chierico della diocesi di Mondovì, Luigi ricevette la formazione ecclesiastica presso i gesuiti del Convitto del nobile al Carmine di Torino. Proseguì gli studi nel seminario di Torino ed entrò nel clero secolare: ordinato prete nel 1851, il 22 febbraio celebrò la sua prima messa nella chiesa della Confraternita della Misericordia a Bene Vagienna. Due anni dopo si trasferì a Roma per studiare alla Pontificia Accademia ecclesiastica dove nel 1859 si addottorò in utroque iure e iniziò la sua carriera nella curia di Pio IX.

    Canonico della basilica di S. Giovanni in Laterano, lavorò per la congregazione del Concilio nel 1857-58: nominato referendario della Segnatura con biglietto del 15 aprile 1858, nel 1859 diventò prelato aggiunto alla medesima congregazione concistoriale, di cui restò membro fino al 1866. Approdò nel 1863 alla segreteria di Stato del cardinale Giacomo Antonelli: da lì il 16 marzo 1863 venne nominato internunzio d’Olanda, dove come d’uso il rappresentante del papa re non era rivestito di dignità episcopale.

    Eletto arcivescovo titolare di Damiata il 4 maggio 1866 e consacrato il 13 maggio dal cardinale Ludovico Altieri, venne destinato come nunzio a Bruxelles il 15 maggio di quell’anno, portandosi dietro come segretario Vincenzo Vannutelli: in Belgio rafforzò l’ala intransigente contraria alla costituzione e indebolì il fronte cattolico-liberale con le denunce mandate a Roma (come già il predecessore Mieczysław Halka Ledóchowski e come avrebbe continuato a fare il successore Giacomo Cattani), specie per stigmatizzare la posizione assunta sull’esplosiva questione scolastica che alla fine degli anni Settanta, con le disposizioni di completa laicizzazione delle scuole varate dal governo di Frère Orban, avrebbe portato alla rottura delle relazioni diplomatiche fra il Vaticano e Bruxelles e poi, col ritorno dei cattolici al potere nel 1884, al rovesciamento delle disposizioni. Fu coinvolto inoltre da Cesare Tondini nei primi tentativi di unione fra le Chiese (Carboni, 2005).

    Durante la sua nunziatura il conte Francesco Saverio Provana di Collegno scrisse (25 agosto 1867) a don Federico, fratello del nunzio, per convincere don Bosco ad aprire una sede in Belgio, cosa che avverrà solo vent’anni dopo.

    Il 29 maggio 1868 fu trasferito alla nunziatura di Lisbona dove restò otto anni, fino alla porpora: dal Portogallo iniziò a seguire la questione religiosa nel Brasile, alla quale come cardinale di curia avrebbe dedicato varie ponenze (come quella in Archivio segreto Vaticano [ASV], Segreteria di StatoSpogli di cardinaliOreglia, b. 1b sul conflitto esploso nel 1873 tra il governo imperiale del Brasile e il vescovo di Olinda e Pernambuco, per alcuni decreti di questo contro la massoneria locale; sul tema intervenne anche Giuseppe Oreglia dalle colonne della rivista dei gesuiti italiani).

    Le lettere di nomina alle nunziature hanno qualche oscillazione dovuta alla differente redazione dei brevi mandati alla corte reale e di quelli di nomina: per il Belgio Ritzler – Sefrin, 1979, p. 239, pone la nomina a maggio sulla base di ASV, Segreteria dei brevi apostolici, 5432, ff. 357-358; De Marchi, 1957, p. 63, l’anticipa al 25 aprile 1866, seguendo la data della comunicazione dalla Segreteria dei brevi ai principi, differente dalla Segreteria dei brevi apostolici; allo stesso modo per il Portogallo Ritzler – Sefrin indicano il 29 maggio e De Marchi il 16 marzo 1868 (la data del 13 marzo di De Marchi a p. 215 è un refuso).

