Catanzaro li 20 Gennaio 1866.
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Il Generale
Pallavicini[2]
COMANDO GENERALE
della
DIVISIONE MILITARE
di
CATANZARO
REPRESSIONE DEL BRIGANTAGGIO[3]
N° 1446
Risposta al
del N°
Divisione
Sezione
OGGETTO
Maggiore Cav re Lanzirotti .
Carte annesse N°
Al Signor
Cav re Assanti Felice Pepe[4]
Squillace
Note
[1] Luigi Lanzirotti
Una sua immagine è presente nel sito Miles Forum alla pagina: link
La fotografia in questione, scattata a Bologna nel 1861, ritrae il Maggiore Luigi Lanzirotti in uniforme da ufficiale di fanteria del Regio Esercito Italiano. L’immagine è particolarmente interessante per i dettagli dell’uniforme e per la biografia del soggetto, che riflette le complesse vicende militari e politiche dell’Italia del Risorgimento.
Osservando attentamente la foto, si nota un nastro azzurro alla bottoniera, elemento inizialmente trascurato. Questo dettaglio si rivela significativo: si tratta infatti del nastrino della Medaglia d’Argento al Valor Militare, conferita a Lanzirotti per il suo coraggio nella battaglia del Volturno, combattuta nel 1860 durante la campagna garibaldina per l’unificazione italiana.
Grazie ai documenti recentemente messi online dall’Archivio di Stato di Torino, relativi all’Esercito Meridionale del 1861, è stato possibile ricostruire il percorso militare di Luigi Lanzirotti. Nato a Palermo nel 1815, Lanzirotti entrò nell’esercito borbonico all’età di 15 anni — età minima per l’arruolamento come ufficiale, mentre quella per la truppa era più alta — servendo per circa un decennio, fino al congedo nel 1835 con il grado di sergente.
Nel 1848, durante la rivoluzione siciliana, si arruolò nell’esercito insurrezionale siciliano che si opponeva al dominio borbonico. Per le sue competenze tecnico-organizzative, gli fu conferito il grado di capitano di artiglieria. Tuttavia, con la repressione del moto rivoluzionario e la riconquista dell’isola da parte delle truppe borboniche nel 1849, l’esercito rivoluzionario venne sciolto e Lanzirotti tornò alla vita civile.
Nel maggio del 1860, si unì a Garibaldi durante la spedizione dei Mille, venendo confermato nel grado di capitano e, poco dopo, promosso maggiore. Partecipò attivamente alla campagna garibaldina e si distinse nella battaglia del Volturno, ottenendo la decorazione al valor militare.
Dopo lo scioglimento dell’Esercito Meridionale nel novembre 1860, Lanzirotti chiese di essere ammesso nel Regio Esercito Italiano. Come tutti gli ufficiali garibaldini, dovette sottoporsi all’esame della Commissione selezionatrice, la cui istituzione fu oggetto di forti polemiche parlamentari, sostenute dallo stesso Garibaldi. Lanzirotti superò l’esame e, dopo un corso di aggiornamento durato fino al marzo 1862, fu inserito nell’arma di fanteria, assegnato al 13° Reggimento della Brigata Pinerolo, conservando il grado di maggiore.
La foto potrebbe essere stata scattata proprio in occasione della Campagna del 1866, a cui il 13° Reggimento partecipò come parte dell’Armata del Po guidata da Cialdini. Alcuni dettagli della divisa confermano il grado e l’appartenenza all’arma di fanteria: le frange spesse delle spalline indicano un ufficiale superiore, e la presenza di un solo gallone alla base dello scudo ne conferma il grado di maggiore. Il bavero nero profilato in rosso, in uso inizialmente solo per i reggimenti della Brigata Savoia, divenne successivamente distintivo generico della fanteria. I bottoni dell’uniforme riportavano in rilievo il numero del reggimento.
Un ultimo dettaglio interessante riguarda l’uso del nastrino annodato alla bottoniera, una pratica tipica degli ufficiali dell’Esercito Napoletano, anche se all’epoca il regolamento prevedeva l’uso esclusivo delle decorazioni metalliche. L’uso sistematico dei soli nastrini sarà infatti ufficializzato solo nei primi anni del Novecento. L’eventuale presenza di un filo sottile potrebbe essere riconducibile al supporto per un monocolo o un paio di occhialini a molla, anch’essi non regolamentari ma diffusi in ambito militare.
La figura del Maggiore Luigi Lanzirotti, emersa da queste fonti e dalla fotografia, rappresenta emblematicamente il percorso di molti ufficiali del Sud Italia che, dopo esperienze negli eserciti preunitari e nelle rivoluzioni, contribuirono alla formazione dell’esercito nazionale italiano.(fonti varie)
Nel 1848 è firmatario insieme ad altri patrioti delle varie componenti italiane di Tunisi riuniti nel Circolo Italiano, definito «antidoto alla molteplicità dei consoli», di una richiesta di protezione consolare di siciliani al console del Regno di Sardegna (ASDMAE, CST, b. 9/246 (1845-1849), fasc. 1848, lettera dalla delegazione siciliana a Geymet -console generale-, Tunisi, 22 aprile 1848.):
Illustrissimo Signore! I politici avvenimenti che vengono di compiersi nella Patria nostra e la mutata vita civile sua impongono nuovi bisogni. Il più possente che si faccia sentire per noi relegati dalla sorte in queste Affricane contrade si è quella di avere un patrocinatore, il quale, più che i nostri particolari interessi, sappia comprendere la dignità Nazionale, che più chiara deve rifulgere or che piacque a Dio di fregiar la Trinacria con nuova aureola di gloria.
