
IL GIUDIZIO SUL FASCISMO
Nel rispondere a una breve digressione di un nostro editoriale, l’«Umanità» ha sollevato, giorni or sono, una polemica non nuova, ma sempre utile e interessante: se il fascismo debba considerarsi o no una delle tante scuole socialiste. È inutile dire che discussioni di questo genere, se vogliono rimanere sul terreno della serietà, debbono assolutamente evitare ogni intenzione di condanna «a priori». Sul fascismo la storia ha già un ampio materiale per dare il suo giudizio; ma, in sede di ricerca delle origini di quel movimento e delle sue affinità dottrinarie, non deve interessarci affatto di stabilire se il fascismo fosse «buono» o «cattivo», bensì soltanto di constatare la sua maggiore o minore affinità con altre correnti di pensiero o con altri sistemi di azione politica.
Sgomberato così il terreno da ogni secondo fine propagandistico e polemico, non si può fare a meno di constatare che la materiale origine storica del fascismo fu la secessione di una frazione minoritaria del partito socialista italiano, originata da divergenze sull’intervento italiano nella guerra 1914-18. La famosa adunata del 23 marzo 1919, cui l’agiografia successiva attribuì una solennità leggendaria, fu in realtà una poverissima cosa: vi parteciparono una sessantina di persone in buona parte estranee o semplicemente curiose e quali altro non fecero che constatare quello che era in atto dall’uscita del primo numero del «Popolo d’Italia»: l’esistenza di un socialismo dissidente mussoliniano accanto al socialismo del partito ufficiale. Anche il nome assunto dal nuovo movimento apparteneva in pieno alla tradizione italiana della sinistra e il simbolo del fascio littorio era sempre stato usato da partiti repubblicani e di sinistra. Non parliamo della bandiera nera, del teschio, della bomba e di altri simboli che fino a quel momento appartenevano addirittura agli anarchici.
Si dirà che la simbologia e le denominazioni di partito hanno poca importanza di fronte ad atteggiamenti e fatti più concreti. A parte che di questa obiezione non dovrebbero farsi forti proprio gli amici dell’«Umanità»[1], continuamente sottoposti, come si sa, alla fastidiosa accusa di usurpazione dei simboli socialisti, il suo valore è piuttosto discutibile perché è evidente che un partito che vuole reclamare le solidarietà che gli sembrano più consone al suo indirizzo, non si copre di insegne assolutamente opposte alle sue intenzioni. Il calcolo politico può arrivare a tutte le raffinatezze, ma è evidente che un partito di intonazione repubblicana non si ammanterà mai di simboli monarchici, come un partito che recluta i suoi aderenti fra i conservatori non andrà mai in cerca di insegne rivoluzionarie.
Andiamo, comunque, alle «cose concrete». È difficile negare, ad esempio, che la grande maggioranza dei primi dirigenti fascisti (sansepolcristi, fondatori di fasci e simili) proveniva dalle file del socialismo e di altri partiti di sinistra; per non parlare del duce, basterà citare Michele Bianchi, Rossoni, Farinacci. Ci furono, è vero, successive adesioni di elementi provenienti da partiti di destra, ma ce ne furono anche di repubblicani come Balbo e Casalini, di anarchici come Gioda, e via dicendo.
Anche se la cosa è generalmente improbabile, si può sempre ammettere che un partito originato da una scissione socialista o capeggiato da un nucleo dirigente di formazione socialista ripudi completamente le dottrine e i metodi politici del socialismo ufficiale per passare a teorie e pratiche diametralmente opposte. Di fatto, per il fascismo questo non è avvenuto. Come già dicevamo, la dottrina prevalente del fascismo è stata lo spostamento della lotta di classe dal piano individuale al piano internazionale. Se è ingiusto — dicono i fascisti — che i feudatari di uno zar possano trasmettersi in eredità i beni acquistati (sia pure a buon diritto) dai lontani antenati, è altrettanto ingiusto che il popolo russo possa godersi le miniere di carbone e le sorgenti di petrolio acquistate (sia pure con altrettanto diritto) dai suoi progenitori, quando ancora non si sapeva a che cosa servissero il petrolio e il carbone. Una volta accettate le premesse, il ragionamento non fa una grinza: se si accetta la lotta di classe secondo l’impostazione marxista bisogna accettare anche la lotta internazionale secondo l’impostazione fascista.
Né si può dire che i fascisti seguissero (nella politica interna come nell’applicazione dei postulati socialisti alla lotta internazionale) un metodo diverso da quello del socialismo contemporaneo. La negazione del «parlamentarismo» e della «democrazia formale», l’appello alla piazza contro gli organi costituzionali dello Stato (compresi quelli dello Stato fascista: Mussolini dichiarò la guerra il 10 giugno 1940 sostituendo la convocazione del gran consiglio con una adunata popolare), la struttura e la meccanica dello Stato totalitario sono comuni al fascismo e alla più gran parte del socialismo attuale. Lo Stato totalitario comunista e quello fascista hanno in comune la negazione del liberalismo politico, del liberalismo economico, del pacifismo e di molte altre cose.
Il discorso potrebbe continuare a lungo, ma per ora non sembra necessario aggiungere altro. Quando si fa appello a una presunta «parte sana della nazione» o magari dell’umanità, e se ne esige la dittatura per trasformarla in dittatura di partito e personale, si finisce sempre allo stesso punto d’arrivo. È lecito pensare che ci si finisca perché anche i punti di partenza erano molto vicini. E ripeto ancora una volta che con queste obiettive constatazioni non intendo offendere i socialisti, né quei fascisti che dopo tante esperienze negative ritengono ancora di essere nel giusto e che in omaggio ai loro princìpi continuano (secondo me, esattamente) a voler essere chiamati socialisti e collettivisti, e non individualisti e liberali.
VITTORIO ZINCONE[2]
vers. eng.
THE JUDGEMENT ON FASCISM
In response to a brief digression in one of our editorials, a few days ago L’Umanità raised a controversy that is not new, but always useful and interesting: whether fascism should be considered one of the many socialist schools of thought. Needless to say, discussions of this kind, if they are to remain serious, must absolutely avoid any intention of condemnation “a priori”. History already has ample material on fascism to make its judgement; but, in researching the origins of that movement and its doctrinal affinities, we should not be concerned with establishing whether fascism was “good” or “bad”, but only with noting its greater or lesser affinity with other currents of thought or other systems of political action.
