Roma 18 luglio
Carissimo Mario[1], io ho mal di pancia e
ogni tanto devo trovare un gabinetto. Ma anche
questo passerà. I tuoi colleghi che stanno con me
sono corretti, molto e un po’ troppo borghesi. –
Ma io sono diventato un perfetto lavativo e me
ne curo poco assai. – Sto passando giorni di
ansia penosa nell’attesa della licenza. Molto meglio
che non me la diano, ma subito. – Dopo il nulla
osta della Dir. Gen. è passata al Gabinetto del
Ministro che se crederà la passerà al Min. Guerra.
Figurati un po’! Né io posso farmi aiutare
perché non so da chi. – Gentilomo[2] è partito fulmi=
neamente per fare la sceneggiatura non ne so più
nulla quindi da qualche giorno. – Continenza[3] si fa
operare domani d’appendicite. – Beato lui, così domani
si sancirà un mese di licenza di convalescenza! Ieri
sera ho visto le tre sorelle, la povera Gabriella[4] è
proprio un’anima persa e preoccupata. Del resto tutti
noi sentiamo affettuosamente la tua mancanza. –
La sera non si combina più niente, nemmeno la
casina delle rose. – E fa un gran caldo. Non preten=
do che tu mi scriva perché so che il tempo libero
è preciso e non inutilmente impiegato in corrispon=
denza. – Ho sentito da Gabriella che sei a
corto di quattrini. Io per adesso posso prestartene,
quindi non fare lo scemo e chiedimi d’urgenza
quello che vuoi se ne hai bisogno senza reticenze.
Restituzione a fine pena quando saremo registi
di un cinema affogato nella concorrenza straniera.
Che bello! Tira a campare e vivi alla giornata
scansando i calci dei cavalli e quelli dei su=
periori (metaforici). – Le nazionali, anche quelle,
qui sono diventate impossibili. – Non ti
ho ancora ringraziato della tua lettera. Faccio
opera di persuasione presso Gabriella che però
non sente niente e non spera altro che di
venire presto a controllare di persona. –
Un abbraccio affettuoso
Baccio[5]
Al lanciere Mario Monicelli
X° Reg.to Lancieri[6]
Squadrone universitari
Bologna
Timbro ROMA FERROVIA
23-24 18.VII
1 . XIX
BOLOGNA CENTRO
18-19
19 . VII
1 . XIX
Francobollo
CENT. 50 POSTE ITALIANE
Note
Vers. eng.
Rome, 18 July
Dearest Mario, I have stomach ache and every now and then I have to find a toilet. But this too shall pass. Your colleagues who are with me are decent, very much so, and a little too bourgeois. But I have become a perfect slacker and I don’t care much about it. I am going through days of painful anxiety waiting for my licence. It would be much better if they didn’t give it to me, but right away. After the Director General’s approval, it went to the Minister’s office, which, if it approves, will pass it on to the War Ministry. Imagine that! I can’t get any help because I don’t know who to ask. Gentilomo left suddenly to write the screenplay, and I haven’t heard anything since a few days ago. Continenza is having his appendix out tomorrow. Lucky him, so tomorrow he’ll get a month’s convalescence leave! Last night I saw the three sisters, poor Gabriella is a lost and worried soul. After all, we all miss you dearly.
Nothing happens in the evening anymore, not even at the little house of roses. – And it’s very hot. I don’t expect you to write to me because I know that your free time is precious and not wasted on correspondence. – I heard from Gabriella that you’re short of money. I can lend you some for now, so don’t be silly and ask me urgently for what you want if you need it, without hesitation.
Returning at the end of our sentence when we will be directors of a cinema drowned in foreign competition.
How wonderful! Just get by and live day to day, dodging the kicks of horses and those of your superiors (metaphorically speaking). – Even the national teams have become impossible here. – I haven’t thanked you yet for your letter. I’m trying to persuade Gabriella, but she’s not listening and just wants to come and see for herself soon. –
A warm hug
Baccio
To the lancer Mario Monicelli
10th Lancers Regiment
University Squadron
Bologna
[1] Mario Alberto Ettore Monicelli (Roma, 16 maggio 1915 – Roma, 29 novembre 2010) è stato un regista, sceneggiatore e scrittore italiano.
Tra i più celebri registi italiani della sua epoca. Insieme a Dino Risi, Luigi Comencini, Pietro Germi e Ettore Scola, fu uno dei massimi esponenti della commedia all’italiana, che contribuì a rendere nota anche all’estero con film come Guardie e ladri, I soliti ignoti, La grande guerra, L’armata Brancaleone e Amici miei.
