Cast. Del lago 10-8 – 40 – XVIII
SCUOLA CACCIA
R. AEROPORTO “ L. ELEUTERI
CASTIGLIONE DEL LAGO[1]
Paparone mio[2],
è un pezzetto
che non ti scrivo, ma attendevo con ansia
una notizia che deve riempirti di orgoglio come
riempie me. Si parte, papà, si va anche noi
in linea, combatteremo anche noi con tutte
le nostre forze e allora si vedrà quello che
sapremo fare. E sé il diavolo non ci mette
la coda vedrai, quanto filo da torcere darò,
già lo sento.
Un primo scaglione, quelli avevano potuto
finire durante la mia assenza è già partito
e fra qualche giorno saranno alla loro base:
Io ne ho ancora per me due settimane e
poi anch’io partirò per compiere il mio dovere.
Così paparino caro se tu non hai potuto
continuare a fare il tuo servizio ci sarà chi
lo potrà fare e spero di non essere non degno
di tanto padre.
Chi ci rimarrà male saranno mamma e
Maria, ma spero di poterle tranquillizzare
presto e far partecipi anche loro della mia
gioia.
Per questo in questi ultimi giorni sto inten=
sificando l’allenamento e impegno già degli
accaniti combattimenti con il mio coman=
dante che è soddisfattissimo di me –
Ed ora papà, rispondendo alla tua lettera,
vorrei chiarirti che quello che s’era pensato
di fare io e Maria era una cosa più
forte di noi. E già immaginavo che sarei
partito per il fronte, e mi pareva che dopo
che quella bimba mi aveva chiesto di essere
la mia compagna a costo di tutto il non accon=
tentarla era una cosa che non mi piaceva molto.
Ora tu mi hai scritto (o meglio prima nem=
meno questo) tante cose contro questa nostra idea.
Pensando che forse non mi avrebbero chiamato
avevamo deciso di rimandare tutto, ma ora come
fare? Non so nemmeno io cosa dirle perché
tutto quello che noi da tanto tempo abbiamo sognato
venga a compiersi: Maria è a Palestrina; scrivile
tu stesso e se vedi il modo come alleviare il suo
dolore con la mia partenza te ne saremmo
così grati quanto tu non immagini.
Ed ora papino allegro come lo sono io
e in attesa del giorno fatidico della
partenza brinda alla mia sorte futura
Ti bacio intanto con tanto affetto tuo
Vittorio[3]
Ho conosciuto Petrosellini[4] il giovane
che è qui a Castiglione, ma in questo momento è dentro con 10 di rigore.
Note
[1] L’aeroporto Leopoldo Eleuteri è stato un’aerostazione e idroscalo, ad uso prevalentemente militare, di Castiglione del Lago, in Umbria, attivo sulle sponde del lago Trasimeno.
Fu inaugurato come base per idrovolanti nel 1914, venendo poi ampliato con l’aggiunta di un campo aereo terrestre nel 1918. Dedicato alla memoria dell’Asso dell’aviazione Leopoldo Eleuteri, il campo, seppur privo di pista asfaltata, ospitò la Scuola Caccia della Regia Aeronautica a partire dal 1931 e fino all’armistizio di Cassibile del 1943 e fu anche utilizzato dalla SAI Ambrosini di Passignano sul Trasimeno per collaudare i propri prodotti fino ai primi anni 1960.
Il campo ospita diversi itinerari ciclabili e da escursione e viene utilizzato anche per ospitare eventi, tra cui la manifestazione Coloriamo i cieli e Meeting di primavera, raduno internazionale di aviazione da diporto e sportiva. All’interno del perimetro dell’aeroporto dismesso hanno sede: l’aviosuperficie di Castiglione del Lago (codice ICAO: PG19), il Centro recupero animali selvatici (CRAS), gestito dalla delegazione umbra della Lega Italiana Protezione Uccelli (LIPU), e l’acquario del Trasimeno.
