Carissimo dottore, mi sono assai interessato
per la spedizione di pacchi presso la C.R.I e
altri uffici, ma invano; per ora sono sospesi.
Non appena ridaranno i permessi, mi affretterò.
Dei suoi cari ho scarse notizie; so soltanto che
le donne sono a Villa Pedroni in Bratto di
Bergamo, Cecco e gli altri uomini a Modena. Saluti
Auguri Antonio Avena[1]
intestazione
Hier abtrennen!
Diese Seite ist für die Angehörigen des
Kriegsgefangenen bestimmt. Deutlich auf
die Zeilen schreiben!
Détacher le long du pointillé!
Ce côté est réservé aux proches parents
du prisonnier de guerre! N’écrire que sur
les lignes et lisiblement!
retro
Kriegsgefangenenpost
Correspondance des prisonniers de guerre
Antwort-Postkarte
Carte postale de réponse
An den Krìegsgefangenen
Au prisonnier
CAPITANO FONTANA LUIGI[2]
Gefangenennummer: 31087
giunto il 23 settembre
Lager-Bezeichnung;
Nom du camp
M. Stammlager X B[3]
WIETZENDORF (Km SOLTAU)
Deutscgland (Allemagne)
Timbro
Oflag 83
Wietzendorf Ka Setten
Geprüft
D5
——-
Gebuhrenfreil Franc de port!
Absender:
Expéditur:
Vor- und Zuname:
Nom et prénom
PROF. AVENA ANTONIO
Ort:
Lieu
VERONA
Straße:
Rue
VIA TEATRO ROMANO
Kreis:
Département
VERONA
A matita
Partita
25
30 LIB
20
Note
vers. eng.
Dear Doctor, I have taken a keen interest in sending parcels to the Italian Red Cross and other offices, but to no avail; for now, they are suspended.
As soon as they give permission again, I will hurry.
I have little news of your loved ones; I only know that the women are at Villa Pedroni in Bratto di Bergamo, and Cecco and the other men are in Modena. Best regards
Best wishes, Antonio Avena
[1] Antonio Avena (Verona, 23 maggio 1882 – Verona, 9 ottobre 1967) è stato uno storico italiano. Fu direttore del museo civico veronese e sostenitore della tutela del patrimonio artistico e architettonico della città di Verona.
Biografia
Nel 1904, presso l’Università di Padova, si laurea in lettere con una tesi sul Bucolicum carmen di Francesco Petrarca.
Inizia insegnando presso il liceo classico e l’accademia di Belle Arti Cignaroli. Diventa anche bibliotecario archivista presso la Biblioteca civica di Verona.
I suoi studi giovanili riguardarono in particolare argomenti letterari legati al Petrarca e alla storia italiana risorgimentale e alla condizione veronese durante la dominazione austriaca.
In seguito i suoi interessi si diressero verso la storia dell’arte e la storiografia veronese. Inizia a collaborare a Madonna Verona, bollettino scientifico fondato nel 1907 da Giuseppe Gerola direttore del museo Civico.
Nel 1915 viene nominato direttore (a seguito della rinuncia da parte di Gerola nel 1910) del museo e si occupò di mettere al sicuro, a Firenze, le opere custodite per salvaguardarle dallo scoppio della prima guerra mondiale.
Nel 1920 divenne direttore dei musei Civici d’Arte, carica che manterrà fino al 1955. In questo periodo è promotore di numerose iniziative. Si occupa della sistemazione del Museo di Castel Vecchio (tra il 1924-1926, assegnando i lavori all’architetto Ettore Fagiuoli) e dei palazzi della provincia e prefettura (1928-30). In seguito fu protagonista dei lavori per la ricostruzione dell’Arco dei Gavi, della sistemazione della tomba di Giulietta e della casa di Giulietta (1935). Si occupò, nel 1937-38 dell’allestimento del museo di palazzo Forti.
Nel 1921, in occasione dell’apertura della tomba di Cangrande della Scala pubblica un’interessante relazione in proposito. Sempre in quell’anno si occupa dei restauri del chiostro di San Girolamo al teatro Romano e la sistemazioni di alcune sue sale museali.
Nel 1923 presenta il suo progetto relativo al museo civico di Castelvecchio. Grazie al sostegno del Ministro delle Finanze veronese Alberto De Stefani, l’edificio passa di proprietà dai militari al Comune di Verona in tempi brevi e Avena può quindi trasferirvi le collezioni che si trovavano accatastate dal 1857 a palazzo Pompei.
Durante la seconda guerra mondiale, Avena si occupò di nuovo di preservare le opere d’arte veronesi. Tentò inoltre di difendere il ponte Scaligero e il ponte Pietra dalle mine tedesche.
Raggiunta la pensione nel 1955, continuò comunque, fino alla morte, a difendere e a valorizzare il patrimonio storico e artistico cittadino.(fonte)
[3] Internati Militari Italiani (in tedesco Italienische Militärinternierte – IMI) è la definizione attribuita dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori della Germania nazista nei giorni immediatamente successivi all’armistizio di Cassibile e al proclama Badoglio dell’8 settembre 1943 che ne rivelò la stipulazione.
Dopo il disarmo, soldati e ufficiali vennero posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania. Circa 197.000 militari catturati scelsero, per convinzione o semplicemente per evitare la deportazione, di continuare la guerra a fianco delle potenze dell’Asse. Gli altri vennero considerati prigionieri di guerra. In seguito cambiarono status divenendo “internati militari” (per non riconoscere loro le garanzie delle Convenzioni di Ginevra), e infine, dall’autunno del 1944 alla fine della guerra, lavoratori civili, in modo da essere utilizzati come manodopera coatta senza godere delle tutele della Croce Rossa loro spettanti.