Né ad appagare le ardenti brame e le legittime nostre speranze, tale la coscienza, che il Console Generale di Napoli, debba cuoprirci col manto della sua protezione. Or che per voto de’ Siciliani tutti, il Comitato Generale ha decretato Ferdinando di Borbone decaduto dal Regno della Sicilia, stimeremmo rinnegare tutti i doveri che a buoni e leali cittadini incombono se andassimo a mendicare un appoggio presso il di lui Rappresentante ; crederemmo pure mancare a noi stessi, fidando in un uomo che mostravasi avverso al progresso d’Italia, e tanto più apertamente anche nello scorso mese di Marzo, rifiutava egli, ed induceva suoi, a non prender parte agl’Italiani avvenimenti che pur con il nostro concorso si festeggiavano in Tunis.
Venghiamo ora a parteciparle, Ill.mo Signor Console che mossi dall’urgenza di migliorare la nostra posizione, abbiamo avanzato pressanti istanze al Comitato Generale, onde provveda al modo di compartirne quei benefizi a che ci dà diritto la mutata fortuna ; ma frattanto che possano prendersi dal medesimo le opportune disposizioni, la necessità di veder garantita la tranquillità nostra e di essere amministrati in modo energico e decoroso ne sprona a ricorrere a Lei, Ill.mo Signore, degno, ed integerrimo magistrato cui è devoluta l’immensa nostra stima, a Lei, in cui riponiamo intiera la nostra fiducia, a Lei infine, per cui innalzavasi unanimi il grido d’Italianissimo Console.
Osiamo sperare che penetrata sai sentimenti che animano a dirigerle questo foglio, V. S. Ill.ma vorrà ascoltare i nostri voti e compartirne la di lei valida protezione, fino al momento almeno in cui nuove determinazioni fossero prese dal Governo di Sicilia.
E nell’attesa di veder coronati i nostri desideri dal di lei assentimento, abbiamo l’onore di protestarci
Di V. S Ill.ma
Dev.mi Obb.mi
Servi Tunesi 22 Aprile 1848
All’Ill.mo Signore B. Geymet
Console Generale di S. M. il Re di Sardegna
Giovanni Manone, Domenico Pinelli, Antonio Pandolfo, Girolamo Torrente, Giuseppe Busetta, Luigi Montalto, Michele Salomone, Nicolò Caligassia, Giacomo Dominici, GiovanBattista, Pandolfo Nicola, Coniglio Giovanni, Polito Giuseppe, Figunia (?), Antonio, D’Ancona, Vito Pellegrino, Francesco Salmieri, Raimondo Bascano, Alberto Patana, Salvatore Cusumano, Salvatore Vassallo, Michele Bignone, Leonardo Daidone, Carlo Brigiano, Giovanni Batista Maggiore, Giuseppe Pierciatore, Gasparo Cajola, Giuseppe Mannino, Michele Miceli, Giuseppe Caleca, Agostino Ansaloni(?), Antonio Pandolfo, Michele D’Ancona, Giuseppe Maccotta, Francesco Capano, Giuseppe Farina, Antonio Pandolfo, Giuseppe Torrente, Giacomo Manelli, Antonino Vattiato, Gaetano Santa, Natale Amico, Nicola Parisi, Michele Bascano, Antonino Daidone, Marino Lopez, Francesco Paolo Lamberti(?), Giuseppe Malato, Salvatore Albano, Bartolomeo Lipari, Antonino Cannizzaro, Luigi Lanzirotti, Vincenzo Palomberi, Giacomo Romeo, Amadeo Montalto, Giambattista Mangione, Gaspare Manelli, Emmanuele Rizzo.
Da: Consoli e consolati italiani dagli Stati preunitari al fascismo (1802-1945) Fabrice Jesné, Mathieu Grenet, Marcella Aglietti. Pag 158. (fonte)
Si trova citato come autore dell’elenco dei volontari meridionali imbarcati sull’Utile:
Di origine siciliana era pure la maggior parte dei volontari meridionali imbarcati sull’Utile, mentre tra i settentrionali prevalevano i genovesi e i lombardi e, a seguire, i veneti e gli emiliani. Tra i lombardi si trovava anche il già citato Giulio Adamoli, che, tra l’altro, prese parte a tutte le iniziative garibaldine nella penisola a partire dal 1859. Appena diciannovenne, durante la seconda guerra d’indipendenza si era infatti arruolato volontario nell’esercito piemontese e, nonostante la giovane età, aveva ricevuto la promozione a sottotenente. Dopo la spedizione dei Mille – durante la quale fu nominato capitano di stato maggiore della seconda brigata della 15ª Divisione Türr – seguì ancora il Generale in Aspromonte e nel 1866 combatté tra i volontari garibaldini in Lombardia e Trentino. Ormai vicino all’entourage del Nizzardo, l’anno successivo Adamoli prese parte anche alla campagna dell’agro romano e accompagnò Garibaldi al Congresso della pace a Ginevra. Ad ogni modo, un certo disorientamento dovette regnare sul vapore al momento dell’imbarco. Nelle sue memorie, Adamoli ricorda infatti che «non riescii così facilmente ad orizzontarmi in mezzo ai volontari, la maggior parte estranei fra loro». Fu quindi una «gradita sorpresa» scoprire che sull’Utile si era imbarcato anche un suo conterraneo, tale Somaini di Viggiù. Per quanto riguarda il numero degli uomini al seguito di Agnetta, le fonti concordano sulla modesta entità della spedizione. A seconda di quale elenco, tra i vari esistenti presso l’Archivio di Stato di Torino, si prenda in considerazione, il dato quantitativo dei volontari oscilla infatti tra i sessantatré e i settanta. Gli stessi reduci forniscono indicazioni discrepanti. L’elenco redatto dal maggiore Luigi Lanzirotti, siciliano, imbarcatosi sull’Utile, conta settanta volontari; la precisazione che la lista fu «fatta a Cagliari [durante una sosta] pria di partire per la Sicilia» sembra costituire una prova della sua attendibilità. Anche Adamoli, nelle sue memorie, registra pressappoco lo stesso numero – sessantanove uomini – mentre altri due elenchi anonimi, anch’essi presenti tra le carte dell’archivio torinese, ne riportano sessantasette.