Storia
Una prima attività aeronautica sul lago Trasimeno si ebbe su iniziativa del tenente Anselmo Cesaroni che, grazie al personale interessamento del deputato Romeo Gallenga Stuart, inaugurò una base per idrovolanti nella baia di San Feliciano il 6 marzo 1914. Il campo terrestre fu invece inaugurato il 24 settembre 1918 e il primo comandante fu il maggiore Djalma Juretigh. Negli anni successivi partirono i lavori di potenziamento per trasferirvi la Scuola Caccia della Regia Aeronautica, costituita a Furbara nel 1927 in una zona con forte presenza della malaria, e nel frattempo il campo fu intitolato alla memoria del capitano Leopoldo Eleuteri, Asso dell’aviazione morto in un incidente aereo proprio a Furbara nel 1926.
La scuola si trasferì a Castiglione nel dicembre 1931 e le operazioni totalizzarono 4700 ore di volo nel 1932 e 4800 nel 1933. La scuola comprendeva inizialmente due squadre, ossia la 1ª con sede a Castiglione e la 2ª con sede presso la base aerea di Aviano; nel 1933 incorporò anche la 5ª squadriglia idro di Taranto, poi sciolta nel 1935. Tra il 1934 e il 1936 la base della scuola, diventata Scuola di pilotaggio di 2° periodo, fu trasferita ad Aviano.
Nel 1938 sul campo vi fu dislocata la 29ª squadriglia da osservazione aerea e parimenti la SAI Ambrosini avviò delle attività di collaudo sia dei propri apparecchi che dei Macchi M.C.200 e M.C.202 prodotti su licenza. Negli stessi anni fu avviato un ampliamento verso il lato nord, per portare a 1400 m² la superficie utilizzabile, ma quest’ultimo fu interrotto con l’occupazione tedesca seguita all’armistizio di Cassibile nel 1943. Il campo rimase utilizzato dalla SAI nel corso del secondo dopoguerra per il collaudo degli S.7 per l’addestramento ma fu abbandonato a partire dai primi anni ‘60.(fonte)
[2] Renato Bartoccini. Nacque a Roma il 25 ag. 1893, da Goffredo, artigiano, e da Marianna Balducci. Compì i suoi studi a Roma ed era ancora studente universitario quando partì volontario per la guerra del 1915-18, nel corso della quale rimase ferito e fu riconosciuto meritevole di numerose decorazioni: una medaglia d’argento, due medaglie di bronzo, una croce di guerra, due medaglie d’argento francesi. Prima che la guerra finisse, riuscì a conseguire la laurea in archeologia (13 genn. 1917). Fra i suoi maestri nell’università era anche lo storico-antiquario-epigrafista Dante Vaglieri; nel 1918 il B. ne sposò la figlia, Bianca.
Nel 1920 R. Paribeni, direttore delle missioni italiane in Levante, gli assegnò il primo importante incarico: il B. fu inviato in Egitto per studiare una fortezza romana, il Qaşr ash-Sham) non lontano dal Cairo. Su questo tema tenne poi una comunicazione nel VI congresso di studi romani. Nello stesso 1920 fu nominato ispettore presso la Soprintendenza ai monumenti e scavi della Tripolitania, allora diretta da P. Romanelli, che gli affidò gli scavi di Sabratha. Il B. seguì tuttavia anche gli altri lavori che erano in corso nella regione, pubblicando nel frattempo i primi dei suoi numerosi scritti di tema africano: Guida del Museo di Tripoli, Tripoli 1923; Le ricerche archeologiche in Tripolitania, in Rivista della Tripolitania, I (1924), n. 1-2, pp. 59-73; Restauri nel castello di Tripoli, in Bollettino d’arte, XVIII (1924), pp. 279-284. Numerosi articoli del B. compaiono inoltre in vari fascicoli del Notiziario del ministero delle Colonie e dell’Ideacoloniale.
