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Arturo Marpicati, 1935

    Arturo Marpicati, 1935
    1a
    « di 4 »

    REALE ACCADEMIA D’ITALIA
    IL CANCELLIERE

    8 – 4 – XIII

    Carissimo Salerno, ho parlato oggi con
    Vicari. So dell’attacco alla modesta ma
    onesta diligenza di Ghedi[1]. Per Lazzaroni
    l’unica cosa da fare è… fare il processo o
    istruttoria immediatamente per lasciare un
    vecchio e bravo camerata sotto l’incubo della
    … giustizia. – E io te ne prego cordialmente. –

    A matita LU 318

    Per un certo memoriale anonimo, ove appaiono
    Milesi (ecce homo!), Simoncelli, Romagnoli[2], farai
    ciò che vorrai. – A me non scalfiranno mai la
    pelle. – Piuttosto poiché è accennata casa mia,
    comprata da me, ove sono nati e morti i
    miei cari, compreso mio babbo, e siccome mi è
    costata gravi sacrifici, come può capire per es.
    un Salerno, alto funzionario del Regime…, così
    ti dico che solo perché ero al Partito ho consentito
    a farmi amputare per 13.000 lire! Un bellissimo
    tratto di cortile, con porte, portoni ecc. Ora non
    lo farei molto volentieri. Ma come dire di no
    al Comune essendo io il… Vice Seg. Del Partito e
    amerei di dare luce e aria alle Scuole[3]? –

    REALE ACCADEMIA D’ITALIA[4]
    IL CANCELLIERE

    2/

    Dovrei ora cedere altri benefici
    alle Scuole, e rinunziare ai
    miei piccoli ma importanti
    diritti di proprietà. Penso sia
    il caso di negare ogni facoltà;
    salvo a rivedere la casa più
    innanzi; – Agli estensori del memoriale
    – compreso il mio “ottimo” cugino Simoncelli –
    dopo la tua azione (uno è un tuo funzio=
    nario, il Milesi, ed anche Simoncelli) mi
    riservo di toccare il tempo perbene io
    stesso. Te ne avvertirò, s’intende. – Sono
    gli stessi – ci scommetto – che hanno montato
    la cosa contro Lazzaroni -Scusami la chiacchiera

    A matita LU 317

    Ma era bene e giusto che io ti scrivessi.
    A voce Vicari ti dirà dell’altro.
    Con sempre viva e cara amicizia

    Tuo

    Marpicati[5]


    Note

    [1] Ghedi è un comune italiano di 18 462 abitanti della provincia di Brescia in Lombardia. È situato nella zona della bassa bresciana orientale ed è attraversato dal canale Naviglio.
    La cittadina è conosciuta per essere sede del 6º Stormo dell’Aeronautica Militare (i cui gruppi volo sono: 102º “Giuseppe Cenni”, 154º e 155º) con l’aeroporto di Ghedi, dov’è inoltre ubicata la stazione meteorologica di Brescia Ghedi.
    Nel 1893, inoltre, ebbe rilevanza la costruzione della stazione di Ghedi, sul tragitto della ferrovia Brescia-Parma. Nel corso del primo dopoguerra il paese proseguì il suo sviluppo economico e demografico, anche grazie alla fondazione dell’aeroporto militare di Brescia-Ghedi, intitolato a Luigi Olivari; questo nuovo polo militare ospitò nel corso degli anni ’30 diverse giornate aviatorie, che, in alcune occasioni, videro la presenza anche di Gabriele D’Annunzio. In quel tempo l’economia locale si basava sulla bachicoltura e l’allevamento di bestiame, tanto che nel 1930 si arrivò a fondare un nuovo macello per il commercio delle carni animali. Nel 1915 fu anche fondato un moderno cotonificio, denominato “cotonificio del Mella” ed in seguito “filatura bresciana”, che dal 1930 arrivò ad impiegare circa 500 persone. Nel frattempo, dal 1928, era stata completata la riforma agraria ed erano stati edificati cinque nuovi stabilimenti rurali con anche due nuove cave, la “gandina” e la “montirone”; a coadiuvare la popolazione locale nella bonifica delle lame si adoperò al tempo anche la realtà del credito agrario bresciano. L’aeroporto di Ghedi raggiunse il massimo sviluppo nella strategia militare dei blocchi e, dopo gli anni ’60, fu sede delle frecce tricolori oltre che del 6º Stormo dell’Aeronautica Militare italiana.(fonte)