I 600.000 militari non furono i soli italiani a popolare i campi di concentramento e di lavoro nazisti. La condizione peggiore fu riservata agli 8.564 deportati per motivi razziali (quasi tutti ebrei), che furono condotti a morire ad Auschwitz e di cui solo in piccola parte furono selezionati per il lavoro coatto (ne moriranno 7.555, quasi il 90%). Ad essi si aggiungono almeno altri 23.826 deportati politici italiani (22.204 uomini e 1.514 donne) i quali non erano condotti direttamente nelle camere a gas, ma erano condannati a morire di sfinimento attraverso le durissime condizioni di lavoro (ne morranno 10.129, circa la metà). I militari invece che non vollero arrendersi e che vollero continuare la guerra a fianco degli Alleati vennero organizzati in nuove forze cobelligeranti (Esercito cobelligerante italiano, Marina Cobelligerante Italiana e Aeronautica Cobelligerante Italiana).
L’atteggiamento tedesco
Nei documenti tedeschi, il proposito di catturare tutti i militari italiani in caso di defezione dell’alleato si manifesta almeno fin dal 28 luglio 1943. Il proposito è di farne “prigionieri di guerra”. Il 20 settembre è proprio Hitler a intervenire d’arbitrio affinché la condizione giuridica degli italiani sia ridotta da “prigioniero” a “internato”, e questo nonostante l’avvenuta liberazione di Mussolini dalla prigionia su Gran Sasso e la conseguente immediata proclamazione di uno Stato fascista nei territori italiani occupati dalla Wehrmacht.
La derubricazione da “prigionieri” a “internati” implicava la sottomissione dei deportati a un regime giuridico non convenzionale secondo gli accordi di Ginevra del 1929, e – sebbene formalmente riconosciuti da altre convenzioni – gli “internati” in realtà venivano a trovarsi in un limbo giuridico legato all’arbitrio totale di Berlino. Il 20 novembre 1943, infatti, il responsabile tedesco respinge le richieste della Croce Rossa Internazionale di poter assistere gli internati perché essi “non erano considerati prigionieri di guerra”
I tedeschi infatti consideravano gli italiani “traditori” poiché il governo italiano aveva siglato un armistizio con gli anglo-americani (l’armistizio di Cassibile, annunciato dal proclama Badoglio dell’8 settembre 1943). Le truppe internate furono spregiativamente definite Badoglio-truppen dai tedeschi e reputate infide. Inoltre non era estraneo alle decisioni tedesche anche un fondo di razzismo anti-italiano, come testimonia il diario di Goebbels. Infine Hitler, nonostante la personale amicizia con Mussolini, non intendeva rinunciare a quella che – nei fatti – si rivelava un’ulteriore arma di ricatto verso l’Italia mussoliniana: sostanzialmente si trattava di avere in mano 800.000 ostaggi.
Al momento della proclamazione dell’Armistizio, l’Italia e la Germania non si potevano considerare formalmente in guerra, cosicché i soldati italiani, definiti giuridicamente dai tedeschi “franchi tiratori”, furono catturati e internati sotto un regime legale non convenzionale. Dopo la creazione della RSI – non intendendo riconoscere al Regno d’Italia legittimità nel dichiarare guerra alla Germania, il 70% degli ufficiali e il 78% dei soldati internati non prestarono giuramento alla Repubblica Sociale, rimanendo fedeli al giuramento fatto al Re – furono lasciati dalle autorità naziste in campi e installazioni “punitive”. In particolare, gli ufficiali superiori e i generali furono sottoposti a durissime vessazioni e crudeltà, fra le quali si ricorda particolarmente la marcia dei generali, una “marcia della morte”, mentre ripiegavano dalla prigionia in Polonia, costellata di vittime.
Le autorità del Terzo Reich, inoltre, vedevano nella cattura di centinaia di migliaia di italiani una preziosa risorsa di manodopera sfruttabile a piacere. Per questo motivo ostacolarono ogni tentativo da parte della Repubblica Sociale di riportare in Italia grossi contingenti di internati e sabotarono anche il reclutamento dei volontari, cosicché il loro numero fra gli internati rimase estremamente basso. In tutto, vennero formate quattro divisioni: 1ª Divisione Bersaglieri Italia, 2ª Divisione Granatieri Littorio, 3ª Divisione fanteria di marina San Marco, 4ª Divisione Alpina Monterosa, per circa 62.500 effettivi tra truppa e ufficiali.
Tuttavia si nota che – con una delle tante improvvise resipiscenze di Hitler – già il 15 ottobre 1943 il führer ordinava di reclutare battaglioni di “milizia” fra gli internati italiani, prima ancora dell’arrivo della missione militare della RSI a Berlino, contemporaneamente disponendo di “isolare” e “mettere al sicuro” coloro i quali facessero propaganda contraria all’arruolamento nelle nuove formazioni
Gli internati furono così impiegati nei campi e nelle fattorie, nelle industrie belliche (alcuni anche nella produzione di V2, incarico nel quale moltissimi persero la vita in condizioni disumane di lavoro), nei servizi antincendio delle città bombardate.
Secondo Lutz Klinkhammer il rifiuto di accettare l’aiuto della Croce rossa internazionale per i militari italiani internati in Germania fu basato sul pretesto che la Repubblica Sociale Italiana si era autodichiarata loro “potenza tutelatrice”, il che portò a un netto peggioramento delle loro condizioni. Tale situazione diplomatico-istituzionale condizionò negativamente la vita di centinaia di migliaia di italiani, molti dei quali morirono in prigionia. Secondo Klinkhammer questo episodio, come altri, testimonia la natura collaborazionista e persecutoria della RSI.
I rapporti con la RSI
Nonostante poi la creazione della RSI, legata a doppio filo con il Terzo Reich, l’atteggiamento tedesco nei confronti degli internati si mantenne rigido, e ben pochi miglioramenti vennero apportati alle condizioni di vita di questi soldati. Secondo lo Schreiber le condizioni giuridiche e reali degli internati furono tali che essi meriterebbero meglio l’appellativo di “schiavi militari”.