Candidato sei volte al premio Oscar (due volte per la migliore sceneggiatura originale, quattro per il miglior film straniero), nonché vincitore di numerosi premi cinematografici. Nel 1991 ricevette il Leone d’oro alla carriera alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Biografia
Le origini
Mario Monicelli nacque a Roma il 16 maggio del 1915 in una famiglia originaria di Ostiglia (in provincia di Mantova). Per lungo tempo, si è ritenuto che la sua città natale fosse Viareggio, finché il critico cinematografico Steve Della Casa, compiendo delle ricerche per la stesura del volume L’armata Brancaleone – Quando la commedia riscrive la storia e per il Dizionario Biografico Treccani, riportò alla luce il fatto di come Monicelli fosse, in realtà, nato a Roma, più precisamente nel rione di Campo Marzio in via della Croce. Sempre secondo Della Casa, pare che Monicelli stesso alimentasse l’equivoco per una sorta di forte affezione verso la città toscana. Il luogo di nascita di Monicelli è stato confermato da Luca Lunardini, sindaco di Viareggio, che ha dichiarato in proposito: “È vero: Mario Monicelli non è nato fisicamente a Viareggio, non risulta iscritto alla nostra anagrafe”, aggiungendo come “Da un punto di vista fisico, materiale, Monicelli non nacque a Viareggio ma a Roma; ma amava talmente tanto Viareggio che considerava questa città il luogo in cui era nata la sua anima, quindi lui stesso. E perciò elesse Viareggio a sua città natale, come riportano tutte le enciclopedie e le biografie sulla base della testimonianza diretta raccontata dall’interessato”. Un’ulteriore conferma è arrivata da Chiara Rapaccini, ultima compagna del regista, che ha confermato in un’intervista come il tutto non fosse altro che “una beffa intenzionale di Mario, più semplicemente qualcuno, all’inizio, aveva scritto che era di Viareggio e lui si è divertito a lasciar correre, anche perché il suo rapporto con Viareggio era fortissimo”, aggiungendo che Roma, come corretto luogo di nascita del regista, fosse riportato anche sul suo passaporto.
Suo padre, Tomaso Monicelli, era un giornalista, direttore de il Resto del Carlino e dell’Avanti! (succedendo a Benito Mussolini), nonché critico teatrale e drammaturgo. Mise fine alla sua vita nel 1946, dopo alcuni fallimenti editoriali, sentendosi isolato dal regime fascista per aver osato criticarlo nei suoi articoli. La madre, Maria Carreri, era una donna molto intelligente, sebbene di pochi studi. Mario aveva tre fratelli: Giorgio fu un traduttore ed editore, Furio fu uno scrittore, e raggiunse un buon successo all’epoca con il romanzo Il gesuita perfetto, mentre Mino, fu giornalista, scrittore e sceneggiatore. Monicelli era inoltre imparentato con la famiglia Mondadori: la sorella del padre, difatti, era la moglie di Arnoldo Mondadori e lo stesso Monicelli racconta di essere stato per molti anni buon amico di Alberto e Giorgio Mondadori.
Monicelli trascorse dunque la sua infanzia a Roma, dove frequentò le scuole elementari. Successivamente, si trasferì con la famiglia a Viareggio ma frequentò il ginnasio e due anni di liceo a Prato, al Convitto Nazionale Cicognini; si stabilì poi a Milano, dove finì la terza liceo e iniziò gli studi universitari. Nel capoluogo lombardo, Monicelli frequentò Riccardo Freda, Remo Cantoni, Alberto Lattuada, Alberto Mondadori e Vittorio Sereni; insieme fondarono, con l’appoggio dell’editore Mondadori, il giornale Camminare, in cui Monicelli si occupava di critica cinematografica. Monicelli raccontò di come, nelle sue critiche, si accanisse molto sui film italiani, mentre, di contro, esaltasse i film americani e francesi, che amava molto, affermando che forse lo faceva per una sua velata forma di antifascismo. Camminare non durò molto poiché il ministero della cultura popolare lo soppresse perché considerato di sinistra.
