Vai al contenuto

Natalina Basile. 11 marzo 1943

Natalina Basile. 11 marzo 1943
« di 2 »

11 marzo 1943 XXI

Santa Lucia del Mela
Carissimo zio Carmelo.
Dal giorno 8 corrente mi sono trasferita
di nuovo a Santa Lucia perché, causa che
a Barcellona c’è molto pericolo di guerra
e ci sono stati molto allarmi, e lì vivevo di
continua paura perché è circondata dal mare,
e dalla stazione ferroviaria. Qui almeno
è montagna, e il pericolo è meno e spero di
essere sicura e conservata sotto il manto della
Madonna. Speriamo che finisca da pertutto
questo grande flagello, con la pace vittoriosa.
E lì a Barcellona per ora soffrivo molto anche
la fame, che non si trova nulla, all’infuori
di quella piccola razione della tessera invece
qua che sempre ci sono tanti parenti della mamma
posso trovare tutto. Io per mezzo dei parenti
della nonna ho trovato due stanze in affitto dalla cognata
il marito con una disgrazia e anche la suocera.
Qui da tre giorni mi trovo e sto benissimo. Attualmente
che sono sprovvista di carbone e


di fornello e mi manca ogni cosa per cuocere
mi fanno mangiare a tavola con loro, e non le
manca nulla, e c’è solamente la vedova Santa con
due figliole femmine e la cameriera, e mi rispettano
grandemente. Ed io pago 150 lire al mese 50 per
mensile di due camere e 100 per l’alimentazione.
Scrivimi con questo indirizzo Via Cattedrale
N. 75. Santa Lucia del Mela prov. Messina
Affettuosi saluti ed abbracci con la
speranza di rivederci alla fine
della guerra

Tua aff sa nipote
Lina

Come stà la zia
Clorinda? Io discretamente, dopo tanti disagi
e sofferenze.

Natalina Basile. 11 marzo 1943, busta
« di 2 »

All’Egregio Tenente Colonnello
Basile Carmelo[1]

Ministero della Guerra
Roma

Timbro
SANTA LUCIA DEL MELA MESSINA
13.3.43

Francobollo CENT. 50 POSTE ITALIANE

Spedire / Signora Natalina Concettina
Basile Galluppi
Via Cattedrale N 75
Santa Lucia del Mele[2]
prov. Messina

Presso Santa Colonna


Note

vers. eng

March 11, 1943 XXI
Santa Lucia del Mela
Dearest Uncle Carmelo. On the 8th of this month, I moved back to Santa Lucia because there is a great danger of war in Barcelona and there have been many alarms. I lived in constant fear there because it is surrounded by the sea and the railway station. Here, at least, it is in the mountains, and there is less danger, and I hope to be safe and protected under the mantle of the Madonna. Let us hope that this great scourge will end everywhere, with a victorious peace.
And there in Barcelona, for now, I was also suffering greatly from hunger, as there is nothing to be found except for that small ration card, whereas here, where there are always many of my mother’s relatives, I can find everything. Through my grandmother’s relatives, I found two rooms to rent from my sister-in-law, whose husband has had a misfortune, and also from my mother-in-law.
I have been here for three days and I am very well. Currently, as I have no coal or stove and lack everything I need to cook, they let me eat at the table with them, and they have everything they need. There is only the widow Santa with her two daughters and the maid, and they respect me greatly. I pay 150 lire a month, 50 for the two rooms and 100 for food.
Write to me at this address: Via Cattedrale No. 75, Santa Lucia del Mela, province of Messina.
Affectionate greetings and hugs, with the hope of seeing you again at the end of the war.
Your affectionate niece, Lina
How is Aunt
Clorinda? I am doing reasonably well, after so much hardship
and suffering.


[1] Il Tenente Colonnello Carmelo Basile era il padre di Maria Antonietta Basile e marito di Clorinda Di Ponzio.

Maria Antonietta Basile.

Nella S∴G∴L∴N∴I∴ degli Antichi Liberi Accettati Massoni di Piazza del Gesù, sedente in Roma,
Maria Antonietta Basile ricopriva il ruolo di Gr∴ Seg∴ Add∴ Relaz∴ Estere,
M. Antonietta Marziani Basile 33∴

Nel documento della CAMERA DEI DEPUTATI SENATO DELLA REPUBBLICA. IX LEGISLATURA, Doc. XXIII n. 2-quater/6/IV
COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SULLA LOGGIA MASSONICA P2
ALLEGATI ALLA RELAZIONE, SERIE Il: DOCUMENTAZIONE RACCOLTA DALLA COMMISSIONE, VOLUME VI, Loggia P2 e Massoneria. TOMO IV. ROMA 1987

– È presente alla pag. 192
GRAN SEGR.·. ADD:. RELAZ:. ESTERE  M. Antonietta MARZIANI BASILE 33:.
– A pag 178
Nella Tornata Ordinaria della Giunta Esecutiva dell’Ordine dell’8° giorno del III mese dell’A. L. 5973
Prot. n. 0/2481 – G/m
Nell’Ordine del giorno
al punto 6) Relazioni. Internazionali: Relatrice l’Elett.ma e Pot.ma Sor. Maria Antonietta MARZIANI BASILE, Gran Segretario alle Relazioni Estere ;

– A pag. 542
per: TRAITE DE “L’UNION MACONNI DE MEDITERRANEENNE”
A la suite des élections qui se sont déroulées conformément aux Règlements de l’U:.M:.M:., le.Oomité Exécutif sera composé comme suit pendant lescinq premièree annéee:
GRAN SEGR.·. ADD:. RELAZ:. ESTERE  M. Antonietta MARZIANI BASILE 33:.(fonte)

