Al padre della
mia sposa, con gra=
to affetto –
La Maddalena, V 1928 / VI
Alfonso De Lalla
IN MEMORIA del SOTTOCAPO TIMONIERE
– VINCENZO FARESE –
….
Parole dette in occasione delle onoran-
ze alla salma dell’estinto, dal Capita-
no Commissario ALFONSO DE LALLA, per in-
carico avuto dal Comandante Militare e Ma-
rittimo in Sardegna.
La Maddalena, 17 Aprile 1928, Anno VI° E. F.
-1-
SOTTOCAPO Farese, quando, nel Settembre 1925, nella tor=
rida attesa di MASSAUA, apprendesti che la nostra nave partiva per
compiere una campagna nell’Oceano Indiano, esultò la tua anima di
marinaio, come tutti noi esultammo; forse, nel fresco prorompere
della tua giovinezza, la tua gioia fu soltanto lievemente offuscata
dal pensiero dei tuoi cari, della tua terra – lontani.
Ma tu non pensavi che avresti più riavuto il benedi=
cente bacio di tua madre, che più non avresti riveduta la rocciosa
asprezza di questa isola eroica.
Né io, che ti amavo,- come tutti, ufficiali ed equipaggio
della “CAMPANIA” ti amavamo, – né io pensavo che avrei dovuto risalu=
tarti, dopo tre anni, vivo nell’amore e nel ricordo, ma già spoglia
consunta, nell’istante sacro in cui essa è per ricongiungersi alla
materna terra.
Noi credevamo di andare incontro ad una navigazione ocea-
nica: la perfidia dei Migiurtini ci preparava la guerra. Ancora
una pagina di sangue, di gloria e di morte – ma non di lutto – per
la più grande ITALIA.
Colui che alla nostra fede di soldati è qui padre, colui
che con guardo commosso carezza la tua bara e con dolorante animo
pena di non poter apporre sulla tua gelida fronte il tuo bacio, –
fiero e reverente omaggio di Ammiraglio e di concittadino – ha vo-
luto commettere l’onore di ricordarti, in questo istante solenne,
vivo tra i vivi, perennemente, a me, che ti fu compagno nell’onore
e nel sacrificio, ma non nella gloria.
Ma allorquando, sull’Ara della Patria, una giovine vita
è uccisa, fiore sbocciante troncato in olocausto agli insaziati
fati del nostro divenire, allora, per ogni Eroe, dovrebbe innalzar-
si d’un Poeta il canto: la sua voce, squillante il sacro peana[1],
concluderebbe le onoranze alle reliquie dell’Estinto, ed invece
di funebri esequie, il rito della Gloria consacrerebbe l’Eroe,
fra gli spiriti eletti che per la Patria a Dio chiedono, col loro
sacrificio cruento, la grandezza.
-2 –
Qui ora il Poeta ti chiamerebbe a gran voce, coi tuoi com-
pagni morti in Somalia[2], e noi vedremmo il Sottocapo DE LICTERIIS
massacrato dai giavellotti, il Cannoniere GASPERONI, il buon gigante
marchigiano, col ventre orrendamente squarciato dai proiettili che
servono, nelle caccie africane, ad uccidere l’elefante, e te, o
VINCENZO FARESE, mite ed animosa adolescenza, con un radioso foro
nero in mezzo alla fronte, additarci Caprera; e lo stesso spirito
di GIUSEPPE GARIBALDI mostrerebbe ai nostri occhi, stupefatti ed
ammiranti, il masso che ricopre la sua tomba trasformato in albo
della nostra grandezza, ed ivi incise, a caratteri di oro e di
sangue, della nostra ascesa le date; ultima, quella della tua, del-
la vostra gloria, o fratelli d’arme: BARGAL 26 Ottobre 1925.[3]
Nella rievocazione possente il poeta saprebbe farci vede-
re, sul roccioso scenario della terra di Sardegna, la verde Somalia
riaggiogata al carro della nostra imperiale potenza, ed ivi l’orma
del recente passo di Umberto di Savoia, per il quale il vostro stes-
so sangue ha cementati i massi dell’arco trionfale erettogli dal
Quadrunviro[4].
