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Natalina Basile. 3 luglio 1941

Natalina Basile. 3 luglio 1941
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Carissimo zio Carmelo[1],
Non ti ho potuto scrivere per mancanza
di tempo, che sono molto occupata, la
mattina per la Santa Messa, poi per le
faccende di casa che devo comandare una
servetta che venne da pochi giorni. Poi ora
sono incominciate le raccolte di campagna
e debbo andare molto spesso, nelle proprietà
per raccogliere frutta, e per fare la raccolta
di cipolle, patate e fagioli. La mia
salute discretamente bene, ma siccome
caro zio sono un’anima tutta di Dio, che
anche mi son fatta Terziaria Carmelitana[2]
come ci sono qui molte signore, anche unite
al manto che sono Carmelitane. Ed io, faccio
una vita di santità di sacrificio e di preghiera
vado nella mia proprietà a guardare i miei interessi.
Mi son fatta dei vestiti estivi necessari al mio stato dignitoso e signorile.
Come ti sai quando ero e a Pistoia sono stata
colpita dalla gengivite che mi ha fatto

crollare una quantità di denti, quando ero
a Pistoia, e continuamente sino a perderli
tutti dalla parte di sotto restandone solo uno,
e quelli di sopra fecero una sporgenza proprio
brutta, facendone scoppiare le gengive a sangue.
Ora trovandomi qui a Pozzo di fatto per mezzo
del campiere[3] Stefano La Spada, mi ha fatto
conoscere uno specialista di denti Dottor Santi
di Barcellona, dove sono andata da questo inverno
accompagnata dalla ragazza di servizio, e con altre
ragazze vicine di casa. Due tre volte la settimana
quando medica, per togliermi un po’ per volta,
le sole radici, che restavano, ed anche i denti
che sembravano sani e perfetti, facendomi prima le
iniezioni alle gengive, ma resta altri due denti
che venerdì debbo andare ancora per togliere
questi due che restano, e poi aspettare un
po’ di giorni per chiudere le gengive e poter
mettere l’apparecchio dei denti di avorio, che
mi costa 850 lire, lire 200 di acconto le ho già
date. Ora quando mi mette l’apparecchio debbo
dare al dottore lire 650 che ora spero con l’aiuto
di Dio potere rendere il mosto a un’ottimo

prezzo per poter pagare la dentiera e provvedere
ai miei bisogni immediati. La prima ragazza
che avevo per servizio, Calderone Maria figlia
di Calderone Maria e di Calderone Pasquale intesa la famiglia
Pascalazzini, era arrivata al punto di fare a mé
mille sevizie di insulti di imprecazioni, e
pure mi alzava le mani e mi picchiava con pugni e musi solo
perché l’avevo tanto beneficata e pure cresimata.
Allora vedendo che più giorno passavano, più
mi dava prova di perfidia, venendo il giorno 26
maggio scorso la madre io subito la consegnai
per mandarla a casa sua, giacché non era
degna di coabitare con mé. Ora quella malvagia
ragazza istigata dalla madre, che è l’immagine
del demonio, scaglia su di mé un’infame calunnia
che fa ribrezzo al pensare, riempiendo tutto il
paese di Santa Lucia[4] facendolo pure sapere
alla cugina Antonia Giunta. Che io andavo
e venivo dal Dottore dei denti, per scopo di peccato
invece per i denti. Passando due giorni in
amarissimo pianto per l’infame calunnia,
ma l’anima mia e santa e pura al cospetto
di Dio. Tutto il vicinato e vicinanze hanno per mé
una grande stima, e saputa la cosa si prestano

per aiutarmi in prove testimonianze sulla mia
virtù e sulla mia condotta esemplare. Sono
andata insieme al mio campiere da un
avvocato di Pozzo di Gotto[5] che conosceva a te un
certo Trapani per esporre l’infame calunnia e
diffamazione, mi disse prima di fare la querela
debbo andare a Santa Lucia a fare ricerche precise
di persone che hanno sentito di dire questa
infamia in modo particolare la cugina Antonia
Giunta che ha informato un carrettiere di qua.
E così prendere precise informazioni; e scrivere
tutto al ritorno riferire tutto all’avvocato, e
lui espone la querela per diffamazione e
poi presentata al maresciallo colla firma mia.
Ed io, quando sarò chiamata, lì mi dovrò
presentare quando incomincia la causa.
Vedi caro zio in quanto mare di combattimento e
di dolore mi trovo, lo sa Dio, che non
posso tirare innanzi, e se non avessi la speranza
della proprietà potrei domandare l’elemosina.
Oltre il dolore e l’umiliazione sensibile, debbo
pure sostenere delle spese, ma spero con la grazia
di Dio di trionfare su tutti i miei grandi nemici.
E se il Capo del Governo mi risponde di appacificarmi
con mio marito io smetto subito per togliermi dall’infamia
di tanti nemici. Qualunque cosa ti scrivano non
credere sii sicuro di mé.

Faccio fare pure al Professore
dei denti una dichiarazione
in carta bollata di 20 lire

Ti mando gli auguri più
fervidi e sinceri al tuo onomastico
conservandoti la Vergine del Carmelo
incolume. Abbracci
affettuosi tua
nipote Lina.

Pozzo di Gotto 3 Luglio 1941

Natalina Basile. 3 luglio 1941. Busta
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All’Egregio Tenente Colonnello
Basile Carmelo
20° Centro
Automobilistico Tripoli[6]
D africa
Libia

Posta
aerea

timbri
POZZO DI GOTTO . MESSINA
– 4 . 7 . 41

francobolli CENT. 50
POSTE ITALIANE


Note

vers. eng

Dear Uncle Carmelo,

I haven’t been able to write to you due to lack of time, as I am very busy. In the mornings I attend Holy Mass, then I have to supervise the housework, as I have a new maid who arrived a few days ago. Now the harvest has begun and I have to go to the farm very often to pick fruit and harvest onions, potatoes and beans. My health is fairly good, but since I am a soul devoted to God, dear uncle, I have also become a Carmelite Tertiary, as there are many ladies here who are also Carmelite nuns. And I lead a life of holiness, sacrifice and prayer, going to my property to look after my interests.

I have had some summer clothes made that are necessary for my dignified and elegant status. As you know, when I was in Pistoia, I was struck by gingivitis, which caused me to lose a number of teeth, and this continued until I lost all my lower teeth, leaving only one, and my upper teeth protruded badly, causing my gums to burst and bleed.

Now that I am here in Pozzo di Fatto through Campiere Stefano La Spada, he introduced me to a dental specialist, Dr. Santi from Barcelona, whom I visited this winter accompanied by the maid and other girls from the neighbourhood. Two or three times a week, he treats me, removing a little at a time the roots that remained, and even teeth that seemed healthy and perfect, first giving me injections in the gums, but there are two teeth left that I have to go back on Friday to have removed, and then wait a few days for the gums to close so that I can have ivory dentures fitted, which will cost me 850 lire. I have already paid a deposit of 200 lire. Now, when he fits the braces, I have to give the doctor 650 lire, which I hope, with God’s help, to be able to earn from the must at a good price so that I can pay for the dentures and provide for my immediate needs. The first girl I had in service, Calderone Maria, daughter of Calderone Maria and Calderine Pasquale, known as the Pascalazzini family, had reached the point of subjecting me to a thousand torments of insults and curses, and even raised her hands to me and beat me with her fists and punches, only because I had been so kind to her and even confirmed her.