    Membro della maggioranza infallibilista al concilio Vaticano I, il 22 dicembre 1873 fu creato cardinale da Pio IX, che gli impose la berretta il 16 marzo 1874, col titolo presbiterale di S. Anastasia (assegnatogli il 16 gennaio 1874): il 23 dicembre 1876 assunse la funzione di prefetto della Congregazione delle indulgenze e delle reliquie. Partecipò come figura di spicco dell’ala intransigente al conclave del 1878, da cui uscì eletto Leone XIII, al quale lo avvicinava solo l’essere stati entrambi nunzi in Belgio.

    Nello spoglio personale nell’archivio Vaticano si trova una corrispondenza relativa alle dimissioni dalla Congregazione delle indulgenze e delle reliquie che Oreglia presentò nel 1880: avendo inteso che il papa voleva nominare Tommaso Maria Zigliara, col quale era in contrasto, gli rimetteva il proprio mandato, ringraziandolo dell’esonero. Leone XIII respinse le dimissioni con un biglietto autografo. Grazie all’intermediazione di Ledóchowski si viene a sapere che la relazione di adunanza della congregazione era stata riferita male dal segretario Pio Delicati, che venne rimosso (ASV, Segreteria di StatoSpogli di cardinaliOreglia, b. 1a).

    A cavallo fra i pontificati piano e leonino Oreglia seguì alcune importanti pratiche nella Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari, relativi non solo al Brasile, di cui aveva una conoscenza di lunga data, ma anche a questioni di politica religiosa in Italia e di politica orientale, nel periodo in cui si incominciava a pensare di staccare la sezione sulle Chiese unite a Roma da Propaganda fide e farne, come sarebbe accaduto nel 1917, una congregazione a sé stante.

    Nel contempo il suo cursus honorum ecclesiastico continuò con l’assunzione della sede suburbicaria di Palestrina, passando all’ordine dei cardinali vescovi il 24 marzo 1884. Il 24 maggio 1889 optò per la sede di Porto e Santa Rufina, che nel 1896 scambiò con la sede di Ostia e Velletri, di cui fu l’ultimo cardinale camerlengo suburbicario prima della riforma dell’intero sistema. Abate commendatario perpetuo e ordinario dell’abbazia delle Tre fontane dal 22 ottobre 1877, fu nominato da Leone XIII il 27 marzo 1882, carica cui rinunciò il 15 marzo 1883. Dopo l’ascesa al rango di cardinale vescovo, ridiventò camerlengo il 27 maggio 1885, cancelliere dell’università e prefetto della Congregazione dei riti. Sottodecano del Sacro Collegio nel 1889, ne fu decano dal 30 novembre 1896. Durante l’anno giubilare indetto da Leone XIII fu legato a latere per l’apertura della porta santa a S. Paolo fuori le mura il 14 dicembre 1899 e per la sua chiusura il 17 dicembre 1900.

    Dopo la morte di Leone XIII, nel 1903 entrò nella Sistina come unico cardinale ad aver partecipato a un precedente conclave e forte di questo titolo giocò un ruolo determinante. «Al cardinale Oreglia guardano in molti come persona degna per l’altissima sostituzione» scrisse il Corriere della Sera il 21 luglio 1903, ma non si distinse per questo per essere colui che in conclave elevò la più ferma e formale protesta contro il veto portato dal cardinale e principe cracoviense Jan Maurycy Paweł Puzyna a nome dell’imperatore d’Austria (che ne vantava titolo consuetudinario come re cattolico) contro la candidatura di Mariano Rampolla del Tindaro. Al tempo stesso fu Oreglia a impedire, con una forzatura inspiegabile, il ricorso al voto per accesso (un secondo voto concesso ai cardinali nei momenti di stallo, che entrava nel quorum senza ripetere l’intero scrutinio), decisione che di fatto, non meno del veto, sbarrò la strada a Rampolla. Sempre Oreglia, infine, a nome del gruppo che voleva una sterzata conservatrice dopo le aperture leonine, persuase il patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, futuro Pio X, ad accettare un’elezione che avrebbe voluto rifiutare anche quando raccolse 55 voti su 60.

    Morì a Roma per una polmonite il 7 dicembre 1913.