In seguito, Monicelli fece ritorno in Toscana, dove completò gli studi universitari laureandosi in lettere presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Pisa. Interessato al mondo della celluloide, rimandò continuamente il momento di laurearsi fino alla chiamata alle armi, appena dopo la quale fu laureato poiché, come lo stesso Monicelli affermò, “bastava presentarsi alla laurea vestiti da militari e non occorreva né tesi né altro […] Così è stata la mia laurea, non so nemmeno se è valida”. Nel 1934 girò il suo “primo esperimento cinematografico”, ovvero il cortometraggio Cuore rivelatore, ispirato all’omonima opera di Edgar Allan Poe, insieme ad Alberto Mondadori e Alberto Lattuada, con quest’ultimo in ruolo di scenografo poiché allora studente di architettura. I tre lo inviarono ai Littoriali sperando invano che venisse poi proiettato nei Cineguf; il film venne bollato come esempio di “cinema paranoico”.
L’anno seguente Monicelli fu collaboratore artistico di Alberto Mondadori nel suo primo lungometraggio, I ragazzi di via Pal (1935), tratto dall’omonimo romanzo dell’ungherese Ferenc Molnár, realizzato anch’esso nell’ambito del Cineguf milanese. Il film fu inviato a Venezia alla Mostra per le pellicole a passo ridotto, parallela alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica; I ragazzi della via Paal fece guadagnare ai suoi realizzatori il primo premio e l’opportunità di lavorare nella produzione di un film professionale. Monicelli quindi poté saltare le varie fasi di formazione professionale e fu inviato, assieme a Mondadori, a lavorare come “ciacchista” nella produzione del film di Gustav Machatý Ballerine, che si svolse a Tirrenia.
Si accostò al mondo del cinema grazie all’amicizia con Giacomo Forzano[senza fonte], figlio del commediografo Giovacchino Forzano, fondatore a Tirrenia di moderni studios cinematografici sotto il nome di Pisorno, curiosa fusione dei nomi delle due città, eterne rivali, Pisa e Livorno, che Mussolini progettava di compiere. In questi anni, in Monicelli si andò delineando quel particolare spirito toscano che sarà determinante per la poetica cinematografica delle commedie del regista (molti scherzi della trilogia di Amici miei sono episodi che fanno realmente parte della sua giovinezza).
Subito dopo Ballerine, Monicelli trovò lavoro, sempre come assistente, nel film di Augusto Genina Lo squadrone bianco. In seguito svolgerà il medesimo ruolo di assistente in vari film, tra cui I fratelli Castiglioni di Corrado D’Errico; durante la produzione del film conobbe Giacomo Gentilomo, con cui girò due pellicole, La granduchessa si diverte e Cortocircuito, nelle quali svolse ufficialmente per la prima volta l’incarico di aiuto-regista e anche di cosceneggiatore.
Sotto lo pseudonimo di Michele Badiek nel 1937 diresse il film amatoriale Pioggia d’estate. Il film, in cui Monicelli ebbe il ruolo di regista, sceneggiatore e soggettista, vide la partecipazione di Ermete Zacconi e parte della sua famiglia, dell’apporto di molti amici e di molti concittadini. Egli affermò che questa esperienza fu importante per la sua formazione poiché imparò a “scrivere per il cinema, a girare, a trattare con gli attori […] E, soprattutto, a constatare, quando poi lo rivedevo in proiezione, che quello che mettevo in scena ogni giorno non corrispondeva se non in minimissima parte alle mie aspettative”. Nel frattempo fu anche il segretario dell’attrice spagnola María Mercader, futura moglie di Vittorio De Sica. Nel libro dedicato a Monicelli dalla fondazione Pesaro Nuovo Cinema Onlus, si afferma nella biografia del regista che, dopo la laurea conseguita a Pisa nel 1941, Monicelli venne inviato l’anno seguente a Napoli per essere imbarcato per l’Africa; Monicelli riuscì però a rimandare l’imbarco finché l’8 settembre non gettò l’uniforme e scappò a Roma, dove rimase nascosto.
Nell’opera semi-autobiografica L’arte della commedia, Monicelli raccontò che rimase nell’esercito arruolato nella cavalleria dal 1940 al 1943, cercando di evitare il trasferimento, temendo di essere inviato prima in Russia poi in Africa, finché l’esercito non si disfece; a quel punto scappò a Roma. Rimase nascosto nella capitale fino all’estate del 1944. A Roma frequentò l’Osteria Fratelli Menghi, noto punto di ritrovo per pittori, registi, sceneggiatori, scrittori e poeti tra gli anni quaranta e settanta.