    [2] Ettore Romagnoli (Roma, 11 giugno 1871 – Roma, 1º maggio 1938) è stato un grecista e letterato italiano.
    Laureatosi nel 1893, durante la sua lunga carriera insegnò come docente universitario dapprima a Catania, poi anche a Roma e Milano. Divenne celebre come saggista e critico letterario, traducendo con grande perizia critica varie opere greche (fra le altre, le tragedie di Euripide, Eschilo e Sofocle, le commedie di Aristofane, l’Iliade e l’Odissea di Omero). Scrisse anche opere di critica letteraria, raccolte di poesie e novelle, e saggi d’argomento teatrale, e compose anche le musiche per alcuni suoi allestimenti di lavori teatrali greci per le stagioni del Teatro Greco di Siracusa. Molte delle odierne rappresentazioni classiche in Italia si rifanno al lavoro di traduzione, revisione e organizzazione della rappresentazione teatrale (musiche, costumi, scena…) fatto da Romagnoli.
    Amante della Sicilia, culla della civiltà greca in Italia, si recava spesso a Gela, città natale della moglie che coi suoi paesaggi costieri e le vestigia di età classica pare lo ispirasse nelle sue fatiche poetiche e letterarie. Fu iniziato in Massoneria il 19 marzo 1903 nella Loggia Venti settembre di Roma e il 21 gennaio 1904 divenne Maestro massone.
    Nel 1925 fu tra i partecipanti al Convegno per la cultura fascista di Bologna e negli anni a seguire fu uno degli intellettuali più in vista del regime. Accademico d’Italia dal 1929, nel contesto dell’epoca divenne celebre la sua frase “Mussolini è prima di tutto un filosofo”; tuttavia, proprio con il Duce ebbe un forte contrasto nel 1931. In quell’anno la dittatura fascista, per la stesura di alcune iscrizioni per il ponte del Littorio, aveva incaricato l’Accademia d’Italia, che si rivolse a Romagnoli; egli preparò i testi, ma essi furono duramente stroncati da Mussolini in persona. Il motivo ufficiale fu la presunta presenza di errori grammaticali, un’accusa a dir poco umiliante per un illustre letterato come Romagnoli; la vera ragione è facilmente desumibile dal tenore del testo poi accettato, scritto da un ex insegnante e opportunamente arricchito da alti elogi a Mussolini.
    Ettore Romagnoli morì a Roma nel 1938.(fonte)

    [3] La scuola Rinaldini di Ghedi. L’edificio era di forma ad “L” organizzato in due piani più uno interrato. Era stato costruito nel 1931 ospitando gli alunni di Ghedi fino al 1988. Poi si trasferì nei plessi di via Baracca, Garibaldi e Palazzo facendo spazio agli studenti del liceo scientifico. Dopo diventò un centro sociale per dieci anni con l’iniziativa “Natale insieme”, che coinvolse tutti i gruppi di volontari. Negli anni ’80 venne abbattuto e la recinzione che ne delimitava il cortile dove gli alunni giocavano, divenne un parcheggio. Nel lato nord dell’edificio si trovavano i resti di un ponte levatoio che probabilmente venne costruito nel ‘600. Questo edificio venne conservato molto bene perché venne costruito con materiali di ottima qualità.(fonte)

    [4] La Reale Accademia d’Italia è stata un’istituzione culturale italiana, operante tra il 1929 e il 1944, fondata durante il regime fascista e sua diretta emanazione. Con la legge 755 del 1939 la Reale Accademia entrò in possesso del patrimonio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, i cui soci vennero inseriti nell’organico come semplici soci aggregati. L’Accademia dei Lincei riacquistò la propria autonomia solo dopo la soppressione dell’Accademia d’Italia.
    Fondata con il compito di promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, di conservare puro il carattere nazionale, secondo il genio e le tradizioni della stirpe e di favorirne l’espansione e l’influsso oltre i confini dello Stato (art. 2 dello Statuto).