Having thus cleared the ground of any propagandistic or polemical ulterior motives, we cannot help but note that the material historical origin of fascism was the secession of a minority faction of the Italian Socialist Party, which arose from differences of opinion over Italy’s intervention in the 1914-18 war.
The famous gathering of 23 March 1919, to which subsequent hagiography attributed legendary solemnity, was in reality a very poor affair: about sixty people took part, most of whom were strangers or simply curious, and who did nothing more than confirm what had been evident since the publication of the first issue of Popolo d’Italia: the existence of a dissident Mussolini socialism alongside the socialism of the official party. Even the name adopted by the new movement was entirely in keeping with the Italian tradition of the left, and the symbol of the fasces had always been used by republican and left-wing parties. Not to mention the black flag, the skull, the bomb and other symbols that until then had belonged to the anarchists.
It could be said that party symbols and names are of little importance in the face of more concrete attitudes and facts. Apart from the fact that this objection should not be raised by the friends of “Umanità”, who are constantly subjected, as we know, to the annoying accusation of usurping socialist symbols, its value is rather questionable because it is clear that a party that wants to claim the solidarity that seems most appropriate to its agenda does not cover itself with symbols that are completely opposed to its intentions.
Political calculation can reach all sorts of sophistication, but it is clear that a republican-leaning party will never adorn itself with monarchist symbols, just as a party that recruits its members from among conservatives will never seek revolutionary insignia.
Let us move on, however, to “concrete facts”. It is difficult to deny, for example, that the vast majority of the early fascist leaders (Sansepolcristi, founders of fasci and the like) came from the ranks of socialism and other left-wing parties; not to mention the Duce himself, suffice it to mention Michele Bianchi, Rossoni and Farinacci. It is true that there were subsequent additions from right-wing parties, but there were also Republicans such as Balbo and Casalini, anarchists such as Gioda, and so on.
Although it is generally unlikely, one can always admit that a party originating from a socialist split or headed by a socialist leadership completely repudiates the doctrines and political methods of official socialism in order to move on to diametrically opposed theories and practices. In fact, this did not happen with fascism.
As we have already said, the prevailing doctrine of fascism was the shift of the class struggle from the individual to the international level. If it is unjust — say the fascists — for the feudal lords of a tsar to pass on the assets acquired (albeit rightfully) by their distant ancestors, it is equally unfair for the Russian people to enjoy the coal mines and oil wells acquired (albeit equally rightfully) by their ancestors, when no one knew what oil and coal were used for. Once these premises are accepted, the reasoning is flawless: if one accepts class struggle according to the Marxist approach, one must also accept international struggle according to the fascist approach.
Nor can it be said that the fascists followed (in domestic politics as in the application of socialist postulates to international struggle) a method different from that of contemporary socialism. The rejection of “parliamentarianism” and “formal democracy”, the appeal to the streets against the constitutional organs of the state (including those of the fascist state: Mussolini declared war on 10 June 1940, replacing the convening of the Grand Council with a popular assembly), and the structure and mechanics of the totalitarian state are common to fascism and most of contemporary socialism.
Totalitarian communist and fascist states share a common rejection of political liberalism, economic liberalism, pacifism and many other things.
The discussion could go on at length, but for now it does not seem necessary to add anything else. When one appeals to a supposed “healthy part of the nation” or perhaps of humanity, and demands dictatorship in order to transform it into party and personal dictatorship, one always ends up at the same point. It is reasonable to think that this is because the starting points were very close. And I repeat once again that with these objective observations I do not intend to offend socialists, nor those fascists who, after so many negative experiences, still believe they are right and who, in homage to their principles, continue (in my opinion, quite rightly) to want to be called socialists and collectivists, and not individualists and liberals.
VITTORIO ZINCONE

I CRIMINI DI GUERRA COMPIUTI DAGLI JUGOSLAVI
Una documentazione che provoca brividi d’orrore
Durante la discussione sulla ratifica del trattato di pace imposto all’Italia, la voce di Benedetto Croce[3] si levò alla Costituente per condannare la pretesa di istituire tribunali unilaterali per i cosiddetti “criminali di guerra”. “Sogno inquietanti del turbamento attuale sono ai nostri occhi (bisogna avere il coraggio di confessarlo) — così il Croce — i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare e impiccare sotto nomi di criminali di guerra uomini politici e generali dei paesi vinti”. Benedetto Croce proseguiva ricordando che Giulio Cesare fu assai meno ipocrita quando fece strozzare in carcere Vercingetorige dopo averlo condotto dietro il carro del suo trionfo.
La faccenda dei “criminali di guerra” è tornata di attualità dopo la recente richiesta jugoslava perché l’Italia consegni al governo di Belgrado alcune persone a cui si attribuisce tale qualifica. Dato che respingiamo per principio la pretesa di giudicare sulla “criminalità di guerra”, non ci soffermiamoci a spiegare come e perché tale pretesa non possa menomamente applicarsi alle persone chiamate in causa per evidenti fini politici e propagandistici dal governo di Belgrado e dai suoi servitori di lingua italiana. Ci preme solo di mettere in luce da qual pulito vengano certe prediche ed a tal fine abbiamo raccolto una succinta, ma esauriente documentazione sulle atrocità jugoslave a danno di italiani, prima e dopo l’8 settembre.
Come si ricorderà, la Jugoslavia, dopo che il re Pietro[4] ebbe ritirato l’adesione al “tripartito” data dal suo predecessore principe reggente Paolo[5], fu invasa e occupata in quattro giorni e il suo esercito si sfasciò, praticamente, senza resistenza. La guerriglia partigiana cominciò un paio di mesi più tardi, dopo la dichiarazione di guerra della Germania alla Russia. I primi moti, nella zona occupata dagli italiani, scoppiarono il 13 luglio 1941 e ne restarono vittime diversi reparti della divisione “Messina”. Una autocolonna di questa divisione fu assalita a sorpresa e distrutta sulla rotabile fra Budva e Cettigne, a Martinovici, e fin qui stiamo nel campo delle normali azioni di guerra. Ma il 26 luglio, le truppe italiane che rioccupavano la zona ebbero la sorpresa di trovare i corpi dei loro compagni d’arme tagliati a pezzi e ficcati a forza nelle cunette della strada rotabile. Si accertò poi che gli insorti avevano ucciso i prigionieri e dopo averli sventrati avevano dato le viscere in pasto ai maiali.