Nei fatti, l’azione personale di Mussolini, di suo figlio Vittorio e dell’ambasciatore repubblicano a Berlino Filippo Anfuso, si risolse in un mezzo fallimento: la missione militare di Rodolfo Graziani, tesa a convincere la Germania a favorire la costituzione di 25 divisioni italiane coi militari internati riuscì a ottenere solo il permesso di reclutamento fra gli ufficiali, con criteri insindacabili di scelta. Il 26 ottobre, in uno sfogo telefonico, il generale Canevari, comandante della missione militare RSI in Germania, aveva risposto all’ennesimo rifiuto da parte di Keitel di voler concedere alla RSI di procedere ad arruolamenti volontari, “mi sentirei disonorato se fra tanti internati non si trovassero cinquantamila volontari”.
Finalmente, nell’estate del 1944, con l’incontro fra il dittatore tedesco e quello italiano in Germania, Mussolini riuscì a ottenere da Hitler la conversione degli IMI in “lavoratori civili”, mitigandone le condizioni di vita. Agli ex-IMI tuttavia non fu concesso di rientrare in Italia. La memorialistica dei reduci e le carte dell’ambasciata italiana a Berlino conservate presso la National Archives and Records Administration di College Park (Stati Uniti) dimostrano come stenti, vessazioni e abusi fossero pane quotidiano anche per i soldati che ottennero lo status di “lavoratore militarizzato”.
Condizioni di vita e di lavoro
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I soldati italiani vennero avviati al lavoro coatto nell’industria bellica (35,6%), nell’industria pesante (7,1%), nell’industria mineraria (28,5%), nell’edilizia (5,9%) e nel settore alimentare (14,3%).
Le condizioni di lavoro degli IMI erano estremamente disagevoli. L’orario settimanale nell’industria pesante era in media di 57,4 ore, nelle miniere di 52,1 (circa nove ore giornaliere), ma spesso si aggiungevano turni lavorativi domenicali. Le professionalità più richieste erano gli operai specializzati, gli elettricisti, gli artigiani e i meccanici, mentre molti dei non specializzati erano utilizzati nei lavori agricoli. Il luogo di lavoro poteva distare dal campo di internamento dai due ai sei chilometri, sovente da percorrersi a piedi.
A fronte di un intenso impegno lavorativo non corrispondeva un’alimentazione adeguata. Dai racconti dei reduci si apprende che era prassi comune cercare bucce di patate e rape nelle immondizie, o cacciare piccoli animali come topi, rane e lumache per integrare le magre razioni. Gli internati, secondo le testimonianze, avrebbero dovuto ricevere un salario spettante ai prigionieri di guerra sottoposti a lavoro coatto secondo le Convenzioni internazionali, ma quel salario veniva indicato solo sulla carta e mai corrisposto. Era quasi impossibile procurarsi prodotti per l’igiene personale oppure tabacco da usare a fini personali o come merce di scambio con le guardie.
La vita quotidiana era scandita da numerosi controlli e ispezioni e frequenti erano le punizioni anche di carattere corporale con percosse che in alcuni casi provocavano lesioni mortali. Non infrequenti erano le punizioni collettive benché ufficialmente vietate come anche l’inasprimento delle condizioni lavorative o la riduzione del vitto. Gli alloggi consistevano in baracche prive di servizi igienici che ospitavano brande di due o tre piani. A ogni internato veniva assegnato un pagliericcio e due coperte corte.
Anche l’abbigliamento era insufficiente, gli internati disponevano perlopiù della divisa con la quale erano stati catturati. Cosicché quelli che provenivano dal fronte greco o balcanico indossavano divise estive, inadatte all’inverno tedesco. La malattia era spesso una conseguenza delle dure condizioni di vita. Le patologie principali erano la tubercolosi, polmonite, pleurite e disturbi gastro-intestinali. In alcuni lager scoppiarono anche epidemie di tifo.
L’unico canale di comunicazione tra il mondo esterno e gli IMI era rappresentato dal settimanale La Voce della Patria, pubblicato a Berlino dall’ottobre 1943 al settembre 1944. Il periodico cercava di mobilitare il sostegno alla RSI tra gli internati italiani, sostenendo che le azioni tedesche nei confronti dei soldati italiani fossero giustificate.
Fra gli IMI si articolò ben presto anche una rete di resistenza, anche solo in modo “passivo” vista la situazione coercitiva, contro il nazismo e il fascismo. Furono organizzate cellule e perfino delle radio clandestine.
Numero degli internati e perdite
Lo storico tedesco Gerhard Schreiber calcola il numero degli internati militari italiani in circa 800 000. Marco Palmieri e Mario Avagliano forniscono dati più dettagliati:
«In pochi giorni i tedeschi disarmarono e catturarono 1.007.000 militari italiani, su un totale approssimativo di circa 2.000.000 effettivamente sotto le armi. Di questi, 196.000 scamparono alla deportazione dandosi alla fuga o grazie agli accordi presi al momento della capitolazione di Roma. Dei rimanenti 810.000 circa (di cui 58.000 catturati in Francia, 321.000 in Italia e 430.000 nei Balcani), oltre 13.000 persero la vita causa azioni di siluramento inglesi durante il trasporto dalle isole greche alla terraferma. Altri 94.000, tra cui la quasi totalità delle Camicie Nere della MVSN, decisero immediatamente di accettare l’offerta di passare con i tedeschi.
Al netto delle vittime, dei fuggiaschi e degli aderenti della prima ora, nei campi di concentramento del Terzo Reich vennero dunque deportati circa 710.000 militari italiani con lo status di IMI e 20.000 con quello di prigionieri di guerra. Entro la primavera del 1944, altri 103.000 si dichiararono disponibili a prestare servizio per la Germania o la RSI, come combattenti o come ausiliari lavoratori. In totale, quindi 600.000 militari rifiutarono di continuare la guerra al fianco dei tedeschi»
Non è stato stabilito ufficialmente il numero degli IMI deceduti durante la prigionia. Gli studi in proposito stimano cifre che oscillano tra 37 000 e 50 000. Fra le cause dei decessi vi furono:
la durezza e pericolosità del lavoro coatto nei lager (circa 10.000 deceduti);
le malattie e la malnutrizione, specialmente negli ultimi mesi di guerra (circa 23.000);
le esecuzioni capitali all’interno dei campi (circa 4.600);
i bombardamenti alleati sulle installazioni dove gli internati lavoravano e sulle città dove prestavano servizio antincendio (2.700);
altri 5-7000 perirono sul fronte orientale.