Nominato egli stesso soprintendente nel 1923, dopo il rimpatrio del Romanelli, il B. conservò tale carica fino al 1928.
Il bilancio della sua attività, svolta con l’appoggio del governatore Volpi di Misurata, è di proporzioni notevoli: il complesso di scoperte più rilevanti è quello della zona del foro di Sabratha (due templi, due basiliche cristiane, la curia), ma nel frattempo furono portati avanti anche scavi e studi a Leptis Magna (arco dei Severi, terme), restauri a Tripoli (castello), a Bab el Horria (mura), a Tagiura (moschea). Il B. curò inoltre la risistemazione delle collezioni leptitane, e continuò a scrivere articoli e monografie: Il foro imperiale di Lepcis (Leptis Magna), in Africa italiana, I (1927), n. 1, pp. 53-74; alcuni altri articoli sempre in Africa italiana, I (1927), n. 3 e II (1929), n. 2; Guida di Sabratha, Roma 1928; Guida di Lepcis (Leptis Magna), ibid. 1928; Le terme di Lepcis, Bergamo 1929. Negli anni fra il 1927 e il 1929 il B. collaborò, con articoli di soggetto archeologico, a importanti quotidiani, quali il Corriere della Sera e La Stampa. Sempre nel periodo “tripolitano”, il B. organizzò anche il I convegno internazionale di archeologia cristiana (1925).
Accanto a questa attività febbrile di carattere organizzativo e scientifico, vanno registrate le prese di posizione politiche: come altri noti archeologi del tempo, il B., dopo aver aderito al nazionalismo, aderì anche al fascismo.
Le operazioni da lui portate avanti in Tripolitania sono del resto inquadrabili in quella che viene comunemente definita “archeologia coloniale”: la sfumatura negativa indubbiamente contenuta in questa definizione, però, più degli aspetti politici concerne quelli metodologici. Quegli scavi (e non solo quelli condotti nelle colonie) erano giganteschi sterri, lontanissimi dal rigore dei metodi stratigrafici oggi da molti ritenuti indispensabili; il recupero dei materiali si limitava in genere alle “opere d’arte”, trascurando le testimonianze di “cultura materiale”; si accumulavano enormi masse di reperti e di dati, e poi era arduo trovare il tempo di pubblicarli adeguatamente. Ciò non toglie che l’importanza dei monumenti indagati fosse notevole, l’estensione dei lavori talvolta impressionante.
Alle tendenze proprie, nel bene e nel male, dell’archeologia del suo tempo, il B. aggiungeva le sue personali di “uomo d’azione” instancabile. La sua attività proseguì perciò intensissima anche dopo il suo rientro in Italia (1928). Fra 1929 e 1933 fu direttore dell’Ufficio autonomo per gli scavi, i monumenti e le opere d’arte della provincia di Ravenna: continuò il restauro di S. Vitale (iniziato da C. Ricci), ripristinando fra l’altro l’ingresso ed il livello pavimentale originali; curò i restauri anche di S. Giovanni Battista (dove scoprì la capsella-reliquiario in marmo del V secolo, con Scene dei magi, dell’Ascensione ecc., ora nel Museo arcivescovile) e di S. Giovanni Evangelista. Fu anche direttore dell’Istituto di studi bizantini, nonché della rivista Felix Ravenna, in cui pubblicò numerosissimi articoli sui suoi importanti rinvenimenti e restauri. Ma qualche scritto di questi anni è ancora dedicato alla sua attività in Tripolitania, come L’arco quadrifronte dei Severi a Lepcis, in Africa italiana, IV (1931), n. 1-2, pp. 32-152.