Then, seeing that as the days passed, she showed me more and more proof of her wickedness, on 26 May last, when her mother came, I immediately handed her over to send her home, since she was not worthy of living with me. Now that wicked girl, instigated by her mother, who is the image of the devil, is hurling at me a vile slander that is disgusting to think about, filling the whole village of Santa Lucia with it and even letting her cousin Antonia Giunta know about it. That I was going to and coming from the dentist for the purpose of sin rather than for my teeth. I spent two days in bitter tears over the infamous slander, but my soul is holy and pure before God. The whole neighbourhood and those nearby hold me in high esteem, and having learned of the matter, they are willing to help me with evidence of my virtue and exemplary conduct. I went with my farm manager to a solicitor in Pozzo di Gotto who knew a certain Trapani to report the infamous slander and defamation. He told me that before filing a lawsuit, I must go to Santa Lucia to make precise inquiries of people who have heard this slander, in particular my cousin Antonia Giunta, who informed a cart driver here.

And so, I had to gather precise information and write everything down on my return to report it all to the solicitor, and he would file the lawsuit for defamation and then present it to the marshal with my signature

And when I am summoned, I will have to appear there when the case begins. You see, dear uncle, what a sea of struggle and pain I find myself in. God knows that I cannot go on, and if I did not have the hope of the property, I might have to beg for alms.

In addition to the pain and humiliation, I also have to bear the expenses, but I hope, with God’s grace, to triumph over all my great enemies.

And if the Head of Government tells me to make peace with my husband, I will stop immediately to rid myself of the infamy of so many enemies. Whatever they write to you, do not believe them; be sure of me. I will also have the dentist make a statement on 20 lire stamped paper.

I send you my most fervent and sincere wishes on your name day, keeping the Virgin of Carmel unharmed. Affectionate hugs, your niece Lina.
Pozzo di Gotto, 3 July 1941


[1] Il Tenente Colonnello Carmelo Basile era il padre di Maria Antonietta Basile e marito di Clorinda Di Ponzio.

Maria Antonietta Basile.

Nella S∴G∴L∴N∴I∴ degli Antichi Liberi Accettati Massoni di Piazza del Gesù, sedente in Roma,
Maria Antonietta Basile ricopriva il ruolo di Gr∴ Seg∴ Add∴ Relaz∴ Estere,
M. Antonietta Marziani Basile 33∴

Nel documento della CAMERA DEI DEPUTATI SENATO DELLA REPUBBLICA. IX LEGISLATURA, Doc. XXIII n. 2-quater/6/IV
COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SULLA LOGGIA MASSONICA P2
ALLEGATI ALLA RELAZIONE, SERIE Il: DOCUMENTAZIONE RACCOLTA DALLA COMMISSIONE, VOLUME VI, Loggia P2 e Massoneria. TOMO IV. ROMA 1987

– È presente alla pag. 192
GRAN SEGR.·. ADD:. RELAZ:. ESTERE  M. Antonietta MARZIANI BASILE 33:.
– A pag 178
Nella Tornata Ordinaria della Giunta Esecutiva dell’Ordine dell’8° giorno del III mese dell’A. L. 5973
Prot. n. 0/2481 – G/m
Nell’Ordine del giorno
al punto 6) Relazioni. Internazionali: Relatrice l’Elett.ma e Pot.ma Sor. Maria Antonietta MARZIANI BASILE, Gran Segretario alle Relazioni Estere ;

– A pag. 542
per: TRAITE DE “L’UNION MACONNI DE MEDITERRANEENNE”
A la suite des élections qui se sont déroulées conformément aux Règlements de l’U:.M:.M:., le.Oomité Exécutif sera composé comme suit pendant lescinq premièree annéee:
GRAN SEGR.·. ADD:. RELAZ:. ESTERE  M. Antonietta MARZIANI BASILE 33:.(fonte)

[2] La Terziaria Carmelitana (o Terz’Ordine Carmelitano – TOC) è un gruppo di laici (uomini e donne) che, pur vivendo nel mondo, aderiscono alla spiritualità e al carisma dell’Ordine Carmelitano, impegnandosi a vivere il Vangelo nella loro vita quotidiana, familiare e professionale, spesso indossando lo scapolare marrone come segno distintivo e partecipando alla preghiera e alla vita spirituale dell’Ordine, in unione con frati e suore. Essi si dedicano alla ricerca di Dio attraverso la preghiera, la Lectio Divina e la vita liturgica, testimoniando la loro vocazione nel mondo. 
Terziari
Al terz’ordine regolare appartengono i religiosi di vita attiva delle congregazioni formalmente aggregate all’ordine, che si rifanno alla sua spiritualità e ne partecipano i benefici spirituali. Tra esse, le suore carmelitane: delle Grazie di Bologna (aggregate nel 1725 e nuovamente nel 1900), della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo di Oriuhela (1906), della Divina Provvidenza di Belo Horizonte (1913), di Madre Candelaria del Venezuela (1925), delle missionarie di Santa Teresina di Santa Marinella (1925), del Corpus Christi di Trinidad (1928), di Nostra Signora del Carmelo di Roma (1929), di Nostra Signora del Monte Carmelo di Lacombe (1930), per gli anziani e infermi di Germantown (1931), del Sacro Cuore di Gesù di Madrid (1947).
I terziari secolari carmelitani sono laici o ecclesiastici che si rifanno alla sua spiritualità e ne partecipano i benefici spirituali ed emettono le promesse di obbedienza (secondo la propria regola) di castità (secondo il proprio stato) e di povertà (secondo il proprio stato): essi vivono secondo lo spirito dell’ordine nella vita familiare, professionale e sociale. Accanto ai terziari propriamente detti, esistono gli oblati (o “confrati”) senza voti: ottennero il primo riconoscimento nel 1476 con la bolla Mare magnum di papa Sisto IV, che concesse ai carmelitani di organizzare i confrati ad instar del terz’ordine della penitenza degli altri ordini mendicanti. Appartengono a una delle numerose confraternite del Carmine e hanno come segno distintivo lo scapolare bruno.(fonte)

[3] Il campiere, in Italia, era una guardia campestre ovvero una guardia privata di una tenuta agricola.
Rispondeva del suo operato al gabellotto e, tramite questi, al proprietario latifondista.
Storia
Figura tipica della Sicilia dell’XIX secolo, invero erano presenti nelle zone agricole di tutta Italia, ma in forma temporanea: uomini di fiducia del proprietario, del mezzadro o dell’affittuario, perlopiù disarmati, controllavano, in ronda o da postazioni sopraelevate, le coltivazioni nel periodo prossimo alla raccolta, per prevenire furti, danneggiamenti e incendi dolosi delle messi mature.
Letteratura
Lo scrittore catanese Giovanni Verga menziona i campieri nelle sue opere. Nella novella Libertà l’autore tratta della rivolta contadina del 1860 a Bronte (Catania). Dalla folla che “spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini” si odono queste grida :
«A te prima barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri!”.»
Più oltre Verga aggiunge: “La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle”.(fonte)