Di simile efferatezza è costellata tutta la campagna di Jugoslavia, né vale dire che (in fin dei conti) gli italiani erano là in qualità di invasori, perché altro è la lotta ad oltranza contro un nemico altro è la bestiale crudeltà contro i vivi e l’oltraggio inutile ai morti.
Dopo l’episodio di Martinovici (assai importante dal punto di vista storico, perché stabilisce senza alcun dubbio, non solo che gli slavi si macchiassero di atrocità spaventose, ma che furono i primi a mettersi su questa via) se ne potrebbero registrare molti altri: uccisioni di medici e cappellani militari intenti a opere di soccorso alla popolazione civile, stragi di massa di prigionieri, decapitazioni e simili cose. Ci limitiamo a quelli che recano il marchio dell’atrocità ed hanno – di fronte all’osservatore imparziale – caratteristiche di crimini comuni, assai più che eccessi di guerra.
A Niksic, sempre nella zona del Montenegro, nel gennaio 1942, la guarnigione italiana era rimasta bloccata. Fu inviata, per liberarla, una compagnia del battaglione alpino “Val d’Orco”, che a sua volta fu accerchiata e distrutta a quota 404. Nelle vicinanze di Danilovgrad, Un mese dopo, gli alpini del II gruppo, sopraggiunti nella stessa località, trovarono i cadaveri sepolti nella neve con i segni delle più orrende sevizie: ossa delle gambe e delle braccia spezzate, occhi strappati dalle orbite, feroci mutilazioni, bottiglie vuote conficcate nel corpo. Ogni soldato italiano aveva un sasso al posto del cuore, strappato dai miliziani.Nel marzo del 1942, a Bjelopavlici, sempre nelle vicinanze di Danilovgrad, 50 prigionieri italiani furono uccisi dai partigiani dopo alcuni mesi di prigionia. I loro corpi (ridotti in condizioni scheletriche dal digiuno) furono gettati in un pozzo. A Stolac, in Croazia, quaranta fanti della divisione “Cacciatori delle Alpi” comandati dal capitano Tolo furono uccisi dagli slavi dopo spaventose mutilazioni e torture. Una maestra croata, Kukseva Sakotic, torturò e uccise personalmente a Viluse, nel settembre 1942, quattordici bersaglieri del 4° reggimento che erano stati catturati poco distante dalle truppe di Tito. Il presidio di Prezer (700 uomini) fu massacrato ferocemente dopo una resa regolare; a Jablanica il colonnello Moltoni e trenta suoi ufficiali del 259° reggimento “Murge” furono uccisi in prigionia.
Alcuni episodi riportano la mente di chi li ascolta ai tempi del più oscuro medioevo. Così quello dei nove fanti della “Marche” squartati vivi nella zona di Zrke; così l’impalamento di un milite e di un alpino a Drzenica, dove erano stati catturati su un treno ordinario, mentre senza arma ritornavano dalla licenza.
La documentazione fotografica di questi crimini contro l’umanità esiste in Italia e chi l’ha scorsa non ha potuto non provare un fremito d’orrore. Molti altri episodi si potrebbero aggiungere a quelli narrati, ma non vogliamo abusare, per ora della capacità emotiva dei nostri lettori. D’altra parte, sarebbe inesatto ritenere che le atrocità registrate in Jugoslavia fossero un frutto occasionale della lotta contro lo straniero. Tutta la storia di questo paese è piena di guerriglie e di conseguenti atrocità, da molti secoli, e le fazioni che si scontrarono fra loro durante l’occupazione militare italiana usavano le une verso le altre procedimenti dello stesso genere: e si noti che molto spesso gli scontri e i massacri avvenivano fra bande unite nella lotta partigiana, ma in urto per questioni di partito o istituzionali.
Non bisogna nemmeno credere che, cessata l’occupazione italiana dopo l’8 settembre, le truppe di Tito (perché è utile e doveroso aggiungere che il contegno della popolazione civile verso i militari italiani fu spesso improntato a lodevole umanità) abbiano mutato il loro modo di agire. La parte saliente della nostra documentazione riguarda anzi il comportamento degli slavi dopo la cessazione delle ostilità e la proclamazione della cobelligeranza. Lo vedremo nei prossimi numeri.
(Continua)
vers. eng.
WAR CRIMES COMMITTED BY THE YUGOSLAVS
Documentation that provokes shivers of horror
During the debate on the ratification of the peace treaty imposed on Italy, Benedetto Croce raised his voice in the Constituent Assembly to condemn the claim to establish unilateral tribunals for so-called “war criminals”. ‘The disturbing dreams of the current turmoil are, in our eyes (we must have the courage to admit it),’ said Croce, ‘the tribunals without any legal basis, which the victor has established to judge, condemn and hang politicians and generals of the defeated countries under the name of war criminals.’ Benedetto Croce went on to recall that Julius Caesar was far less hypocritical when he had Vercingetorix strangled in prison after leading him behind his triumphal chariot.
The issue of “war criminals” has returned to the fore following the recent Yugoslav request for Italy to hand over to the Belgrade government a number of people who are considered to be such. Since we reject on principle the claim to judge “war crimes”, we will not dwell on explaining how and why this claim cannot in any way be applied to individuals who have been called into question for obvious political and propaganda purposes by the Belgrade government and its Italian-speaking servants.
We would just like to highlight the source of certain sermons and, to this end, we have compiled a concise but comprehensive documentation of Yugoslav atrocities against Italians, both before and after 8 September.