Contemporaneamente, come capo della missione archeologica italiana in Transgiordania, iniziava scavi ad Amman, che sarebbero proseguiti in sette campagne fra 1929 e 1939. E i risultati sarebbero stati copiosi: sull’acropoli sarebbe stata rimessa in luce l’antica roccia sacra degli Ammoniti, poi incorporata in un tempio romano dedicato a Marco Aurelio; da ricordare inoltre l’esplorazione dell’agorà (questa volta con studi anche sulla ceramica), nonché quella di tutta la regione fino alla Siria. Di quest’attività il B. diede notizia: Ricerche e scoperte della missione italiana in Amman, in Bollettino dell’Associazione internazionale per gli studi mediterranei, I (1930), n. 3, pp. 15-17; altri articoli nelle annate III (1932), n. 2, pp. 16-23, e IV (1933), n. 4-5, p. 10, dello stesso periodico; inoltre La roccia sacra degli Ammoniti, in Atti del IV congresso di studi romani, Roma 1938, pp. 103-108; Un decennio di ricerche e di scavi italiani in Transgiordania, in Bollettino del R. Istituto di archeologia e storia dell’arte, IX (1940), n. 1-6, pp. 75-81.
Nel corso di quegli stessi anni, compiva passi avanti la carriera del B. nell’amministrazione: nel 1933 era direttore del Museo nazionale di Taranto, nel 1934 soprintendente ai monumenti e scavi delle Puglie; per un breve periodo, a partire dal 1936, resse anche il Provveditorato agli studi di Bari.
Nel periodo pugliese, il B. si occupò della riorganizzazione e catalogazione del Museo di Taranto, avviando il restauro degli ori provenienti dalle ricche tombe delle zone circostanti; a Lucera condusse scavi nell’anfiteatro e studiò le piccole terrecotte conservate nella collezione antiquaria della città; a Lecce diresse lo scavo dell’anfiteatro; a Canne esplorò il sepolcreto, che attribuì ai caduti romani e cartaginesi della battaglia del 216 a. C., d’accordo con M. Gervasio (attribuzione che fu successivamente posta in dubbio da N. Degrassi e F. Tiné Bertocchi, la quale ultima proseguì l’esplorazione dei sepolcri e stabilì che si trattava di vari nuclei di un cimitero medievale). Fra gli scritti di questo periodo si possono ricordare quattro articoli apparsi in Japigia, VI (1935), n. 1-2, pp. 123-131 e 225-262; VII (1936), n. 1, pp. 11-53; e IX (1941), n. 3-4, pp. 185-213 e 241-298: Sculture romane nel Museo di Canosa, La tomba degli ori di Canosa, Anfiteatro e gladiatori in Lucera, Arte e religione nella stipe votiva di Lucera; inoltre Il teatro romano di Lecce, in Dioniso, V (1935), n. 3, pp. 103-109. Anche in Puglia il B. proseguì la sua attività pubblicistica, collaborando stavolta con la Gazzetta del Mezzogiorno.
Scoppiata la seconda guerra mondiale, il B., su domanda del governo delle Isole italiane dell’Egeo, era nominato (1940) soprintendente alle antichità a Rodi: condusse scavi e restauri a Rodi stessa, soprattutto nel porto e nella zona nordorientale adiacente, dove un’ampia via colonnata romana si sovrappone alle fasi ellenistiche, e in altre città dell’isola, come Lindos (acropoli, teatro) e Camiros (stoà, templi). La morte in guerra del figlio Vittorio, caduto con il suo aereo presso Malta (medaglia d’argento alla memoria), lo indusse a presentare domanda di rientro in Italia (1941). Fu destinato alla Soprintendenza di Milano, che però non raggiunse perché – nel frattempo – venne richiamato in servizio militare di complemento come ufficiale di Stato Maggiore: come tale, coordinò in Grecia l’ufficio assistenza. Nel periodo della Repubblica di Salò il ministero dell’Educazione Nazionale gli affidò (1944) il salvataggio delle opere d’arte minacciate dalla guerra, alcune delle quali trasportate in ricoveri predisposti nelle Isole Borromee e a Venezia. Ma nello stesso 1944 fu successivamente collocato in congedo, e gli fu affidata un’altra missione: tutelare il patrimonio della Scuola archeologica italiana di Atene, in quel periodo ufficialmente chiusa.