    Fu sepolto nel cimitero del Verano. Il quotidiano The Toronto World diede notizia della sua scomparsa il giorno seguente la morte dicendo che il segretario particolare di Pio X, monsignor Giovanni Bressan, aveva informato Pio X «as cautiously as possible» sapendo di dargli un grande dolore, mentre The New York Times lo dipinse come «famed for his orthodoxy». La fama di benefattore in Italia – Oreglia finanziò la costruzione della chiesa parrocchiale dell’Isola del Giglio, il restauro della chiesa del Seminario di Mondovì e della Collegiata di Bene Vagienna – si confermò in morte, a favore di varie istituzioni di Bene Vagienna, cui furono destinate dal testamento 44.000 lire.(fonte)

    [4] Giovanni Battista de Rossi. Nato a Roma il 23 febbr. 1822 dal commendatore Camillo Luigi (già segretario del nunzio pontificio L. Caleppi) e da Marianna Bruti Liberati, compì gli studi di lettere e filosofia presso il Collegio Romano; e nel 1843 conseguì alla Sapienza la laurea in utroque.

    Gli studi giuridici contrastavano tuttavia con la vocazione archeologica del giovane D., che già dal ginnasio sotto la guida di G.P. Secchi si era iniziato allo studio dell’epigrafia greca e dal 1842 in compagnia del padre G. Marchi aveva cominciato a visitare la Roma sotterranea cristiana, senza mai smettere di frequentare le escursioni archeologiche dirette da A. Nibby. Tant’è che ancor prima di ottenere la laurea il D. aveva pronto un piano di edizione delle epigrafi cristiane di Roma, e dopo la laurea venne chiamato da A. Mai, in qualità di scrittore, presso la Biblioteca Vaticana.

    Durante la Repubblica romana il D., che proprio in quell’anno (1849) aveva iniziato l’esplorazione del cimitero di Pretestato, riparò con la famiglia a Napoli, e si spinse a visitare Pompei. Nel 1850 riconobbe l’esatta ubicazione delle catacombe di Callisto nell’area della via Appia, dov’era stato rinvenuto l’anno precedente un frammento dell’epitaffio di papa Cornelio; e nel marzo 1852 ne iniziò lo scavo. Incaricato da papa Pio IX di provvedere insieme con padre Marchi all’allestimento del Museo cristiano lateranense, il 22 genn. 1854, il D. fu invitato dall’Accademia prussiana delle scienze a collaborare con W. Henzen e T. Mommsen alla preparazione del Corpus inscriptionum Latinarum. Continuavano, intanto, le ricerche nel cimitero di Callisto, dove nel 1854 vennero scoperti la cripta dei papi di III secolo ed il sepolcro di s. Cecilia, e nel 1858 poté essere esplorata la galleria di Eusebio. Incoraggiato nelle sue attività dalla benevolenza dello stesso pontefice e dai favori dei cardinali C. Patrizi e G. Antonelli, l’8 ag. 1860 il D. fu chiamato a far parte della commissione preposta da Napoleone III alla pubblicazione delle opere complete di B. Borghesi. L’anno seguente prese in moglie Costanza Bruno di San Giorgio, e portò a compimento la stampa del primo volume delle Inscriptiones christianae urbis Romae septimo saeculo antiquiores (Romae 1857-1861).

    Nel 1863 scavò nel cimitero di Pretestato la cripta di s. Gennaro e cominciò a pubblicare il Bullettino di archeologia cristiana.