As you will recall, after King Peter withdrew his predecessor Prince Regent Paul’s accession to the “tripartite” pact, Yugoslavia was invaded and occupied in four days and its army collapsed, practically without resistance. Partisan guerrilla warfare began a couple of months later, after Germany declared war on Russia. The first uprisings in the area occupied by the Italians broke out on 13 July 1941, claiming the lives of several units of the “Messina” division. A convoy of this division was ambushed and destroyed on the road between Budva and Cetinje, in Martinovici, and so far we are in the realm of normal warfare. But on 26 July, the Italian troops who reoccupied the area were surprised to find the bodies of their comrades cut into pieces and forced into the ditches of the road. It was later ascertained that the insurgents had killed the prisoners and, after disembowelling them, had fed their entrails to the pigs.
The entire campaign in Yugoslavia was marked by similar brutality, and it is not worth saying that (after all) the Italians were there as invaders, because fighting to the bitter end against an enemy is one thing, but bestial cruelty against the living and outrageous acts are quite another.
After the Martinovici episode (which is very important from a historical point of view, because it establishes beyond doubt not only that the Slavs committed appalling atrocities, but that they were the first to embark on this path), many others could be recorded: the killing of doctors and military chaplains engaged in relief work for the civilian population, mass killings of prisoners, beheadings and similar acts. We will limit ourselves to those that bear the mark of atrocity and, to the impartial observer, have the characteristics of common crimes rather than excesses of war.
In Niksic, also in Montenegro, in January 1942, the Italian garrison was blocked. A company of the “Val d’Orco” Alpine battalion was sent to free it, but was itself surrounded and destroyed at an altitude of 404 metres. Near Danilovgrad, a month later, the Alpine troops of the II Group, arriving in the same locality, found corpses buried in the snow with signs of the most horrific torture: broken leg and arm bones, eyes torn from their sockets, savage mutilations, empty bottles stuck in the bodies. Each Italian soldier had a stone in place of his heart, torn out by the militiamen.
In March 1942, in Bjelopavlici, also near Danilovgrad, 50 Italian prisoners were killed by partisans after several months of captivity. Their bodies (reduced to skeletons by starvation) were thrown into a well. In Stolac, Croatia, forty infantrymen from the “Cacciatori delle Alpi” division commanded by Captain Tolo were killed by Slavs after horrific mutilation and torture. A Croatian teacher, Kukseva Sakotic, personally tortured and killed fourteen Bersaglieri soldiers from the 4th Regiment in Viluse in September 1942, who had been captured not far from Tito’s troops. The garrison of Prezer (700 men) was brutally massacred after a regular surrender; in Jablanica, Colonel Moltoni and thirty of his officers from the 259th “Murge” regiment were killed in captivity.
Some episodes take the listener’s mind back to the darkest days of the Middle Ages. Such is the case of the nine infantrymen of the “Marche” regiment who were quartered alive in the Zrke area; such is the case of the impalement of a soldier and an Alpine trooper in Drzenica, where they had been captured on an ordinary train while returning unarmed from leave.
Photographic documentation of these crimes against humanity exists in Italy, and those who have seen it cannot help but feel a shudder of horror. Many other episodes could be added to those narrated, but we do not want to abuse the emotional capacity of our readers for now.
On the other hand, it would be inaccurate to believe that the atrocities recorded in Yugoslavia were an occasional result of the struggle against foreigners. The entire history of this country has been marked by guerrilla warfare and the resulting atrocities for many centuries, and the factions that clashed during the Italian military occupation used similar tactics against each other. It should be noted that very often the clashes and massacres took place between bands united in the partisan struggle but at odds over party or institutional issues.
Nor should it be believed that, once the Italian occupation ended after 8 September, Tito’s troops (because it is useful and necessary to add that the behaviour of the civilian population towards the Italian military was often marked by commendable humanity) changed their way of acting. The most salient part of our documentation concerns the behaviour of the Slavs after the cessation of hostilities and the proclamation of co-belligerence. We will see this in the next issues.
(To be continued)
Note
[1] L’Umanità è stato il quotidiano politico del Partito Socialista Democratico Italiano, fondato il 18 gennaio 1947.
Storia
L’11 gennaio 1947 nacque il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI). Appena una settimana dopo uscì il primo numero de L’Umanità, l’organo ufficiale del partito. Il quotidiano uscì con una doppia edizione: milanese, diretta da Giuseppe Faravelli, tra i fondatori del PSLI stesso, e romana, curata da Carlo Andreoni. L’edizione romana fu chiusa a ridosso delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.
Al IV Congresso nazionale del partito (Napoli, 4-8 gennaio 1950) fu deciso di interrompere la pubblicazione anche dell’edizione milanese, per mancanza di risorse finanziarie. La funzione di organo ufficiale del PSDI fu assegnata ai settimanali Giustizia Sociale e La voce socialista. Tra il 1948 e il 1949 il caporedattore dell’edizione milanese fu Paolo Murialdi.
Il 5 luglio 1969, dopo lo scioglimento dell’alleanza tra Partito Socialista Democratico e Partito Socialista Italiano, la maggioranza degli ex PSDI e alcuni ex PSI costituirono il Partito Socialista Unitario (PSU). Reperite le necessarie risorse per il finanziamento di un organo di stampa, L’Umanità tornò ad uscire l’anno seguente. Dal 1971 la formazione politica riprese il nome di Partito Socialista Democratico Italiano.
Il giornale interruppe brevemente la pubblicazione tra il luglio 1976 e il gennaio 1977, e dall’agosto 1984 al gennaio 1985. Dopo Tangentopoli e la crisi generale dei partiti della “Prima Repubblica”, tra cui il PSDI, fu chiuso definitivamente nel 1994.
Il 25 giugno 2018 Renato d’Andria, segretario nazionale del rifondato PSDI ha annunciato la riapertura de L’Umanità. Il quotidiano è stato però nuovamente chiuso nel 2020.(fonte)
[2] Vittorio Zincone (Sora, 30 aprile 1911 – Roma, 10 marzo 1968) è stato un giornalista e politico italiano.
Fu un esponente di spicco del Partito Liberale Italiano.