L’esordio ufficiale: il lavoro in proprio e i successi
Nel 1945 Monicelli fu aiuto-regista nel primo film di Pietro Germi, Il testimone. In L’arte della commedia, Monicelli raccontò che tra lui e Germi si instaurò un profondo legame; egli affermò: “Credo di essere stato uno dei pochissimi amici con cui aveva davvero confidenza”. Ad esempio di questo legame Monicelli raccontò di due episodi. Quando Germi entrò in un periodo di crisi dopo la morte della moglie, chiamò Monicelli per dirigere il film che stava preparando (Signore & signori, del 1966), dicendogli che lui non poteva più dirigerlo; a Monicelli piacque molto, ma comunque si rifiutò e incoraggiò Germi a fare il suo film. L’altro esempio è quando Germi, impossibilitato a fare Amici miei per problemi di salute, chiamò Monicelli per dirigerlo.
Nel 1946 Monicelli fu scelto, insieme a Steno, da Riccardo Freda per realizzare la sceneggiatura di Aquila nera. Il film ebbe molto successo e la coppia Monicelli-Steno fu chiamata per scrivere alcune gag e battute per il film Come persi la guerra di Carlo Borghesio, e prodotto da Luigi Rovere; da quel film, Monicelli e Steno formarono una coppia di sceneggiatori. La collaborazione con Steno, che durerà fino al periodo tra 1952 e 1953, produrrà alcune delle commedie più interessanti del dopoguerra; tra queste vi è Guardie e ladri (1951) con Totò, film che al Festival di Cannes conquistò il premio alla miglior sceneggiatura. In L’arte della commedia, Monicelli affermò che il sodalizio tra i due si interruppe esattamente durante la realizzazione dei film Le infedeli e Totò e le donne. Entrambi i film dovevano essere sceneggiati e girati a quattro mani da Steno e Monicelli, ma in realtà quest’ultimo si occupò solamente de Le infedeli poiché si era stancato di fare solo film comici; Steno si occupò invece di Totò e le donne. Tutto questo avvenne senza che i produttori lo venissero a sapere perché altrimenti, racconta Monicelli, non avrebbero dato fiducia alla coppia di registi.
Fu sceneggiatore, insieme a Federico Fellini, anche per film di Pietro Germi: In nome della legge (scritto con Pinelli, Germi e Giuseppe Mangione). Nel 1957 Monicelli vinse il premio al miglior regista del Festival internazionale del cinema di Berlino con Padri e figli. Considerato lo “spartiacque” nella sua carriera, fu I soliti ignoti (1958), film che segnò l’avvio verso la cosiddetta “commedia all’italiana”. L’anno dopo fu la volta di La grande guerra (1959), che vinse un Leone d’oro ad ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini ed ottenne una candidatura all’Oscar al miglior film in lingua straniera. Nel 1963 Monicelli fu autore del film I compagni, che ottenne la seconda candidatura ad un premio Oscar, quello alla migliore sceneggiatura originale. I soliti ignoti, La grande guerra e I compagni sono tra i capolavori del regista viareggino.
I soliti ignoti, del quale Monicelli fu anche sceneggiatore assieme ad Age & Scarpelli e a Suso Cecchi D’Amico, rovesciò per la prima volta la dialettica di Guardie e ladri con la quale lo stesso Monicelli (insieme a Steno che lo affiancò alla regia) aveva impostato fin dal 1951 la rappresentazione del rapporto tra autorità e libertà, tra giustizia togata e semplice sopravvivenza delle classi più umili. Quattro anni dopo, Monicelli ribaltò i ruoli: in Totò e Carolina (1955) Totò non è più un ladruncolo ma un poliziotto, e la censura dell’epoca non prese affatto bene l’ironia intorno alle forze dell’ordine: il film subì pesanti e talvolta inspiegabili tagli, e benché in tempi recenti ne sia stata restaurata la copia originale, continua a essere trasmesso nella versione “epurata” e inquinata da un demenziale titolo di testa imposto dalla censura di allora, francamente insultante anche solo nei confronti del livello attoriale di Totò.
Con I soliti ignoti Monicelli abbandonò quindi la dialettica antagonista tra tutori e trasgressori della legge, rappresentando esclusivamente il lato mite, confusionario e frustrato di un manipolo di aspiranti ladri votati all’insuccesso. La grande guerra, lontano dagli stereotipi classici della commedia, passa da un estremo all’altro del registro tragicomico affrontando un argomento doloroso e complesso come la tragedia della Prima guerra mondiale, ed è impreziosito dalle memorabili interpretazioni di Alberto Sordi e Vittorio Gassman. I compagni, film sulla storia del sindacalismo e, ancor prima, sulla fratellanza tra operai delle fabbriche, è poco noto al grande pubblico ma molto apprezzato dalla critica (con Marcello Mastroianni, Renato Salvatori e Annie Girardot).