[2] Le origini di S. Lucia del Mela, l’antica Mankarru, si perdono nella notte dei tempi, con i Sicani e poi con i Siculi. Reperti greci (Padre Parisi ubica il tempio di Diana Facellina sulla sponda sinistra del Floripotamo) e due tombe romane del II secolo a.C. attestano la presenza in questi luoghi di insediamenti sicelioti e romani. Nella galleria delle carte geografiche in Vaticano, Padre Ignazio Danti, nella parte classica dipinta a rilievo, con l’italiano del tempo (1581) chiama questa città “Santa Locia”. La storica vetta del Mankarru o Mankarruna, grazie alla posizione strategica, è stata un importante presidio militare per tutte le dominazioni che si sono succedute. Sui resti di una cinta muraria ellenica in Epoca bizantina venne eretto un fortilizio, ricostruito poi tra l’837 e l’851, ai tempi dell’Emirato Islamico di Sicilia. Sul declivio del colle, durante l’Epoca islamica, venne costruita anche una moschea fortezza, trasformata poi nell’alto Medioevo nella Chiesa di S. Nicola. Nella zona esisteva, come ricorda il nome di una via, un Lavacro dei Saraceni, lavatoio pubblico riservato alle donne musulmane, ed una tomba con l’iscrizione araba andata perduta.
Con la nascita del Regno di Sicilia, il Gran Conte Ruggero I, per adempiere al voto, dopo la vittoria sugli arabi, fece costruire una chiesa ai piedi del castello dedicandola alla Santa Martire Lucia di cui era devoto (1094). Da quella data l’arcaico nome Mankarru scompare per far posto a quello cristiano di Santa Lucia. Nel 1206, con l’istituzione della prelatura nullius da parte di re Federico II di Sicilia che aveva scelto il nostro sito come luogo di svago e di riposo, il tempio ruggeriano diviene Cattedrale. Da allora ben 67 Prelati si sono succeduti sulla cattedra luciese rendendo memorabile la città che si è via via arricchita di magnifiche chiese e di numerose opere d’arte. Fatto ancor più singolare, il Prelato di Santa Lucia era insignito dell’onore di svolgere le mansioni di cappellano Maggiore del Regno di Sicilia e come tale aveva il diritto di sedere nel Parlamento siciliano all’11 posto. Re Federico III di Sicilia fece fortificare la città munendola di cinta muraria e ristrutturando il vetusto castello; Con un proclama invitò la popolazione della Piana, soggetta a ricorrenti scorrerie piratesche, a stabilirsi a S. Lucia, che venne anche ripopolata con una colonia lombarda. Fu anche sede di un’importante Giudecca, una numerosa comunità ebraica individuata nell’attuale zona della Candelora fino al 1492, anno della loro espulsione dal Regno di Sicilia. Fiorente è stata l’industria della seta e l’attività mineraria dovuta allo sfruttamento di galena argentifera. La città, in quanto demaniale, poteva vantare molte famiglie nobili. Magnifiche chiese, palazzi, fontane avanzi di architettura medievale e rinascimentale fanno di Santa Lucia del Mela una città, meta d’obbligo per gli amanti del turismo culturale.

Il primitivo toponimo di Santa Lucia del Mela
La città si cominciò a chiamare “del Mela” solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Fu infatti nella seduta consiliare del 29 novembre 1862, che gli amministratori luciesi deliberarono che la città anziché denominarsi col tradizionale “de Plano Milatii” (della piana di Milazzo), assumesse il titolo distintivo del Mela, dal fiume che le scorre accanto, sul fianco sinistro. Il nome originario di questo fiume era Melas, e secondo Tommaso Fazello, anche Milazzo (Mylas) prese il nome da esso. La vecchia denominazione de Plano Milatii, rimontava probabilmente all’XI secolo, quando il Gran Conte Ruggero I, dopo un trentennio di guerra sanguinosa, riuscì a costituire il primo embrione del Regno di Sicilia dopo la rovinosa fine dell’Emirato di Sicilia. Ma prima della nascita del Regno di Sicilia, al tempo degli Arabi e nel periodo bizantino, qual era il nome originario della città? Si deve al dotto monsignor Alfonso Airoldi, se si conosce la sua antica denominazione. Egli fu per quattordici anni, e cioè dal 1803 al 1817, prelato ordinario della Prelatura locale e trattando dell’invasione musulmana del IX secolo nelle contrade luciesi, fa sapere che il nome Mangarruna (di cui Mankarru non è che la forma sincopata) era un tempo attribuito non al colle, come al presente, ma al sottostante centro abitato. Rileggendo infatti le annotazioni dell’Airoldi al codice diplomatico arabo-siculo, si trova questa sua esplicita e chiara affermazione: «Mankarru, questo villaggio, era in quel luogo dove oggi è Santa Lucia. Il vicino monte ritiene tuttora il nome di Mankarru. Sotto gli Svevi fu destinato per sua villa dall’imperatore Federico II». Perciò non si può dubitare che Mankarru fosse il primitivo nome della cittadina.