    Per mezzo del Bullettino il D. intendeva “di mese in mese” dare ragione del “procedere degli studi e delle scoperte intorno le cristiane antichità” (I, prefazione) ad un pubblico che si augurava potesse divenire sempre più vasto. E per questo curò del primo volume anche un’edizione francese fatta stampare provvisoriamente a Roma. Per gli anni 1867-79 l’edizione francese fu stampata a Belley per cura di J.-A. Martigny, e dal 1880 a Parigi per cura di L. Duchesne. Nello stesso anno venivano realizzate a Roma presso la Cromolitografia pontificia le Imagines selectae Deiparae Virginis in coemeteriis udo depictae, con ampio commento in francese stampato dalla tipografia Salviucci. Nel 1864 fu dissotterrato l’ipogeo dei Flavi nella necropoli di Domitilla, e per i tipi della tipografia Salviucci uscì il primo tomo della Roma sotterranea cristiana dedicato a Pio IX. Un’ampia storia degli studi precede l’esposizione delle “nozioni generali intorno agli antichi cimiteri cristiani” e la descrizione delle cripte di Lucina nel cimitero di Callisto; mentre un'”analisi geologica ed architettonica” (78 pp. con numerazione propria), a cura del fratello Michele Stefano, segue con il suo corredo di tavole ortografiche ed iconografiche a fornire all’indagine monumentale la soluzione di quei problemi “cui essa sola non giungerebbe” (p. 3).

    Il secondo volume della Roma sotterranea usci, sempre dalla tipografia Salviucci, nel 1867, nell’anno dei festeggiamenti per il diciottesimo centenario degli apostoli Pietro e Paolo. Esso era interamente dedicato alla “dichiarazione” delle “cripte storiche” del cimitero di Callisto ed alla definizione dei “limiti delle sue aree primitive”. La trattazione era preceduta da un “discorso preliminare” sui “documenti illustranti … la storia e la topografia” della necropoli, e si concludeva ancora una volta “con una analisi geologica ed architettonica” del fratello (116 pp. con numerazione propria).

    Agli inizi del 1870 il D., che aveva già rifiutato l’offerta di tenere un corso di archeologia sacra alla Sapienza, respinse l’invito del papa ad accettare l’incarico di prefetto dell’Archivio segreto Vaticano per non dover interrompere le sue ricerche e le sue esplorazioni archeologiche. Le quali anche dopo il 20 settembre continuarono senza sosta e con i medesimi ritmi.

    Nel 1872 il D. si decise a pubblicare a tavole separate corredate di “cenni storici e critici” i Mosaici cristiani e saggi di pavimenti delle chiese di Roma anteriori al secolo XV. Tutto il materiale, edito in ordine sparso, in base ai tempi di esecuzione di ogni litografia, sarebbe stato raccolto in tre fascicoli dalla libreria Spithóver e presentato con la data di Roma 1899, senza la prevista introduzione del D., ma con un indice delle cose notevoli di G. Gatti e la traduzione francese di Duchesne. Al 1873 risalgono, invece, le esplorazioni nel cimitero di Domitilla della basilica di S. Petronilla e del sepolcro dei ss. Nereo ed Achilleo. Nel 1877, un anno dopo la pubblicazione del primo tomo del volume VI del Corpus inscriptionum Latinarum (Berolini 1876), la tipografia Salviucci completava la stampa della terza parte della Roma sotterranea cristiana comprendente lo studio dei cimiteri di s. Sotere e di Generosa, dell’arenaria d’Ippolito e delle regioni anonime sotterranee del cimitero di Callisto ed ancora della necropoli di Callisto sopra terra con annesso un “trattato generale dei cimiteri all’aperto cielo e delle relazioni loro coi sotterranei”: a conclusione la consueta appendice architettonica e fisica di Michele Stefano (pp. 699-718).

    Nominato prefetto del Museo cristiano del Vaticano (con breve di Leone XIII del 23 ott. 1878), il D., che alle questioni di topografia storica aveva sempre riconosciuto un ruolo fondamentale nell’indagine archeologica, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione dell’Istituto archeologico germanico, diede alle stampe le Piante iconografiche e prospettiche di Roma anteriori al secolo XVI, in dodici tavole in folio corredate da una “storia generale delle misure e piante di Roma e delle sue regioni” dalle origini a tutto il Quattrocento (Roma 1879). Nello stesso anno fu incaricato di studiare la basilica severiana di S. Giorgio Maggiore rinvenuta durante i lavori per la costruzione della funicolare di Napoli ed eletto presidente del Collegium cultorum martyrum. Nel 1882 scoprì la cripta storica del cimitero di Ippolito sulla via Tiburtina. Per il compimento del suo sessantesimo anno, nel giorno di s. Damaso, il D., oramai presidente della Pontificia Accademia romana di archeologia, venne insignito in Laterano della medaglia d’oro attribuitagli congiuntamente dalla Società dei cultori di archeologia cristiana, dall’Istituto archeologico germanico e dalla Scuola francese di Roma. Nel 1883 scoprì la cripta di s. Felicita nel cimitero di Massimo sulla Salaria Nuova e riprese gli scavi nelle catacombe di Priscilla, iniziati nel 1870, ma successivamente intralciati e sospesi.

