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Francesco Boncompagni Ludovisi. 16 maggio 1934

Francesco Boncompagni Ludovisi. 16 maggio 1934
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Roma, 16 maggio 1934 = XII

In relazione alla richiesta contenuta nella let-
tera della S.V.I. in data 14 corr., mi è gradito comu-
nicarLe che anche nel corrente anno, questa Amministra-
zione sarà ben lieta di mettere a disposizione di co-
desta Società, due grandi medaglie d’argento, quali
premi di questo Governatorato, da assegnarsi ai vinci-
tori delle gare di nuoto organizzate da codesta Socie-
tà per i prossimi mesi di luglio e agosto.
Per corrispondere anche al desiderio da Lei espres-
so, posso assicurarLa di aver dato disposizioni al Ser-
vizio Autoparco che per i giorni da Lei indicati, sia
messo a disposizione un autocarro per il trasposto
dei coincorrenti akke gare steesse ed ho anche incari-
cato il Capo del Servizio a prendere diretti accordi
con sl S.V.
Distinti saluti

IL GOVERNATORE
F. Boncompagni Ludovisi[1]

Ill.mo Sig. Presidente
della Società Romana di Nuoto[2]

=ROMA=

Intestazione
SPQR
IL GOVERNATORE
3283


Note

[1] Francesco Boncompagni Ludovisi.

Nacque a Foligno, nella villa “La quiete”, il 20 ott. 1886 da Ugo e dalla sua seconda moglie Laura Altieri. Compiuti in Roma gli studi classici, si iscrisse alla locale facoltà di giurisprudenza dove si laureò nel 1910; nel 1908 aveva sposato Nicoletta del fu Giulio Prinetti Castelletti, dalla quale ebbe quattro figli: Laura (1908), Gregorio (1910), Giulia (1914) e Alberigo (1918). Partecipò alla prima guerra mondiale come ufficiale di complemento: fu ordinanza del generale Albricci e militò nel XXVIII e XI corpo d’armata; in Francia, a Bligny, ottenne la medaglia d’argento al valor militare.

Candidato per il Partito popolare italiano alle elezioni del 1919, fu eletto deputato nella XXV e XXVI legislatura ed ebbe il suo primo momento di notorietà nella votazione che determinò la caduta del gabinetto Facta. Infatti, diversamente dal gruppo popolare, per il quale Gronchi annunciò il voto sfavorevole, il B., affermando che Facta “non era riuscito a sopprimere il fascismo non già per debolezza propria, ma perché non era stato sostenuto adeguatamente dalla maggioranza parlamentare” (Pratt Howard, p. 375), e dichiarando, tra l’altro: “Io comprendo anzi che forse, tra breve tempo, la pace all’interno possa anche venire dall’avvento dei socialisti al potere. Però non mi pare ancora giunto questo momento” (Atti Parlam., Camera dei Dep., legislatura XXVI, 1ª sess., Discuss., tornata del 19 luglio 1922, pp. 8263 s.), dette il suo voto al governo suscitando una serie di commenti della stampa liberale e nazionalista, che volle, come del resto Michele Bianchi, vedere nell’atteggiamento dell’alto esponente dell’aristocrazia nera il riflesso del pensiero della S. Sede. Ciò provocò la smentita dell’Osservatore romano che, in una nota del 22 luglio 1922 dal titolo “La crisi”, dichiarava che la S. Sede era e voleva rimanere “completamente estranea alle vicende e competizioni puramente parlamentari e politiche”.

Uscito dal Partito popolare e iscrittosi a quello nazionalista, sostituì, nel febbraio del 1923, il senatore Carlo Santucci alla presidenza del Banco di Roma nel quadro del disegno fascista di pervenire non tanto “alla sistemazione del Banco, … già definita prima della marcia su Roma”, quanto di “mettere le mani sul Banco” (De Rosa, 1962, p. 113). Tale sostituzione fu, è noto, interpretata ufficialmente come “una pubblica e decisa manifestazione di quella intima e silenziosa evoluzione che in seno al vecchio istituto è derivata dalla rivoluzione fascista”, mentre il neopresidente veniva indicato come rappresentante più qualificato della “tendenza nazionale o meglio della tendenza cattolico nazionale” (Agenzia Volta, 16 febbr. 1923). Promotore, con Accinni, Amato, Aloia, Antonelli, Biglione di Viarigi, Bellia, Balsi, Bardi Sarzelli, Barbiano di Belgioioso, della sezione romana della Unione nazionale, il B. passò, con la fusione nazionalista, al fascismo e trovò posto, con un certo numero di ex popolari, nel “listone”. Rieletto deputato, venne nominato sottosegretario alle Finanze nel 1927 fino a che, il 13 sett. 1928, non assunse le funzioni di governatore di Roma succedendo al principe Spada Potenziani il cui nome, del resto, era stato fatto a Mussolini da Federzoni insieme con quello dello stesso B. alcuni anni prima.

A delineare la figura del B. come governatore sono sufficienti le sue parole nel discorso del 19 sett. 1928 in risposta al saluto di Spada Potenziani: “Il fascismo è una santa e gloriosa milizia e noi che abbiamo l’onore e la ventura di fare parte di essa dobbiamo considerarci come le sentinelle che il Comandante Supremo muove e dispone e che si incontrano e si salutano sulle linee più avanzate per darsi il cambio e le consegne”.

Durante il suo governatorato venne inaugurata la via del Mare, aperti il Museo napoleonico e il parco di Castel Fusano, isolati Castel Sant’Angelo e il Campidoglio, aperta la via dell’Impero e varata, nel 1930, la riforma tranviaria: in una parola la Roma di Mussolini gli dovette la sua fisionomia. Esattamente Bottai, suo successore nel governatorato, lo definì, nel proprio discorso di risposta il 27 genn. 1935: “Strumento fedele della grande opera di ricostruzione dell’Urbe disegnata dal Duce”. Qualche giorno prima, il 24 gennaio, era stato nominato ministro di Stato.

Morì a Roma il 7 giugno 1955.

Tipico rappresentante di tutto quel mondo, dai confini non facilmente definibili, caratterizzato dall’aspirazione a un rinnovamento dell’antica alleanza tra trono (in quel momento rappresentato dallo Stato fascista) e altare, che contribuì a spingere decisamente il fascismo, dopo la svolta del 3 genn. 1925, su posizioni sempre più nette di conservazione e reazione sociale e che svolse un ruolo fondamentale nella realizzazione del disegno, di tipica marca nazionalista e clerico-fascista, della soluzione pattizia della questione romana e della stipulazione del Concordato lateranense, il B. rimase sostanzialmente fedele alle tradizioni della famiglia impersonate anche dal padre, Ugo, il quale, ritiratosi dopo la morte della seconda moglie, dalla vita del secolo, era divenuto sacerdote e poi prelato e vicecamerlengo di S. Romana Chiesa.(fonte)

[2] La Società Romana di Nuoto nasce a Roma nel 1889 per iniziativa di Romano Guerra. Per questo è, in ordine cronologico, la prima società italiana esclusivamente natatoria.[1] Durante la sua storia ultracentenaria la società ha sempre avuto come sede il celebre barcone situato sul fiume Tevere.

Nel 1919 la società inizia anche l’attività di tuffi, con appositi trampolini sul Tevere: pionieri sono il romano Gaetano Lanzi ed il forlivese Raniero Pasqui.(fonte)