[4] Santa Lucia del Mela. Le origini di S. Lucia del Mela, l’antica Mankarru, si perdono nella notte dei tempi, con i Sicani e poi con i Siculi. Reperti greci (Padre Parisi ubica il tempio di Diana Facellina sulla sponda sinistra del Floripotamo) e due tombe romane del II secolo a.C. attestano la presenza in questi luoghi di insediamenti sicelioti e romani. Nella galleria delle carte geografiche in Vaticano, Padre Ignazio Danti, nella parte classica dipinta a rilievo, con l’italiano del tempo (1581) chiama questa città “Santa Locia”. La storica vetta del Mankarru o Mankarruna, grazie alla posizione strategica, è stata un importante presidio militare per tutte le dominazioni che si sono succedute. Sui resti di una cinta muraria ellenica in Epoca bizantina venne eretto un fortilizio, ricostruito poi tra l’837 e l’851, ai tempi dell’Emirato Islamico di Sicilia. Sul declivio del colle, durante l’Epoca islamica, venne costruita anche una moschea fortezza, trasformata poi nell’alto Medioevo nella Chiesa di S. Nicola. Nella zona esisteva, come ricorda il nome di una via, un Lavacro dei Saraceni, lavatoio pubblico riservato alle donne musulmane, ed una tomba con l’iscrizione araba andata perduta.
Con la nascita del Regno di Sicilia, il Gran Conte Ruggero I, per adempiere al voto, dopo la vittoria sugli arabi, fece costruire una chiesa ai piedi del castello dedicandola alla Santa Martire Lucia di cui era devoto (1094). Da quella data l’arcaico nome Mankarru scompare per far posto a quello cristiano di Santa Lucia. Nel 1206, con l’istituzione della prelatura nullius da parte di re Federico II di Sicilia che aveva scelto il nostro sito come luogo di svago e di riposo, il tempio ruggeriano diviene Cattedrale. Da allora ben 67 Prelati si sono succeduti sulla cattedra luciese rendendo memorabile la città che si è via via arricchita di magnifiche chiese e di numerose opere d’arte. Fatto ancor più singolare, il Prelato di Santa Lucia era insignito dell’onore di svolgere le mansioni di cappellano Maggiore del Regno di Sicilia e come tale aveva il diritto di sedere nel Parlamento siciliano all’11 posto. Re Federico III di Sicilia fece fortificare la città munendola di cinta muraria e ristrutturando il vetusto castello; Con un proclama invitò la popolazione della Piana, soggetta a ricorrenti scorrerie piratesche, a stabilirsi a S. Lucia, che venne anche ripopolata con una colonia lombarda. Fu anche sede di un’importante Giudecca, una numerosa comunità ebraica individuata nell’attuale zona della Candelora fino al 1492, anno della loro espulsione dal Regno di Sicilia. Fiorente è stata l’industria della seta e l’attività mineraria dovuta allo sfruttamento di galena argentifera. La città, in quanto demaniale, poteva vantare molte famiglie nobili. Magnifiche chiese, palazzi, fontane avanzi di architettura medievale e rinascimentale fanno di Santa Lucia del Mela una città, meta d’obbligo per gli amanti del turismo culturale.

Il primitivo toponimo di Santa Lucia del Mela
La città si cominciò a chiamare “del Mela” solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Fu infatti nella seduta consiliare del 29 novembre 1862, che gli amministratori luciesi deliberarono che la città anziché denominarsi col tradizionale “de Plano Milatii” (della piana di Milazzo), assumesse il titolo distintivo del Mela, dal fiume che le scorre accanto, sul fianco sinistro. Il nome originario di questo fiume era Melas, e secondo Tommaso Fazello, anche Milazzo (Mylas) prese il nome da esso. La vecchia denominazione de Plano Milatii, rimontava probabilmente all’XI secolo, quando il Gran Conte Ruggero I, dopo un trentennio di guerra sanguinosa, riuscì a costituire il primo embrione del Regno di Sicilia dopo la rovinosa fine dell’Emirato di Sicilia. Ma prima della nascita del Regno di Sicilia, al tempo degli Arabi e nel periodo bizantino, qual era il nome originario della città? Si deve al dotto monsignor Alfonso Airoldi, se si conosce la sua antica denominazione. Egli fu per quattordici anni, e cioè dal 1803 al 1817, prelato ordinario della Prelatura locale e trattando dell’invasione musulmana del IX secolo nelle contrade luciesi, fa sapere che il nome Mangarruna (di cui Mankarru non è che la forma sincopata) era un tempo attribuito non al colle, come al presente, ma al sottostante centro abitato. Rileggendo infatti le annotazioni dell’Airoldi al codice diplomatico arabo-siculo, si trova questa sua esplicita e chiara affermazione: «Mankarru, questo villaggio, era in quel luogo dove oggi è Santa Lucia. Il vicino monte ritiene tuttora il nome di Mankarru. Sotto gli Svevi fu destinato per sua villa dall’imperatore Federico II». Perciò non si può dubitare che Mankarru fosse il primitivo nome della cittadina.

L’invasione musulmana a Santa Lucia e la costruzione del Castello
L’epoca dell’irruzione araba nelle contrade luciesi e quindi della conseguente erezione del famoso castello, la si può arguire direttamente dai cronisti arabi, quali principalmente Al Bayan, Al Atir, An Nunvary e altri storici del tempo, assai ben conosciuti da monsignor Airoldi, prelato di S. Lucia. Al Bayan riferisce che Al Aglab Ibrahim, il quale presiedeva da Palermo al governo dell’isola, nel 222 dell’Egira (836-837 dell’era cristiana) compì due spedizioni, in una delle quali (quella capitanata da Al Fadl Yaqub) espugnò le piccole isole (le Eolie) e la fortezza di M.D. Nar (Tindari). Ibn Al Atir riporta tale vittorioso avvenimento dell’espugnazione e della susseguita distruzione di Tindari al periodo estivo del 222, quando anche la resa di Mankarru (l’odierna S. Lucia) dovette avere luogo. Basandosi su tali indicazioni e su altre personali indagini da lui compiute, può con tutta sicurezza affermare: “presa Tindari nel mese di luglio, l’esercito, rinforzato da 6.400 uomini e da altri mille mandati da Sciacca, in tutto 15.000 uomini, si pose in marcia per l’entroterra assoggettando città e castelli”. E poi, sempre in piena sintonia con i predetti cronisti arabi, continua a dire: “In settembre l’esercito si partì da Tindari, alla volta di Mankarru, T. Sah Otisarah (Randazzo), Taormina, Novara, ripassando nel tornare, per Mankarru”. Se l’accennata irruzione a Mankarru ebbe luogo nell’anno dell’Egira 222, cioè nell’837 dell’era cristiana, è del tutto logico pensare che la costruzione del castello sia avvenuta dopo tale data.
Della bicentenaria permanenza musulmana ci resta a S. Lucia (oltre l’imponente mole del castello) una misteriosa testimonianza, indicata dalla targa stradale “via o vico Lavacro dei Saraceni”, che si legge nella parte più tipicamente medievale dell’abitato. In tale Lavacro dei Saraceni, il Di Giovanni – alludendo a un massiccio edificio antico esistente tuttora in un vicino giardinetto, sotto la curva stradale, poco al di sotto del sito di detta targa – più che un bagno riconosce una tomba: “… e a me è parso – egli scrive – l’avanzo di una tomba musulmana, quadrata con cupola sopra, al muro della quale era un lapide marmorea con iscrizione, che, o fu distrutta per ignoranza ovvero rubata, restando visibile il posto dov’era murata internamente”. Monsignor Salvatore Cambria – che fu a S. Lucia ispettore onorario ai monumenti – precisa ancor più: “ Nel 1931 notai che la costruzione, a pianta quadrata, a muri dello spessore di oltre un metro in conci tufacei squadrati, come si rileva là dove l’intonaco – per adibire l’ambiente a costerna – è cascato. Il lato rivolto a est ha una finestra a tutto sesto, attraverso la quale si può osservare l’interno; termina con una cornice sagomata al di sopra della quale si nota il luogo dov’era incastonata la lapide”. “È una costruzione di forma quadrata – ripete lo storico luciese Carmelo Maggio – nella valle, a piè del quartiere già occupato dagli Arabi nel IX secolo. Due arcate di travertino, l’una rivolta a nord e l’altra a oriente, servivano di luce e di accesso al tempio[…]” . Come si vede, si tratta di un edificio assai antico e di non poca importanza archeologica – dato che esso – solo in tempo posteriore trasformato a cisterna – è abbastanza staccato dal groviglio delle viuzze, ove è posta la predetta targa stradale, dovrebbe trattarsi – come sostiene padre Giovanni Parisi – non di una ma di due distinte memorie saracene: quella di una tomba sepolcrale o cimiteriale, e quella del Lavacro vero e proprio dentro l’abitato, indicato ancora dalla targa. Il quale Lavacro non dovette essere propriamente una piscina o vasca per bagno, come potrebbe supporsi, ma piuttosto un comune lavatoio, riservato – secondi i rigidi regolamenti in vigore durante la dominazione – alle donne saracene. Il Casale di Santa Lucia – data la sua non poca importanza del castello e l’amenità e feracità delle sue campagne – avrà dovuto ospitare una cospicua colonia di gente musulmana, e quindi avrà dovuto avere anche in Mankarru, un proprio ghetto o “rabato”, come veniva allora chiamato il quartiere delle loro abitazioni, un proprio luogo di culto o moschea (sul sito dove sorge la chiesa di San Nicola), un proprio cimitero (nel sopracitato giardinetto, negli anni sessanta degli scavi hanno riportato alla luce delle ossa umane) e, naturalmente, un lavatoio riservato alle proprie donne.