    Nominato, in seguito alla morte di L. Bruzza, presidente della Società dei cultori di archeologia cristiana e segretario della Pontificia Commissione di archeologia sacra (1884), il D. portò a compimento con H. Stevenson la recensione dei Codices Palatini Latini Bibliothecae Vaticanae descritti da G.B. Pitra (Romae 1886), premettendovi un’ampia De origine historia indicibus scrinii et bibliothecae apostolicae commentatio (pp. I-CXXXII), e la pubblicazione della prima parte del secondo volume delle Inscriptiones christianae urbis Romae (ibid. 1888), che raccoglieva le sillogi epigrafiche conosciute fino a tutto il secolo XV, ognuna preceduta da un’esauriente introduzione storica, in primo luogo quella di Ciriaco di Ancona (pp. 356-387). Continuavano, intanto, le esplorazioni nel cimitero di Priscilla, dove fra il 1888 e il 1890 si procedeva allo scavo dell’ipogeo degli Acilii e della basilica di S. Silvestro.

    Nel 1892 ci furono nuovi solenni festeggiamenti in onore del D., per il suo settantesimo compleanno, ma anche i primi sintomi della emiplegia destra che lo avrebbe violentemente colpito l’anno seguente. Il D. non cedette alla malattia. Iniziò a scrivere con la sinistra, finì di stendere il commento alle ultime tavole dei Mosaici cristiani, si adoperò per completare i numeri interrotti del suo Bullettino, ed attese in collaborazione con monsignor Duchesne all’edizione del Martyrologium Hieronymianum, pubblicato in Acta sanctorum Novembris (II, Bruxellis 1894, pp. I-CXCV). Morì nella residenza pontificia di Castelgandolfo il 20 sett. 1894.(fonte)

    [5] Pietro Ercole Visconti. – Nacque a Roma nel 1802 da Angela Spaziani e da Alessandro, terzo figlio di Giovanni Antonio Battista (v. la voce in questo Dizionario), di professione medico, ma anche studioso di antichità, specie numismatiche, per Pio VII.

    «Di intelletto lucidissimo e disposto all’ordinato ragionamento», dotato di memoria «forte e vivace» (LOsservatore romano, 24 ottobre 1880), sotto la guida degli zii paterni Ennio Quirino e Filippo Aurelio, archeologi illustri, Pietro Ercole si dedicò allo studio delle scienze antiquarie, nelle quali, pur senza raggiungere i risultati dei suoi più famosi familiari, rappresentò, alla metà dell’Ottocento, «un punto di raccordo, di coagulo, di confluenza intorno al quale ruotarono innumerevoli figure e vicende della ricerca storica e archeologica di quegli anni a Roma» (Vian, 1996, pp. 30-31).

    Dopo avere viaggiato giovanissimo in Europa con lo zio monsignor Renazzi e con il principe Federico di Sassonia-Gotha, come raccontò nelle lettere al padre, tornato in Italia iniziò le prime esperienze archeologiche e letterarie. Nel 1825 intraprese uno scavo a Roma, nel Circo di Massenzio sull’Appia antica; nel 1830 fu la volta di Priverno e, poco dopo, del ducato di Ceri per conto del principe Alessandro Torlonia.

    In questo periodo apparvero i suoi primi lavori scientifici presso la Pontificia Accademia romana di archeologia, della quale fu socio ordinario dal 1822 e accademico d’onore dall’anno successivo. Nel 1830 ne fu nominato segretario perpetuo, incarico che mantenne fino al 1880.