L’invasione musulmana a Santa Lucia e la costruzione del Castello
L’epoca dell’irruzione araba nelle contrade luciesi e quindi della conseguente erezione del famoso castello, la si può arguire direttamente dai cronisti arabi, quali principalmente Al Bayan, Al Atir, An Nunvary e altri storici del tempo, assai ben conosciuti da monsignor Airoldi, prelato di S. Lucia. Al Bayan riferisce che Al Aglab Ibrahim, il quale presiedeva da Palermo al governo dell’isola, nel 222 dell’Egira (836-837 dell’era cristiana) compì due spedizioni, in una delle quali (quella capitanata da Al Fadl Yaqub) espugnò le piccole isole (le Eolie) e la fortezza di M.D. Nar (Tindari). Ibn Al Atir riporta tale vittorioso avvenimento dell’espugnazione e della susseguita distruzione di Tindari al periodo estivo del 222, quando anche la resa di Mankarru (l’odierna S. Lucia) dovette avere luogo. Basandosi su tali indicazioni e su altre personali indagini da lui compiute, può con tutta sicurezza affermare: “presa Tindari nel mese di luglio, l’esercito, rinforzato da 6.400 uomini e da altri mille mandati da Sciacca, in tutto 15.000 uomini, si pose in marcia per l’entroterra assoggettando città e castelli”. E poi, sempre in piena sintonia con i predetti cronisti arabi, continua a dire: “In settembre l’esercito si partì da Tindari, alla volta di Mankarru, T. Sah Otisarah (Randazzo), Taormina, Novara, ripassando nel tornare, per Mankarru”. Se l’accennata irruzione a Mankarru ebbe luogo nell’anno dell’Egira 222, cioè nell’837 dell’era cristiana, è del tutto logico pensare che la costruzione del castello sia avvenuta dopo tale data.
Della bicentenaria permanenza musulmana ci resta a S. Lucia (oltre l’imponente mole del castello) una misteriosa testimonianza, indicata dalla targa stradale “via o vico Lavacro dei Saraceni”, che si legge nella parte più tipicamente medievale dell’abitato. In tale Lavacro dei Saraceni, il Di Giovanni – alludendo a un massiccio edificio antico esistente tuttora in un vicino giardinetto, sotto la curva stradale, poco al di sotto del sito di detta targa – più che un bagno riconosce una tomba: “… e a me è parso – egli scrive – l’avanzo di una tomba musulmana, quadrata con cupola sopra, al muro della quale era un lapide marmorea con iscrizione, che, o fu distrutta per ignoranza ovvero rubata, restando visibile il posto dov’era murata internamente”. Monsignor Salvatore Cambria – che fu a S. Lucia ispettore onorario ai monumenti – precisa ancor più: “ Nel 1931 notai che la costruzione, a pianta quadrata, a muri dello spessore di oltre un metro in conci tufacei squadrati, come si rileva là dove l’intonaco – per adibire l’ambiente a costerna – è cascato. Il lato rivolto a est ha una finestra a tutto sesto, attraverso la quale si può osservare l’interno; termina con una cornice sagomata al di sopra della quale si nota il luogo dov’era incastonata la lapide”. “È una costruzione di forma quadrata – ripete lo storico luciese Carmelo Maggio – nella valle, a piè del quartiere già occupato dagli Arabi nel IX secolo. Due arcate di travertino, l’una rivolta a nord e l’altra a oriente, servivano di luce e di accesso al tempio[…]” . Come si vede, si tratta di un edificio assai antico e di non poca importanza archeologica – dato che esso – solo in tempo posteriore trasformato a cisterna – è abbastanza staccato dal groviglio delle viuzze, ove è posta la predetta targa stradale, dovrebbe trattarsi – come sostiene padre Giovanni Parisi – non di una ma di due distinte memorie saracene: quella di una tomba sepolcrale o cimiteriale, e quella del Lavacro vero e proprio dentro l’abitato, indicato ancora dalla targa. Il quale Lavacro non dovette essere propriamente una piscina o vasca per bagno, come potrebbe supporsi, ma piuttosto un comune lavatoio, riservato – secondi i rigidi regolamenti in vigore durante la dominazione – alle donne saracene. Il Casale di Santa Lucia – data la sua non poca importanza del castello e l’amenità e feracità delle sue campagne – avrà dovuto ospitare una cospicua colonia di gente musulmana, e quindi avrà dovuto avere anche in Mankarru, un proprio ghetto o “rabato”, come veniva allora chiamato il quartiere delle loro abitazioni, un proprio luogo di culto o moschea (sul sito dove sorge la chiesa di San Nicola), un proprio cimitero (nel sopracitato giardinetto, negli anni sessanta degli scavi hanno riportato alla luce delle ossa umane) e, naturalmente, un lavatoio riservato alle proprie donne.

La Prelatura Nullius di Santa Lucia del Mela
La più antica notizia riguardante la locale chiesa si riscontra in due diplomi del conte Ruggero dell’anno 1094: “Ecclesiam Sanctae Luciae sitam in campania Milatii”. In un documento datato sempre 1094, Roberto, primo vescovo di Messina, nomina per prima, tra le chiese riedificate dal conte Ruggero, quella di Santa Lucia. Anche il re Ruggero, in un suo diploma del 1124, nomina subito dopo la chiesa di Patti quella di Santa Lucia. Nel 1132, il re Ruggero II, nel palazzo reale di Palermo, fondava una grandiosa e monumentale Cappella che affidava a un cappellano maggiore, il quale venne insignito di una propria sede nel 1206, essendo Stato preposto alla chiesa di S. Lucia de Plano Milatii. Proprio in quell’anno, essendo morto Stefano, vescovo di Patti e Lipari, l’imperatore Federico II (o chi per lui, essendo ancora in minore età) staccò il territorio di S. Lucia dalla diocesi di Patti e lo cedette al suo cappellano maggiore Gregorio Mostaccio (di chiare origini luciesi), che risulta in tal modo il primo prelato della più antica prelatura “nullius” (cioè, di nessuna diocesi), come risulta anche dall’Annuario pontificio. Questa prelatura, territorialmente piccola, è da considerarsi grande per il patrimonio storico, artistico, culturale che rappresenta e luogo privilegiato di fede. Basti ricordare il beato Antonio Franco che ha tracciato una scia luminosa per esempio di virtù e santità. Non a caso papa Giovanni XXIII nella bolla di nomina di mons. Francesco Tortora (64º prelato), che resse la Prelatura dal 1962 al 1972, dichiarava: “La Prelatura di S. Lucia del Mela è stata resa nota e illustre dalla sua storia, dalla bellezza delle sue chiese e dalla sentita pietà dei suoi abitanti, ravvivata dallo zelo dei suoi presuli”. In seguito al riordino delle Circoscrizioni ecclesiastiche, con decreto della Santa Sede, nell’ottobre del 1986, la prelatura di Santa Lucia del Mela e la Diocesi di Lipari venivano unite all’arcidiocesi di Messina, che assumeva la nuova denominazione di Arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela. La Cattedrale luciese e quella di Lipari diventano concattedrali, e i rispettivi santi patroni Lucia e Bartolomeo patroni dell’Arcidiocesi.(fonte)


In quei giorni…

Lo sbarco in Sicilia (nome in codice operazione Husky) è stata un’importante campagna militare svoltasi nel contesto della seconda guerra mondiale. L’operazione fu attuata dagli Alleati sulle coste siciliane nelle prime ore del 10 luglio 1943, con l’obiettivo di aprire un fronte nell’Europa continentale e invadere e sconfiggere il Regno d’Italia, concentrando in un secondo momento i propri sforzi contro la Germania nazista. Dopo la caduta di Pantelleria (operazione Corkscrew), fu la prima grande operazione delle truppe alleate sul suolo italiano durante la guerra e segnò l’inizio della campagna d’Italia.