La Prelatura Nullius di Santa Lucia del Mela
La più antica notizia riguardante la locale chiesa si riscontra in due diplomi del conte Ruggero dell’anno 1094: “Ecclesiam Sanctae Luciae sitam in campania Milatii”. In un documento datato sempre 1094, Roberto, primo vescovo di Messina, nomina per prima, tra le chiese riedificate dal conte Ruggero, quella di Santa Lucia. Anche il re Ruggero, in un suo diploma del 1124, nomina subito dopo la chiesa di Patti quella di Santa Lucia. Nel 1132, il re Ruggero II, nel palazzo reale di Palermo, fondava una grandiosa e monumentale Cappella che affidava a un cappellano maggiore, il quale venne insignito di una propria sede nel 1206, essendo Stato preposto alla chiesa di S. Lucia de Plano Milatii. Proprio in quell’anno, essendo morto Stefano, vescovo di Patti e Lipari, l’imperatore Federico II (o chi per lui, essendo ancora in minore età) staccò il territorio di S. Lucia dalla diocesi di Patti e lo cedette al suo cappellano maggiore Gregorio Mostaccio (di chiare origini luciesi), che risulta in tal modo il primo prelato della più antica prelatura “nullius” (cioè, di nessuna diocesi), come risulta anche dall’Annuario pontificio. Questa prelatura, territorialmente piccola, è da considerarsi grande per il patrimonio storico, artistico, culturale che rappresenta e luogo privilegiato di fede. Basti ricordare il beato Antonio Franco che ha tracciato una scia luminosa per esempio di virtù e santità. Non a caso papa Giovanni XXIII nella bolla di nomina di mons. Francesco Tortora (64º prelato), che resse la Prelatura dal 1962 al 1972, dichiarava: “La Prelatura di S. Lucia del Mela è stata resa nota e illustre dalla sua storia, dalla bellezza delle sue chiese e dalla sentita pietà dei suoi abitanti, ravvivata dallo zelo dei suoi presuli”. In seguito al riordino delle Circoscrizioni ecclesiastiche, con decreto della Santa Sede, nell’ottobre del 1986, la prelatura di Santa Lucia del Mela e la Diocesi di Lipari venivano unite all’arcidiocesi di Messina, che assumeva la nuova denominazione di Arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela. La Cattedrale luciese e quella di Lipari diventano concattedrali, e i rispettivi santi patroni Lucia e Bartolomeo patroni dell’Arcidiocesi.(fonte)

[5] Barcellona Pozzo di Gotto (Barcialona Pizzaottu in siciliano) è un comune italiano di 39 746 abitanti della città metropolitana di Messina in Sicilia.

È il comune più popoloso della città metropolitana dopo Messina ed è sede di tribunale e della casa circondariale “Vittorio Madia”, ex ospedale psichiatrico giudiziario.

Geografia fisica
Territorio
Il territorio di Barcellona Pozzo di Gotto è esteso circa 58,89 km²; molto densamente popolato e ricco, è delimitato da quattro confini naturali: a nord-ovest il mare Tirreno; a nord-est il torrente Mela; a sud-est il versante tirrenico dello spartiacque dei Peloritani; a sud-ovest il torrente Termini o Patrì. Questi limiti coincidono quasi con quelli amministrativi.

Infatti Barcellona Pozzo di Gotto confina a nord-est con i comuni di Milazzo, Merì e Santa Lucia del Mela; a sud-ovest con i comuni di Terme Vigliatore e di Castroreale; a sud-est lungo il versante montuoso, il confine del territorio di Castroreale si affianca a quello di Santa Lucia del Mela. L’orografia del territorio comunale è molto varia: dal livello del mare si sale fino a quota 1 180 m, con pendenze che iniziano dallo 0 al 5% per passare, nella fascia collinare, tra il 20 e il 40% e finire sul crinale dei Peloritani con pendenze anche superiori al 40%. Le emergenze altimetricamente più significative sono la Rocca (762 m), il Pizzo Tribodo (797 m), e il Colle del Re (1 182 m).

I corsi d’acqua che attraversano il territorio sono, oltre ai citati torrenti del Mela e del Termini, quelli del Longano e dell’Idria che hanno un regime a carattere torrentizio e quindi normalmente con portate modeste che tuttavia divengono impetuose nei periodi di maggiore piovosità. Il Longano, in particolare, separa Barcellona e Pozzo di Gotto e ha dato vita alla piana alluvionale di Barcellona; il suo greto, confinato entro la stretta arginatura borbonica, in passato raggiungeva una larghezza chilometrica con una portata notevole e frequenti allagamenti dei territori circostanti tanto che ancora l’11 dicembre 2008 e il 22 novembre 2011, la forza delle acque ruppe gli argini in più punti.

Di particolare forza distruttiva è stata l’alluvione che ha colpito la cittadina il giorno 22 novembre 2011: una pioggia battente di straordinaria intensità ha fatto straripare il Longano in più punti; il fiume ha divelto alberi e trascinato con sé automobili. La furia dell’acqua ha causato inoltre il crollo di un ponte nella località costiera di Calderà provocando per anni pesanti ripercussioni alla viabilità in quella zona. In seguito a questi eventi si sono succedute numerose iniziative di volontariato, messe in atto dai giovani barcellonesi e non solo, al fine di ripristinare la normalità nel più breve lasso di tempo possibile.