Negli anni sessanta Monicelli si dedicò anche a film a episodi: Boccaccio ‘70 (1962), Alta infedeltà (1964) e Capriccio all’italiana (1968), anche se l’episodio da lui diretto in Boccaccio ‘70 fu tagliato dal produttore Carlo Ponti, scatenando la protesta dei registi italiani che decisero quasi tutti di boicottare il Festival di Cannes del 1962, che avrebbe dovuto essere inaugurato appunto da questo film. Ne L’armata Brancaleone (1966) e, con minor efficacia, nel seguito intitolato Brancaleone alle crociate (1970), Monicelli mise in scena un singolare Medioevo tragicomico, costellato dall’uso di un’inedita lingua maccheronica divenuta memorabile nel cinema italiano. Il film del 1966 venne anche selezionato per il festival di Cannes.
Nel 1973 il film Vogliamo i colonnelli fu selezionato per il festival di Cannes. Tra gli altri film di rilievo occorre ricordare La ragazza con la pistola (1968), terza candidatura all’Oscar, Romanzo popolare (1974) e i primi due capitoli della trilogia di Amici miei (1975, 1982) – quello conclusivo (1985) verrà infatti diretto da Nanni Loy. Caro Michele valse per Monicelli l’Orso d’argento al Festival di Berlino nel 1976.
Il film successivo, girato nel pieno degli anni di piombo, ne esprime il dramma ispirandosi a un’opera dello scrittore Vincenzo Cerami: Un borghese piccolo piccolo (1977) è un’opera interamente e profondamente drammatica, estranea alle suggestioni tragicomiche delle opere precedenti e successive come Il marchese del Grillo (1981), che pure si avvale di un’ottima interpretazione dello stesso Sordi. Il marchese del Grillo gli fece vincere l’Orso d’argento per il miglior regista al festival di Berlino del 1982. Negli anni ottanta e novanta, lo sguardo del regista cambiò ancora: dal maschilismo di Amici miei si passa all’esaltazione della donna contenuta nell’opera Speriamo che sia femmina (1986), con cui tornò a ricevere ampi consensi di critica e pubblico. Il successivo Parenti serpenti (1991) presentò nuovamente una caustica rappresentazione del modello familiare attraverso la problematicità dei rapporti tra generazioni, culminante in un finale addirittura tragico e scioccante. Nel 1994 uscì nelle sale il grottesco Cari fottutissimi amici, che vide come protagonista l’attore genovese Paolo Villaggio. La pellicola, presentata al Festival di Berlino nello stesso anno, si aggiudicò un Orso d’argento, nella sezione menzione speciale.
Monicelli si dedicò anche al teatro, sia in prosa che lirico, con alcune felici produzioni, soprattutto negli anni ottanta. Per la televisione produsse il cortometraggio Conoscete veramente Mangiafoco? (1981), con Vittorio Gassman, La moglie ingenua e il marito malato (1989) e Come quando fuori piove (2000), mentre come documentario Un amico magico: il maestro Nino Rota (1999) e vari collettivi. Monicelli si prestò occasionalmente a qualche cameo attoriale, in L’allegro marciapiede dei delitti (1979), Sotto il sole della Toscana (2003), SoloMetro (2007), dando anche la voce al nonno di Leonardo Pieraccioni ne Il ciclone (1996).
È da considerarsi probabilmente il regista che meglio di tutti ha interpretato lo stile e i contenuti del genere della commedia all’italiana. Il suo attore di riferimento è stato Alberto Sordi, da lui trasformato in attore drammatico in La grande guerra e Un borghese piccolo piccolo, ma ebbe anche il merito di scoprire le grandi capacità comiche di due attori nati artisticamente come drammatici, Vittorio Gassman nei Soliti ignoti e Monica Vitti nella Ragazza con la pistola. Il sorriso amaro che accompagna sempre le vicende narrate, l’ironia con cui ama tratteggiare le storie di simpatici perdenti, caratterizzano da sempre la sua opera. Forse non è un caso che molti critici considerino I soliti ignoti il primo vero film della commedia all’italiana, e Un borghese piccolo piccolo l’opera che, con la sua drammaticità, chiude idealmente questo genere cinematografico.