Lo sbarco in Sicilia costituì una delle più grandi operazioni anfibie della seconda guerra mondiale. Vi presero parte due grandi unità alleate: la 7ª Armata statunitense al comando del generale George Smith Patton e l’8ª Armata britannica al comando del generale Bernard Law Montgomery, riunite nel 15º Gruppo d’armate sotto la responsabilità del generale britannico Harold Alexander. Le due armate sbarcarono nella zona sud-orientale della Sicilia con il compito di avanzare in contemporanea all’interno dell’isola: la 7ª Armata di Patton avrebbe dovuto avanzare verso Palermo e occupare la parte occidentale dell’isola, mentre l’8ª Armata di Montgomery avrebbe dovuto marciare lungo la parte centro-orientale della Sicilia verso Messina, compiendo in linea teorica un’azione a tenaglia che avrebbe dovuto imprigionare le forze dell’Asse, raggruppate nella 6ª Armata italiana comandata dal generale Alfredo Guzzoni.

Dal punto di vista tattico la campagna ebbe un esito deludente per gli Alleati, che non riuscirono a impedire la ritirata delle truppe italo-tedesche del generale Hans-Valentin Hube (che ai primi di agosto subentrò a Guzzoni) verso l’Italia continentale. Da un punto di vista strategico-politico, invece, la campagna fu molto positiva, l’invasione della Sicilia ebbe decisiva influenza in Italia: favorì la destituzione di Benito Mussolini, la caduta del fascismo e il successivo armistizio di Cassibile, con cui le forze armate italiane cessarono le ostilità contro gli anglo-statunitensi.

Premesse

Lo stesso argomento in dettaglio: Secondo fronte e Conferenza di Casablanca.
Sin dalla fine del 1941, soprattutto sotto la spinta del capo di Stato sovietico Iosif Stalin, il cui esercito (l’Armata Rossa) era allora duramente impegnato a contrastare l’avanzata della Wehrmacht sul fronte orientale, gli Alleati tennero una serie di conferenze con l’obiettivo di pianificare l’apertura di un secondo fronte in Europa per alleggerire la pressione tedesca a est. In una prima conferenza di Washington (Arcadia), cui presero parte il primo ministro britannico Winston Churchill e il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, fu stabilito che un attraversamento in forze della Manica nel 1942 sarebbe stato difficile. Solo durante la seconda conferenza di Washington (giugno 1942), dopo la visita in occidente del ministro degli esteri sovietico Vjačeslav Michajlovič Molotov, i massimi vertici politico-militari alleati decisero di affrontare la questione del “secondo fronte”. La delegazione britannica si scontrò subito con quella statunitense, che aveva nel suo capo di stato maggiore, generale George Marshall, un convinto assertore della teoria che l’attacco all’Europa occupata dovesse passare dalla via più breve e diretta: uno sbarco sulle coste settentrionali francesi. La discussione fu subito aspra e alla fine prevalsero i britannici, che convinsero Marshall e Roosevelt a organizzare un’offensiva contro le forze collaborazioniste francesi in Algeria e Marocco e, quindi, chiudere in una morsa (con l’8ª Armata britannica del generale Bernard Law Montgomery proveniente da est) tutte le forze dell’Asse schierate in Nordafrica, compreso il famoso Deutsches Afrikakorps del feldmaresciallo Erwin Rommel.
I sovietici criticarono la scelta strategica, ritenendo che essa non avrebbe distolto un numero sufficiente di forze tedesche dal fronte orientale; Churchill cercò, con scarso successo, di convincere Stalin, promettendo che, una volta assicurato il controllo del Nordafrica, sarebbe seguita un’invasione dell’Italia (definita come il «ventre molle» dell’Asse). L’8 novembre 1942 ebbe inizio l’operazione Torch, lo sbarco in Algeria e Marocco, e nel giro di qualche mese le forze alleate cominciarono a capovolgere la situazione sia in Africa sia sul fronte orientale, mentre i bombardieri anglo-statunitensi colpivano i centri industriali della Germania e dell’Italia settentrionale. Alla fine del 1942 Churchill e Roosevelt decisero di incontrarsi nuovamente, con l’obiettivo di pianificare la strategia globale nei mesi a venire. La conferenza si tenne a Casablanca (14-24 gennaio 1943). Fin da subito si palesarono le divergenze di opinioni tra i due stati maggiori, americano e britannico: l’ammiraglio Ernest King, comandante supremo della United States Navy, premeva per concentrare gli sforzi statunitensi sul fronte del Pacifico; il generale Alan Brooke, capo di stato maggiore britannico, era invece fedele al concetto del Germany first (strategia secondo la quale gli Alleati avrebbero dovuto impegnarsi a sconfiggere anzitutto il Terzo Reich e solo dopo l’Impero giapponese) e di un impegno prioritario in Europa. Ancora una volta i britannici riuscirono a imporsi perché, a differenza degli statunitensi, che mancavano di concrete alternative operative (eccettuata una generica proposta di Marshall di trasferire le truppe alleate in Gran Bretagna quando il fronte africano si fosse chiuso), avevano con sé piani particolareggiati per l’invasione della Sicilia (nome in codice Husky) o della Sardegna (Brimstone): la discussione si basò dunque su questi argomenti.

Il generale Marshall non poté non riconoscere che un attacco in Sicilia, assai meglio che in Sardegna, avrebbe comportato due evidenti vantaggi: impegnare a fondo le numerose forze dell’Asse per la difesa dell’isola e, conquistandola, rendere più navigabile il Mediterraneo, velocizzando le comunicazioni navali tra il Pacifico e l’Atlantico. Il 22 gennaio 1943, nella riunione conclusiva, si decise che a partire dal mese di giugno era autorizzata l’invasione anfibia della Sicilia; le forze alleate furono riunite sotto il comando unificato del generale Dwight Eisenhower (e del suo capo di stato maggiore Walter Bedell Smith), che prese la guida dell’Allied Forces Headquarters – Mediterranean. Eisenhower godeva della massima stima di Marshall e si era messo bene in luce durante l’operazione Torch per le sue abilità politiche e il tatto diplomatico, qualità ritenute essenziali per un comandante supremo di forze multinazionali. L’apparato militare sotto il generale americano, invece, fu spartito tra ufficiali britannici: l’esercito fu assegnato al generale Alexander, la marina all’ammiraglio Andrew Cunningham, l’aeronautica al Maresciallo dell’aria Arthur Tedder. Il generale Brooke accolse con grande soddisfazione questa organizzazione, che, egli riteneva, avrebbe garantito enormi libertà ai britannici, tanto da annotare sul suo diario: «avevamo spinto Eisenhower nella stratosfera e nella rarefatta atmosfera di un comandante supremo».