L’area territoriale del comune di Barcellona Pozzo di Gotto è interessata da sistemi di faglie manifeste o sotto le coperture alluvionali costiere. Dal punto di vista agricolo, la porzione di territorio a carattere pianeggiante è la più fertile e viene sfruttata con attività agricole più moderne e redditizie. Su tutto il territorio, infatti, i comparti individuabili sono l’orticoltura, l’agrumicoltura, l’olivicoltura, la viticoltura, il bosco, il pascolo, il seminativo e il vivaio a dimora fissa. Barcellona Pozzo di Gotto è servita dallo svincolo dell’autostrada A20 Messina-Palermo che le consente un rapido collegamento con Messina a circa 39 km e con Palermo, che dista circa 190 km. Tutto il centro abitato è attraversato dalla S.S. 113. Altra via di collegamento è la ferrovia Messina-Palermo che, insieme alla relativa stazione, è stata spostata a valle in posizione decentrata rispetto al centro urbano. Il comune di Barcellona Pozzo di Gotto, oltre che dal grande centro urbano, è formato da una serie di frazioni che nel tempo hanno assunto una certa importanza. Le più importanti sono:

La Gala, S. Paolo e Cannistrà, limitrofe tra loro, ubicate tra 160 m e 260 m s.l.m. e raggiungibili dal centro urbano attraverso le SS.PP. Barcellona-S. Paolo, S. Paolo-Cannistrà e S. Paolo-La Gala
Acquaficara, ubicata a circa 160 m s.l.m. è collegata al centro urbano dalla S.P. Barcellona-Castroreale
Centineo e Portosalvo, vicine fra loro e ubicate tra 60 m e 100 m s.l.m. sono raggiungibili attraverso la S.P. Barcellona-Centineo-Portosalvo
Femminamorta, a 150 m s.l.m. collegata al centro urbano con la S.P. Barcellona-Femminamorta
Migliardo, è la frazione posta a maggior altitudine, fra i 500 e 550 m s.l.m. e collegata attraverso la S.P. Barcellona S. Paolo-Gala
Acquacalda, posta nelle vicinanze del tracciato autostradale e raggiungibile attraverso la via S. Andrea-Acquacalda
Oreto (46 m s.l.m.), posta lungo la S.S. 113
Pozzoperla, Camicia, limitrofe tra loro sono e al comune di Merì a ovest
S. Venera, a circa 82 m s.l.m. è collegata dalla via destra Longano
Calderà, frazione costiera lungo la strada litoranea
Spinesante, frazione costiera lungo la strada litoranea
Cicerata, frazione costiera lungo la strada litoranea
S. Antonio Abate e Contrada Cantoni frazione a nord-ovest di Barcellona, prospiciente il Comune di Terme Vigliatore e delimitata dal torrente Termini o Patrì a ovest e dal Longano a est.
Origine del nome
Relazioni con la casata d’Altavilla
Nella Spagna liberata dai mori, Goffredo il Villoso è considerato il fondatore della Contea di Catalogna e figlio Goffredo II Borrell ne è stato effettivamente il primo capostipite. Il discendente Raimondo Berengario III di Barcellona è genero di Roberto il Guiscardo essendo sposo della figlia Matilde d’Altavilla, contessa di Barcellona di Catalogna. Ai nobili del casato Borrell fedeli al Gran Conte Ruggero intervenuti nella riconquista della Sicilia è affidata la proprietà dei territori del Vallo di Milazzo ovvero il versante settentrionale dei Peloritani compreso tra la penisola di Milazzo e lo spartiacque coi monti Nebrodi, affido delle castellanie annesse.(fonte)

[6] 20° Reggimento Autieri

Origini e vicende organiche

In attuazione della circ. ministeriale n. 26620 in data 25 aprile 1937, relativa alla costituzione del XX Corpo d’Armata destinato in Libia, viene formato presso il deposito del 10° Centro Autier1 in Napoli il XX Autogruppo di Corpo d’Armata. Composto da comando, 20° Autoreparto di C.d’A (su tre autosezioni), 60° autoreparto divisionale (proveniente dal deposito del 6° Centro), 61° e 62° autoreparto divisionale (ciascuno su due autosezioni), officina pesante mobile; l’unità a fine luglio è trasferita in Sicilia da dove dopo le manovre si imbarca per l’Africa Settentrionale. Il XX autogruppo giunge a Tripoli, ove prende sede, il 21 settembre 1937 e distacca gli autoreparti 61° a Misurata e 62° a Derna; quest’ ultimo un mese dopo viene ceduto al XXI autogruppo.
Con circ. n. 83510 del 23 ottobre 1938 lo S.M.R.E. emana le nuove formazioni organiche della grande unità che prevedono, per il Servizio Automobilistico, la formazione in Tripoli, del 20° Centro Automobilistico (per trasformazione del XX autogruppo) articolato su comando; XX gruppo automobilistico (già 20° autoreparto) su tre compagnie: 1a pesante, 2a leggera, 3a mista; deposito e deposito autoveicoli. Il 60° e 61 ° autoreparto sono inseriti, rispettivamente, nelle Divisioni ‘’Sabratha’’ e ‘’Sirte’’.
Il 1° luglio 1942 l’unità cambia nome in 20° Reggimento Autieri e tale rimane sino allo scioglimento del novembre 1942, per eventi bellici.
Nel corso del secondo conflitto mondiale il Reggimento diviene centro di addestramento e mobilitazione e, tramite il deposito, costituisce e mobilita:

  • comando di autoraggruppamento d’Armata: 12°;
  • comandi di autogruppo: 5° e 6°, ed un numero vario di autoreparti, autosezioni, drappelli automobilistici, parchi, officine e reparti minori.

Campagne di guerra

Seconda Mondiale 1940-43
1940-42: Africa Settentrionale: i reparti mobilitati operano inseriti nelle grandi unità.

Comandanti

XX Autogruppo di Corpo d’Armata (1937-39)

Ten. Col. Oscar Postolis

20° Centro Automobilistico (1939-42)
Col. Ettore Perdicchi

Col. Aldo Mascarini

20° Reggimento Autieri (1942-43)
Col. Aldo Mascarini

Sede
Tripoli (1937-1942)(fonte)


In quei giorni…

Operazione MD 3 fu il nome in codice di una missione di bombardamento navale intrapresa dalla Mediterranean Fleet della Royal Navy il 21 aprile 1941 ai danni del porto di Tripoli nella Libia italiana, nell’ambito dei più vasti eventi della battaglia del Mediterraneo della seconda guerra mondiale.

Lo scalo di Tripoli rappresentava un punto fondamentale del sistema logistico che sosteneva le truppe dell’Asse in Libia, e la sua neutralizzazione rivestiva una particolare importanza per gli Alleati, in particolare dopo una riuscita controffensiva delle forze italo-tedesche in Cirenaica ai primi di aprile 1941. Benché il comandante della Mediterranean Fleet, l’ammiraglio Andrew Cunningham, reputasse estremamente pericoloso tentare attacchi dal mare a Tripoli stante la minaccia rappresentata dalle forze aeree dell’Asse, l’Ammiragliato a Londra gli impose di mettere in atto energiche misure per bloccare il porto, se necessario autoaffondando alla sua imboccatura una delle preziose navi da battaglia della flotta; alla fine, come male minore, Cunningham propose di intraprendere un massiccio bombardamento navale da parte della sua flotta.

L’azione fu quindi messa in atto nelle prime ore del 21 aprile, in combinazione con un attacco aereo. Il bombardamento colse completamente di sorpresa le forze dell’Asse, e le unità di Cunningham, con gran stupore dell’ammiraglio stesso, poterono rientrare alla base praticamente senza danni. L’azione comunque fallì nell’infliggere danni significativi al nemico: due mercantili furono affondati nella rada di Tripoli e vari proiettili piovvero sulla città causando danni e vittime tra la popolazione civile, ma le strutture portuali furono solo leggermente danneggiate e poterono riprendere quasi subito le attività.