Dopo la guerra, la lunga fedeltà al fascismo fu contestata al B., che fu sottoposto al giudizio della Commissione di epurazione del ministero della Pubblica Istruzione: ma ne uscì prosciolto. Fu destinato all’ufficio esportazione opere d’arte e successivamente (1950) nominato soprintendente alle antichità dell’Etruria meridionale.
In tale veste, avviò la ripresa degli scavi di Caere e Tarquinia, e diresse quelli di Vulci e di Lucus Feroniae. In collaborazione con l’architetto Franco Minissi curò la nuova sistemazione del Museo di Villa Giulia: anche se tale sistemazione è stata da varie parti criticata, va riconosciuto al B. il merito di essersi battuto perché il Museo non cambiasse sede, conservando così la sua collocazione storica. Di tutte queste attività resta testimonianza in scritti come Le pitture etrusche di Tarquinia, Milano 1955; Gli ultimi scavi nell’Etruria meridionale e il riordinamento del Museo di Villa Giulia, in Tyrrhenica, ibid. 1957; Santa Severa (Roma): scavi e ricerche nel sito dell’antica Pyrgi (1957-58), in Atti dell’Accad. naz. dei Lincei, Notizie degli scavi, s. 8, XIII (1959), pp. 113-263, in collab. con vari autori; Colonia Iulia Felix Lucus Feroniae, Roma 1960; Vulci, ibid. 1960; L’anfiteatro di Lucus Feroniae e il suo fondatore, in Rendiconti della Pontificia Accademia romana di archeologia, XXXIII (1961), pp. 173-189; Il tempio grande di Vulci, in Études Etrusco-Italiques, XXXI (1963), pp. 9-12.
A partire dal 1952, fu ancora a capo di una missione archeologica in Libia: lavorò a Leptis Magna nel foro severiano e nel porto, e studiò a Sabratha monumenti esplorati durante i suoi precedenti soggiorni in Tripolitania. Facendo seguito a La curia di Sabratha, in Quaderni di archeologia della Libia, I (1949), pp. 29-58, poté così pubblicare Il porto romano di Leptis Magna (in collaborazione con A. Zanelli), Roma 1958; Il tempio antoniniano di Sabratha, in Libya antiqua, I (1964), pp. 21 – 42.
Nel 1955-56, infine, fu soprintendente reggente alle antichità di Roma; studiò fra l’altro un celebre sarcofago di Velletri (pubblicato in Rendiconti della Pontificia Accademia romana di archeologia, XXX [1958], pp. 63-69). Anche in questi ultimi anni di servizio, e dopo la messa a riposo, continuò la sua attività di divulgazione (fra l’altro in Le Vie d’Italia e del mondo) e di studio, fino alla morte, avvenuta a Roma il 9 ott. 1963.
Fu socio dell’Accademia nazionale di S. Luca e della Pontificia Accademia romana di archeologia.(fonte)
[3] Vittorio Bartoccini, figlio di Renato, caduto con il suo aereo nei pressi di Malta nel 1941 (medaglia d’argento al valor militare alla memoria). Faceva parte degli ufficiali del corso Sparviero (vedi). La presente pubblicazione proviene dalla documentazione appartenuta a Renato Bartoccini.
[4] Costantino Petrosellini (Roma, 17 aprile 1921 – Roma, 21 gennaio 2015) è stato un militare e aviatore italiano, asso della Regia Aeronautica durante la seconda guerra mondiale, accreditato di cinque abbattimenti di aerei alleati..