Durante la conferenza furono discussi anche temi squisitamente politici, soprattutto per mitigare la diffidenza di Stalin nei confronti degli Alleati. Il capo di Stato sovietico fu rassicurato dalla dichiarazione che la guerra sarebbe finita solo con la resa incondizionata della Germania nazista e dell’Italia fascista, scongiurando il timore di Stalin di un’“alleanza capitalistica” tra Germania e paesi occidentali in funzione antisovietica. La decisione circa la resa incondizionata dell’Italia fu dettata soprattutto dalla volontà politica del gabinetto di guerra britannico, che preferiva impegnare la Germania in Italia, paese tra i più deboli all’interno dell’Asse. Churchill, infatti, prevedeva la caduta del fascismo e di Benito Mussolini, e un cambiamento di alleanze da parte della monarchia sabauda, tanto da condividere con Roosevelt l’idea di escludere l’Italia dalla richiesta di resa incondizionata; il gabinetto di guerra e il capo dell’opposizione, Clement Attlee, diedero alla fine il loro netto rifiuto. Le delegazioni lasciarono Casablanca sull’onda di notizie incoraggianti: l’8ª Armata britannica era entrata a Tripoli, a Stalingrado la 6ª Armata tedesca era ormai prossima alla distruzione e l’Armata Rossa avanzava in Ucraina orientale. Il generale Marshall rimase tuttavia deluso dai risultati della conferenza, convinto della secondaria importanza di un fronte in Italia rispetto a quello principale che si sarebbe dovuto aprire in Francia. Non della stessa opinione era il ministro degli esteri italiano, Galeazzo Ciano, il quale scrisse sul suo diario: «Giunge notizia della conferenza di Casablanca. Troppo presto per dare un giudizio, ma sembra una cosa seria, molto seria. Non approvo né condivido le facili ironie della nostra stampa».

Anche in seno agli alti comandi dell’Asse ci si interrogava sul luogo in cui sarebbe stato attuato il prevedibile sbarco. In linea generale, gli italiani (e Mussolini per primo) pensavano che lo sbarco sarebbe stato effettuato in Sicilia; erano dello stesso parere il generale Vittorio Ambrosio, succeduto al maresciallo Ugo Cavallero come capo di stato maggiore italiano, e il generale Alfredo Guzzoni, comandante delle forze in Sicilia. I tedeschi invece prevedevano un’invasione della Sardegna o della Corsica e di conseguenza limitarono l’afflusso di truppe tedesche in Sicilia; peraltro, erano al corrente che le difese sull’isola erano assai modeste e ritenevano impossibile mantenerne il controllo se attaccata in forze, senza contare il concreto rischio che le forze dislocate vi potessero essere tagliate fuori. Hitler, inoltre, già cominciava a diffidare dell’alleato e preferì disporre le sue divisioni in modo che fossero pronte a intervenire o per contrastare manovre alleate o per rispondere energicamente a un’eventuale defezione italiana.

Pianificazione
Durante i primi giorni di gennaio 1943, venne costituito un gruppo strategico, la HQ Force 141 del generale Charles Gairdner, insediatasi nell’École Normale Bouzareah, nei pressi di Algeri, per studiare i piani d’invasione anglo-statunitensi. Dopo il rientro di Roosevelt a Washington, la preparazione dello sbarco fu accelerata; i capi dello stato maggiore congiunto confidavano in tempi rapidi e Marshall indicò ad Eisenhower la fine di marzo o al massimo la prima decade di aprile come data limite per gli sbarchi. Il generale ordinò ai suoi di attivarsi per effettuare uno sbarco in primavera, anche se era ben consapevole che le previsioni meteorologiche indicavano quale periodo più adatto quello compreso tra il 28 giugno e il 10 luglio 1943, perché illune.

A metà febbraio fu deciso che gli sbarchi sarebbero stati attuati da due armate: l’8ª britannica del generale Montgomery e la neocostituita 7ª statunitense al comando dell’aggressivo generale Patton. Inizialmente l’HQ 141 prevedeva molteplici sbarchi da effettuarsi nei primi tre giorni di operazioni, allo scopo di catturare i porti ritenuti fondamentali (Siracusa e Palermo) e imporre all’aviazione italo-tedesca una dispersione che avrebbe nociuto all’efficacia della sua reazione, proteggendo in questo modo la flotta come richiesto dall’ammiraglio Cunningham. Le truppe aviotrasportate a disposizione sarebbero state invece paracadutate in Calabria, bloccando l’afflusso di rinforzi dell’Asse attraverso lo Stretto di Messina. Questo progetto iniziale tuttavia fu sottoposto a severe critiche e venne perciò ampiamente rivisto: fu deciso di concentrare gli sbarchi nel sud-est dell’isola, attorno a Comiso, dove peraltro esistevano parecchi aeroporti. Il generale Alexander non aveva molta fiducia nella capacità combattiva delle truppe statunitensi e decise che gli sbarchi sarebbero stati eseguiti dalla sola 8ª Armata; una divisione statunitense avrebbe tenuto il lato sinistro della costa selezionata per l’attacco anfibio e i lanci aviotrasportati sarebbero avvenuti in Sicilia, al fine di effettuare una diversione subito dietro le zone di sbarco.