Con l’avanzare dell’età, Monicelli diminuì gradualmente la sua attività ma senza mai fermarsi, grazie ad una forma fisica e mentale sempre buona. A dimostrazione di questo, a 91 anni tornò al cinema con un nuovo film, Le rose del deserto (2006). In occasione della sua uscita, in un’intervista a Gigi Marzullo, confidò di non aver alcuna paura della morte, ma di temere moltissimo il momento in cui avrebbe smesso di lavorare, perché si sarebbe annoiato moltissimo. Nel 2006 partecipa anche al documentario dedicato ad Adolfo Celi, con la regia del figlio Leonardo Celi, Adolfo Celi, un uomo per due culture, dove nel ruolo di se stesso racconta il rapporto artistico con Adolfo. In un’intervista del 2008 dichiarò di aver abbandonato definitivamente l’attività registica con il cortometraggio documentaristico Vicino al Colosseo… c’è Monti. Nonostante ciò, nel 2010 realizzò La nuova armata Brancaleone, un cortometraggio di protesta contro i tagli alla cultura e all’istruzione del governo, con la collaborazione del compositore Stefano Lentini, di Mimmo Calopresti in veste di sceneggiatore e di Renzo Rossellini come produttore. Il corto venne presentato durante l’Open Day al Cine-Tv Rossellini di Roma il 3 giugno 2010, dove furono presenti diversi giornalisti e politici, e oltre ai professori e ai ragazzi vi partecipò anche lo stesso Monicelli. Nello stesso anno prese parte alla realizzazione del cortometraggio L’ultima zingarata, omaggio al suo Amici miei, in cui reinterpretò il ruolo del professor Sassaroli.
A partire dal 2009, il Bif&st di Bari assegna un Premio intitolato a Mario Monicelli per la migliore regia tra i film del festival.
Vita privata
Tra gli avvenimenti che segnarono di più la sua vita ci fu senz’altro il suicidio del padre, Tomaso Monicelli, noto giornalista e scrittore antifascista, avvenuto nel 1946. A tal riguardo disse:
«Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l’ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l’altro un bagno molto modesto.»
Il 19 aprile 1988, poco dopo la fine delle riprese de I picari, Monicelli ebbe un grave incidente stradale nei pressi di Bracciano. Il regista subì la frattura di entrambi i femori, del bacino, degli avambracci e delle costole, e fu costretto a interrompere le sue attività per diversi mesi.
La sua ultima compagna è stata Chiara Rapaccini, conosciuta quando lui aveva 59 anni e lei 19. Hanno avuto una figlia, Rosa, quando lei ne aveva 34 e lui 74. Nel 2007 dichiarava di vivere da solo, di non sentire la lontananza di figli e nipoti (pur avendoli), di essere da qualche anno un elettore di Rifondazione Comunista e di avere pianto l’ultima volta alla morte del padre, mentre in un’intervista svelava, in particolare, il motivo per cui viveva da solo a 92 anni:
«Per rimanere vivo il più a lungo possibile. L’amore delle donne, parenti, figlie, mogli, amanti, è molto pericoloso. La donna è infermiera nell’animo, e, se ha vicino un vecchio, è sempre pronta ad interpretare ogni suo desiderio, a correre a portargli quello di cui ha bisogno. Così piano piano questo vecchio non fa più niente, rimane in poltrona, non si muove più e diventa un vecchio rincoglionito. Se invece il vecchio è costretto a farsi le cose da solo, rifarsi il letto, uscire, accendere dei fornelli, qualche volta bruciarsi, va avanti dieci anni di più.»
Il 5 dicembre 2009, parlò dal palco del No Berlusconi Day e di fronte ad una piazza gremita pronunciò parole molto dure contro il governo e l’intera classe dirigente. Il 27 febbraio 2010, intervenne ancora una volta a sorpresa durante la manifestazione organizzata dal Popolo Viola contro il Legittimo impedimento. Il 25 marzo 2010, partecipò all’evento Raiperunanotte con un’intervista, nella quale assunse posizioni molto critiche e cupe nei confronti della società contemporanea:
«La speranza è una trappola, è una brutta parola, non si deve dire. La speranza è una trappola inventata dai padroni, di quelli che ti dicono “State buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò adesso state buoni, tornate a casa.” […] Mai avere la speranza, la speranza è una trappola, è una cosa infame inventata da chi comanda.»
«Quello che in Italia non c’è mai stato, è una bella botta, una bella rivoluzione, rivoluzione che non c’è mai stata in Italia… c’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania. Dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, sono 300 anni che è schiavo di tutti.»
Mario Monicelli, dopo essere lungamente stato socialista, fino a prima dell’elezione di Bettino Craxi a segretario (che ha sempre criticato), negli ultimi anni si dichiarava sostenitore di Rifondazione Comunista. Monicelli era ateo.