Ed in una fantasmagoria di luci sfavillerebbe l’Italia
di ieri, di oggi e di domani, resa più grande per gl’Italiani di
domani – sempre più grande più potente e più temuta – dai suoi
figli di oggi e di ieri.
Io non sono un poeta – io non posso esaltarti, io non so
esaltarti appieno, o FARESE.
Pure, se la mia parola non ha l’ala della poesia, la mia
anima è calda d’amore, la nostra anima prorompe d’amore.
Quell’amore che fa di noi una sola famiglia, un’anima
sola; che fa di questa divisa, raggentilita nell’esteriorità dalla
tradizione,- che è ancora e sempre la tua divisa, o FARESE – la
divisa stessa del nostro spirito, forgiato dalla disciplina, che è
amore, dal dovere, che è amore, dal sacrificio, anche, che è amore,
poiché la Patria, alla quale la nostra vita è votata, è amore – E
-3-
nell’amore tu sei con noi, presente – Aleggia qui il tuo spirito:
noi lo sentiamo – Esso ci benedice nel nome di Dio, come nel nome
di Dio il sacerdote della nostra religione benedisse testè le tue
spoglie –
Ecco: tu ci parli – noi ti sentiamo, noi ti ascoltiamo,
noi raccogliamo il tuo comando –
E l’Ammiraglio che al confine della Patria qui della
Patria la vigilante forza accentra e regge, a te, italiano e sardo,
egli, italiano e sardo, giura che mai passo nemico profanerà la
tua terra, turbando il tuo riposo – E, col loro capo, i tuoi uffi=
ciali; i tuoi compagni – che con ferma mano, frenano l’intima
commozione, ti presentan l’arma; i tuoi concittadini; questa fioren-
te fanciullezza, fiore purissimo della tua terra, tuo padre, il
tuo stesso vecchio padre che due figli – tutto sé stesso – ha do=
nati alla Patria, questo romano vegliardo davanti al quale m’in-
chino, non siamo quì per compiangerti, non siamo quì per piangerti.
Non si piangono gli Eroi – si venerano; non si compian-
gono – si emulano. –
Onore e gloria a te, o Sottocapo FARESE – Tu sei qui e
resterai perennemente tra noi, esempio di incitamento –
Il tuo stesso spirito mi dice quale vuole che sia il
nostro estremo saluto.
Non lacrime non funerei rimpianti, ma l’orologio grido
della nostra fede indefettibile, – il grido di ieri di oggi e di
domani, che conclude, in brevità potente, Patria Gloria Grandezza,-
il grido che è giuramento ed offerta, che avvolgerà la tua anima
nel bacio delle anime nostre, – il grido che è diana, in qualunque
istante, pei destini d’Italia; che saprebbe farci morire, come tu
hai saputo, per la Patria, senza esitazione e senza rimpianto, -il
tuo stesso grido purissimo di soldato: VIVA IL RE ! –
La Maddalena 17 Aprile 1928 =
ANNO VI° E. F. =
Alfonso De Lalla[5]
Note
vers. eng.
To the father of my bride, with grateful affection –
La Maddalena, May 1928 / June
Alfonso De Lalla
IN MEMORY OF THE DEPUTY HELMSMAN
– VINCENZO FARESE –
….
Words spoken during the funeral service for the deceased, by Captain Commissioner ALFONSO DE LALLA, on behalf of the Military and Maritime Commander in Sardinia.
La Maddalena, 17 April 1928, Year VI E. F.
Deputy Chief Farese, when, in September 1925, in the torrid wait at MASSAUA, you learned that our ship was leaving to carry out a campaign in the Indian Ocean, your sailor’s soul rejoiced, as we all rejoiced; perhaps, in the fresh burst of your youth, your joy was only slightly clouded by thoughts of your loved ones, of your homeland – far away.