    «Eccellenze, signore, signori! Sono fiero di aver fondato l’Accademia d’Italia: Sono certo che essa sarà all’altezza del suo compito nei secoli e nei millenni della nostra storia. Sono lieto d’inaugurare ufficialmente l’Accademia d’Italia nel simbolo del Littorio e nel nome augusto del Re»

    Così Mussolini conclude, il 28 ottobre del 1929, il discorso con cui l’Accademia d’Italia «entra ufficialmente nella scena del mondo, si mette senz’altro al lavoro».(fonte)

    [5] Arturo Marpicati – Nacque a Ghedi, nella Bassa bresciana, il 9 nov. 1891, da Bortolo e da Matilde Guerreschi, primo di cinque figli.
    La famiglia (al M. seguirono, nell’ordine, Edvige, Angelo, Giovanni e Michele), dapprima benestante, si era trovata in ristrettezze economiche e Bortolo, con la sua attività di falegname, riusciva appena a sopperire ai bisogni. Lo stesso M., sentendosi investito della primogenitura, fin da ragazzo si impegnò per contribuire al bilancio. Fu tuttavia un’infanzia serena, quella del M., «di lavori in cui si alternavano la fatica ed il divertimento; di avventurose perlustrazioni nelle lame paludose, terre del mistero popolate, nella fantasia dei fanciulli, di mostri e di insidie, di pericoli e di tentazioni paurose ma allettanti» (Botturi Bonini, p. 14).

    Agli studi elementari, sotto la guida di L. Bonardi, seguirono gli anni di formazione trascorsi nel seminario di Brescia, caratterizzati da intense letture che, se ampliarono una cultura umanistica vasta e «non sempre canonica» (ibid.), contribuirono al formarsi di un’intelligenza dalla sensibilità affatto personale, protesa verso il contemporaneo e tale da misurarsi con le prime prove poetiche. Studente-lavoratore, il M., negli anni del liceo, fu prefetto presso il pensionato scolastico Umberto I di Brescia, presentandosi agli esami, non senza difficoltà, come privatista (A. Marpicati, Bocciato in matematica, in Id., Quando fa sereno, Milano 1937, pp. 79-90; poi nuova ed., Sole su le vecchie strade, Torino 1956).

    Per intercessione del padre scolopio G. Manni, si trasferì a Firenze, dove si sostentò con un posto di ripetitore di doposcuola e, superata finalmente a Brescia nel giugno del 1913 la prova ancora pendente della maturità, poté iscriversi all’Istituto di studi superiori fiorentino. Qui, oltre agli eccellenti maestri e alle frequentazioni accademiche (fra cui G. Mazzoni, G. Vitelli, E.G. Parodi, G. Salvemini e P. Rajna, con il quale si laureò nel luglio 1918 discutendo una tesi sulla «Questione della lingua nel Cinque-Seicento»), ottenne – sempre per interessamento di Manni – un posto di precettore presso la famiglia dei conti Cosimo ed Editta Rucellai, cui rimase sempre legato da sentimenti di riconoscenza e amore filiale.

    Interventista della prima ora e nazionalista convinto, allo scoppio della prima guerra mondiale il M. partì volontario. Presto, tuttavia, l’afflato idealistico e tardorisorgimentale che lo accomunava a una generazione di giovani (fra i più prossimi a lui vi erano G. Prezzolini e G. Borsi, che lo stesso M. contribuì a riconciliare) si tramutò in amarezza e disillusione: il senso della «vittoria dimezzata» emerge a chiare lettere in un romanzo, uscito a distanza di qualche anno dal termine del conflitto: La coda di Minosse (Milano 1925, e successive edizioni), in cui sono rievocati, seppur trasposti in terza persona, episodi autobiografici.

    Il libro, «più antidannunziano, voglio dire più antiletterario che si possa immaginare» (A. Marpicati, Gabriele d’Annunzio e l’epoca del Vittoriale (da epistolari inediti), in Quaderni dannunziani, XII-XIII [1958], p. 210), dopo aver ottenuto consenso e larga circolazione, cadde in oblio. Ingiustamente dimenticato costituisce un tassello, secondario senz’altro ma prezioso, nell’economia degli studi sulla letteratura della Grande Guerra: tanto più giova sottolinearlo dal momento che – da un punto di vista storico-letterario – ci troviamo innanzi a un cerchio chiuso, a un codice («Il rito dell’innocenza è sommerso» sigillerà magistralmente in un verso W.B. Yeats; e il M. «Noi, vincendo le battaglie – Noi siamo i vinti, sempre», Salmo disperato, in Id., Liriche di guerra, Bologna 1935, p. 65), uno di quei temi per cui tutti stanno scrivendo la stessa cosa, se pure apparentemente pensando ad altro: un’esperienza sconvolgente, in cui per la prima volta si palesa il dominio della tecnica e la centralità dell’industria sui ritmi della Natura, che deve essere raccontata e scritta, prim’ancora che per un bisogno letterario, data la sua matrice universalistica, come esigenza morale e di testimonianza (e lo stesso avverrà, per esempio, per la guerra di Spagna – si pensi ad A. Malraux, A. Koestler, E. Hemingway, G. Bernanos – e per la letteratura concentrazionaria).