    Coadiutore di Carlo Fea dal 1831, alla morte di questi nel 1836 venne eletto commissario delle Antichità, ruolo che ricoprì fino alla soppressione di tale ufficio nel 1870, chiamando come adiutore, nel 1859, il nipote Carlo Lodovico (1828-1894). La nomina avvenne non senza polemiche, se un’indagine del servizio di polizia pontificia lo aveva indicato come persona deplorevole sia sul piano morale, accusato di seduzione e adulterio, sia dal punto di vista professionale, in quanto sospettato di negoziare antichità con i potenti stranieri di cui era amico e di falsificare documenti (Archivio di Stato di Roma, Ministero del Commercio e Lavori Pubblici, b. 25, f. 37).

    In qualità di commissario delle Antichità, tra 1855 e 1870 Pietro Ercole condusse scavi archeologici continuativi a Ostia antica, dove ogni anno, tra dicembre e maggio, venne trasferita al castello di Giulio II una colonia di circa trenta galeotti delle carceri pontificie alle Terme di Diocleziano.

    Visconti con visite settimanali si recò sugli scavi per controllare l’avanzamento dei lavori e indicare i punti da saggiare. Mediante relazioni periodiche egli poi informò il ministro del Commercio e Lavori pubblici, dal quale dipendeva il commissariato delle Antichità, e inviò a Roma i reperti recuperati, collocati nel Museo Lateranense e, dal 1963, nei Musei Vaticani, nell’Antiquarium Ostiense del Gregoriano Profano (Archivio di Stato di Roma, Ministero del Commercio e Lavori Pubblici, bb. 405/1, 413/2).

    Negli stessi anni Pietro Ercole fu chiamato a condurre pure scavi a Roma: all’Excubitorium di Trastevere dal 1867, al porto di Ripa Grande nel periodo 1868-70, nelle proprietà pontificie sul Palatino tra 1869 e 1870. Era stato lo stesso Visconti a spingere Pio IX ad acquistare alcuni orti sul Palatino confinanti con quelli Farnesiani, dove, nel 1835, aveva indagato per conto del re delle Due Sicilie Ferdinando II.

    Come commissario delle Antichità Visconti fece più volte da guida al Vaticano, a Ostia o ai monumenti di Roma: per il principe ereditario di Russia nel 1838, per quello di Baviera nel 1839, per la granduchessa di Toscana nel 1842, per l’imperatore di Russia nel 1845 e infine per la regina dei Paesi Bassi l’anno successivo.

    Molti furono inoltre i viaggiatori impegnati nel grand tour in Italia che visitarono Ostia, come attestano i riferimenti contenuti in diversi resoconti di viaggio dell’epoca (E. De Bleser, Rome et ses monuments, Louvain 1878; C.E. Beulé, Fouilles et decouvertes. Tome premiere Grece et Italie, Paris 1873; L. Colet, LItalie des Italiens, IV, Paris 1864) e come confermano molte lettere dello stesso Visconti.

    Fu pure segretario perpetuo della Pontificia Accademia romana di archeologia, presidente onorario dei Musei Capitolini e presidente del Collegio filologico. Fu socio di importanti accademie culturali romane (di S. Luca, del Pantheon, dell’Arcadia), membro della direzione dell’Imperiale Istituto archeologico germanico, segretario perpetuo dell’Académie des beaux-arts e membro corrispondente dell’Istituto di Francia.

    Le sue imprese gli garantirono molti riconoscimenti internazionali e titoli onorifici: l’Ordine Etrusco per avere contribuito alla formazione del Museo Gregoriano etrusco in Vaticano, quello di S. Gregorio Magno, prima come cavaliere, poi commendatore e infine gran croce. Nel 1868 Pio IX assegnò a Pietro Ercole, in virtù dei suoi meriti per la riscoperta di Ostia, il titolo nobiliare di barone e gli donò una medaglia in oro come riconoscimento per gli scavi dell’Emporio a Testaccio.

    La sua fama fu tale che gli vennero assegnati oltre trenta ordini cavallereschi da vari sovrani europei, come il francese Ordine della Legion d’onore nel 1841, quello di S. Stanislao nel 1846 dallo zar di Russia, l’Aquila rossa prussiana nel 1860, l’Ordine della corona di quercia dal re dei Paesi Bassi nel 1871.