But you did not think that you would never again receive your mother’s blessing kiss, that you would never again see the rocky harshness of this heroic island.
Neither did I, who loved you – as we all did, officers and crew of the “CAMPANIA” – think that I would have to say goodbye to you again after three years, alive in love and memory, but already worn out, in the sacred moment when you are about to be reunited with your motherland.
We believed we were going on an ocean voyage: the perfidy of the Migiurtini prepared us for war. Another page of blood, glory and death – but not mourning – for the greatest ITALY.
He who is the father of our faith as soldiers, he who caresses your coffin with a moved gaze and with a sorrowful heart, grieving that he cannot place a kiss on your cold forehead, – proud and reverent homage from an Admiral and fellow citizen – wanted to commit the honour of remembering you, in this solemn moment, alive among the living, perpetually, to me, who was your companion in honour and sacrifice, but not in glory.
But when, on the altar of the Fatherland, a young life is killed, a blossoming flower cut short in sacrifice to the insatiable fates of our future, then, for every Hero, a Poet’s song should rise: his voice, ringing out the sacred paean, would conclude the honours to the relics of the deceased, and instead of funeral rites, the rite of Glory would consecrate the Hero among the chosen spirits who, through their bloody sacrifice, ask God for greatness for the Fatherland.
Here now the Poet would call you aloud, with your comrades who died in Somalia, and we would see Deputy Chief DE LICTERIIS massacred by javelins, Gunner GASPERONI, the good giant from the Marche region, with his belly horribly torn apart by the bullets used to kill elephants in African hunts, and you, O VINCENZO FARESE, mild and spirited adolescent, with a radiant black hole in the middle of your forehead, pointing to Caprera; And the same spirit of GIUSEPPE GARIBALDI would show our astonished and admiring eyes the rock covering his tomb transformed into a register of our greatness, engraved there in letters of gold and blood, the dates of our rise; the last one, that of your glory, brothers in arms: BARGAL, 26 October 1925.
In this powerful evocation, the poet would show us, against the rocky backdrop of Sardinia, green Somalia reattached to the chariot of our imperial power, and there the recent footsteps of Umberto di Savoia, for whom your own blood cemented the boulders of the triumphal arch erected for him by the Quadrunviro.
And in a phantasmagoria of lights, the Italy of yesterday, today and tomorrow would sparkle, made greater for the Italians of tomorrow – ever greater, more powerful and more feared – by its children of today and yesterday.
I am not a poet – I cannot exalt you, I do not know how to exalt you fully, O FARESE. Yet, if my words do not have the wings of poetry, my soul is warm with love, our souls burst with love.
That love that makes us one family, one soul; that makes this uniform, embellished on the outside by tradition, still and always your uniform, O FARESE – the very uniform of our spirit, forged by discipline, which is love, by duty, which is love, by sacrifice, too, which is love, because the homeland to which our lives are devoted is love – And in love you are with us, present – Your spirit hovers here: we feel it – It blesses us in the name of God, as in the name of God the priest of our religion has just blessed your remains –
Behold: you speak to us – we hear you, we listen to you, we accept your command. And the Admiral who, at the border of the Fatherland, here of the Fatherland, centralises and rules the vigilant force, swears to you, Italian and Sardinian, he, Italian and Sardinian, that no enemy foot will ever profane your land, disturbing your rest. And, with their leader, your officers; your companions – who, with a firm hand, restrain their inner emotion, present arms to you; your fellow citizens; this flourishing youth, the purest flower of your land, your father, your own old father who gave two sons – his whole self – to the homeland, this Roman elder before whom I bow, we are not here to pity you, we are not here to mourn you. Heroes are not mourned – they are venerated; they are not pitied – they are emulated.