Biografia
Nacque a Roma il 17 aprile 1921. Arruolatosi nella Regia Aeronautica nel 1938, iniziò a frequentare la Regia Accademia Aeronautica di Caserta. Dopo aver frequentato le scuole di volo di Pisa e Foligno, ottenne il brevetto di pilota militare nella primavera del 1940, e con il grado di sottotenente pilota di complemento venne inizialmente assegnato alla 41ª Squadriglia del 63º Gruppo Osservazione Aerea, basata sull’aeroporto di Campoformido ad Udine.
Seconda guerra mondiale
Pilota da ricognitore su biplano IMAM Ro.37, con appena un centinaio di ore di volo alle spalle e nessuno specifico addestramento al combattimento, compì le sue prime missioni di guerra nell’aprile del 1941, durante le operazioni contro la Jugoslavia, operando mitragliamenti e spezzonamenti su linee ferroviarie e stazioni nemiche.
Nel luglio dello stesso anno iniziò l’addestramento sul caccia Macchi C.200 Saetta e fu assegnato alla 92ª Squadriglia, 8º Gruppo del 2º Stormo Caccia Terrestre. Poco dopo il reparto fu mandato in Africa settentrionale, aggregato alla 5ª Squadra aerea, per le operazioni contro gli inglesi. In Africa settentrionale prese parte alla battaglia per la riconquista di Tobruk, alla seconda battaglia della Sirte, alla battaglia di El Alamein, ed agli scontri di Sidi El Barrani e Sollum durante le fasi della ritirata italo-tedesca verso la Tunisia. Ottenne la sua prima vittoria in un combattimento aereo il 26 ottobre 1942 nei pressi di Tobruk, in Libia, ai danni di un Martin Maryland della Royal Air Force che stava effettuando una ricognizione fotografica. Danneggiato il velivolo egli si affiancò al pilota neozelandese dopo che quest’ultimo aveva dato segno di resa “sbattendo” le ali, ed invitandolo ad atterrare, ma il mitragliere di coda dell’aereo aprì il fuoco contro di lui. Con un secondo, deciso attacco, lo abbatté. La sua seconda “vittima” (il 1º dicembre 1942) fu un caccia Curtiss P-40 Kittyhawk che lo aveva appena attaccato mentre mitragliava una colonna motorizzata britannica. Grazie alla maneggevolezza del suo C.200 e alla sua abilità di pilota, riuscì a superare in virata il pilota britannico e ad abbatterlo sul mare.
Rientrato in Patria il 6 dicembre 1942 eseguì missioni operative sul Mediterraneo in difesa aerea della flotta da battaglia ancorata nella rada di La Spezia. Decollando dalla base di Sarzana ingaggiò furiosi combattimenti contro le formazioni di bombardieri anglo-americani. Il 21 giugno 1943, mentre era di pattuglia sulla base militare navale di La Spezia, fu inviato dagli operatori della “guida-caccia” a sud di Livorno per contrastare un attacco nemico a navi italiane. Avvistati due cacciabombardieri Bristol Beaufighter della R.A.F., li attaccò a pelo d’acqua, abbattendone uno e costringendo l’altro alla fuga. Il 28 luglio, nei pressi di Pisa, intercettò un bombardiere leggero Martin Baltimore inglese, e dopo un lungo inseguimento riuscì ad abbatterlo. Il 3 settembre ottenne la sua quinta ed ultima vittoria. In volo su La Spezia, alla quota di 7 500 metri, intercettò uno stormo di 24 Boeing B-17 Flying Fortress e con due attacchi in verticale, uno in picchiata e uno in cabrata, abbatté uno dei quadrimotori. Fu questa la sua vittoria aerea più significativa, non soltanto perché una delle ultime ottenute dalla Regia Aeronautica, ma quasi certamente l’ultima per il caccia C.200.