Biografia
Durante gli studi universitari, in qualità di membro del PNF, fu iscritto ai GUF e partecipò ai Littoriali della cultura e dell’arte del 1935, con un saggio sul «Salario corporativo», vincendo il primo premio. Si laureò in giurisprudenza e in scienze politiche.
Iniziata l’attività politica come consigliere comunale di Roma per il PLI, dal 1963 al 1968 fu deputato per lo stesso partito. Negli anni cinquanta e sessanta fu membro degli organi direttivi del partito, all’interno dei quali si schierò tendenzialmente a destra.
Fu condirettore del quotidiano romano Risorgimento Liberale, direttore del Resto del Carlino di Bologna e vice direttore del Tempo (Roma). Dal 1958 fu anche presidente dell’Associazione Stampa Romana.
Era padre del giornalista e scrittore Giuliano Zincone.(fonte)
[3] Benedetto Croce. Filosofo e storico (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952). Studiò a Napoli, che divenne presto la sua dimora abituale. Scampato dal terremoto di Casamicciola (1883) in cui perdette i genitori, fu accolto a Roma in casa dello zio Silvio Spaventa, e vi rimase sino al 1886; ivi intraprese gli studi di giurisprudenza che non continuò, preferendo dedicarsi ai corsi universitari di etica di Antonio Labriola. Tornato a Napoli, si diede a indagini erudite, ma presto l’erudizione – che pure coltivò poi sempre con geniale dottrina – gli si palesò insoddisfacente, e sentì il bisogno, tipico in lui, di trasferire i suoi interessi mentali su un piano di riflessione critica. Primo segno d’una revisione radicale in senso filosofico del suo atteggiamento è la memoria su La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte (1893). Ha inizio così una fervida opera da cui la cultura italiana uscì rinnovata, opera in cui il C. ebbe lungamente compagno Giovanni Gentile, finché ragioni speculative prima e poi politiche non ruppero l’accordo dei due filosofi, e che ha come documento, oltre che le opere dell’uno e dell’altro, le annate de La Critica (v.), fondata nel 1903, la quale rappresentò l’insigne organo del rinnovamento. Senatore dal 1910, ministro dell’Istruzione con Giolitti (da lui sempre ammirato) nel 1920-21, assunse nel 1925, dopo che il fascismo si fu dichiarato nella sua essenza totalitaria, deciso atteggiamento di opposizione, redigendo il Manifesto degli intellettuali antifascisti, i quali guardarono poi sempre a lui come a un esempio. Caduto il fascismo, tornò per breve tempo alla vita politica attiva, come ministro senza portafoglio nel gabinetto Badoglio (aprile-giugno 1944) al quale parteciparono i sei partiti antifascisti del CLN, e nel primo gabinetto Bonomi (costituito il 18 giugno, ma il C. si dimise il 27 luglio); tenne sino al 1947 la presidenza effettiva del Partito liberale e sino al 1948 quella onoraria, fu consultore, deputato alla Costituente e dal 1948 senatore di diritto. Nel 1947 fu nominato socio onorario dell’Accademia dei Lincei, della quale era stato in passato (1923-35, 1945) socio nazionale; nello stesso anno fondò a Napoli l’Istituto italiano per gli studi storici, a disposizione del quale aveva posto la sua biblioteca, forse la più importante biblioteca privata d’Italia. Cardine fondamentale del sistema crociano è il nesso o dialettica dei “distinti”, come integrazione della hegeliana dialettica degli “opposti”. Con esso il C. intese rivendicare la distinzione e autonomia delle forme dello spirito. Carattere peculiare dell’attività del C. è il costante parallelismo tra la sua opera di filosofo e quella di indagatore di specifici problemi storici, letterari, politici, ecc.: la sua filosofia, da lui appunto concepita come “metodologia della storia”, s’invera assiduamente nel concreto.
Il giovane C. parte nella sua battaglia contro il positivismo dalle posizioni spiritualistiche del De Sanctis e dallo storicismo del Vico, e “storicismo assoluto” è appunto la definizione ultima, da lui stesso offerta, del suo pensiero. Insufficiente, sin dall’inizio, gli apparve il positivismo a chiarire le ragioni della poesia e della storia, ambedue per il C. conoscenza dell’individuale e pertanto non riducibili a classi di fenomeni naturalisticamente intese, e non spiegabili meccanicisticamente. La storiografia si distingue, senza negarla, dalla scienza, essa – affermò il C. all’inizio – può esser ridotta al concetto generale dell’arte, ma l’ulteriore sviluppo della sua indagine è volto a distinguere tra arte e storia: la prima è una forma di conoscenza che si distingue dalla storica e dalla scientifica, in quanto è “intuizione”, indipendente dalla conoscenza razionale, dall’utilità e dalla morale, e s’identifica con la sua espressione. Ma certamente l’estetica crociana presenta anche, in nuce, una teoria dello spirito, in cui, accanto all’attività teoretica, è formulata una teoria dell’attività pratica. Il Croce aveva maturato questa parte del suo pensiero attraverso le suggestioni che prima dell’elaborazione dei suoi pensieri sull’arte gli erano venute dallo studio della filosofia del Marx e dall’amicizia con il Labriola. Già da questo il materialismo di Marx veniva opposto, come metodo e teoria storiografica, al filologismo indifferente e sterile. Il C. chiarisce l’essenza di questa nuova problematica del materialismo marxista nella necessità di determinare il posto che nella vita dello spirito spetta all’attività economica. E mentre il marxismo aveva concepito la realtà economica come condizione o struttura, C. fa dell’economicità una delle forme della spiritualità, ponendo, accanto alle categorie tradizionali del Bello (estetica), del Buono (morale), del Vero (logica), la quarta categoria dell’Utile (economica). Ma con questa accettazione del momento economico, che è anche limitazione di esso, C. si sottrae alla suggestione del marxismo, che gli appare ormai errore filosofico; esso però permette al C. di riprendere e sistemare la teoria romantica della politica come pura economicità non tiranneggiata da esigenze etiche, e di ricongiungersi, ancora più indietro, al Machiaveili.