Dopo una prima analisi del piano, gli stati maggiori di Londra e Washington stabilirono di eseguire gli sbarchi nella penisola di Pachino e vicino a Sciacca: se fossero riusciti, le truppe avrebbero potuto marciare subito su Palermo. Il 6 aprile questa variante divenne operativa, ma fu subito respinta dal generale Montgomery, che la considerò «senza alcuna speranza di successo»; egli si lamentò ripetutamente con il generale Alexander, rifiutò quello che considerava un eccessivo frazionamento degli sbarchi e propose di far prendere terra all’8ª Armata tra Pachino e Avola, di modo che Siracusa e Augusta fossero rapidamente occupate, con immediato vantaggio e semplificazione delle operazioni di rifornimento. Previde anche uno sbarco in forze degli americani a Gela, cui doveva essere demandata la difesa del fianco sinistro britannico e la conquista degli aeroporti nella zona di Comiso. Era un piano logico e chiaro, anche se poco ambizioso e privo di audacia: non contemplava infatti il possesso immediato dello strategico stretto di Messina, preferendo invece agevoli sbarchi a terra, la costituzione di teste di ponte dove ammassare una grande quantità di uomini e mezzi, e quindi una metodica penetrazione nell’entroterra. Montgomery non contemplò la possibilità di sorprendere il nemico, sacrificando qualunque “azzardo” a favore di un progetto di sicura riuscita con “rischi calcolati”.
Il piano definitivo per Husky fu in sostanza quello insistentemente proposto dal generale britannico. Coinvolgeva sette divisioni (quattro britanniche e tre statunitensi) che sarebbero sbarcate nella Sicilia sud-orientale in ventisei punti lungo 150 chilometri di costa. Le truppe sarebbero state precedute da aliquote di due divisioni aviotrasportate, un’innovazione che costrinse gli Alleati ad attaccare durante il secondo quarto di luna di luglio, quando il chiarore sarebbe stato sufficiente per permettere ai paracadutisti di vedere senza compromettere la sicurezza della flotta lungo la rotta d’avvicinamento finale. Nel complesso furono schierate tredici divisioni. Il 2 maggio, ad Algeri, si svolse la riunione definitiva, che fissò al 10 luglio la data dell’operazione. Il generale Alexander comunicò a Montgomery che «il suo piano è stato approvato dal comandante in capo» e il generale britannico fu messo a capo dell’East Task Force (ETF) formata in tutto da sei divisioni, mentre Patton assunse il comando della West Task Force (WTF) con cinque divisioni. Al contempo, si diede la massima accelerazione allo sforzo organizzativo, congiunto ad una complessa azione di depistaggio e inganno sulle reali intenzioni degli Alleati, denominata operazione Mincemeat (“carne tritata”). All’interno dell’alto comando italiano prevaleva intanto il pessimismo: a Roma, durante un vertice militare, il generale Mario Roatta spiegò che lo sbarco previsto dagli Alleati si poteva ostacolare, ma non impedire; l’ammiraglio Arturo Riccardi, capo di stato maggiore della Regia Marina, escluse in partenza qualsiasi azione delle sue forze da battaglia contro la flotta nemica..

Nel frattempo migliaia di imbarcazioni alleate si stavano riunendo lungo le coste meridionali del Mediterraneo, «la flotta più gigantesca di tutta la storia mondiale», come osservò l’ammiraglio statunitense Henry Kent Hewitt. La flotta fu suddivisa in due task force, la Eastern Naval Task Force e la Western Naval Task Force; la prima, formata soprattutto da navi della Mediterranean Fleet, era comandata dall’ammiraglio britannico Bertram Ramsay e distribuita nei porti di Libia ed Egitto; la seconda, formata soprattutto da navi provenienti dalla United States Eighth Fleet, era comandata dall’ammiraglio Hewitt e basata in sei porti algerini e tunisini. Infine, una divisione canadese sarebbe giunta direttamente dal Regno Unito. La 7ª Armata contava circa 80 000 uomini; l’8ª Armata ne aveva più o meno altrettanti; altri, di rinforzo ad entrambe, sarebbero sbarcati successivamente. Tutte le unità dovevano riunirsi il 9 luglio in mare, al largo di Malta; per nascondere agli italo-tedeschi l’assembramento di quasi 3 000 navi si contava sull’effetto sorpresa, sulle operazioni di depistaggio come Mincemeat e su severe restrizioni imposte dalla censura alle lettere che gli uomini scrivevano alle famiglie. Un importante vantaggio strategico derivò in particolare dalla supremazia aerea alleata, che rese in pratica impossibili efficaci ricognizioni, incursioni o azioni di interdizione alla Luftwaffe e alla Regia Aeronautica. A tale scopo, a partire dal 2 luglio, i campi di aviazione in Sicilia furono sottoposti ad attacchi massicci e continui, che indebolirono sensibilmente le forze aeree dell’Asse.

Mincemeat e Ultra
Tra i preparativi per la complessa invasione anfibia vi fu anche una serie di azioni di depistaggio per confondere i tedeschi sul reale obiettivo degli sbarchi. Una flotta anglo-americana salpò dalla Gran Bretagna verso la Norvegia, per indurre i tedeschi a credere che lì sarebbe stato aperto il secondo fronte. Nel Mediterraneo altre navi da guerra britanniche si diressero verso la Grecia, per poi invertire la rotta nella notte e puntare su Malta. Inframmezzate a queste finte vi erano azioni di carattere propagandistico per intaccare il morale degli italiani, come il lancio di otto milioni di volantini ai primi di luglio; alcuni contenevano il messaggio «La Germania combatterà fino all’ultimo italiano» e altri mostravano le città d’Italia che potevano essere raggiunte dai bombardieri alleati basati in Nordafrica, con la scritta «Ringraziate Mussolini». I britannici costituirono un’armata fittizia, la 12ª, ufficialmente schierata in Egitto e incaricata di invadere la Grecia in estate: vennero costruiti mezzi da sbarco, camion e pezzi d’artiglieria in legno e cartone; l’operazione peraltro fu inutile, giacché le ricognizioni italo-tedesche sull’Egitto furono rare a causa della supremazia aerea degli Alleati e della scarsità di mezzi aerei dell’Asse. Sempre per confondere il nemico, gli Alleati fecero anche trapelare la notizia che, alle operazioni della 12ª Armata, sarebbero stati affiancati gli sbarchi dell’8ª Armata sulle coste meridionali della Francia e della 7ª Armata in Sardegna e Corsica.