Antefatti
Alla fine del marzo 1941 le forze dell’Asse nel teatro di guerra nordafricano sferrarono una controffensiva (operazione Girasole) in direzione della Cirenaica, regione interamente caduta in mano agli Alleati al termine dell’operazione Compass nel febbraio precedente. I reparti corazzati dell’appena sopraggiunto Deutsches Afrikakorps guidarono l’azione, cogliendo di sorpresa le forze britanniche stanziate in Cirenaica: aggirati sul fianco dagli agili reparti meccanizzati tedeschi, entro il 13 aprile i britannici dovettero sgombrare l’intera regione e riportare la linea del fronte all’altezza del confine tra la Libia italiana e l’Egitto, lasciandosi dietro solo una guarnigione asserragliata all’interno dello strategico porto di Tobruch, subito posto sotto assedio dai reparti italo-tedeschi.

La comparsa delle forze tedesche in Nordafrica e la perdita della Cirenaica scatenarono un certo panico tra gli alti comandi britannici nel teatro del mar Mediterraneo. Se le forze dell’Asse avessero continuato ad avanzare, penetrando in Egitto e raggiungendo la posizione di Marsa Matruh, avrebbero potuto allestire basi aeree da cui lanciare attacchi di bombardieri scortati da caccia contro Alessandria d’Egitto, principale base navale britannica nel Mediterraneo orientale; questo avrebbe obbligato la Mediterranean Fleet della Royal Navy a lasciare Alessandria, minando alla base il sostegno a tutte le posizioni britanniche nel teatro del Mediterraneo. L’alto comando britannico a Londra iniziò quindi a fare pressione sul comandante della Mediterranean Fleet, l’ammiraglio Andrew Cunningham, perché dedicasse la massima attenzione all’interruzione dei collegamenti navali tra l’Italia e la Libia, in modo da bloccare ulteriori avanzate in Egitto delle forze italo-tedesche facendo mancare loro i rifornimenti essenziali per attuarle. L’attacco diretto ai convogli navali dell’Asse si era tuttavia rivelato problematico: sommergibili e aerei britannici dislocati nella base avanzata di Malta avevano ottenuto risultati miseri, mentre in dieci mesi di operazioni solo una volta le navi di superficie della Mediterranean Fleet avevano intercettato e distrutto un convoglio nemico. Una strategia che poteva risultare più efficace apparve invece il puntare alla distruzione degli scali dove questi convogli erano diretti; in particolare perché, stante il controllo britannico su Tobruch e i danni inflitti dai britannici dagli altri porti della Cirenaica prima del loro abbandono, i rifornimenti dell’Asse dovevano essere convogliati principalmente su un unico scalo, quello di Tripoli in Tripolitania.

Già il 4 aprile 1941 l’Ammiragliato di Londra aveva proposto l’idea di neutralizzare Tripoli tramite un pesante bombardamento da parte delle navi da battaglia della Mediterranean Fleet; all’azione si sarebbe aggiunto l’autoaffondamento all’imboccatura del porto dello scafo dell’anziana corazzata HMS Centurion, radiata dal servizio attivo e impiegata come nave-bersaglio per le esercitazioni di tiro, in modo da imbottigliare lo scalo e renderlo a lungo inutilizzabile per l’approdo dei convogli di rifornimento. Cunningham si disse scettico sulla riuscita di simili piani: l’ammiraglio non era convinto del fatto che le sue navi da battaglia potessero arrecare danni duraturi al porto con un bombardamento navale, e portare la sua flotta da Alessandria fino a Tripoli l’avrebbe certamente esposta per un lungo tratto agli attacchi aerei delle forze dell’Asse, divenuti ora una minaccia significativa dopo l’arrivo nel Mediterraneo di consistenti reparti della Luftwaffe tedesca. L’imbottigliamento del porto tramite l’autoaffondamento di un’unità di grosso tonnellaggio dava garanzie di un risultato migliore e duraturo rispetto al bombardamento, ma la Centurion era in quel momento ancora in Gran Bretagna ed era capace di spostarsi a una velocità parecchio ridotta: sarebbero occorsi diversi giorni solo per portarla nel Mediterraneo, e durante il trasferimento a Malta o da Malta a Tripoli la nave sarebbe stata un bersaglio facile per gli aerei dell’Asse. Per neutralizzare Tripoli, Cunningham favoriva invece la conduzione di una campagna di periodici attacchi dall’aria tramite l’impiego di velivoli da bombardamento; la perdita delle basi aeree in Cirenaica poneva però ora Tripoli fuori dal raggio d’azione dei bombardieri medi di stanza in Egitto, mentre l’invio di bombardieri a lungo raggio nel Mediterraneo venne giudicato come non fattibile stante gli impegni della Royal Air Force su altri fronti.

Il 15 aprile, su istruzione dello stesso primo ministro britannico Winston Churchill, l’Ammiragliato sottopose a Cunningham un nuovo piano. In ossequio al fatto che il blocco del porto valeva il sacrificio anche di unità da guerra di grande valore, l’Ammiragliato propose di inviare a Tripoli la nave da battaglia HMS Barham (solo di pochi anni più giovane della Centurion, ma ancora impiegata come unità da guerra di prima linea con la Mediterranean Fleet) e un incrociatore della vecchia classe C: le due navi dovevano piazzarsi all’imboccatura del porto e bombardare con i loro cannoni da distanza ravvicinata le strutture a terra in combinazione con attacchi di velivoli dall’aria, per poi autoaffondarsi e ostruire così l’uscita dalla rada. La perdita di unità di prima linea come la Barham era ritenuta comunque dolorosa, ma giustificabile: per l’Ammiragliato, l’imbottigliamento tramite autoaffondamento di grandi unità rimaneva il modo migliore per ostacolare le operazioni di approdo a Tripoli in maniera duratura e, in aggiunta, sparando da distanza più ravvicinata la Barham avrebbe potuto causare molti più danni rispetto a quanto potesse fare una flotta schierata al largo che cannoneggiava il porto a distanza. E perdere sicuramente una nave da battaglia nell’azione, ma conseguendo comunque qualche risultato certo, appariva come più razionale che rischiare danni a tutta la flotta solo per realizzare un bombardamento dall’esito incerto.

Cunningham fu inorridito dall’idea di mettere in atto un simile piano, e la sua risposta all’Ammiragliato fu eloquente. Cunningham non si sottraeva alla necessità di affrontare sacrifici per neutralizzare i convogli dell’Asse, ma solo se tali sacrifici apparivano come giustificati; e perdere la Barham agli occhi dell’ammiraglio non era per nulla giustificato. Piazzare la Barham nel punto giusto per imbottigliare il porto era un’operazione altamente rischiosa, e Cunningham stesso calcolò solo una probabilità su dieci di portarla a termine positivamente. Anche se l’imbottigliamento avesse avuto successo, gli italiani avrebbero potuto aggirare l’ostruzione scaricando le navi al largo e portando il carico a terra con delle chiatte; se necessario, l’Asse poteva poi fare pressione sulla Francia di Vichy perché concedesse l’uso dei porti della Tunisia, vanificando interamente l’operazione. Perdere la Barham, una delle sole tre corazzate in quel momento in servizio con la Mediterranean Fleet, avrebbe obbligato la Royal Navy a trasferire nel Mediterraneo un’altra nave da battaglia per mantenere i rapporti di forza contro la flotta italiana, sottraendo risorse al contrasto delle sortite delle grandi navi tedesche nell’oceano Atlantico. Non era poi da sottovalutare il dato morale: per consentire alla Barham e all’incrociatore di continuare a fare fuoco contro Tripoli fino agli istanti finali dell’autoaffondamento, le due navi dovevano essere dotate di un equipaggio di un migliaio di uomini tra ufficiali e marinai, equipaggio che sarebbe andato interamente perduto visto che Cunningham non riteneva fosse possibile trarlo in salvo al termine dell’azione; perdere così tanti uomini in un’operazione dall’esito finale incerto sarebbe stato un brutto colpo per il morale complessivo degli equipaggi della Mediterranean Fleet. La perdita di una corazzata sarebbe poi stata una vittoria propagandistica di peso per l’Asse e, nelle parole dello stesso Cunningham, avrebbe dato al nemico «la misura di quanto disperata sia, a nostro giudizio, la situazione in Cirenaica». Piuttosto che rischiare tutto ciò, Cunningham decise infine di accettare i pericoli di un’azione più convenzionale: sotto il nome in codice di “operazione MD 3”, l’ammiraglio avrebbe quindi impiegato il nucleo centrale della Mediterranean Fleet per bombardare Tripoli dal mare.