Navi affondate mentre trasportavano prigionieri italiani dopo l’Armistizio
Gaetano Donizetti, 23 settembre 1943, Rodi, 1.796 vittime, affondato dal cacciatorpediniere britannico HMS Eclipse.
Ardena, 27 settembre 1943, Argostoli, 779 vittime, affondato da una mina.
Mario Roselli, 11 ottobre 1943, Corfù, 1.302 vittime, attacco aereo britannico.
Maria Amalia, 13 ottobre 1943, Cefalonia, 544 vittime, affondato da una mina o silurato da un sommergibile britannico (HMS Unruly o HMS Trooper).
Sinfra, 20 ottobre 1943, Creta, 2.098 vittime, attacco aereo britannico e statunitense.
Aghios Antonios – Kal 89, 19 novembre 1943, Scarpanto, 110 vittime, silurato dal sommergibile polacco ORP Sokół.
Leda, 2 febbraio 1944, Amorgos, 780 vittime, attacco aereo britannico.
Petrella, 8 Febbraio 1944, Suda, 2.670 vittime, silurato dal sommergibile britannico HMS Sportsman.
Oria, 12 febbraio 1944, Capo Sounion, 4.074 vittime, naufragato in una tempesta.
Sifnos, 4 marzo 1944, Milo, 70 vittime, attacco aereo britannico.
Tanais, 9 giugno 1944, Santorini, 213 vittime, silurato dal sommergibile britannico HMS Vivid.
Fonti:
Con la pelle appesa a un chiodo, su conlapelleappesaaunchiodo.blogspot.com. URL consultato il 4 novembre 2019.
Navi affondate in Grecia con prigionieri italiani imbarcati (DOCX), su difesa.it. URL consultato il 4 novembre 2019.
Fatti di eroismo
Molti internati militari italiani furono protagonisti di fatti o episodi eroici verso altri compagni, nella fede verso la Patria, sempre rifiutando la collaborazione con il nazismo, la R.S.I. e i tedeschi.
Tra questi si ricordano:
44 eroi di Unterlüss
Eccidio di Cefalonia
Il generale Angelo Polli, che aiutò famiglie ebree a fuggire e fu torturato senza sosta per 20 mesi nei campi di concentramento
Teresio Olivelli
Il ritorno in Italia
Alla fine della guerra risultavano 700.000 gli IMI in Germania e in Austria, oltre a 380.000 prigionieri in mano all’esercito britannico.
La maggior parte di essi ritornò in patria tra l’estate del 1945 e il 1946. Almeno 40 centri d’accoglienza furono creati nell’Italia settentrionale.
Furono le stazioni ferroviarie, e i centri d’accoglienza a esse collegati, di Modena, Bologna e Firenze, a smistare la gran massa dei rientranti. Il rientro avvenne su treni merci sovraccarichi. Il 6 giugno fu riaperta la ferrovia del Brennero, da cui cominciarono a defluire 3.000 italiani al giorno, numero che aumentò a 4.500 a partire da agosto. Nello stesso periodo furono riaperti i varchi svizzeri del San Gottardo e del Sempione, da cui defluirono molti altri ex internati.
Nel complesso, tra maggio e settembre 1945 furono rimpatriati 850.000 ex prigionieri italiani. Le autorità considerarono completo il rimpatrio di massa degli internati italiani alla fine di settembre 1945. A quella data circa l’80% degli IMI erano rientrati in Italia.
Alcune migliaia di ex IMI finirono nelle mani degli eserciti russo, francese e jugoslavo e, anziché essere liberati, continuarono la prigionia per alcuni mesi dopo la fine della guerra. Le autorità sovietiche, in particolare, rilasciarono i prigionieri italiani solo a partire da settembre 1945. In quel mese ritornarono in patria 10.000 italiani, cui si aggiunsero altri 52.000 che partirono nel mese di ottobre.
Onorificenze
Distintivo d’onore per i patrioti “Volontari della Libertà” – nastrino per uniforme ordinaria
Distintivo d’onore per i patrioti “Volontari della Libertà”
«Militari deportati nei « lager » nazisti, i quali, dal settembre-ottobre 1943 all’aprile 1945, privati arbitrariamente della qualifica di prigionieri di guerra, e delle relative garanzie di tutela, umiliati con il nome di « internati », rinunziarono ripetutamente alla liberazione loro offerta per non servire le dittature nazista e fascista.»
— 3 maggio 1945
Medaglia d’oro al valor militare all’«Internato Ignoto» – nastrino per uniforme ordinaria
Medaglia d’oro al valor militare all’«Internato Ignoto»
«Militare fatto prigioniero o civile perseguitato per ragioni politiche o razziali, internato in campi di concentramento in condizioni di vita inumane, sottoposto a torture di ogni sorta, a lusinghe per convincerlo a collaborare con il nemico, non cedette mai, non ebbe incertezze, non scese a compromesso alcuno; per rimanere fedele all’onore di militare e di uomo, scelse eroicamente la terribile lenta agonia di fame, di stenti, di inenarrabili sofferenze fisiche e soprattutto morali. Mai vinto e sempre coraggiosamente determinato, non venne meno ai suoi doveri nella consapevolezza che solo così la sua Patria un giorno avrebbe riacquistato la propria dignità di nazione libera. A memoria di tutti gli internati il cui nome si è dissolto, ma il cui valore ancora oggi è esempio di redenzione per l’Italia.»
— 19 novembre 1997
Medaglia d’onore ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti 1943-1945 – nastrino per uniforme ordinaria
Medaglia d’onore ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti 1943-1945
«Medaglia d’onore ai cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra, ai quali, se militari, è stato negato lo status di prigionieri di guerra, e ai familiari dei deceduti, che abbiano titolo per presentare l’istanza di riconoscimento dello status di lavoratore coatto.»