Honour and glory to you, Deputy Chief FARESE – You are here and will remain forever among us, an example of encouragement –
Your own spirit tells me what our final farewell should be.
Not tears, not funeral regrets, but the watchful cry of our unwavering faith, – the cry of yesterday, today and tomorrow, which concludes, in powerful brevity, Homeland Glory Greatness, – the cry that is an oath and an offering, which will envelop your soul in the kiss of our souls, – the cry that is a reveille, at any moment, for the destiny of Italy; which would make us die, as you did, for our homeland, without hesitation and without regret, – your own pure cry as a soldier: LONG LIVE THE KING! –
La Maddalena, 17 April 1928 =
YEAR VI E. F. =
Alfonso De Lalla
[1] Peana (raro peane) s. m. [dal lat. paeana, accus. di paean, gr. παιάν, in origine nome di divinità della cerchia di Apollo, poi epiteto di Apollo, «risanatore, soccorritore» e quindi nome del canto lirico in cui il dio era invocato] (pl. –i o invar.). – 1. Canto lirico religioso dell’antica letteratura greca, di tradizione micenea, originariamente riservato al culto di Apollo e della sorella Artemide, poi esteso ad altri dèi olimpici e più tardi, attenuatosi il carattere cultuale, anche a personaggi illustri: composto, nelle forme più antiche, in metro peonico, era cantato da un coro, generalmente di uomini, e accompagnato dal suono della lira; più com. e genericam., canto di guerra e di vittoria: i p. di Pindaro; tutto Cantando il dì la gioventude argiva, E un allegro p. alto intonando, Laudi a Febo dicean … (V. Monti); dagli eroi seduti dietro il monte Giunse più forte il canto del peana (Pascoli). Con sign. estens., poesia, discorso, scritto che celebri o esalti enfaticamente imprese o persone: i consiglieri hanno intonato un p. all’operato del presidente. 2. Raro e poet. col valore originario come appellativo di Apollo: Lì si cantò non Bacco, non Peana, Ma tre persone in divina natura (Dante). 3. Misura della metrica greca, meglio nota col nome di peone (v.).(fonte)
[2] La gloriosa storia dell’ascari di Marina Ibrahim Farag Mohammed Medaglia d’Oro al Valor Militare, eritreo di Massaua, classe 1908, volontario dal 1925, inizia durante le campagne di pacificazione della Somalia del Nord condotte dal Governatore Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon.
Il 28 ottobre 1925 fu protagonista, presso Bargal – clicca qui per approfondire -, di una tenace resistenza in seguito ad un’imboscata, dove caddero 3 marinai italiani: il sottocapo cannoniere Antonio De Licteris, il sottocapo timoniere Vincenzo Farese e il cannoniere Ardito Gasperoni, e 2 ascari di marina, mentre altri 5 soldati indigeni restarono feriti.
Per l’azione si guadagnò una Croce di Guerra (19 febbraio 1928) e la promozione al grado di mutanz. Ibrahim Farag, verrà poi insignito, alla memoria, nell’aprile 1941 della Medaglia d’Oro al Valor Militare (1).
Nel marzo 1941, durante la seconda guerra mondiale, era stato imbarcato sul cacciatorpediniere Manin in missione contro Port Sudan. La mattina del 3 aprile l’unità della Regia Marina fu attaccata dalla RAF e affondata. I naufraghi dovettero darsi il cambio all’interno della scialuppa sovraccarica. Ibrhaim lasciò il suo posto ad un marinaio ferito rimanendo aggrappato all’esterno dell’imbarcazione per un giorno ed una notte, finché stremato, scomparve tra i flutti.
Ecco la motivazione della Medaglia d’Oro:
«Imbarcato da pochi giorni su Cacciatorpediniere, prendeva parte, distinguendosi per bravura, al disperato tentativo di attacco a Base Navale avversaria, durante il quale l’unità veniva sottoposta ad incessanti attacchi aerei che ne causavano l’affondamento.