Da «L’isola dei nostri sogni». Una storia politica e sociale dei volontari garibaldini del 1860. P 110. Tesi di Nadia Fenoglio (fonte)
[2] Emilio Pallavicini di Priola. – Nacque a Genova l’8 novembre 1823 da Valentino Giuseppe e da Anna Maria dei conti Scoffiero.
I marchesi Pallavicini di Priola erano un ramo cadetto di una storica casata del patriziato genovese, che ricoprì ruoli importanti sia negli antichi Stati della penisola, sia in diversi contesti europei.
Emilio iniziò la carriera militare, uno dei percorsi tradizionali del suo ambiente sociale, come allievo dell’Accademia di Torino, graduandosi sottotenente di fanteria nel 1842. Giovanissimo, condivise l’esperienza del rinnovamento dell’esercito sardo con coetanei come Giuseppe Govone, Raffaele Cadorna, Maurizio de Sonnaz, Gustavo Mazé de la Roche. Nel 1848 entrò nel corpo dei bersaglieri, organizzato dal generale Alessandro Ferrero della Marmora. Partecipò ai combattimenti della prima guerra d’indipendenza, fu nominato luogotenente e si distinse in battaglia tanto da ottenere riconoscimenti e decorazioni. Il suo reparto, che diventò una forza scelta dell’armata sarda, cominciò a rivestire un valore simbolico, divenendo un’icona dell’Italia risorgimentale.
I bersaglieri furono anche un efficace strumento per la politica interna nell’aprile 1849, quando, dopo la sconfitta di Novara e la firma dell’armistizio con gli austriaci, a Genova si verificarono dei moti che portarono alla formazione di un governo provvisorio, accompagnato dalla mobilitazione di settori repubblicani e mazziniani. Il governo di Torino intervenne con mano dura e la città fu bombardata e presa d’assalto. I bersaglieri furono decisivi nella sanguinosa riconquista di Genova: il giovane ufficiale e il suo reparto ne forzarono le porte, un’azione quest’ultima che fruttò a Pallavicini la medaglia d’argento e lo mise in evidenza presso gli alti comandi.
Quando il Piemonte diventò il principale protagonista dell’unificazione italiana, l’élite militare a cui apparteneva Pallavicini fu continuamente impegnata in campagne esterne al Regno di Sardegna e l’esercito rappresentò un importante vettore dell’intreccio fra il nazionalismo sabaudo e la politica di Cavour. Il giovane ufficiale, al comando di una compagnia di bersaglieri, fece parte del corpo di spedizione piemontese che raggiunse nel 1855 gli alleati franco-britannici in Crimea. Nel 1859 era in prima linea durante la seconda guerra d’indipendenza e partecipò allo scontro di Casale Monferrato. Nella battaglia di San Martino si distinse, fu ferito, promosso e decorato.
Qualche mese dopo la conclusione del conflitto in Lombardia, nel maggio 1860, iniziò la campagna garibaldina in Sicilia. Alla fine dell’estate, dopo lo sbarco dei volontari in Calabria, Cavour decise di intervenire nel Regno delle Due Sicilie, invadendo lo Stato pontificio. Pallavicini era nel corpo di spedizione inviato al Sud e nel settembre 1860 partecipò alla conquista di Perugia, al comando di un battaglione. Giunto nel Mezzogiorno, l’esercito piemontese fu tenacemente contrastato dai difensori della dinastia borbonica e dell’autonomia delle Due Sicilie. Pallavicini partecipò alla fase finale dell’assedio della piazzaforte di Civitella del Tronto, che la resistenza della piccola guarnigione napoletana trasformò in un simbolo dell’estrema difesa dell’ex Regno. In quei mesi, si trovò a combattere una guerra che non si limitava agli eserciti in divisa, come in Lombardia o nelle Marche, per la consistente presenza di guerriglieri irregolari filoborbonici nelle zone circostanti. Il crollo dello Stato aveva fatto implodere le istituzioni, trasformando il decennale scontro tra liberalismo e legittimismo in un conflitto civile che raccoglieva, moltiplicandole, antiche tensioni politiche e sociali. La fortezza di Civitella si arrese il 20 marzo 1861 e Pallavicini, che firmò la resa insieme al vicecomandante borbonico Raffaele Tiscar, meritò per queste azioni combinate la medaglia d’oro al valor militare.
Pallavicini, Cialdini, Ferrero della Marmora, Alfonso della Chiesa, Antonio Franzini, Ferdinando Augusto Pinelli e molti della loro generazione furono progressivamente impegnati, con risultati alterni, nelle principali emergenze militari e politiche nel Mezzogiorno, dove si concentravano le maggiori difficoltà della nuova Italia. Nel novembre 1861 Pallavicini fu posto al comando dei bersaglieri, che si erano dimostrati particolarmente efficienti nell’azione di controinsurrezione delle rivolte legittimiste dell’estate precedente. La crisi meridionale non riguardava però solo la resistenza borbonica: crescevano i contrasti anche con i democratici. Quando nel 1862 Garibaldi attraversò la Sicilia, annunciando la spedizione su Roma, la situazione precipitò. L’impresa garibaldina poteva minacciare il difficile equilibrio raggiunto tra le correnti nazionaliste e, soprattutto, creare una esplosiva tensione con la Francia di Napoleone III. A Pallavicini fu affidato il complicato compito di fermare Garibaldi, senza provocare una crisi irreparabile tra gli attori del compromesso unitario. I garibaldini sbarcarono in Calabria alla fine di agosto. Il 29 dello stesso mese la colonna fu affrontata dall’esercito italiano. Un brevissimo conflitto a fuoco provocò alcune vittime tra le due parti e il ferimento anche di Garibaldi. La drammatica situazione fu risolta dallo stesso Pallavicini: ottenne personalmente la resa del generale nizzardo e dei suoi volontari, gestendo poi la loro pronta evacuazione senza altri scontri (furono però fucilati alcuni disertori dell’esercito).