    All’opacità dell’azione, nei resoconti, spesso corrisponde la lividezza dell’istante: incarcerato e processato per «abuso d’autorità», dopo aver malmenato un piantone che si era addormentato in un posto di guardia ostacolando il flusso del traffico su un ponte, si può dire che il M. attraversi dalla vicenda giudiziaria il territorio della guerra, fatto di miseria e onore, vigliaccheria ed eroismo, giungendo nell’ultimo capitolo – intitolato «Commentario della ritirata di Caporetto» – a un contr’altare possibile, riunito in chiave diaristica, della Rivolta dei santi maledetti (1921) del ben più celebre C. Malaparte [E. Suckert]. Se in Malaparte gli «eroi italiani si legittimano come eroi contro, strappi alla tradizione, all’inerzia della storia e del costume», e questi è «abilissimo nel tenersi in bilico sul filo acrobatico dei concetti pericolosi, delle antifrasi seducenti» (M. Biondi, Introduzione, in C. Malaparte, Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti, Firenze 1995, pp. 24 s.), il M. viceversa – come P. Jahier – filma gli eventi dal basso, attento in particolare all’identità, registrando le diverse specificità «regionali ed espressioni dialettali che la naja sottopone a contatto e a rifusione» (Isnenghi, p. 410).

    E all’esperienza della guerra – insieme con La coda di Minosse – devono essere ricondotte alcune fra le prove migliori del M.: a far tempo da Liriche di guerra (Firenze 1918; Milano 1919; Bologna 1935), passando per i Ritratti e racconti di guerra (Bologna 1932) fino a … e allora non dimenticateci: diari e racconti della guerra 1915-18 (Torino 1961). Le Liriche di guerra, in particolare, furono non solo elogiate da B. Mussolini (Il Giornale del mattino, 22 maggio 1918; poi in Scritti e discorsi di Benito Mussolini, I, Dall’intervento al fascismo [15 nov. 1914 – 23 marzo 1919], Milano 1934, p. 314), ma dettero modo al M. di collaborare a Il Popolo d’Italia e di conoscere il futuro duce.

    Nell’ottobre del 1918, mentre era in licenza a Roma, il M. ebbe modo di conoscere, fra gli altri, L. Pirandello, F. Tozzi e O. Vergani. Direttore de La Gazzetta del mitragliere durante la smobilitazione, dopo aver superato i relativi concorsi il M. si trasferì quindi a Fiume, insegnando dapprima all’istituto tecnico Leonardo da Vinci, quindi al liceo classico Dante Alighieri. Fu in tale occasione che conobbe L. Russo.

    «Li legò poi negli anni una reciproca simpatia; le loro relazioni furono assai cordiali, mantenendosi immutate anche quando i due vecchi compagni di concorso presero strade politiche assai diverse: come ebbe a scrivere Luigi Russo “il baco delle Muse è speciale. Esso è perfin capace di ammazzare il bacillo fascista”» (in Botturi Bonini, p. 18).

    A Fiume ricevette l’incarico di consegnare a G. D’Annunzio, a Venezia, un messaggio del Consiglio nazionale della città ch’era la «consacrazione del legame che doveva unire in eterno Fiume all’Italia» (Alatri, p. 412).

    Ricevuto nella Casa rossa sul Canal Grande il 7 apr. 1919 (tuttavia, lo stesso M., in luogo diverso, afferma trattarsi dell’8 aprile), l’incontro con il poeta-soldato si rivelò decisivo per il M., poi ribattezzato Artù, come l’antico re cavaliere, «per la sua prodezza e per la sua lealtà» (dedica su una copia dell’Alcyone per mano del poeta: Roma, Arch. Marpicati): un’affettuosa consuetudine, quella con D’Annunzio, cui posero fine le esequie solenni del poeta a Gardone alle quali il M. avrebbe partecipato in veste ufficiale, il 3 marzo 1938 (v. comunque: A. Marpicati, Il mio primo incontro con Gabriele d’Annunzio, in L’Italia che scrive, XVII [1934], 6, p. 164).