Trovatosi naufrago su imbarcazione a remi con oltre sessanta superstiti, rinunziava al proprio posto per assicurare l’altrui salvezza, restando per l’intera notte aggrappato fuori bordo. Esaurito dallo sforzo, anziché chiedere il cambio, si allontanava dall’imbarcazione dopo aver ringraziato il Comandante ed affrontava sicura morte, dando luminoso esempio di virtù militare, di spirito di sacrificio e di abnegazione. Mar Rosso, 4 aprile 1941».
di © Alberto Alpozzi – Tutti i diritti riservati
NOTA:
1.In tutta la storia coloniale italiana furono due le Medaglie d’Oro riconosciute a indigeni. La prima fu concessa a Unatù Endisciau, nato nel 1917, del LXXIX Battaglione. Morì all’inizio della Seconda Guerra Mondiale in A.O.I., dopo essere riuscito a portare in salvo, entro le linee italiane, in seguito alla disfatta di Debra Tabor, il gagliardetto del suo reparto. Gli venne concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare nel luglio 1941 (data del decreto ancora in verifica).(fonte)
[3] Le operazioni militari italiane in Somalia dal 1925 al 1927, note anche come campagna dei Sultanati, furono una serie di operazioni militari portate avanti dal Regio corpo truppe coloniali della Somalia italiana (RCTC) per l’occupazione del sultanato di Obbia. Le operazioni iniziarono il 1° ottobre 1925 con lo sbarco ad Alula senza particolari resistenze, in seguito però alla violenta repressione delle popolazioni locali, le tribù migurtine attuarono una lunga resistenza culminata il 28 febbraio 1927.
Contesto storico
L’arrivo di Cesare Maria De Vecchi in Somalia nel 1923 segnò una svolta nella riorganizzazione del territorio. Creò il Corpo Zaptié, una polizia composta da somali ed eritrei sotto il comando dell’Arma dei Carabinieri, e intensificò le operazioni di disarmo delle popolazioni dell’Uebi Scebeli affrontando la resistenza di alcune tribù. Nel 1925 firmò l’accordo di Berbera con il governatore della Somalia britannica, definendo i confini tra le aree di influenza. Avviò la riorganizzazione delle truppe coloniali, istituendo battaglioni e reparti specializzati, con particolare attenzione alla ricognizione e formazione tecnica, nonostante le difficoltà logistiche e burocratiche.
Le operazioni militari
Il 26 settembre fu emanato l’ordine operativo per l’occupazione del sultanato di Obbia. Le operazioni militari iniziarono il 1º ottobre 1925. I reparti sbarcarono ad Alula senza incontrare resistenza, ma nemmeno il sostegno della popolazione locale. Subito avviarono la difesa della località, distaccando un buluc (plotone) a presidio di una stazione radiotelegrafica installata nei pressi dell’abitato di Tohen. Si avviarono immediatamente le operazioni di disarmo, favorite dalle dichiarazioni concilianti del sultano di Alula. L’atteggiamento del governante locale faceva sperare in un esito positivo dell’operazione, agevolando così l’avanzata delle truppe coloniali italiane attraverso la Migiurtinia. Tuttavia, questo equilibrio iniziale si ruppe quando emersero contrasti tra i capi locali riguardo alla consegna delle armi. Il capo di Bargal, fratello del sultano e contrario all’occupazione italiana, chiese un incontro con il governatore. Durante l’avvicinamento della delegazione, però gli italiani subirono un attacco risposero militarmente. In seguito a questo episodio il governatore ad adottare misure repressive più severe nei confronti delle popolazioni locali.