La morte
Ormai minato da un cancro alla prostata in fase terminale, la sera del 29 novembre 2010, verso le ore 21, Monicelli, a 95 anni, decise di togliersi la vita gettandosi nel vuoto dalla finestra della stanza che occupava nel reparto di urologia, al quinto piano dell’ospedale San Giovanni-Addolorata, dove era ricoverato. Dopo le commemorazioni civili tenutesi nella sua casa romana al Rione Monti e presso la Casa del cinema, il suo corpo venne cremato.(fonte)
[2] Giacomo Gentilomo (Trieste, 5 aprile 1909 – Roma, 16 aprile 2001) è stato un regista cinematografico e sceneggiatore italiano.
Biografia
Fin dal liceo ha la passione per il disegno, la pittura e il teatro. Terminati gli studi disegna scenografie e bozzetti per il teatro, tanto che il regista russo Pietro Sharoff, a Trieste per mettere in scena uno spettacolo, apprezza il suo lavoro per la scenografia e lo invita ad andare alla sua scuola di teatro a Düsseldorf.
Nel 1931 si trasferisce a Roma e presenta alla Cines i suoi disegni per essere assunto come scenografo. I bozzetti futuristi vengono apprezzati, ma gli propongono di iniziare a lavorare come segretario di edizione; diverrà poi montatore, sceneggiatore, aiuto regista. Scrive sceneggiature di Amo te sola (1935) di Mario Mattoli e Belle o brutte si sposan tutte…(1939) di Carlo Ludovico Bragaglia. Nel 1937 realizza il documentario Sinfonie di Roma, utilizzando per la prima volta in Italia una pellicola Technicolor. In Germania dirige le sequenze di battaglia di Condottieri (1937) di Luis Trenker.
Ma il vero esordio nella regia si ha con Il carnevale di Venezia (1939), in collaborazione con Giuseppe Adami. Nei primi film si orienta nel genere commedia: La granduchessa si diverte (1940), Brivido (1941) e Cortocircuito (1943), due rari esempi italiani di film giallo-rosa. Con Ecco la radio! (1940) realizza un singolare esperimento di promozione del mezzo radiofonico, a metà tra documentario e finzione. Il suo primo film drammatico è Mater dolorosa (1943), tratto dal romanzo di G. Rovetta.
Dopo la guerra realizza numerosi film, tra i quali Amanti in fuga (presentato al Festival di Cannes 1946) e I fratelli Karamazoff (nel 1948 premiato con due Nastri d’argento), e altri che spaziano nei generi della commedia sentimentale giallo-rosa, del melodramma strappalacrime e dei film di avventura. La prima edizione del Festival di Locarno si apre il 23 agosto 1946 con la proiezione di O sole mio.
Nel 1965 lascia il cinema e si ritira nel proprio studio di pittura dedicandosi a una vasta produzione di quadri del genere surrealista e metafisico.(fonte)
[3] Alessandro Continenza, detto Sandro (Roma, 13 luglio 1920 – Roma, 21 novembre 1996), è stato uno sceneggiatore e autore televisivo italiano.
Biografia
Esordì come sceneggiatore cinematografico nel 1949, collaborando al film Totò cerca casa di Steno e Mario Monicelli. Per Totò avrebbe scritto molte sceneggiature anche in seguito.
Nel corso della sua carriera nel cinema, durata fino ai primi anni ottanta, Alessandro Continenza contribuì alla sceneggiatura di centoquarantadue film per i principali registi italiani, tra i quali Alessandro Blasetti, Dino Risi, Lucio Fulci, Giorgio Simonelli e Mario Monicelli. Collaborò tra gli altri con Suso Cecchi D’Amico e Age & Scarpelli.
Fu uno degli autori televisivi che lavorarono per Raimondo Vianello, in pressoché tutte le sue realizzazioni (dal game show Zig Zag alla sitcom Casa Vianello).
Sua fu l’invenzione del termine: “maggiorata fisica”.