— istituita con legge n. 296 del 27 dicembre 2006
Rinvenimenti di salme
In un cimitero di guerra a Dresda sono state trovate le salme di 300 soldati italiani, che si presume siano stati internati nel campo di concentramento di Zeithain, in una zona militare in passato destinata all’addestramento di reparti corazzati sovietici; i corpi di altri internati militari italiani, che erano stati destinati a un lager i cui prigionieri venivano utilizzati in una fabbrica di armi, sono stati rinvenuti nelle fosse di Koselitz e Gröditz. Fra essi il tenente colonnello Michele Toldo, matricola di prigioniero 28195.(fonte)
Sul tema:
[3] Lo Stalag XB era un campo di prigionia durante l’ era nazista vicino a Sandbostel , a nord-est di Brema. L’abbreviazione sta per Stammlager “B” di Wehrkreis “X”, il che significa che era il secondo campo di prigionia di guerra del Wehrkreis X.
Originariamente era un campo del FAD ( Servizio Volontario del Lavoro Tedesco). Nell’ultimo anno di guerra, il 1945, fu utilizzato anche come campo di transito per il campo di concentramento di Neuengamme e come tappa per le marce della morte provenienti da vari campi di concentramento .
Usi
Il sito e gli edifici dello Stalag XB sono stati utilizzati nel tempo per scopi diversi:
Dopo la sua costruzione nel 1932/1933, inizialmente servì come campo per il Servizio del Lavoro del Reich .
Fino alla sua liberazione da parte delle truppe britanniche il 29 aprile 1945, lo Stalag XB Sandbostel fu un campo di prigionia e, dalla metà di aprile 1945, un campo di accoglienza per il campo di concentramento di Neuengamme e i suoi sottocampi.
Le autorità di occupazione britanniche istituirono il “Campo di internamento civile n. 2 Sandbostel” nelle baracche esistenti, uno dei sette campi di internamento nella zona di occupazione britannica .
Dopo lo scioglimento del campo di internamento nel 1948, la caserma fu presa in carico dall’amministrazione giudiziaria e fu istituito il “campo penale di Sandbostel”.
Nel 1952 la prigione venne sciolta e la caserma venne occupata dal “ campo di accoglienza d’emergenza per adolescenti maschi rifugiati dalla RDT”.
Il centro di accoglienza di emergenza fu chiuso nel 1960, ma rimase aperto per altri quattro anni per accogliere eventuali futuri rifugiati.
Nel 1964 le Forze armate federali tedesche presero in gestione il sito come deposito .
Nel 1974 il distretto di Rotenburg (Wümme) ha fondato sul sito il parco industriale “Immenhain” .
L’esistenza del parco industriale ha suscitato sempre più proteste a partire dal 1980.
Gli edifici storici sono stati posti sotto tutela monumentale nel 1992 , la Sandbostel Camp Foundation è stata istituita nel 2004 e il sito commemorativo riprogettato è stato inaugurato nell’aprile 2013 .
Cronologia
Febbraio 1926: Progettazione di un campo per prigionieri
Novembre 1932: Costruzione del campo da parte del Servizio Volontario del Lavoro Germania (FAD) / Servizio del Lavoro Bassa Sassonia e. V.
Maggio 1933: il campo di Klenkenholzer Moor viene preso in carico dal Reichslaufstelle .
Settembre 1939: Istituzione del campo di prigionia X Sandbostel (da dicembre Stalag XA, da aprile 1940 Stalag X B). Inizialmente i prigionieri polacchi vennero alloggiati in grandi tende.
1940: arrivano al campo prigionieri belgi e francesi.
Ottobre 1941: Arrivo di prigionieri serbi e sovietici. In questo momento, nel campo si trovano anche 660 marinai civili, provenienti dalle colonie delle potenze nemiche. Sono registrati come cinesi, indiani, arabi o malesi.
Inverno 1941/1942: morti di massa tra i prigionieri di guerra sovietici.
1943 Arrivo degli internati militari italiani .
1944 Dal 1° ottobre 1944, le SS presero il controllo del campo. Il conte Bassewitz-Behr divenne il capo delle SS .
1944 Arrivo delle donne polacche. Alla rivolta di Varsavia parteciparono 552 persone , tra cui 84 ufficiali, ma anche ragazze di appena tredici anni.
Dal 12 aprile 1945: circa 9500 prigionieri provenienti dal campo di concentramento di Neuengamme e dai suoi sottocampi giunsero a Sandbostel.
19/20 aprile 1945: rivolta della fame dei prigionieri dei campi di concentramento
20 aprile 1945: marcia di 300-400 prigionieri dei campi di concentramento sotto scorta delle SS da Sandbostel alla stazione ferroviaria di Bremervörde; giunsero a Flensburg con i trasporti di prigionieri dell’Olga Siemers e della Rheinfels.
29 aprile 1945: le truppe britanniche liberano il campo. All’inizio di giugno, gli ultimi prigionieri di guerra e gli internati del campo di concentramento lasciano il campo.
Giugno 1945-1948: “Campo di internamento civile n. 2” (campo di internamento per i leader delle SS e nazisti nonché per i membri delle unità di guardia dei campi di concentramento )
1948-1952: “ Istituto penale del campo di Sandbostel” come succursale del penitenziario di Celle .
1952-1960: Campo di transito per rifugiati maschi della RDT di età compresa tra 14 e 24 anni .
1956: Nell’area dello “Stammlager XB” (Campo principale XB) si trovano fosse comuni in cui è sepolta una gran parte dei prigionieri di guerra sovietici. “Nel 1945, su iniziativa dell’Amministrazione militare sovietica in Germania (SMAD), fu eretto un monumento commemorativo alto sette metri. Una targa apposta recitava in russo, inglese e tedesco: ‘Qui riposano 46.000 soldati e ufficiali russi. Torturati a morte durante la prigionia nazista’. Nel 1956, il governo del Land della Bassa Sassonia fece saltare in aria il monumento. La giustificazione: il numero delle vittime era errato.”
1957 Costruzione di una “chiesa da campo”
Dal 1963 al 1970: utilizzato dalle Forze armate federali tedesche, più recentemente come deposito.