    Nel «Natale di sangue», che conchiuse l’avventura fiumana, il M. si trovò a giocare un ruolo particolare, quando divenne chiaro che Mussolini non aveva alcuna intenzione di impegnarsi in quella che era ormai la disperata causa dannunziana. Firmato il trattato di Rapallo tra Italia e Iugoslavia il 12 dic. 1920, D’Annunzio, dopo aver proclamato in risposta lo stato di guerra, inviò a Milano il M. in un estremo, disperato tentativo di richiesta di aiuto a Mussolini.

    Il M. raggiunse Milano in abiti borghesi e con mezzi di fortuna, attraversando clandestinamente Fiume cinta d’assedio e recando con sé la perentoria missiva del «vate» (A Benito Mussolini. Per le mani del capitano A. M., in cui si legge: «Il capitano Marpicati ti dirà. Qui si preparano a consumare il delitto. Sei tu pronto co’ tuoi ad invadere le Prefetture? Ad assaltare le Questure?»). Mussolini andò su tutte le furie: «“Quel tuo poeta è grande, ma è pazzo! Noi i questurini li abbiamo alle costole giorno e notte […] e ci arresteranno tutti da un momento all’altro”» (cfr. A. Marpicati, Gabriele d’Annunzio e l’epoca del Vittoriale…, cit., pp. 207-222, con riferimento p. 208). Sempre per il tramite di D’Annunzio il M., nella seconda metà degli anni Venti, conobbe il pittore G.A. Sartorio, cui rimase legato da una profonda amicizia.

    Dopo l’esperienza fiumana il M. si era presto accostato al fascismo, compiendo una rapida carriera politica: già segretario federale di Fiume (24 maggio 1928 – 6 genn. 1930), fu poi vicesegretario del Partito nazionale fascista (PNF, 12 dic. 1931 – 24 dic. 1934).

    In tali vesti presenziò all’incontro tenutosi al Vittoriale fra D’Annunzio e Mussolini il 1° nov. 1932. Malgrado si trattasse di un colloquio privato, non è improbabile che la discussione vertesse sullo scacchiere europeo, alla luce di quanto accaduto in Germania (H. Göring era stato eletto presidente del Reichstag il 30 agosto), desiderando Mussolini sondare il poeta, notoriamente filofrancese e decisamente avverso all’ascesa di A. Hitler (cfr. Salierno, pp. 155 s.). Il M. rievocò l’incontro fra i due grandi rivali, «ridivenuti amici, ma sempre sospettosi e gelosi l’un dell’altro», in Con Mussolini e con d’Annunzio al Vittoriale, in Quaderni dannunziani, XX-XXI (1961), pp. 876-881, con riferimento p. 879.

    Tuttavia, «troppo onesto e, sebbene avveduto, indipendente, per poter accomodarsi» (Prezzolini, p. 13), il M., restio ad assecondare taluni indirizzi del governo e appartenente all’ala minoritaria, sfavorevole a una più stretta intesa con la Germania, nel 1934 fu allontanato dalla carica di vicesegretario, per essere messo definitivamente ai margini della vita del partito allorquando si schierò, fra l’altro, in favore di G. Lombardo Radice, ingiustamente perseguitato. La nomina al Consiglio di Stato (giugno 1938) segnò così il «prepensionamento» politico: la contropartita per essere stato esautorato dalle cariche, fra cui, in particolare, il Gran Consiglio (di cui era stato membro dal gennaio 1932 al dicembre 1934). Dal 1929 al 1938 fu inoltre cancelliere della R. Accademia d’Italia, da cui tuttavia non venne mai accolto come membro effettivo per la malcelata ostilità di alcuni esponenti del regime.

    Se nel 1930, d’accordo con Russo, aveva appoggiato la osteggiata candidatura di A. Momigliano alla cattedra di letteratura italiana presso l’Università di Milano, il M. fu mentore e vicino a Pirandello, ambiguamente legato al fascismo e riparato in Francia, che gli chiedeva di intercedere presso Mussolini cui, testualmente, si dichiarava «con tutto il cuore fedele e devotissimo», proseguendo poi: «Nessuno meglio di te glielo può dire. E fagli sapere che io non sono per astio né per piacere fuori del mio Paese, ma perché, escluso da tutti i teatri italiani, escluso dalla società degli Autori […], sono costretto a guadagnarmi da vivere all’estero […]; se non mi rappresentano più neanche all’estero, muoio di fame» (lettera di L. Pirandello al M., Parigi, 6 febbr. 1932: Roma, Arch. Marpicati).