Per dare una compiuta teoria del giudizio estetico e di quello logico, il C. doveva peraltro indagare la sfera specifica nella quale lo spirito, fattosi autocosciente, elabora i predicati del giudizio. Questo compito è affrontato nella Logica, e il problema è avviato a soluzione con la distinzione, che il C. introduce in questa opera, tra concetti puri e pseudoconcetti, cioè tra ragione e intelletto. L’intelletto astratto viene rigettato fuori dei confini dell’attività conoscitiva, in quelli dell’attività pratica, conformemente alle indicazioni e alle conclusioni cui per altre vie e con altri intenti era giunta la gnoseologia e metodologia delle scienze, partendo dal seno stesso del positivismo. Liberatosi dagli impacci degli pseudoconcetti, il C. elabora la teoria del concetto puro, che vive nel giudizio. E infine, con l’identificazione di giudizio esistenziale, o individuale, e giudizio definitorio, compie il passo decisivo, rivelando l’insopprimibile storicità di ogni giudizio, che è il coronamento dell’edificio filosofico di C. e il delicato punto in cui storia e filosofia operano una reciproca integrazione. Tuttavia, una simile ampia sistemazione non sarebbe del tutto intelligibile se non se ne chiarisse ancora un presupposto, che è quello dell’incontro diretto del pensiero del C. con quello di Hegel (Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel, 1906), del quale, attraverso lo studio del marxismo e “mercé l’amicizia e la collaborazione col Gentile”, aveva già avuto a risentire. Al C. si era venuta rivelando una visione della realtà la quale, per la concezione dei distinti, si ordina e circolarmente trapassa in forme diverse e ritornanti, in una guisa che può apparire del tutto pacifica. Il C. accordò tale concezione con la dialettica propria dell’hegelismo, la quale sottolinea il momento della lotta e del contrasto tra gli elementi che danno struttura alla realtà, mostrando invece che il momento negativo in una forma distinta non è altro che la positività di un altro distinto che al primo si surroga, per cui alla realtà non viene a mancare l’anelito dialettico e la spinta al divenire, ma non manca nemmeno la capacità di presentarsi positiva ed equilibrata in ogni suo momento. In tal modo una teoria della storiografia era orma i compiuta. Essa imponeva al filosofo-storico di adeguare il suo pensiero e di cogliere i suoi problemi in una realtà che continuamente si rinnova.
Gli eventi pubblici seguiti alla prima guerra mondiale lo indussero poi a trasformare i suoi concetti interpretativi della realtà in precetti e norme di vita: nacque così il suo liberalismo; come prima aveva rivendicato l’autonomia della politica, così ora, di fronte a violente ideologie politiche che danno sanzione etica allo stato, è indotto a rivendicare, nel quadro della distinzione, l’autonomia e l’alterità della vita morale rispetto all’attività politica. Il ripensamento e la colorazione etica dei concetti fondamentali del sistema diventano nota caratteristica di questa seconda fase della vita del filosofo, e da essa sgorga gran parte della produzione del C. storico, che è tutta rivolta alla contemplazione e all’esaltazione delle forze morali che operano nella storia. C. teorizza questa esperienza nella distinzione di storiografia puramente economica e di storiografia etico-politica, nell’idea della storia come storia della libertà e della libertà come ultima religione dell’umanità.
La metodologia degli studi letterari e storici è uscita profondamente rinnovata dall’insegnamento del Croce. Lo studio della poesia, come d’ogni altra arte, deve tendere – egli insegnò – all’individuazione della personalità dell’artista; tutto ciò che è esterno a lui può concorrere a spiegarlo ma non lo condiziona ai fini dell’accertamento della sua poesia; è assolutamente inefficiente, anzi dannoso, un raggruppamento storico degli artisti; storia dell’arte non è possibile fare, e tanto meno storia di singoli generi letterarî che sono astrazioni di critici, non realtà. Le ricerche care al vecchio “metodo storico” sono bensì legittime, ma solo al servizio della ricostruzione storica d’una determinata cultura o civiltà, non mai per la vera comprensione d’un poeta o artista. La storia, a sua volta, è sempre contemporanea, nel senso che essa è legata al presente, nella persona e nell’ambiente dello storico, che muove sempre nell’opera sua da propri interessi attuali. La storiografia non è cronaca grezza di avvenimenti, ma ricostruzione e giudizio dei fatti, sintesi di intuizione e concetto; è sempre “etico-politica”, cioè storia della vita morale e civile dell’uomo. Il linguaggio è creazione individuale, e quindi atto spirituale, espressione di fantasia e non di logica, è dunque sinonimo di poesia; la linguistica, com’è tradizionalmente intesa, cioè come studio di suoni, di forme, di significati, ecc., ha la sua legittimità, ma come studio di fatti sociali. E si tacciono qui gli insegnamenti del C. in molti altri campi di studio, anche lontani da quelli da lui coltivati (per es., nella filologia testuale); ma non può essere taciuto che nella storia della prosa italiana moderna, la prosa del C., così limpida e precisa, senza sbavature di sorta, sostenuta ma senza pedanterie e leziosaggini, rappresenta un momento di notevole importanza. Pertanto il C., anche se non gli mancarono critici e avversari talvolta violenti, appare come la figura di maggior rilievo della vita culturale italiana della prima metà del Novecento.