1974: Privatizzazione del sito del magazzino. Costruzione del parco industriale di Immenhain .
1992: Gli edifici storici dell’ex Stalag e dell’Ospedale di Riserva XB vengono dichiarati monumenti storici . Viene fondata l’associazione “Sito di documentazione e memoria Sandbostel e. V.”
2004: Fondazione della “Sandbostel Camp Foundation”
2005: La fondazione ha acquisito 2,7 ettari dell’ex campeggio.
2007: Istituzione del “Memoriale del campo di Sandbostel”.
2012: Data prevista per lo status di “Sito commemorativo nazionale”
29 aprile 2013: inaugurazione della mostra permanente “Stalag XB Sandbostel – Storia e conseguenze di un campo di prigionia”.
Storia
Contesto 1926-1939
Già durante la Prima Guerra Mondiale, i prigionieri di guerra erano stati impiegati per coltivare le zone di torbiera tra Brema e Bremervörde . Nel 1926, l’Autorità Edilizia Prussiana progettò un campo di prigionia per 200 prigionieri a sud-ovest di Sandbostel per la coltivazione della torbiera di Klenkenholz (oggi: Klenkendorf). Nel 1932, il “Servizio Volontario del Lavoro della Bassa Sassonia” istituì lì un campo di lavoro, che fu rilevato dal Servizio del Lavoro del Reich (RAD) nel 1933/1935.
Prigionieri di guerra nel Teufelsmoor fino al 1941
Ricevuta di proprietà per un prigioniero di guerra
L’ufficio di gestione delle acque di Verden dovette affrontare enormi sfide nella coltivazione del Teufelsmoor (la brughiera del diavolo ). Canali e sentieri dovevano essere costruiti a mano e vaste aree dovevano essere scavate. La manodopera tedesca era scarsa, quindi i vantaggi dell’impiego di prigionieri di guerra furono presto riconosciuti. Dal 1940 in poi, locande, stalle e altri edifici furono rapidamente convertiti per ospitare i prigionieri. La priorità era il loro rapido dispiegamento. Gli alloggi erano inadeguatamente attrezzati. Persino le ispezioni del CICR e della Wehrmacht fecero poco per cambiare la situazione.
Periodo durante la guerra
Nel corso della seconda guerra mondiale, almeno 313.000 prigionieri di guerra, internati militari e internati civili provenienti da oltre 55 nazioni passarono attraverso il campo. La capienza del campo oscillò nel corso degli anni tra poche migliaia e 30.000 prigionieri. Secondo il diritto internazionale umanitario, non era consentito un trattamento differenziato basato sulla nazionalità, la religione o la razza. Tuttavia, secondo l’ideologia nazista, i prigionieri venivano trattati secondo un sistema di discriminazione.
Personale dello Stalag XB
L’amministrazione dello Stalag XB, che ospitava 10.000 prigionieri, era prevista in 98 soldati e 33 ufficiali/impiegati militari. Dopo che la popolazione dei prigionieri fu aumentata a 30.000 nel 1940, il piano del personale non fu modificato fino all’agosto del 1942, quando fu aumentato a 314 persone.
Accoglienza dei prigionieri nel campo
Il campo era sorvegliato dalla milizia locale, composta per lo più da soldati anziani o feriti, inadatti al servizio in prima linea. All’arrivo al campo, i prigionieri venivano sottoposti a visite mediche, disinfettati e fotografati. I loro dati personali venivano registrati e ricevevano una targhetta metallica con il loro numero di prigioniero di guerra. Dovevano indossare questa targhetta al collo in ogni momento. Le insegne di grado venivano rimosse dalle loro uniformi, e poi continuavano a indossarle. Il regolamento del campo stabiliva un sistema rigoroso con punizioni severe per i tentativi di fuga, il rifiuto di lavorare e la disobbedienza. Queste punizioni venivano eseguite in un campo penale speciale. Avevano anche luogo selezioni da parte della Gestapo e trasferimenti nei campi di concentramento.
Diverso trattamento delle nazionalità
All’interno del campo, il trattamento dei prigionieri di guerra variava notevolmente a seconda della loro nazionalità. L’ accordo sul trattamento dei prigionieri di guerra del 27 luglio 1929 stabiliva che i prigionieri di guerra dovevano essere trattati umanamente e protetti dalla violenza. A Sandbostel, americani e britannici erano trattati meglio di francesi e belgi; questi meglio di serbi e greci. In fondo alla gerarchia c’erano polacchi, italiani e prigionieri di guerra sovietici . Questi ultimi, in particolare, erano solitamente costretti a lavorare senza cibo fino a morire di fame.
Assistenza medica
L’assistenza medica variava drasticamente tra i prigionieri di guerra in base alla loro nazionalità. Mentre i prigionieri britannici descrivevano l’assistenza medica come buona, era inesistente per coloro che si trovavano al livello più basso della gerarchia. Le Convenzioni di Ginevra , che regolano a livello internazionale il trattamento dei prigionieri di guerra, venivano ignorate sotto ogni aspetto. I prigionieri di guerra riferivano, ad esempio, che venivano condotti esperimenti su persone vive, che i prigionieri di guerra venivano torturati e assassinati senza motivo, o che venivano lasciati morire di fame senza cibo.
Le infermerie erano prive dei beni di prima necessità: personale infermieristico, medicinali e letti. Tuttavia, i prigionieri “la cui forza lavoro doveva essere preservata” ricevevano cure mediche nell’infermeria o nell’ospedale per prigionieri di guerra Stalag XB (dal 1° aprile 1944: Ospedale di riserva per prigionieri di guerra Sandbostel). Alla fine della guerra, contava circa 2.000 posti letto.