Pallavicini era diventato l’uomo forte del governo nelle emergenze meridionali. Promosso tenente generale il giorno dopo l’episodio di Aspromonte, decorato ancora una volta, ebbe l’incarico di affrontare con decisione la guerriglia legittimista. Il brigantaggio contava decine di grandi e piccole bande, una vasta rete di solidarietà e complicità, capi come Carmine Crocco, Giuseppe Caruso, Michele Caruso, Giuseppe Nicola Summa, che lo stesso Pallavicini definì insuperabili nella pratica della guerriglia.
Egli elaborò una teoria della controinsurrezione che implicava un sistema generale di persecuzione, basato su alcune linee fondamentali: difesa e coinvolgimento della popolazione civile; repressione dura dei fiancheggiatori e incoraggiamento delle defezioni e del pentitismo; controllo delle risorse locali e utilizzo di propaganda politica; attività incessante di colonne mobili miste di regolari e guardie nazionali civili; presenza sul campo del comandante operativo e una prioritaria attenzione alle comunicazioni. L’approvazione nel 1863 della legge Pica per la repressione del brigantaggio rese applicabile il suo schema.
Le province del Mezzogiorno dove era più radicato il brigantaggio furono organizzate in zone di guerra. Il Beneventano e il Molise furono la prima area affidata a Pallavicini, il quale sperimentò immediatamente e con successo la sua dottrina. Le operazioni iniziarono nell’autunno del 1863. Le sue forze ingaggiarono ben 35 combattimenti, isolando le bande di Michele Caruso e logorandole fino a quando lo stesso capo guerrigliero fu catturato e fucilato. La stessa sorte subirono molte formazioni minori. Subito dopo il generale si trasferì al comando delle forze mobili di Bari e iniziò il rastrellamento delle pianure pugliesi. La strategia era sempre identica: persecuzione incessante, collaborazione con le forze locali, incoraggiamento del pentitismo. Nella primavera del 1864 Pallavicini passò al comando di una nuova zona di guerra, Melfi e Bovino, la roccaforte del brigantaggio meridionale. Riuscì a ottenere molte defezioni e la collaborazione di uno dei principali capi della formazione di Crocco. Non mancarono proteste e critiche di settori delle istituzioni e della magistratura, per i suoi metodi giudicati oltre i confini della legalità. Ciononostante, una lunga serie di scontri si ripeté, con successi alterni, fino a quando il famoso guerrigliero fu sconfitto e fuggì a Roma. I capi più famosi furono uccisi (Summa, Angelantonio Masini, Giuseppe Schiavone, Rocco Chirichigno) o si consegnarono (Vito Vincenzo Di Gianni, Agostino Sacchittiello). Nel 1865 furono distrutte le ultime bande superstiti: il centro della resistenza legittimista e del brigantaggio era definitivamente conquistato.
Pallavicini si spostò quindi al comando della zona militare di Cosenza e Catanzaro. Anche in questo caso, le sue istruzioni furono criticate dal ministero dell’Interno e dal prefetto, ma erano sostenute dagli ambienti locali che chiedevano fermezza verso briganti e guerriglieri. Il generale costruì un forte nella Sila che diventò il suo comando tattico. In pochi mesi annientò gran parte delle bande. Durante la campagna conobbe, e sposò, a Catanzaro, Ottavia Manfredi, appartenente alla ricca borghesia di tradizioni napoleoniche e liberali molto radicata in Calabria.
Lasciò il Sud solo per continuare la sua esperienza nelle guerre risorgimentali. Nel 1866, iniziata la campagna contro l’Austria (la cosiddetta terza guerra d’indipendenza), ritornò al comando dei bersaglieri e guidò l’avanguardia nella confusa avanzata dell’esercito italiano sul Po.
Nel 1868 gli fu affidato l’incarico di liquidare definitivamente il brigantaggio. Fu posto al comando generale di tutte le operazioni militari. Le bande residue sopravvivevano nelle province di Terra di Lavoro, Aquila, Benevento e Campobasso, unendo gli ultimi partigiani borbonici con gruppi di giovani criminali. Pallavicini pose il suo quartier generale a Caserta, spostandosi poi nelle aree interessate dalle operazioni e anche in altre province più a sud (Avellino, Salerno e Lucania). Utilizzò metodi oramai ben collaudati. Tra la primavera del 1868 e l’inizio del 1870 il suo successo fu quasi completo. Il brigantaggio era finito, ridotto a gruppi residuali che furono spazzati via nei primi anni Settanta.
Nel gennaio 1870 si allontanò definitivamente dalle province napoletane. Nel settembre dello stesso anno, partecipò all’ultima campagna del Risorgimento, la presa di Roma. Terminò la sua carriera al vertice dello Stato e delle istituzioni, completando lo straordinario percorso dei militari piemontesi della sua generazione. Negli ultimi anni fu al comando delle divisioni di Palermo (1878) e Roma (1885). Nel frattempo giunse nelle alte sfere della politica e nell’entourage della famiglia reale: fu nominato senatore (1880), poi aiutante generale onorario del re (1880-82) e, infine, primo aiutante di campo del nuovo monarca Umberto I (1890). Nel 1897 dopo una carriera durata mezzo secolo, lasciò l’esercito.
Morì a Roma il 15 novembre 1901.
Opere: Necrologia del luogotenente generale cavaliere Amedeo Vialardi di Verrone, governatore titolare di Fenestrelle, già comandante la Brigata Granatieri Guardie, Torino 1839; Report of General P., in A. Maffei di Broglio, Brigand life in Italy. A history of Bourbonist reaction, II, London 1865, pp. 227-257; Istruzione teorica ad uso delle truppe destinate alla repressione del brigantaggio nelle province di Terra di Lavoro, Aquila, Molise e Benevento, Napoli 1868; Istruzioni per le truppe incaricate della repressione del malandrinaggio in Sicilia, Palermo 1880; Relazione a s. E. il Ministro della Guerra sulle grandi manovre nell’Emilia, Roma 1888.(fonte)
[3] Brigantaggio postunitario e rivolte in Sicilia
Voce principale: Brigantaggio postunitario italiano.