Nel frattempo, l’occupazione del sultanato di Obbia procedeva rapidamente, ma un nuovo incidente avvenuto a El Bur spinse le autorità italiane a modificare i propri piani e ad attuare una dura repressione. La notizia dei fatti di El Bur alimentò la propaganda anti-italiana in Migiurtinia, intensificando le azioni ostili contro le truppe coloniali. Nei primi mesi, la situazione generale peggiorò, obbligando le autorità a rafforzare i presidi e intensificare le attività di pattugliamento e ricognizione. Ottenuto il controllo dei territori dell’Obbia e del Nogal l’offensiva italiana si concentrò in Migurtinia. L’offensiva finale partì dalla zona di Iligh, trasformata in base operativa per la penetrazione nel nord. Le operazioni per la conquista della Somalia settentrionale rappresentarono lo sforzo maggiore dell’azione italiana, le truppe furono concentrate nei punti strategici, a partire dal porto di Alula e per supportare le forze coloniali, vennero reclutate truppe irregolari provenienti dall’Obbia. La conquista del territorio fu completata il 28 febbraio 1927.(fonte)
Alla presenza di Umberto di Savoia viene inaugurato sulla spiaggia di Bargal il monumento eretto alla memoria dei caduti nel sanguinoso sbarco di Bargal (28-29 ottobre 1925)(fonte)
[4] Ascari somali sfilano sotto l’arco eretto in onore di Umberto II; ufficiali del regio esercito coloniale assistono alla parata vicino ad uno stendardo con il tricolore(fonte)
A Mogadiscio Cesare DE VECCHI fu il primo responsabile coloniale che cercò di introdurre oltremare una nuova politica, in qualche modo ispirata al fascismo. La sua opera di governo, specie per i metodi adottati, è molto controversa. Tuttavia uno studioso britannico ha potuto osservare: “Nell’ottobre 1923, un anno dopo la marcia su Roma, De Vecchi arrivò a Mogadiscio e si mise subito al lavoro per riorganizzare, o meglio organizzare, un sistema, alquanto confuso, di due protettorati e di una semi-colonia. De Vecchi deve essere stato più intelligente e più abile di quanto si pensava poiché per la fine del suo mandato aveva raggiunto tutti i suoi obiettivi” (A. Mockler). Secondo gli studi più recenti, “In Somalia il quadrumviro De Vecchi, governatore negli anni 1923-28, portò i metodi terroristici dello squadrismo fascista e liquidò il regime della “indirect rule” con i sultanati di Obbia e dei Migiurtini. De Vecchi, con la sua arroganza, la sua retorica provinciale, l’angusta visione dei problemi, fu il peggior rappresentante del fascismo tronfio e gratuitamente feroce in colonia” (L. Goglia). Appena sbarcato, avviò il disarmo delle cabile indigene e una politica di epurazione del vecchio apparato burocratico. Obiettivi principali furono l’unificazione e centralizzazione dei poteri in una unica colonia. Venne così avviata la formazione di un nuovo corpo di truppe indigene (i “dubat”) inizialmente come “bande di confine” in luogo delle bande di cabila (1924). Anche con tali forze, e con l’ausilio di rinforzi dall’Eritrea e di unità navali, venne intrapresa la “campagna dei Sultanati”, che si protrasse dal 1º ott. 1925 al 28 febbr. 1927. Nel corso delle operazioni il governatore dovette registrare alcuni gravi insuccessi tattici, in particolare a Bargal, dove gli Italiani il 28 ott. 1925 furono colti di sorpresa dalla resistenza dei Migiurtini, e il villaggio fu dato alle fiamme e completamente distrutto (6 novembre). Un altro scacco fu registrato per contraccolpo nel sultanato di Obbia, con la ribellione di Omar Samantar; la zona El Bur fu ripresa a stento e il capo ribelle fu incalzato fin oltre i confini dell’Ogaden. Ma alla fine, rientrando dal Somaliland britannico, lo stesso sultano della Migiurtina faceva atto di sottomissione (ottobre 1927).(fonte)
[5]Alfonso De Lalla appare sul “Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare – Giugno 2011” come autore della pubblicazione “Legislazione e regolamentazione italiane in materia di prede marittime durante la guerra 19151918”. Roma, 1935 (fonte)