L’operazione
Mosse preliminari
Alle 07:00 del 18 aprile 1941 Cunningham prese il mare da Alessandria al comando delle navi da battaglia HMS Warspite (nave ammiraglia), HMS Valiant e Barham, della portaerei HMS Formidable, degli incrociatori leggeri HMS Phoebe e HMS Calcutta e dei cacciatorpediniere HMS Juno, HMS Jaguar, HMS Kimberley, HMS Kingston, HMS Griffin, HMS Hereward, HMS Havock ed HMS Encounter; il cacciatorpediniere HMS Defender si riunì alla flotta più tardi in mare aperto dopo essere rimasto attardato durante le operazioni di disormeggio ad Alessandria. Cunningham fece rotta a nord in direzione della Baia di Suda a Creta, dove contava di far rifornire di carburate i suoi cacciatorpediniere e dove doveva recapitare alcuni macchinari necessari alle operazioni di salvataggio dell’incrociatore HMS York, affondato a Suda il precedente 26 marzo in un attacco di sabotatori italiani. La flotta imboccò il canale tra Caso e Creta (a est di quest’ultima) nel corso della notte tra il 18 e il 19 aprile, piegò a ovest e arrivò a Suda a mezzogiorno del 19 aprile, iniziando subito le operazioni di rifornimento; durante il passaggio attraverso il Mare di Creta gli incrociatori Phoebe e Calcutta furono distaccati per unirsi alla scorta di un convoglio salpato dal Pireo.

L’azione contro Tripoli venne combinata con una serie di movimenti navali nel Mediterraneo centrale. Alle 19:35 del 18 aprile la nave da trasporto Breconshire lasciò Alessandria con a bordo un carico di munizioni e carburante destinato alla guarnigione di Malta (operazione MD 2), venendo scortata dall’incrociatore HMAS Perth e dal cacciatorpediniere HMAS Waterhen (entrambi australiani); il Waterhen fu poi sostituito la mattina del 19 aprile dal cacciatorpediniere britannico HMS Hotspur, e quindi inviato ad appoggiare un’incursione anfibia di un gruppo di British Commandos contro il porto di Bardia in Cirenaica prevista per la notte successiva. Alle 15:30 di quel 19 aprile le navi di Cunningham lasciarono Suda con rotta verso ovest, passarono il braccio di mare tra Creta e Cerigo e piegarono quindi verso sud-ovest; aerei da ricognizione dell’Asse rilevarono e segnalarono la partenza della flotta britannica. Poco dopo il tramonto del 19 aprile, infine, salpò da Malta il convoglio ME 7, composto da quattro mercantili scarichi di rientro ad Alessandria con la scorta di quattro cacciatorpediniere (HMS Jervis, HMS Janus, HMS Nubian e HMS Diamond).

Alle 07:30 del 20 aprile Cunningham si ricongiunse a sud-ovest di Cerigo con il piccolo convoglio dell’operazione MD 2; una mezz’ora più tardi, ormai a metà strada tra Malta e Creta, si unì alla flotta una formazione salpata separatamente da Alessandria agli ordini del viceammiraglio Henry Pridham-Wippell, comprendente gli incrociatori leggeri HMS Orion (nave ammiraglia), HMS Ajax e HMS Gloucester e i cacciatorpediniere HMS Hasty ed HMS Hero; alle 12:00 infine si ricongiunsero a Cunningham anche gli incrociatori Phoebe e Calcutta. Alle 12:30 la Mediterranean Fleet entrò in contatto con il convoglio ME 7 salpato da Malta, e Cunningham riorganizzò le sue forze: l’ammiraglio assunse la guida diretta della forza da bombardamento, compredente le tre navi da battaglia, l’incrociatore Gloucester e nove cacciatorpediniere (Jervis, Jaguar, Janus, Juno, Hasty, Havock, Hereward, Hero e Hotspur); Pridham-Wippell assunse invece il comando di una formazione distaccata, comprendente la portaerei Formidable, gli incrociatori Orion, Ajax e Perth e quattro cacciatorpediniere (Griffin, Havock, Kimberley e Kingston), incaricata di appoggiare l’azione rimanendo a distanza. Gli incrociatori Phoebe e Calcutta furono distaccati per scortare i mercantili del ME 7 insieme ai cacciatorpediniere Nubian e Diamond; il ME 7 continuò a dirigere verso est, raggiungendo Alessandria alle 07:00 del 21 aprile senza alcun danno. La Breconshire rimase aggregata alla flotta fino al calare del buio il 20 aprile, poi se ne separò raggiungendo Malta con la scorta del cacciatorpediniere Encounter.

La flotta fu nuovamente avvistata da aerei da ricognizione nemici nella mattinata del 20 aprile, ma non fu ancora fatta oggetto di alcun attacco. Le navi di Cunningham continuarono a dirigere verso ovest nel corso di quel pomeriggio, presentandosi agli occhi dei ricognitori come se fossero una forza di copertura di un convoglio di rifornimenti britannico diretto a Malta; tramontato il sole, le unità britanniche cambiarono rotta e iniziarono a dirigere risolutamente verso sud dalla volta di Tripoli. La forza di copertura di Pridham-Wippell di separò quindi dal resto delle unità di Cunningham alle 21:20, prendendo posizione a circa 60 miglia a nord di Tripoli.

Il bombardamento
Nella notte tra il 20 e il 21 aprile 1941 il porto di Tripoli era piuttosto affollato di unità alla fonda, comprendenti una dozzina di navi da carico di medie e grandi dimensioni e un centinaio di mezzi più piccoli tra dragamine, barconi, rimochiatori e altro. Sei unità da guerra erano in quel momento stazionate nel porto: i tre cacciatorpediniere della XI Squadriglia (Aviere, Camicia Nera e Geniere), reduci dalla scorta di un convoglio portata a termine il giorno prima, e le torpediniere Partenope, Calliope e Orione. La difesa del porto da attacchi dal mare era debole, affidata come era ad appena due batterie di artiglieria costiera del Regio Esercito armate con un totale di otto cannoni da 190 mm, pezzi di origine austro-ungarica preda bellica della prima guerra mondiale.