«…..Si sente soprattutto parlare di briganti. Pure il numero dei briganti propriamente detti di fronte a quello dei facinorosi d’ogni specie, è minimo; nei momenti dove più fiorisce il brigantaggio, i capi banda sono tutt’al più cinque o sei in tutta l’Isola. Le loro comitive stabili, più o meno numerose secondo i tempi e le circostanze, non lo sono mai molto. Pure la loro azione si combina in un modo così inestricabile con quella degli altri malfattori di ogni qualità che il distinguerle è impossibile. Il piccolo numero delle bande brigantesche vere e proprie può essere cagione che sia efficace un modo di repressione, piuttosto che un altro.»
(Leopoldo Franchetti – Condizioni Politiche e Amministrative della Sicilia – 1877 – Tipografia Barbera, Firenze. Pag. 38)
Brigantaggio postunitario e rivolte in Sicilia furono attività connesse al brigantaggio postunitario italiano e le varie sommosse e tumulti popolari, che si verificarono in Sicilia, fin dalle settimane successive il plebiscito che il 4 novembre 1860 ufficializzò l’annessione nel costituendo Regno d’Italia.
Premesse
Le insurrezioni del 1860 e la spedizione dei Mille
Lo stesso argomento in dettaglio: Spedizione dei Mille, Rivolta della Gancia e Dittatura di Garibaldi.
La Sicilia che costituiva durante il Regno di Francesco II i “domini al di là del faro”, comprendeva sette province: Palermo, Messina, Catania, Noto, Caltanissetta, Girgenti e Trapani ogni provincia era a sua volta suddivisa nei numerosi distretti elencati nelle note.
Confermando il generale orientamento autonomista e anti-borbonico già dimostrato nei moti insurrezionali del 1820 e del 1848, la Sicilia fu una delle prime provincie del Regno delle Due Sicilie a insorgere contro il regime di Francesco II. Iniziatasi nell’aprile del 1860 la rivolta della Gancia nel palermitano e giunti in maggio i “Mille” di Giuseppe Garibaldi, la popolazione accolse favorevolmente i garibaldini, sostenendo la loro impresa e agevolandone lo sviluppo anche con i “picciotti” scesi in armi. Garibaldi, battute le truppe di stanza nell’isola a Calatafimi, conquistata Palermo, costituì il 2 giugno il governo dittatoriale.
Sconfitto il colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco nella battaglia di Milazzo, si trovò padrone di tutta l’isola con l’esclusione della Cittadella di Messina. Alla soddisfazione dei partiti liberali per il risultato ottenuto dal condottiero si contrappose lo scontento popolare originato dal negativo accoglimento della leva di massa, decretata nel maggio 1860. Inoltre, le mancate risposte alle aspirazioni delle classi rurali riguardanti anche la ridistribuzione dei grandi possedimenti terrieri portarono alla ribellione dei contadini siciliani che avevano inizialmente concorso al successo dell’impresa garibaldina. Infatti, nell’agosto 1860, si verificarono tumulti e reazioni che portarono all’occupazione di terre demaniali e latifondi coinvolgendo gli abitanti di alcuni villaggi situati sulle pendici dell’Etna.
I fatti di Bronte
Lo stesso argomento in dettaglio: Massacro di Bronte.
Dopo lo sbarco a Marsala – avvenuto durante la spedizione dei mille – a Bronte il 2 agosto torme di popolani occuparono il paese che fu saccheggiato e parzialmente incendiato. Giunta notizia degli avvenimenti e delle atrocità commesse dagli insorti, Nino Bixio entrò in città il 4 agosto con alcuni contingenti di camicie rosse per ripristinare l’ordine. Questi dichiarò lo stato d’assedio e, instaurato un Consiglio di guerra, i capi della rivolta furono arrestati e passati per le armi dopo aver subito un processo sommario.
La punizione inflitta alla città a seguito dei Fatti di Bronte non fu l’unica azione repressiva sviluppata da Nino Bixio per sedare i moti popolari del circondario.
«…..Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi e altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò più muoversi. Sia pur lontano quanto ci porterà la guerra, il terrore di rivederlo nella sua collera, che quando si desta prorompe in lui come un uragano, basterà a tenere quieta la gente dell’Etna. Se no ecco quello che ha scritto: “Con noi poche parole; o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra, vi struggiamo come nemici dell’umanità”.»
(G. C. Abba – Da Quarto al Volturno – Vallecchi Editore, Firenze, 1928. Pag. 121)
I disordini, aventi caratteristica spontanea e senza contenuti politici, furono rapidamente circoscritti anche in mancanza di un’organizzazione borbonica che, come avvenuto nelle province continentali, fosse in grado di sfruttare la delusione popolare e organizzare in forme massicce la reazione. Ripristinato l’ordine, Bixio attraversò lo stretto e raggiunse la Calabria unitamente a Garibaldi per proseguire nella inarrestabile marcia che li portò a Napoli e sul Volturno.
Le rivolte del 1861/1862
Lo stesso argomento in dettaglio: Rivolta di Castellammare del Golfo.
Mentre nella parte continentale del regno si combatteva, furono indetti i plebisciti che si svolsero il 21 ottobre. Il plebiscito siciliano risultò ampiamente favorevole all’unione della Sicilia con il Regno di Vittorio Emanuele II. Infatti, furono registrati soltanto 667 voti negativi contro 432.053 favorevoli e in molte circoscrizioni elettorali non vi fu alcun voto negativo.
Battute le truppe borboniche, presa Napoli e caduta Capua, le operazioni belliche proseguirono con l’aiuto delle truppe piemontesi sia sul continente sia in Sicilia, dove il 18 dicembre 1860 fu inviata la brigata Pistoia (35° e 36°) che raggiunse Messina agli ordini del maggior generale Emanuele Chiabrera Castelli.