Tra le opere di critica e storia letterarie: Saggi sulla letteratura italiana del Seicento (1911); La letteratura della nuova Italia (6 voll., 1914-40); Goethe (1919); Ariosto, Shakespeare e Corneille (1920); La poesia di Dante (1921); Poesia e non poesia (1923); Storia dell’età barocca in Italia (1929); Nuovi saggi sulla letteratura italiana del Seicento (1931); Poesia popolare e poesia d’arte (1933); Nuovi saggi sul Goethe (1934); Poesia antica e moderna (1941); Poeti e scrittori del pieno e tardo Rinascimento (3 voll., 1945-52); La letteratura italiana del Settecento (1949); Letture di poeti e riflessioni sulla teoria e la critica della poesia (1950). Tra le sue opere filosofiche, fondamentale è la Filosofia dello spirito in tre volumi (Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, 1902; Logica come scienza del concetto puro, 1909; Filosofia della pratica, 1909), a cui poi si aggiunse la Teoria e storia della storiografia, 1917 (uscita però già nel 1915 in lingua tedesca a Tubinga: Zur Theorie und Geschichte der Historiographie). Altri scritti filosofici: Materialismo storico ed economia marxista (1900), Problemi di estetica (1910); La filosofia di G. B. Vico (1911); Cultura e vita morale (1914); Nuovi saggi di estetica (1920), in cui è compreso il Breviario di estetica (1913); Etica e politica (1931); Ultimi saggi (1935); La poesia (1936); La storia come pensiero e come azione (1939); Il carattere della filosofia moderna (1941); Discorsi di varia filosofia (2 voll., 1945); Filosofia e storiografia (1949); Storiografia e idealità morale (1950); Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici (1952). Tra gli scritti di storia etico-politica: La rivoluzione napoletana del 1799 (1912); Storia del Regno di Napoli (1925); Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928); Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932). Scritti vari: Contributo alla critica di me stesso (1918); Conversazioni critiche (5 voll., 1918-1939); Storia della storiografia italiana nel secolo XIX (2 voll., 1921). Nel 1951 fu pubblicata nei “classici Ricciardi”, a cura dello stesso C., un’antologia delle sue opere (Filosofia, poesia, storia), con una compiuta cronologia. L’edizione integrale del cospicuo carteggio tra Croce e G. Gentile, già separatamente edito nei volumi curati da A. Croce (Lettere a Giovanni Gentile 1896-1924, 1981) e S. Giannantoni (Lettere a B. Croce, I-V, 1972-90), è stata pubblicata in cinque volumi (2014-2024) a cura di C. Cassani e C. Castellani sotto il titolo Carteggio, a documentare gli scambi epistolari tra i due intellettuali nell’arco cronologico compreso tra il 1896 e il 1924. Nel 2024 E. Giammattei ha pubblicato il saggio critico-filologico Il redivivo. Benedetto Croce e il quaderno segreto, in cui ha ricostruito microstorie familiari e temperie storica attraverso il complesso destino di un taccuino, gelosamente custodito dal filosofo.(fonte)
[4] Petar Karađorđević, salito al trono come Pietro II di Jugoslavia (in serbo Петар II Карађорђевић; Belgrado, 6 settembre 1923 – Denver, 3 novembre 1970), fu l’ultimo re del Regno di Jugoslavia.
Biografia
Giovinezza
Pietro nacque a Belgrado il 6 settembre 1923, primogenito di Alessandro I di Jugoslavia e della moglie, Maria di Romania; il principe era discendente, per via materna, della regina Vittoria del Regno Unito e dello Zar Nicola II di Russia. Pietro aveva altri due fratelli, Tomislavo e Andrea. Venne educato nel Palazzo reale, sempre nella capitale serba, per poi frequentare la Sandroyd School, in Inghilterra .
Regno
Nel 1934 il re Alessandro I si recò in visita a Marsiglia dove venne assassinato da un rivoluzionario macedone, così il figlio primogenito gli successe come Pietro II ma avendo solo undici anni, fu stabilito un Consiglio di Reggenza, guidato dal principe Paolo Karađorđević, primo cugino del defunto sovrano Alessandro di Jugoslavia.
Durante la reggenza del Principe Paolo, il Regno di Jugoslavia si avvicinò all’Asse, in particolare alla Germania nazista. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, spaventato dal fatto che in caso di invasione la Gran Bretagna non sarebbe riuscita ad aiutare la nazione, Paolo spinse il paese ad aderire al Patto tripartito. Il 27 marzo 1941 Pietro II fu proclamato maggiorenne, quindi acquisì i pieni poteri di Re di Jugoslavia: partecipò ad un colpo di stato, supportato dagli inglesi, che era in opposizione al fatto che il Consiglio di Reggenza aderisse all’Asse.
La Germania nazista, che stava pianificando l’Operazione Barbarossa, l’invasione dell’Unione Sovietica, attaccò la Jugoslavia e poi la Grecia; dal 6 aprile, la Luftwaffe rase al suolo Belgrado nel giro di tre giorni, inoltre in circa una settimana Germania, Italia, Bulgaria ed Ungheria invasero e si spartirono l’intero paese slavo, il cui governo si arrese il 17 aprile. Vennero creati due stati fantocci, quello di Croazia e quello di Serbia.
Matrimonio
Il 20 marzo 1944 Pietro sposò Alessandra di Grecia, incontrata a Londra, che era la figlia del re Alessandro degli Elleni e della moglie Aspasia Manos. Le nozze si celebrarono presso l’Ambasciata jugoslava a Londra, alla presenza di Giorgio VI del Regno Unito, della regina Guglielmina e del principe Bernardo dei Paesi Bassi, di Haakon VII di Norvegia e di Giorgio II di Grecia, tutti sovrani esiliati dal loro paese a causa dell’invasione dell’Asse . La coppia ebbe un figlio:
Alessandro (1945), attuale pretendente al trono di Serbia.
Esilio e caduta
Pietro fu costretto a lasciare il paese, seguendo il governo jugoslavo in esilio; all’inizio si rifugiò in Grecia, poi a Gerusalemme, in seguito al Cairo ed infine nel giugno 1941 si recò nel Regno Unito, dove si unì a numerosi governi in esilio. Il sovrano completò i suoi studi all’Università di Cambridge e unendosi alla RAF, l’aeronautica britannica.
In Jugoslavia si erano formati due gruppi di resistenza rivali; il primo erano i Cetnici, guidati dal Generale filo-monarchico Draža Mihailović, Ministro della difesa del governo in esilio. L’altro gruppo invece era composto dai Partigiani Rivoluzionari, capitanati dal comunista Josip Broz Tito, che diventerà poi nel 1945 il Presidente della Repubblica socialista jugoslava. Le potenze alleate supportarono inizialmente Mihailović per poi però offrire il proprio aiuto a Tito. Con la fine della Seconda guerra mondiale, l’Assemblea costituente jugoslava, il 29 novembre 1945, mentre il sovrano era ancora in esilio, depose ufficialmente il re Pietro II, che non abdicò mai.