Grazie ai suoi cinque abbattimenti confermati divenne ufficialmente un asso della Regia Aeronautica. L’ultimo combattimento prima dell’armistizio dell’8 settembre avvenne contro uno stormo di B-17 intercettato partendo da Latina. L’8 settembre stava per partire in una missione contro la flotta americana in navigazione nel basso Tirreno, missione giudicata impossibile da concludere causa l’elevata scorta aerea americana alle proprie navi che aveva convinto tutti gli aviatori a lasciare una lettera di addio per le famiglie, quando l’intercettazione di radio Tripoli diede la notizia della firma della resa, confermata nei fatti dalla brusca partenza degli aviatori tedeschi dalla base. Trasferitosi in volo a Decimomannu dove convergevano gli aviatori rimasti fedele al governo Badoglio, decollò poi verso la Sicilia in mano alleata, entrando infine a far parte dell’Aeronautica Cobelligerante Italiana. Tra il 1943 e il 1945, volando a bordo di caccia Aermacchi C.202 Folgore, Aermacchi C.205 Veltro e cacciabombardieri Reggiane Re.2002 Ariete eseguì attacchi al suolo contro le forze tedesche operanti nei Balcani, decollando dalle basi del Molise e della Puglia. In quell’epoca divenne comandante della 94ª Squadriglia, 8º Gruppo, del 5º Stormo Cacciabombardieri di stanza a Leverano.
Transitato nell’Aeronautica Militare Italiana tra la fine del 1945 e il 1951 operò presso il Reparto Volo Stato Maggiore, effettuando attività di volo su velivoli plurimotori su rotte nazionali ed internazionali. A partire dal 1951 divenne Comandante del Reparto Volo della Scuola Aviogetti di Amendola.Tra il 1953 e il 1956 fu presso il Reparto sperimentale di volo, effettuando il Corso Piloti Collaudatori presso il “Centre d’Essais en vol” di Bretigny. Fu il primo pilota collaudatore del prototipo di caccia leggero supersonico italiano Aerfer Sagittario 2. Nel 1954, durante il Corso Collaudatori, superò per la prima volta la velocità del suono sul prototipo del Dassault MD 454 Mystère IV e successivamente fu il primo pilota italiano a superare la barriera del suono in volo orizzontale su velivolo Super Mystère B-1. Nel corso della sua carriera ha pilotato 80 tipi diversi di aerei, effettuando oltre 20.000 ore di volo.
Pilota civile
Nel 1956 lasciò l’Aeronautica Militare con il grado di tenente colonnello, diventando pilota civile presso la compagnia Alitalia. Fu Comandante istruttore su velivoli Convair 340, Convair 440 e Douglas DC-6, e poi Comandante sui Sud Aviation Caravelle,Douglas DC-8 e Boeing B-747 Jumbo Jet Divenuto Capo settore della linea Polare (sulla base di Anchorage, Alaska), ebbe modo di effettuare la valutazione del BAC/AMD-BA Concorde in vista dell’acquisto, mai concretizzato, di un aereo da trasporto supersonico civile, da parte dell’Alitalia. Lasciata la compagnia di bandiera nel 1981 si ritirò a vita privata, ricoprendo numerosi incarichi di prestigio tra i quali: Vice Presidente dell’Istituto Italiano di Navigazione (CNR), Presidente Commissione Tecnica (Conferenze IFALPA), Consigliere Nazionale e Vicepresidente Nazionale dell’Associazione Arma Aeronautica. Nel corso della sua carriera ha pilotato 80 tipi diversi di aerei, effettuando oltre 20.000 ore di volo.
Curiosità
Nel 2011 Petrosellini ha rilasciato una lunga intervista da cui è stato tratto il documentario Quando Pedro Volava, diretto dal regista Claudio Costa. Nel film Petrosellini ripercorre la sua lunga carriera, dai tempi della Regia Aeronautica, fino ai giorni in Alitalia.
Vittorie
Durante la Seconda guerra mondiale ottenne complessivamente 5 vittorie confermate, risultando decorato con 3 Medaglie d’argento al valor militare, due Croci di guerra al valor militare, e una promozione per meriti di guerra.(fonte)