Le operazioni belliche contro la cittadella di Messina, capitolata il 12 marzo 1861, si accompagnarono però a disordini che si manifestarono prevalentemente nel palermitano e che si acuirono nel dicembre 1860 quando fu emanato un bando di chiamata alle armi riguardante le classi 1857, 58, 59, 60 e avente come termine di presentazione il 31 gennaio 1861. Esigenze organizzative e scarsa affluenza dei coscritti portò alla proroga deI termini previsti che furono spostati al 1º giugno 1861. Oltre tale termine i non presentati sarebbero stati considerati renitenti se reclute, e disertori se già sotto le armi nell’esercito borbonico. La protesta reazionaria contro la coscrizione obbligatoria che si manifestò in quasi tutte le provincie del Regno di Napoli, fu maggiormente sentita in Sicilia, dove le leggi borboniche sul reclutamento non avevano mai avuto attuazione e dove lo spostamento dei termini non ridusse la tensione esistente.
«…..in molte parti corse sangue: a Castellammare stracciarono i decreti dalle mura; a Licata il dì del sorteggio scagliaronsi sugli uffiziali municipali, e alcuni ne morirono; Canicattì tumultuò sul finir d’agosto 1861, sedato con sangue da accorsi soldati. Non passava dì che non cadessero soldati piemontesi»
(G. De Sivo – Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 – Pag. 445)
Le notizie sulle sommosse e sulle repressioni operate al di là dello Stretto di Messina per motivi più o meno analoghi a quelli che interessarono la popolazione dell’isola, non ebbero effetti sulla situazione politica della Sicilia; però i disordini non si placarono. Nel dicembre del 1861 si verificarono nuovi tumulti a Palermo, Adernò, Paternò, Biancavilla, Sciacca, Mezzagno, Mezzojuso e Mazara del Vallo cui seguirono il 1 gennaio 1862 altre dimostrazioni a Catania, Messina e Girgenti. Le autorità dell’isola chiesero aiuti e il governo inviò in Sicilia le truppe della brigata “Alpi” (51°- 52°) al comando del generale Pietro Quintini che, giunto il 3 gennaio via mare, dopo aver subito alcune perdite tra i suoi soldati e ufficiali, riuscì anche con il supporto dell’artiglieria delle navi a reprimere il moto reazionario infliggendo severe sanzioni ad Alcamo e Marsala dove molti popolani catturati furono imprigionati e sottoposti a giudizio.
La diffusione e le caratteristiche
Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della renitenza alla leva in Italia e Guardia nazionale italiana.
«…..Nella sterminata solitudine della campagna siciliana i veri padroni sono i malfattori. Stanno a loro discrezione i grandi armenti che vagano pascolando, l’estate su pei monti, l’ inverno nelle colline basse e nei piani delle marine, le messi mature, le vigne, i mandorli, le case e le ville perse in mezzo al deserto. Basta uno di loro con un mazzo di fiammiferi per distruggere la ricchezza di un uliveto prodotta da secoli. Appartengono a loro la vita e le sostanze dei viandanti che si avventurano isolati per i sentieri e per le strade maestre.»
(Leopoldo Franchetti – Condizioni Politiche e Amministrative della Sicilia – 1877 – Tipografia Barbera, Firenze. Pag. 38-39)
Gli effetti delle repressioni operate e dell’inosservanza degli obblighi di leva si fecero rapidamente sentire. Le macchie e le montagne si riempirono di renitenti e disertori che come avvenuto in altre regioni si diedero alla delinquenza. Pesanti furono le ripercussioni anche sull’ordine pubblico
«…..In ogni contrada poi latrocinii, assassinii e arsioni; non si usciva, se non col sole, e armati e in molti; la notte tutti sbarrati in casa; di giustizia era pur l’idea dimenticata…..»
(G. De Sivo – Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 – Pag. 370)
Intorno al 1861 si formarono quindi alcune bande dedite al sequestro di persona, al furto e all’abigeato di cui il capo di maggior rilievo fu Angelo Pugliese, detto “don Peppino il lombardo”, ergastolano calabrese che era stato imprigionato, sotto il regime borbonico, nel carcere di Santo Stefano insieme ai patrioti Luigi Settembrini, Silvio Spaventa e Gennaro Placco (che gli insegnò a leggere e a scrivere); evaso dalle prigioni di Palermo a seguito dell’arrivo di Garibaldi, si mise alla testa di una vasta banda operante sulle montagne di Lercara Friddi. Infatti, anche se molti renitenti e disertori datisi alla macchia non ebbero altra alternativa che cercare di sostenersi con il furto e il “malandrinaggio”, in Sicilia non si verificarono, come avvenuto in altre province dell’ex Regno delle Due Sicilie (soprattutto in Basilicata), aggregazioni di grosse formazioni armate dedite al cosiddetto “brigantaggio politico” finalizzato al ritorno della dinastia borbonica detronizzata poiché nell’isola l’influenza degli agenti borbonici era pressoché nulla e i briganti siciliani erano per lo più lontani da rivendicazioni di tipo economico e sociale. Al contrario, nota lo storico Salvatore Lupo, il brigantaggio siciliano si trasforma in manovalanza al servizio della nascente mafia, in un intreccio che si instaura tra brigante e gabellotto (il notabile affittuario di grandi feudi, in diversi casi espressione di una cosca locale) che venne definito dalle autorità dell’epoca “manutengolismo”.
«…..Manutengoli sono tanto gli elementi che garantiscono l’apparato logistico alle bande e ne traggono vantaggio, quanto i poveri contadini costretti a dar rifugio ai banditi ovvero restii a fornire informazioni alla «forza».
Manutengoli sono gli eminenti cittadini, i proprietari che intrattengono rapporti con i facinorosi per giustificato timore per la vita e i beni, per viltà, per mostrare come la propria auctoritas si collochi al di sopra della legge comune. I termini dello scambio sono universalmente noti: il notabile ricovererà nelle sue masserie il bandito, gli fornirà informazioni e rifornimenti o comunque consentirà tacitamente che ciò gli sia fornito dai suoi impiegati e dai suoi affittuari; in cambio il bandito eviterà atti ostili verso i familiari, i clienti, gli interessi del protettore-protetto, e anzi rivolgendosi contro i suoi avversari farà cosa (direttamente o indirettamente) a lui gradita.»