    Oltre all’attività archeologica sul campo, Pietro Ercole si dedicò all’insegnamento. Tra 1856 e 1870 fu professore di archeologia, quindi di archeologia e storia antica nel 1870-71 presso l’Università romana. Dal 1841 al 1873 tenne i corsi di topografia romana presso l’Académie de France à Rome.

    La carriera di Visconti subì una brusca battuta d’arresto dopo Porta Pia, allorquando si rifiutò di prestare giuramento al neonato Stato italiano, perdendo sia il posto di commissario delle Antichità sia quello di professore all’Università, ma rinnovando al pontefice quella lealtà di cui aveva dato più volte prova negli anni precedenti. Il rapporto di amicizia con papa Mastai continuò infatti anche dopo il 20 settembre 1870, tanto che l’archeologo era solito andare a trovarlo in giorni fissi della settimana, atteso con impazienza da Pio IX, che ne traeva conforto.

    Visconti continuò tuttavia, anche dopo l’Unità d’Italia, a prendere parte alla vita culturale della città, come membro della commissione per gli archivi di Roma e di quella archeologica comunale. Fu inoltre tra i fondatori della Società romana di storia patria, il cui atto costitutivo fu sottoscritto nella casa di Visconti in via Belsiana 71.

    Amico di sovrani e nobili europei, nonché di illustri intellettuali, come Giacomo Leopardi, François-Auguste-René de Chateaubriand, Ferdinand Gregorovius, Pietro Ercole ebbe una pluralità di interessi che gli permise di spaziare in vari campi dello scibile.

    Fu poeta dell’Arcadia con il nome di Ostilio Cissejo. Le sue satire e i suoi epigrammi dopo il 1870 assunsero toni decisamente antitaliani.

    Fu scrittore prolifico di storia pontificia e tradizioni popolari, ma anche librettista, componendo libretti per le elezioni di Pio VIII nel 1829 e di Pio IX nel 1846. Come giornalista collaborò fin da giovanissimo con diversi periodici: LAlbum, le Effemeridi letterarie romane (1820-23), le Memorie romane di antichità e belle arti (1824-27). Dal 1856 fu direttore del Giornale Arcadico, mentre per il Giornale di Roma e LOsservatore romano compose articoli divulgativi sugli scavi a Ostia, all’Emporio e all’Aventino. La sua prosa appare piana e piacevole.

    Nel conversare fu piacevole e brillante, tanto da essere un punto di riferimento nei salotti culturali del tempo, descritto come un «commensale amabile, piacevole discorritore, uomo di spirito dell’antica scuola, archeologo per passione e per dovere di dinastia familiare» (M. Caetani Knight, Alcuni ricordi di Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, Milano 1904, p. 64) e ancora come un «brillante cortigiano, un sofista ed un improvvisatore, ma [che] sa molto e possiede una invidiabile presenza di spirito» (F. Gregorovius, Diari romani 1852-1874, Roma 1969, p. 324).

    Visconti fu pure un padrone di casa affabile e cordiale; presso la sua dimora si poteva incontrare gran parte della società artistica e letteraria romana, sentire splendidi concerti e ammirare superbe collezioni d’arte (A. Lefranc, Ernest Renan en Italie, Parigi 1938, p. 47).

    Morì a Roma, dopo breve e inesorabile malattia, il 14 ottobre 1880. La cerimonia funebre si svolse due giorni dopo nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina, alla presenza dei più illustri scienziati e letterati, come ricordò LOsservatore romano, che il 24 ottobre gli dedicò un esteso omaggio.

    Con Pietro Ercole finì un mondo, quello dell’antiquaria pontificia, e si aprì la via all’archeologia del Novecento. Considerato che il nipote Carlo Lodovico fu maestro di Rodolfo Lanciani, uno dei più importanti archeologi del XX secolo, si può sostenere che la famiglia Visconti divenne un tramite tra l’antiquaria sette-ottocentesca, di cui era stata immagine e specchio, e l’archeologia moderna.(fonte)