Cultura e pratica religiosa
Alla maggior parte dei prigionieri erano consentite attività artistiche e sportive. C’erano spettacoli teatrali e musicali, così come programmi educativi, eventi sportivi e funzioni religiose. Un’immagine religiosa è visibile su un timpano vicino alla successiva chiesa cattolica del dopoguerra. Il murale, che originariamente si trovava sul muro del timpano all’interno di un edificio, risale probabilmente al 1940/1941 circa. I pannelli laterali raffigurano un angelo che suona l’arpa e un angelo che prega. Entrambi sono rivolti verso la figura centrale di Cristo. Le immagini potrebbero essere conservate nel loro stato originale sotto la sovraverniciatura bianca. Si pensa che l’artista fosse un prigioniero francese. La fotografia mostrata su un pannello informativo è probabilmente una fotografia di propaganda intesa a minimizzare le condizioni nel campo di prigionia. I prigionieri riferirono che le sale di preghiera davano loro la forza di sopravvivere. Il clero veniva inviato dalle chiese.
Tra i prigionieri c’erano gli scrittori Gaston Aufrere , Léo Malet e Giovanni Guareschi . Anche il futuro campione olimpico Viktor Chukarin era tra i sopravvissuti del campo di prigionia di Sandbostel.
Incarichi di lavoro
Lo Stalag XB comprendeva centinaia di distaccamenti di lavoro esterni, ovvero gruppi di 10-40 prigionieri di guerra alloggiati in fienili, magazzini o corridoi sorvegliati all’esterno del campo principale. Lo Stalag XB impiegava i prigionieri di guerra nella costruzione di sottomarini a Brema (vedi bunker per sottomarini Valentin ). La maggior parte dei prigionieri del campo era impiegata nell’agricoltura, nell’artigianato e nell’industria. Il campo stesso ospitava diverse officine, come una calzoleria.
All’interno del campo c’era un campo speciale per un massimo di 80 prigionieri con repressioni ancora più dure; questi venivano utilizzati per coltivare la brughiera o tagliare la torba e dovevano sopportare le pene più dure.
Prigionieri di guerra nel Teufelsmoor dal 1941 in poi
L’Ufficio di gestione delle acque di Verden elaborò immediatamente piani ambiziosi per ampliare l’impiego dei prigionieri di guerra non appena venne a conoscenza dell’arrivo di prigionieri di guerra sovietici. Una commissione, composta da rappresentanti delle imprese artigianali locali, visitò la zona e propose sistemazioni per 2.000 prigionieri. Sapendo che i prigionieri sovietici potevano essere impiegati in condizioni più dure, furono loro assegnati lavori di costruzione pesanti. A causa delle condizioni di salute precarie dei prigionieri, malattie e decessi divennero frequenti, e l’Ufficio di gestione delle acque, la Wehrmacht e le imprese edili coinvolte si accusarono a vicenda.
Lavorare per l’economia tedesca durante la guerra
Durante la guerra, ci fu una carenza di manodopera, anche in agricoltura, a causa degli uomini arruolati nella Wehrmacht. Si cercò di compensare questa carenza con i prigionieri di guerra. Contrariamente alle Convenzioni di Ginevra, i prigionieri furono impiegati anche nell’industria bellica. Ciò portò a una gerarchia basata sull’ideologia. In fondo alla scala sociale c’erano i prigionieri di guerra sovietici. Ricevevano le razioni alimentari più basse, la paga più bassa e venivano puniti più severamente. I prigionieri di guerra sovietici morti durante i lavori forzati ad Amburgo sono sepolti nel Cimitero di Guerra Sovietico di Amburgo-Ohlsdorf .
L’ospedale di riserva
Fuori dallo Stalag (campo di prigionia), si trovava l’Ospedale di Riserva XB con oltre 1.750 posti letto. Lì, i prigionieri di guerra malati venivano curati, tra gli altri, da medici che erano essi stessi prigionieri di guerra. Un primario tedesco era responsabile dell’ospedale di riserva e delle sue infermerie. L’ospedale di riserva era responsabile di tutti i prigionieri di guerra costretti a letto e inabili al servizio del Distretto Militare X.
Prigionieri del campo di concentramento di Neuengamme
Nell’aprile del 1945, almeno 8.000 prigionieri politici provenienti dal campo di concentramento di Neuengamme giunsero allo Stalag XB di Sandbostel. Furono rinchiusi in una sezione del campo delimitata solo da filo spinato e nutriti con cibo inadeguato. I prigionieri dovevano essere “evacuati” da Neuengamme su iniziativa di Karl Kaufmann , Gauleiter nazista di Amburgo , Governatore del Reich e SS-Obergruppenführer , e su ordine di Heinrich Himmler , Reichsführer delle SS . In parole povere, questo era l’ordine per le marce della morte , affinché i prigionieri non cadessero vivi nelle mani degli Alleati e non diventassero testimoni incriminanti.
Nella notte tra il 19 e il 20 aprile, durante un allarme aereo , scoppiò una rivolta della fame nella sezione sovietica del campo , che fu brutalmente repressa dalle SS e causò diverse centinaia di morti. Un gran numero di guardie SS fuggì nel caos della notte. Molti avevano scambiato le loro uniformi SS con uniformi della Wehrmacht o abiti civili. A quel tempo, c’erano 7.400 (secondo un’altra fonte, 6.800 il 29 aprile) prigionieri del campo di concentramento di Neuengamme a Sandbostel. La mattina del 20 aprile, ebbe luogo un incontro tra il rappresentante dei prigionieri di guerra (colonnello Marcel Albert) e il tenente colonnello Heinrich Westphal, che era stato nominato dal comandante del campo Lühe come suo successore. In questo incontro, Westphal chiese ai prigionieri di guerra il loro aiuto per provvedere ai prigionieri del campo di concentramento e consegnò l’intero comando del campo ai prigionieri di guerra.
La mattina presto del 20 aprile 1945 le SS e alcune guardie, insieme a diverse centinaia di prigionieri del campo di concentramento abili al lavoro, lasciarono il campo passando per Bremervörde, Stade , Stader Sand, e da qui salirono sulla nave Olga Siemers attraverso il canale di Kiel e via Kiel in direzione di Flensburg .