(Salvatore Lupo, Storia della mafia, 1993)
Malgrado il notevole spiegamento di forze posto in campo, circa 20 battaglioni tra cui anche la guardia nazionale italiana, molti ricercati riuscirono a sfuggire alla cattura proseguendo a svolgere attività illecite o aggregandosi ad Angelo Pugliese, capo riconosciuto del brigantaggio organizzato in Sicilia, che con i suoi gregari si diede ai sequestri di persona, ai ricatti, alle grassazioni e all’abigeato senza particolari difficoltà. Fuggito Angelo Pugliese in Tunisia (dove venne catturato nel 1865), alcuni suoi gregari proseguirono nell’attività brigantesca da lui avviata tra le province di Palermo e Girgenti e tra questi Valvo, Riggio, Masi, Lo Cicero e altri.
Nella provincia di Siracusa fu il brigante Giovanni Boncoraggio a imperversare fino alla cattura definitiva nel 1867.
La repressione
Lo stesso argomento in dettaglio: Legge Pica, Giornata dell’Aspromonte e Caso Antonio Cappello.
Di fronte ai frequenti e diffusi episodi di renitenti alla leva, il governo reagì in maniera repressiva sviluppando, dopo la proclamazione dello stato d’assedio e alla conclusione della spedizione promossa da Giuseppe Garibaldi che portò alla giornata dell’Aspromonte, azioni punitive effettuate anche allo scopo di eliminare la piaga del “malandrinaggio”.
Nel settembre 1862 fu quindi inviato in Sicilia il generale Giuseppe Govone, già comandante della zona militare di Gaeta, che posto a capo della 9ª divisione militare territoriale di Palermo si avvalse delle disposizioni di cui allo stato d’assedio e alle leggi successive per reprimere le agitazioni insorte dopo i fatti dell’Aspromonte, eliminare la piaga del malandrinaggio e far fronte alla renitenza alla leva.
Alla fine dell’estate 1863, la legge Pica, introdotta per contrastare il brigantaggio filoborbonico nel Mezzogiorno, fu estesa di fatto anche alla Sicilia, affidando la difesa dell’ordine pubblico ai tribunali militari.
Le truppe del generale Govone, organizzate in raggruppamenti mobili, svilupparono nel corso del 1863 tutta una serie di operazioni effettuando massicci rastrellamenti al fine di procedere alla cattura di renitenti, sospetti, evasi dalle carceri e pregiudicati. Il sistema adottato, tra cui incendi di campi e di case, privazione dell’acqua potabile a interi comuni allo scopo di indurre le famiglie a consegnare i ricercati e perquisizioni casa per casa, generò numerose rimostranze, giunte fino in Parlamento per bocca di deputati quali Vito d’Ondes Reggio, Antonio Mordini e Francesco Crispi insieme al caso del sordomuto Antonio Cappello, anche se il Govone ottenne il risultato di giungere alla cattura di circa 4.000 renitenti e l’arresto o la costituzione di oltre 1.300 malviventi soprattutto nelle zone di Caltanissetta, Agrigento (allora Girgenti) e Trapani.
La formazione delle “bande”
Si formarono inoltre numerose bande che si mantennero in attività dal 1860 fino quasi alla fine del XIX secolo. Tra le più note quella maurina di Biagio Valvo sulle Madonie, quella di Alberto Riggio, “erede” diretto del brigante Pugliese, nell’agrigentino, Placido Botta e Angelo Scarpa nel catanese, di Turriciano nelle montagne di Alcamo e Partinico. Dalla banda di Alberto Riggio derivò quella del celebre Vincenzo Capraro da Sciacca, che diede origine a sua volta a quella dei “giulianesi” (da Giuliana, in provincia di Palermo) capeggiata da Gaudenzio Plaja, e quella dei “sambucari” (da Sambuca di Sicilia), capeggiata da Domenico Alfano, operanti agli inizi del 1870, nello stesso periodo in cui altri gregari assunsero il ruolo di capibanda, come il feroce Domenico Sajeva, operante a Favara, Angelo Rinaldi e Vincenzo Rocca, “eredi” di Biagio Valvo che operavano sui monti di San Mauro Castelverde (venne appunto battezzata banda dei “Maurini”) e il famoso Antonino Leone, attivo nel territorio tra Termini Imerese e Montemaggiore Belsito.
Le bande del Pugliese, come le altre formate dai suoi gregari, adottarono la tecnica di sciogliersi e riaggregarsi a seconda delle esigenze del momento ma non ebbero però alcuna matrice politica. Carabinieri e forze di polizia non ebbero particolare successo nel contrastare l’attività brigantesca e malavitosa in genere (che durò ben oltre la fine della guerra del 1866 contro l’Impero austriaco) poiché tutte le bande erano fiancheggiate da possidenti, gabellotti, notabili, professionisti ed addirittura da sacerdoti e politici (il caso più noto fu quello del deputato Raffaele Palizzolo, favoreggiatore delle bande Valvo e Leone). Venne rafforzata perciò la presenza sul territorio del Corpo dei Reali Carabinieri: nelle sole stazioni territoriali della Sicilia vi erano dislocati 2.114 unità.
Nel luglio 1866 durante la terza guerra di indipendenza italiana fu promulgata una legge che consentì la requisizione a favore del demanio dei beni delle congregazioni e degli ordini religiosi. In Sicilia la soppressione delle corporazioni religiose, che con le loro enormi proprietà davano da vivere a contadini e popolani, minacciò non pochi interessi e irritò il clero che gridando allo scandalo fece lega con il partito borbonico istigando la popolazione alla ribellione. Furono confiscate, e vendute nel tempo ai grandi latifondisti, le proprietà ecclesiastiche che davano lavoro a migliaia di contadini, che così persero la loro unica fonte di reddito, e fruttarono oltre 600 milioni di lire utilizzate, come annunciò pubblicamente il 16 marzo 1876 il primo ministro Marco Minghetti, per pareggiare il bilancio dello Regno d’Italia.