    Conseguita nel 1934 la libera docenza, il M. aveva ottenuto un incarico per l’insegnamento di lingua e letteratura italiana presso l’Università di Roma. Considerato fin dalla fine degli anni Venti «giornalista e scrittore letterario assai versatile» (Pellizzi, p. 28), al M. – innamorato della sua terra ma fiumano d’elezione – si devono l’itinerario adriatico Piccolo romanzo di una vela (Milano 1922), diario di una crociera fra Fiume, Venezia e Zara a bordo del cutter «Felice Stocco», nonché Abbazia. Ozi e diporti sul Carnaro (Bologna 1931), sorta di Baedeker impreziosito da immagini d’epoca. All’inchiostro del narratore si mescolò, negli anni, quello del saggista letterato, d’occasione o politico, anche se gli esiti più felici della sua produzione sono da ricercarsi entro un arco di compasso ristretto, nelle rievocazioni di volti e luoghi familiari nel tempo.

    Una parte degli scritti del M. può limitarsi a documento e testimonianza di un’epoca: si veda in particolare Nella vita del mio tempo (Bologna 1934), che riunisce una serie di interventi e discorsi (fra cui, tuttavia, spicca l’ancora attuale Leggere: «Si vuole poi che in Italia si legga meno che altrove […]. Ma avviene però a molti di assaggiarli soltanto, questi libri intonati alle nostre necessità odierne, piluccando qua e là […]. Cosicché i più ne parlano poi senza averne letto una pagina», p. 217); nonché Fondamenti ideali e storici del fascismo (ibid. 1931); Opere del regime (Roma 1934); Il partito fascista: origine, sviluppo, funzioni (Milano 1935); Uomini e fatti del mio tempo (Torino 1942); e ancora: La R. Accademia d’Italia con particolare riferimento alla classe di lettere (Budapest 1931) e L’Accademia d’Italia (Milano 1934). Allo studioso, attento in particolare all’osmosi fra letteratura e politica con ciò che ne precede e quel che consegue, si devono i Saggi di letteratura (Firenze 1931), Passione politica in Giosuè Carducci (Bologna 1935) e gli ancor validi contributi su U. Foscolo (Liriche, prose letterarie scelte, Palermo 1926; Il dramma politico di Ugo Foscolo, Bologna 1934; Lettere inedite di Ugo Foscolo a Marzia Martinengo, Firenze 1939; Dante e il Foscolo, Roma 1939; Il Foscolo e l’Alfieri, Asti 1942).

    Fu inoltre, nel marzo 1923, fra i fondatori a Fiume della rivista Delta e collaboratore dell’Enciclopedia Italiana, di Civiltà fascista, del rammentato Popolo d’Italia, del Corriere della sera, di Nuova Antologia e della Revue hebdomadaire (vedi Annunzio [sicet le livre d’Alcyonibid., XLIII [1934], 45, pp. 172-187).

    Richiamato allo scoppio del secondo conflitto mondiale con i gradi di tenente colonnello di stato maggiore presso il comando della 4ª armata sulle Alpi e in Francia, alla fine del 1943, non aderì alla Repubblica di Salò e riuscì a riparare fortunosamente a Castelgandolfo. Nel primo dopoguerra uscì assolto da diversi processi, avendo i giudici riscontrato «i segni manifesti della bontà, dell’onestà e del coraggio messi sempre a servizio delle giuste cause, e non poche volte in difesa di uomini di cultura e professori perseguitati dal fascismo perché non sufficientemente conformisti» (Roma, Arch. Marpicati). Riaccolto al Consiglio di Stato nei primi anni Cinquanta, dedicò gli ultimi tempi agli otia letterari.

    Colto da improvviso malore mentre si trovava in vacanza, il M. fu ricoverato nell’ospedale di Belluno, dove morì l’11 ag. 1961.

    Si era sposato a Fiume il 2 sett. 1922 con Maria Antonietta Lado, da cui ebbe i figli Guido e Nyla.(fonte)