Infine fu organizzata una manovra di depistaggio particolarmente complicata (operazione Mincemeat): il sommergibile HMS Seraph rilasciò davanti alle coste spagnole il cadavere di un uomo morto tempo prima di polmonite, con al polso una valigetta piena di documenti riguardanti il fittizio sbarco in Grecia; il corpo fu ripescato dinanzi alla città di Huelva e identificato (grazie alle carte che aveva indosso) come il fantomatico maggiore britannico William Martin, componente dello stato maggiore di Lord Louis Mountbatten. Le autorità spagnole passarono subito all’Abwehr il materiale e gli agenti tedeschi solo apparentemente furono ingannati: l’alto comando della Wehrmacht a Berlino si preparò a contenere eventuali sbarchi Alleati anche in Sardegna e nel Peloponneso, mentre i comandi italo-tedeschi in Italia non si impensierirono più di tanto e non si verificarono spostamenti di truppe dalla Sicilia verso altre località, o una particolare riduzione dell’afflusso di rinforzi nell’isola.

Al contempo, lo spionaggio britannico si impegnò nella raccolta di informazioni, costituendo al Cairo un ufficio dove raccogliere tutta la posta spedita dall’Italia ai soldati prigionieri. Le lettere erano state sottoposte alla censura italiana, ma gli analisti dell’Intelligence Service vi reperirono ugualmente numerose utili notizie: riuscirono a dedurre riferimenti allo schieramento dei reparti italiani, ai trasferimenti di truppe, al morale della popolazione abbattuto dai pesanti bombardamenti, ai provvedimenti del regime e ai razionamenti dei viveri; in Italia erano carenti i generi di prima necessità, l’industria bellica era intralciata da scioperi, le linee di comunicazione erano parzialmente danneggiate e mancava anche l’illuminazione nelle case private.

Grazie a Ultra e alle squadre di agenti segreti ad Algeri e Malta, il generale Eisenhower era molto ben informato sulle forze del nemico e sulla loro dislocazione. Al momento dell’approvazione del piano di Montgomery, il comandante supremo conosceva inoltre le difficoltà della Regia Marina, l’unica forza navale dell’Asse di una certa consistenza: mancava di radar efficienti, non disponeva di sufficienti riserve di combustibile e non era riuscita a ultimare l’unica portaerei in cantiere, l’Aquila. La Regia Aeronautica, indebolita dalla perdita di circa 2 000 velivoli negli ultimi dieci mesi di guerra, non rappresentava un grave ostacolo e non era in grado di eseguire esplorazioni a lungo raggio sugli ancoraggi della flotta alleata.

Il ruolo dell’intelligence e l’AMGOT
L’attacco all’Italia fu deciso dagli anglo-americani a Casablanca nel gennaio 1943; tuttavia fin dall’autunno 1942 il presidente Roosevelt aveva assegnato al colonnello William Joseph Donovan il comando dell’Office of Strategic Services (OSS), con l’obiettivo di raccogliere informazioni per future operazioni militari nella penisola. L’ufficiale mise al comando della “sezione Italia” l’agente Earl Brennan, che disponeva di molti contatti nell’ambiente antifascista italiano. Fu Brennan che propose di creare una sezione per lo spionaggio in Italia e, a tale scopo, ottenne il permesso da Donovan di reclutare sei agenti di origine italiana, tra cui due avvocati (Victor Anfuso e Vincent Scamporino) che avrebbero dovuto fornire informazioni utili agli Alleati; a capo di costoro fu posto il militare Biagio Massimo Corvo, figlio di emigranti siciliani antifascisti. Nell’inverno 1943 la “sezione Italia” dell’OSS si stabilì ad Algeri e i sei agenti iniziarono la loro azione di spionaggio e raccolta di informazioni sulle difese costiere siciliane, i campi minati in mare, le sedi di comando, i piani e la dislocazione delle truppe, le loro dotazioni. Presto il gruppo allargò anche agli Stati Uniti la propria rete di collaboratori, attraendo immigrati di prima e seconda generazione legati sia a organizzazioni di destra sia di sinistra moderata. L’OSS pensava, oltre allo sbarco in Sicilia, anche all’Italia del dopo Mussolini e, in questo contesto, l’azione della squadra di Corvo riallacciò i rapporti tra gli immigrati negli Stati Uniti e i loro conoscenti in Sicilia.

In contemporanea era stato istituito l’Allied Military Government of Occupied Territories (AMGOT), al comando del generale Alexander e con gli affari civili delegati al maggiore generale Francis Rennell Rodd, a cui solo formalmente era sottoposto il colonnello italo-americano Charles Poletti. Quest’ultimo, nominato direttore degli Affari civili, godette di notevole libertà nella scelta degli uomini che avrebbero dovuto amministrare l’isola. Riguardo all’attività di Poletti, nel dopoguerra, sono state divulgate storie fantasiose circa la collaborazione tra Alleati e mafia siciliana, con il coinvolgimento del boss Lucky Luciano che avrebbe usufruito della libertà concessagli dal governo statunitense in cambio del suo impegno a creare un movimento di resistenza in Sicilia prima dell’invasione. La collaborazione di Luciano, come quella di Calogero Vizzini e di Giuseppe Genco Russo, che secondo alcune teorie avrebbero poi avuto campo libero nella gestione politico-economica dell’isola in riconoscimento dell’appoggio fornito, non sono supportate da prove concrete e una commissione d’inchiesta del Senato italiano, riunita nel dopoguerra, non trovò riscontri. La presenza di mafiosi nelle cariche pubbliche siciliane a partire dalla fine dell’estate 1943 si spiega soprattutto con il caos provocato dall’invasione, nonché con la mancanza di una politica ben definita prima dell’insediamento dell’AMGOT: questo periodo di transizione favorì i mafiosi che, al momento dell’arrivo degli Alleati, riuscirono a farsi rilasciare dalle carceri spacciandosi per prigionieri politici antifascisti. Le autorità fasciste furono estromesse e il vuoto di potere fu rapidamente riempito da esponenti mafiosi, che ricostruirono una rete di controllo del mercato nero, dato che la struttura della mafia in Sicilia, i suoi contatti e la sua forza politica e sociale erano rimasti sempre attivi e dinamici nonostante la propaganda fascista affermasse il contrario[N 4].
Operazioni preliminari
La campagna aerea
Verso la metà del giugno 1943 il Mediterranean Air Command (MAC)[N 5] cominciò ad applicare il sistema degli attacchi senza tregua alle principali vie di comunicazione, ai porti e agli aeroporti dell’Italia meridionale e insulare, talvolta mantenendo un obiettivo sotto bombardamento per ventiquattr’ore consecutive. In Algeria, Tunisia, Libia, Egitto e Malta affluirono oltre mille nuovi velivoli anglo-statunitensi di rinforzo a quelli già presenti e il Bomber Command del maresciallo Arthur Harris dislocò a Hosc Raui in Libia il 462º Squadrone australiano di bombardieri quadrimotori Handley Page Halifax; a Malta furono inoltre costruiti nuovi aeroporti, base per 600 velivoli militari e da trasporto nonché per i moderni Supermarine Spitfire e cacciabombardieri muniti di razzi ad alto esplosivo da 25 e 60 libbre, molto efficaci nel bombardamento in picchiata su piccole navi e ferrovie.