Morte
Dopo la guerra si stabilì negli Stati Uniti. Da tempo malato di cirrosi epatica, morì a Denver il 3 novembre 1970 dopo un trapianto di fegato non riuscito. Le sue spoglie rimasero sepolte nel monastero di San Sava a Libertyville, nell’Illinois, fino al 22 gennaio 2013, quando furono traslate nel paese natio con tutti gli onori pubblici e qui inumate nella chiesa del mausoleo dei Karadjordjevic ad Oplenac.(fonte)
[5] Paolo Karađorđević. Principe Paolo di Jugoslavia, anche noto come Paolo Karađorđević (San Pietroburgo, 27 aprile 1893 – Parigi, 14 settembre 1976), fu un principe della famiglia Karađorđević, reggente del Regno di Jugoslavia dal 1934 al 1941. Figlio del principe Arsenio, fratello di Pietro I di Serbia era cugino diretto di Alessandro I di Jugoslavia. È conosciuto in serbo, bosniaco, e croato come Павле Карађорђевић o Pavle Karađorđević e in sloveno come Pavel Karađorđević.
Biografia
Giovinezza
Paolo nacque il 27 aprile 1893, a San Pietroburgo, unico figlio maschio di Arsen Karađorđević e Aurora Pavlovna Demidova; le case nobiliari di Obrenović e Karađorđević furono in lotta dal 1903 al 1917, quando venne organizzato un colpo di stato militare che portò all’assassinio del re Alessandro I Obrenović, ucciso assieme alla moglie, la regina Draga Mašin. Pietro Karađorđević, zio paterno di Paolo, venne eletto Re e così Paolo, dopo aver trascorso alcuni anni a Ginevra, andò in Serbia per la prima volta. Nel 1912 scelse di frequentare l’Università di Oxford, cosa abbastanza insolita poiché l’élite serba preferiva Parigi o San Pietroburgo. Ad Oxford si comportò come un qualunque ragazzo britannico, conoscendo anche il principe Giorgio, duca di Kent.
Con la dichiarazione di guerra, da parte dell’Austria-Ungheria, al Regno di Serbia, Paolo servì nell’esercito serbo per sei mesi fino al maggio 1915 quando tornò in Gran Bretagna, per poi ritornare nelle truppe, ritirate in Grecia nel 1917; il principe riconobbe di non essere un abile soldato e infatti si recò nuovamente nel Regno Unito, a Londra, dove si occupò di lobbismo per la Serbia.
Matrimonio
Il 22 ottobre 1923 Paolo sposò a Belgrado la principessa Olga di Grecia e Danimarca, nonché sorella di Marina, duchessa di Kent; il testimone dello sposo fu il Duca di York, futuro Giorgio VI del Regno Unito.
Reggenza
Nel 1924 Paolo ritornò in Jugoslavia e sembrò che il cugino Alessandro, salito al trono dopo la morte del padre Pietro I, volesse dargli una sorta di posizione vicereale a Zagabria, al fine di controllare la popolazione croata. Il sovrano trovava il cugino un conversatore spiritoso con una “ampiezza di visione” e un “intelletto freddo”. Alla fine comunque re Alessandro non consegnò la carica al cugino, che considerava troppo comprensivo nei confronti delle lamentele e problemi croati. Il principe Paolo era parzialmente favorevole alla trasformazione della Jugoslavia in uno stato federale, ritenendo che molti politici fossero irrealistici nel pensare che la situazione croata potesse risolversi col tempo.
Il 9 ottobre 1934 re Alessandro I di Jugoslavia si recò in visita a Marsiglia, dove però venne assassinato da un rivoluzionario macedone e visto che il nuovo sovrano, Pietro II, era troppo giovane, lo zio Paolo assunse la reggenza. Sotto Paolo, il paese si avvicinò al Regno d’Italia per poi allontanarsene bruscamente nel 1939. Nello stesso anno, al fine di preservare la stabilità dello stato dagli indipendentisti croati, ci fu la creazione della Banovina di Croazia, ovvero una regione che possedeva una particolare autonomia interna.
Seconda guerra mondiale
Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, Paolo cercò di intraprendere una politica di neutralità ma, a causa delle pressioni tedesche, venne obbligato ad aderire al Patto tripartito con le Potenze dell’Asse, la cui firma avvenne a Vienna il 25 marzo 1941. Tale evento provocò grandi manifestazioni di piazza a Belgrado e l’avversione di un gruppo di ufficiali filo-britannici ed una parte della classe politica serba, i quali decisero di compiere un colpo di stato due giorni dopo, quindi il 27 marzo 1941, deponendo Paolo quale Reggente e intronizzando ufficialmente il nipote Pietro II, ancora minorenne.
Come nuovo Primo ministro venne eletto il Gen. Dušan Simović, che però non ritirò l’adesione dal Tripartito e non cedette alle pressioni britanniche; successivamente Hitler ordinò l’invasione della Jugoslavia, così il Governo cercò l’appoggio dell’Unione Sovietica ma il 6 aprile l’Asse entrò nel paese, conquistandolo in soli 11 giorni. Il territorio fu diviso fra l’Italia, Ungheria, Bulgaria, venendo istituiti i nuovi stati di Croazia e Serbia. Prima dell’invasione nazifascista, Paolo e la sua famiglia lasciarono il paese, cosa che fece successivamente anche il nipote Pietro II, che si recò in Regno Unito. La monarchia jugoslava fu ufficialmente abolita nel 1945.
Ultimi anni e morte
Per il resto della guerra il principe Paolo fu tenuto, con la sua famiglia, agli arresti domiciliari in Kenya. La principessa Elisabetta, la sua unica figlia, ottenne delle informazioni dagli archivi delle Special Operations Executive del Foreign and Commonwealth Office, che pubblicò nel 1990 a Belgrado, nella prima edizione della biografia paterna in lingua serba. Il libro “Paolo di Jugoslavia” fu scritto da Neil Balfour e pubblicato per la prima volta da Eaglet Publishing a Londra nel 1980.
Dopo la guerra il principe Paolo visse in esilio nella splendida Villa Demidoff di Pratolino (Firenze), ereditata dalla zia Marija e morì a Parigi il 14 settembre 1976 senza mai più far ritorno in Jugoslavia. (fonte)