Tra il 20 e il 29 aprile 1945, i prigionieri ricevettero provviste di fortuna dai prigionieri di guerra nella parte adiacente del campo. Il 29 aprile, il campo di Sandbostel fu liberato dalle truppe britanniche. Almeno 3.000 prigionieri morirono di fame e tifo tra il 12 e il 29 aprile 1945 e nelle settimane successive.
Quarant’anni dopo, gli abitanti della zona tra Bremen-Farge e Sandbostel commemorarono la marcia della morte per evacuare i prigionieri costretti a lavorare nel bunker Valentin, un sottocampo del campo di concentramento di Neuengamme. Tra il 10 e il 13 luglio 1985, intrapresero la marcia commemorativa Farge-Sandbostel .
Vedi anche i trasporti di prigionieri con l’Olga Siemers e il Rheinfels
Fine della guerra nel campo di Sandbostel
Il 29 aprile 1945, l’esercito britannico liberò circa 14.000 prigionieri di guerra e 7.000 internati nei campi di concentramento. Le condizioni erano inimmaginabili. Migliaia di prigionieri erano malnutriti e malati. Cadaveri giacevano ovunque. Prigionieri emaciati vagavano in cerca di qualcosa da mangiare. C’erano sporcizia e puzza che si potevano sentire da grande distanza. 3.000 prigionieri morirono nelle prime due settimane dopo la liberazione. I soldati parlavano di un “Belsen minore”, un Belsen più piccolo.
Storia dopo il 1945
Dopo la liberazione e la cura dei prigionieri di guerra liberati nei vicini ospedali militari e in altri ospedali, l’esercito britannico istituì un campo di internamento sul terreno del campo. Nel 1948, lo stato della Bassa Sassonia assunse il complesso come carcere e dal 1952 al 1960 servì come centro di accoglienza di emergenza per giovani rifugiati maschi provenienti dalla Germania dell’Est. Nel 1963, le Forze Armate Federali Tedesche (Bundeswehr) rilevarono l’ex sito del campo e nel 1974 vi fu istituito il parco industriale di Immenhain, di proprietà del comune di Sandbostel.
Centro di accoglienza d’emergenza per rifugiati adolescenti maschi provenienti dalla RDT
A Sandbostel e Westertimke, i giovani rimanevano solitamente nei campi di accoglienza di emergenza fino a due settimane. A Sandbostel, c’erano fino a 800 uomini di età compresa tra 15 e 24 anni, e a Westertimke fino a 300 donne. Circa 100 giovani arrivavano ogni giorno a Sandbostel, sostituendo quelli che lasciavano il campo. Si stima che 250.000 persone siano passate dal campo di Sandbostel e 80.000 da quello di Westertimke.
Utilizzo da parte delle forze armate tedesche
Dopo la chiusura del campo di accoglienza di emergenza per i giovani profughi della Germania dell’Est, nel 1963 la Bundeswehr prese in carico l’ex campo di prigionia.
Il 31 marzo 1973, le forze armate federali tedesche (Bundeswehr) abbandonarono il sito di Sandbostel per mancanza di esigenze militari.
Parco industriale di Immenhain
Il comune di Sandbostel ha destinato il sito appena acquisito a parco industriale per creare nuovi posti di lavoro. Il primo degli oltre 20 edifici è stato venduto a un commerciante di legname. Seguirono un allevamento di pollame, un produttore di materiali isolanti, il deposito comunale, un maneggio e diversi grossisti. Un commerciante di surplus militare occupava diverse caserme. L’ex campo è stato utilizzato anche per le riprese cinematografiche. Fino al 2003, non vi era alcuna indicazione sul sito dell’ex campo di prigionia.
Fondazione e Memoriale
Nel dicembre 2004, ex prigionieri e residenti locali fondarono la Fondazione del Campo di Sandbostel . La fondazione ha finora acquisito un’area di 3,2 ettari dell’ex campo con baracche per preservarle dal degrado. Il Campo di Sandbostel è l’unico campo di prigionia e di concentramento nazista in Germania in cui molti edifici storici sono ancora conservati nel loro stato originale. Tra i 25 edifici ci sono baracche residenziali in legno e pietra, nonché cucine, lavatoi e latrine. Sono ancora in piedi anche l’acquedotto e un bunker di detenzione. Con i fondi della Fondazione tedesca per la protezione dei monumenti, i gravi danni causati dalle intemperie alle baracche, sia all’interno che all’esterno, vengono riparati, come stipulato in un contratto del 17 ottobre 2008. La Fondazione del Campo di Sandbostel sta consentendo a una baracca di “decadere in modo controllato”. Le altre baracche sono state “visibilmente restaurate”, in modo che sia chiaro che non si trovano più nelle condizioni originali.
Nel luglio 2009, il direttore della fondazione, Karl-Heinz Buck, sottolineò che il finanziamento annuale di 10.000 euro non era sufficiente a fermare il degrado del sito. Propose che al campo fosse concesso lo status di “Sito Memoriale Nazionale” entro il 2012, al fine di garantire ulteriori finanziamenti per la sua conservazione.
mostra permanente
La Sandbostel Camp Foundation gestisce una mostra permanente presso il Sandbostel Camp Memorial Site, incentrata sull’ex area del campo. Tra gli oggetti esposti figurano reperti provenienti dagli scavi archeologici del 2003 e del 2004, durante i quali sono stati recuperati migliaia di oggetti e manufatti. Questi forniscono informazioni sulla vita quotidiana e sulle condizioni di vita dei prigionieri di guerra, degli internati militari e dei detenuti dei campi di concentramento. La Fondazione offre anche visite guidate del sito.
restauro
Caserma “YMCA” con la mostra commemorativa sul periodo successivo al 1945
Nell’aprile 2013 sono state inaugurate due mostre permanenti sulla storia del campo. Si trovano nella “caserma gialla” (periodo fino al 1945) e nella “caserma YMCA” (periodo dopo il 1945). I costi sono coperti dal governo federale, dal Land della Bassa Sassonia, dal distretto di Rotenburg e da due fondazioni. La spesa complessiva ammonta a 1,4 milioni di euro. Nel 2009 sono stati raccolti 900.000 euro per scopi comparabili.(fonte)