Nonostante lo spiegamento imponente di flotte aeree e i duri colpi sopportati dalla rete di comunicazioni e dalle industrie italiane, il traffico navale dalla Calabria per la Sicilia registrava ancora, nell’estate 1943, una capacità teorica giornaliera di trasporto pari a circa 40 000 uomini completi di equipaggiamento bellico o di 7 500 uomini e 750 automezzi. La paralisi dei collegamenti con la Calabria fu uno dei maggiori assilli di Eisenhower e lo stretto di Messina divenne l’obiettivo primario della Northwest African Air Forces del generale Spaatz, con precedenza assoluta sugli aeroporti sardi e siciliani. Il 6 giugno intense incursioni colpirono pesantemente tutti i centri prospicienti lo stretto, infliggendo gravi distruzioni soprattutto a Reggio Calabria; il giorno dopo Messina fu martellata per tutto il giorno; il 12 e il 13 giugno i Consolidated B-24 Liberator della 9th United States Air Force colpirono entrambe le sponde dello Stretto e il 18 una forza di 76 Boeing B-17 Flying Fortress devastò Messina, senza riuscire a danneggiare seriamente gli scali dei traghetti. Il 19 e il 20 i B-24 si accanirono nuovamente su Reggio Calabria e bombardarono anche Villa San Giovanni, scardinando le rotaie sulle quali viaggiavano i treni carichi di rinforzi, armi e munizioni per la Sicilia: i genieri italo-tedeschi, tuttavia, li ripristinarono in brevissimo tempo. Il 21 l’attacco fu ripetuto su Villa, Reggio Calabria e Messina dai velivoli del Middle East Air Command; quindi il 25 giugno Messina fu ancora obiettivo di 130 B-17 appartenenti al 2º, 97º, 99º e 301º Gruppo, che sganciarono 272 tonnellate di bombe sia nella zona del porto sia nella zona residenziale; le notti del 26, 28, 29 e 30 giugno i Vickers Wellington colpirono ancora Messina, Reggio e Villa San Giovanni. In quel periodo nacque tra gli aviatori alleati la cruda espressione Messina in a mess (“Messina nei guai”).
Anche le città costiere della Sicilia furono bombardate. Siracusa fu colpita duramente dai Wellington il 18 giugno e dai cacciabombardieri il 20, mentre Catania ebbe una sessantina di morti il 9 e altre vittime il 12 e il 13 giugno. Il 20 giugno il governo italiano diede tre settimane agli abitanti delle città costiere siciliane e di Napoli per sfollare, dato che le coste meridionali, compresa quella adriatica, erano state dichiarate zone di guerra. Sulla punta nord-occidentale della Sicilia furono bersagliati gli aeroporti di Borizzo e Milo nei pressi di Trapani (che subì otto bombardamenti in 12 giorni) e di Boccadifalco in provincia di Palermo; la città stessa fu bombardata il 12 e il 15, nella notte del 27 e infine il 30 dai B-17. Nell’ultima decade del mese i Wellington della Strategical Air Force della NAAF si concentrarono sulle linee di comunicazione costiere a sud di Napoli, Salerno e Battipaglia, quest’ultima colpita il 21 dai bimotori North American B-25 Mitchell: si ebbero 55 morti tra la popolazione e nessun ordigno centrò i bersagli. Il 30 l’attacco su Battipaglia si ripeté e questa volta furono distrutti binari, vagoni e tonnellate di materiale bellico.

Gli Alleati disponevano ormai di una netta superiorità aerea nei cieli italiani e, mentre i preparativi per Husky volgevano al termine, l’aviazione intraprese lo sforzo finale di preparazione: tra il 1° e il 9 luglio furono lanciate circa 10 000 sortite, aumentate a 25 000 entro la fine del mese ed estese a tutta la penisola centro-meridionale. L’importante base aerea di Gerbini fu rasa al suolo tra il 3 e il 9 luglio da ripetuti bombardamenti per complessive 1 379 tonnellate di bombe, che resero inservibili sette delle dodici piste del complesso; stessa sorte toccò ai complessi di Comiso, Boccadifalco e Castelvetrano, mentre la base aerea di Sciacca e Milo ebbe danni relativamente minori. I bombardamenti sulle città italiane cessarono momentaneamente il 10 e l’11 luglio, poiché il grosso delle squadriglie fu impegnato nel supporto agli sbarchi e alle prime avanzate delle truppe. Il 12 ripresero i pesanti attacchi sulle città dello stretto e anche su Catanzaro e Catania. Al contempo il maresciallo Harris, su richiesta del Mediterranean Allied Air Force troppo coinvolto nell’appoggio tattico alle divisioni anglo-americane, pianificò una campagna di bombardamenti dei centri ferroviari dell’Italia settentrionale allo scopo di impedire l’afflusso di rinforzi verso sud.(fonte)