L’attacco a Tripoli ebbe inizio alle 02:30, con un’incursione di otto bombardieri Vickers Wellington della RAF decollati da Malta seguiti, alle 03:15, da alcuni Fairey Swordfish della Fleet Air Arm, incaricati di sganciare ordigni esplosivi e incendiari; tra le 03:45 e le 04:40 dalla Formidable decollarono sei o nove Fairey Albacore e Fairey Fulmar incaricati di lanciare sul porto bengala per illuminare i bersagli, oltre a tre Swordfish incaricati di dirigere via radio il tiro delle navi da battaglia. L’avvicinamento finale della flotta britannica venne guidato dai segnali luminosi del sommergibile HMS Truant, piazzatosi in emersione circa quattro miglia a nord di Tripoli. Alle 03:45 le navi di Cunningham dirette verso ovest cambiarono rotta, ruotarono attorno al Truant fermo come una boa e procedettero verso est assumendo la formazione per il bombardamento: quattro cacciatorpediniere in testa con i paramine abbassati per spazzare il tragitto da eventuali mine navali italiane, seguiti dalla linea di fila composta da Warspite, Valiant, Barham e Gloucester; due cacciatorpediniere proteggevano il fianco di dritta della formazione e altri tre quello di sinistra.
Le unità britanniche aprirono il fuoco tra le 04:00 e le 04:10, da un distanza di circa 11340 metri dalla costa (un po’ più vicino di quanto previsto inizialmente a causa di un errore di posizionamento del Truant) e facendo uso sia dei pezzi principali che dei cannoni secondari di minor calibro. Gli incendi appiccati dal bombardamento aereo, i bengala sganciati dai velivoli della Formidable e il forte fuoco antiaereo riversato dalle navi italiane in rada verso gli apparecchi britannici illuminavano distintamente il porto di Tripoli, ma una volta che i primi proiettili delle corazzate andarono a segno sollevarono una fitta nuvola di fumo e polvere che rese difficile per gli Swordfish ricognitori (e impossibile per le vedette sulle navi) individuare distintamente il bersaglio; di conseguenza, il tiro britannico si rivelò inizialmente alquanto impreciso. Le navi di Cunningham spararono ininterrottamente per una ventina di minuti, poi invertirono la rotta e procedettero verso ovest per compiere un secondo passaggio a una distanza più ridotta dalla costa: il Gloucester passò in testa alla linea di fila, seguito dalle corazzate in ordine inverso rispetto a prima, e il tiro risultò ora più preciso. L’artiglieria costiera italiana era rimasta silente durante il primo passaggio, perché le navi britanniche erano fuori portata e perché non voleva rivelare troppo presto la sua posizione; quando le navi britanniche invertirono la rotta e intrapresero il secondo passaggio, i cannoni da 190 mm del Regio Esercito aprirono il fuoco mirando alle vampe dei pezzi nemici, tiro a cui si unirono anche i cannoni dei cacciatorpediniere italiani in rada. Le corazzate britanniche continuavano a rimanere fuori tiro, e pur sparando all’impazzata i cannoni italiani causarono solo danni minimi al cacciatorpediniere Janus, raggiunto da alcune schegge di colpi esplosi nelle vicinanze.

Tra le 04:40 e le 04:45 le navi britanniche interruppero il tiro e si ritirarono verso nord-est; durante la fase di allontanamento la Valiant fece detonare una mina navale alla deriva, ma accusò solo leggeri danni e poté procedere senza altri intoppi. Alle 07:30 la squadra di Cunningham si ricongiunse alla forza di copertura di Pridham-Wippell, e la flotta riunita assunse quindi la rotta di rientro verso Alessandria procedendo verso est alla massima velocità possibile di 21 nodi, distaccando quattro cacciatorpediniere perché dirigessero a Malta. Nonostante i timori di Cunningham circa gli attacchi aerei, il viaggio di rientro della Mediterranean Fleet fu quasi senza contrasto, anche perché i ricognitori dell’Asse faticarono a individuare la posizione delle navi britanniche. Solo alle 10:30 del 22 aprile un ricognitore italiano riuscì a riguadagnare il contatto con le unità britanniche, e alle 18:00 tre bombardieri Junkers Ju 88 tedeschi tentarono di portarsi all’attacco: intercettati dai caccia Fulmar della Formidable, due apparecchi tedeschi vennero abbattuti e nessun danno fu inflitto alle navi di Cunningham. Senza essere ulteriormente disturbato, l’ammiraglio fece il suo ingresso ad Alessandria alle 10:30 del 23 aprile.

Conseguenze
Nel corso dei circa 45 minuti di bombardamento, le navi di Cunningham avevano riversato su Tripoli 478 colpi dai cannoni principali da 381 mm delle corazzate e circa 1500 colpi dalle artiglierie di minor calibro, per un totale di circa 530 tonnellate di esplosivo complessive. Al termine dell’azione gli aerei da ricognizione britannici avevano segnalato numerosi danni inflitti al nemico, tra cui vari colpi arrivati sulle strutture e sui depositi di carburante del porto e cinque navi affondate in rada. Come segnalato anche da successive ricognizioni degli stessi britannici nei giorni seguenti, invece, il bombardamento aveva inflitto danni ben più contenuti. Due mercantili italiani, la motonave Assiria da 2704 tonnellate di stazza (in riparazione per danni subiti in precedenti attacchi aerei) e il piroscafo Marocchino da 1524 tonnellate erano stati affondati all’interno del porto, unitamente alla piccola motovedetta Cicconetti della Guardia di finanza e a una bettolina portuale. Danni non gravi, principalmente causati da schegge di colpi esplosi nelle vicinanze, furono accusati dalla torpediniera Partenope, dai cacciatorpediniere Aviere e Geniere, dai piroscafi Stabia e Duisburg e da alcune unità minori. Si contarono in tutto cinque morti tra il personale militare, di cui due tra l’equipaggio della Partenope e tre tra quello del Geniere, oltre a 21 feriti; il comandante della Partenope, capitano di corvetta Guglielmo Durantini, ucciso da una scheggia, fu insignito postumo della Medaglia d’argento al valor militare.

I danni inflitti alle strutture del porto furono alquanto modesti, e le operazioni portuali poterono riprendere solo poche ore dopo la fine del bombardamento; un convoglio di quattro mercantili giunto il giorno prima poté completare interamente le operazioni di scarico e quindi ripartire per l’Italia nel pomeriggio di quello stesso 21 aprile. Molti dei proiettili britannici avevano tuttavia sorvolato il porto finendo con il colpire la città alle sue spalle, causando danni gravi all’abitato di Tripoli; alcune fonti contarono circa 100 morti e 300 feriti tra la popolazione civile. L’entità dei danni fu in qualche modo mitigata dal fatto che molti dei colpi da 381 mm delle corazzate britanniche non esplosero all’impatto.

L’aver portato a termine l’azione senza perdere una sola nave fu motivo di forte stupore per Cunningham, il quale commentò che i britannici furono «incredibilmente fortunati o forse l’oggetto del favore divino». Il comandante della Mediterranean Fleet, comunque, era bene intenzionato a non sfidare ulteriormente la sorte, e nel suo rapporto all’Ammiragliato il 23 aprile mise bene in chiaro che non avrebbe più tentato simili azioni contro Tripoli; l’ammiraglio non mancò di polemizzare con l’Aviazione per non essersi assunta il compito di neutralizzare il porto, il che provocò il 24 aprile una risposta un po’ risentita di Churchill a Cunningham. Churchill riconobbe tuttavia, successivamente, che l’Ammiragliato a Londra, su sua approvazione, aveva costretto Cunningham ad assumersi rischi eccessivi e non necessari ordinandogli questa azione contro Tripoli. I britannici rinunciarono quindi a tentare altre azioni dal mare contro i porti della Libia, tornando a dedicare la loro attenzione al contrasto in acque aperte dei convogli in arrivo dall’Italia; la situazione sul fronte terrestre andava intanto migliorando, con le truppe italo-tedesche bloccate nell’assedio di Tobruch mentre i britannici, riforniti di equipaggiamenti e mezzi corazzati grazie al riuscito arrivo in Egitto del convoglio Tiger ai primi di maggio, poterono riorganizzare le forze e preparare la controffensiva.(fonte)