Le rivolte del 1866
Lo stesso argomento in dettaglio: Rivolta del sette e mezzo.
Mentre la diplomazia lavorava per la pace con l’Impero austriaco, il 16 settembre 1866 esplose in Sicilia il malcontento contro il governo con la cosiddetta rivolta del sette e mezzo scoppiata a Palermo. Numerose bande armate calarono allora dai monti e, occupata Monreale, entrarono incontrastate in Palermo incendiando, saccheggiando e compiendo eccessi di varia natura. Oltre a Bagheria e Misilmeri, insorsero anche Villabate, Torretta, Montelepre, Lercara Friddi, Casteldaccia, Aragona, Termini Imerese e altri centri. Le caserme periferiche, e particolarmente le stazioni dei carabinieri situate fuori dalla città furono assalite dalla folla tumultuante; a Monreale furono trucidati tre carabinieri, altri sette vennero trucidati alla spicciolata fra Bagheria e Villabate; nella zona tra Ogliastro e Marineo, furono uccisi un brigadiere e una diecina di militi componenti il presidio della stazione di Ogliastro.
Per reprimere la rivolta e ripristinare l’ordine, il governo centrale inviò alcune navi che entrate nel porto di Palermo sbarcarono truppe e artiglierie. Il 22 settembre giunse il generale Raffaele Cadorna, nominato Regio Commissario per la Sicilia, entrò a Palermo proclamando lo stato d’assedio e cominciando una dura repressione. A estinguere i moti contribuirono anche le navi della flotta e i loro ufficiali. Tra questi il Comandante in seconda della R.N. “Re di Portogallo”, Acton Ruggiero Emerik, che venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: “Per essersi distinto nella repressione dei moti sediziosi di Palermo nei giorni 19, 20 e 21 settembre 1866”.
Nello stesso tempo però le truppe del generale Raffaele Cadorna si trovarono a dover affrontare il colera che, dopo aver colpito numerosi centri dell’Italia continentale, infierì anche nella provincia di Palermo provocando perdite anche tra militari di truppa. La pandemia riacutizzatasi nell’aprile del 1867 colpì in forma ancor più virulenta tutta la Sicilia. I centri di Palermo, Catania, Caltanissetta, Siracusa, Monreale, Bagheria, Misilmeri, Cefalù, Corleone, Termini Imerese e altri ne furono devastati. Questa volta le truppe furono impiegate nel soccorso delle popolazioni colpite dal morbo subendo anch’esse numerose perdite. In Sicilia operarono alcuni battaglioni del 3º reggimento bersaglieri, del 2º Granatieri nonché reparti di fanteria di stanza nell’isola facenti capo alle brigate “Acqui”, “Abruzzi”, “Umbria”, “Regina” e “Calabria”. Malgrado le critiche condizioni del momento fu necessario intervenire con azioni di “ordine pubblico” per sedare alcuni tumulti che si verificarono a Monreale e Bagheria causati dalla convinzione che il morbo fosse diffuso da emissari del governo.
Il tramonto e la fine
Lo stesso argomento in dettaglio: Antonio Malusardi, Cesare Mori, Banditismo in Sicilia e Salvatore Giuliano.
Nonostante la repressione, superate le problematiche poste anche dalla epidemia di colera che si protrasse fino al 1868, continuarono comunque a manifestarsi fenomeni di brigantaggio e di malavita comune, così come posti in evidenza nell’inchiesta, svolta nel 1876, sulle Condizioni politiche e amministrative della Sicilia dei futuri parlamentari Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino in cui fu descritta anche la realtà socioeconomica, fotografando lo stato di miseria, analfabetismo e violenza dell’isola, con una mafia definita come “un’accozzaglia di briganti, di malandrini, di facinorosi, spesso alleati con i ricchi proprietari terrieri, che trae forza dalla violenza e dal delitto”.
Nei primi mesi del 1877, il prefetto di Palermo Antonio Malusardi, inviato dal ministro dell’Interno Giovanni Nicotera, riuscì a debellare definitivamente le bande dei Maurini, Leone, Plaja e Sajeva ma episodi marginali di brigantaggio continuarono a verificarsi fino ai primi del XX secolo, con particolare riferimento al brigante Francesco Paolo Varsalona, nativo di Castronovo di Sicilia, il quale operò con la sua banda a cavallo tra le province di Palermo, Agrigento e Caltanissetta fino alla sua efferata uccisione da parte di ignoti avvenuta nel 1904 (probabilmente ad opera della mafia locale).
Inoltre nuove bande di briganti si formarono nell’isola durante e dopo la prima guerra mondiale, represse energicamente dal prefetto Cesare Mori negli anni ‘20 (celebre rimase l’”assedio di Gangi” che sgominò le bande di briganti madoniti guidate da Gaetano Ferrarello e dai fratelli Nicolò e Giuseppe Andaloro).
Così anche durante la seconda guerra mondiale, dopo lo sbarco alleato del luglio 1943, e sino all’immediato secondo dopoguerra, emerse il fenomeno del banditismo, grazie soprattutto all’attività di Salvatore Giuliano, noto capo-banda di Montelepre, e della banda di Niscemi (CL) guidata da Rosario Avila e poi da Salvatore Rizzo, entrambe arruolate dal Movimento Indipendentista Siciliano.(fonte)
[4] Felice Assanti Pepe (Squillace, 1825 – 1891) è stato un politico italiano.
Fu Deputato del Regno d’Italia per 3 legislature X, XI e XIII, militando nella Sinistra.(fonte)
Interventi e citazioni su Portale storico della Camera dei Deputati(link)