Fu anche collaboratore di rotocalchi e settimanali satirici.(fonte)
[4] Gabriella Brandt è stata la prima moglie di Mario Monicelli. Le uniche notizie sono relative al suo tentato suicidio riportate in un post di Lanfranco Palazzolo sul suo profilo, sul social X: “Tenta il suicidio la moglie del regista Mario Monicelli Gabriella Brandt nel suo appartamento in via Archimede 150 a Roma. Il regista rientra a casa a mezzanotte, riesce a salvare la moglie”. Accade il 29 agosto 1955.(fonte)
inserto-1

Sulle pagine biografiche dedicate a Monicelli (Treccani, Wikipedia, ecc.), il nome indicato è Antonella Salerni, riportata come prima moglie, in riferimento al periodo in cui “negli anni Sessanta il Monicelli regolarizzò la sua posizione sentimentale con la compagna Antonella Salerni” (cit. Treccani fonte).
[5] Baccio Bandini (Roma, 27 gennaio 1913 – Milano, 1989) è stato un regista, montatore e produttore cinematografico italiano.
Biografia
Laureato in legge, iniziò a lavorare nel cinema italiano come aiuto regista e montatore con Marco Elter, Mario Baffico e Piero Ballerini dalla fine degli anni ‘30. Nel dopoguerra è direttore di produzione di numerosi e importanti film, diretti da Germi e Camerini, Franciolini, Pontecorvo e Sordi. Nel 1947 diresse un documentario e nel 1951 un film noir per la Lux Film, Amo un assassino. In seguito dirige le versioni italiane di alcuni film di produzione internazionale, collaborando con registi celebri come Nicholas Ray, Ken Annakin, Mike Nichols e Jules Dassin. È deceduto all’età di 75 anni.(fonte)
[6] Il Reggimento “Lancieri di Vittorio Emanuele II” (10º) fu un reggimento di lancieri dell’Arma di cavalleria, prima della Regia Armata Sarda e poi del Regio Esercito. Il reggimento fu creato nel 1859 e partecipò alla seconda ed alla terza guerra d’indipendenza italiana, per poi partecipare alla prima guerra mondiale ed alla seconda guerra mondiale, venendo sciolto nel settembre del 1943 in seguito all’armistizio di Cassibile.
Storia
Formazione e Risorgimento
Seconda guerra d’indipendenza
Lo stesso argomento in dettaglio: Seconda guerra d’indipendenza italiana.
Il reggimento trae origine dall’antico Reggimento Vittorio Emanuele Cavalleria nato durante la seconda guerra d’indipendenza italiana, con ordinanza ministeriale del 12 giugno 1859, con la quale Massimo Taparelli D’Azeglio fu incaricato di costituire a Torino una brigata composta da fanteria, cavalleria ed artiglieria, composta esclusivamente da volontari. Il reggimento era composto da volontari provenienti dal Veneto (ancora parte dell’Impero Austriaco) e dalla Romagna (ancora parte dello Stato Pontificio) ed era armato con lance, sciabole e pistole. Il reggimento non combatté nel conflitto poiché fu inviato ad occupare Bologna, nella Legazione delle Romagne. Il 25 marzo 1860, il reggimento fu incorporato nella Regia Armata Sarda ed il 6 giugno il Ministero della Guerra sardo ordinò che i reggimenti di cavalleria dell’esercito si unissero alla nuova specialità dei Lancieri; di conseguenza il reggimento venne rinominato Reggimento “Lancieri Vittorio Emanuele”.
Campagna piemontese in Italia centrale
Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna piemontese in Italia centrale.
Nel settembre 1860 partecipò alla campagna piemontese in Italia centrale, durante la quale combatté l’11 settembre nell’occupazione di Pesaro, il 18 settembre nella battaglia di Castelfidardo e dal 24 al 29 settembre nell’assedio di Ancona. Il 16 febbraio 1864, cedette il suo 6° squadrone per contribuire a formare il Reggimento “Lancieri di Foggia”.
Terza guerra d’indipendenza italiana
Lo stesso argomento in dettaglio: Terza guerra d’indipendenza italiana.
Durante la terza guerra d’indipendenza il reggimento formò, insieme al Reggimento “Lancieri di Firenze” e al Reggimento “Cavalleggeri di Monferrato”, la II Brigata di Cavalleria del IV Corpo d’Armata del Po. Durante la guerra, il 5° squadrone del reggimento fu la prima unità italiana ad entrare a Padova, dove fu informato che un treno di rifornimento austriaco era rimasto alla stazione di Vicenza, dunque il comandante dello squadrone requisì uno dei treni della stazione di Padova e con dieci dei suoi uomini e circa 30 volontari padovani andò a Vicenza, dove il treno di rifornimento e un magazzino militare austriaco furono catturati.
Il 10 settembre 1871, il reggimento fu rinominato 10° Reggimento di Cavalleria (Vittorio Emanuele) ed il 5 novembre 1876, Reggimento di Cavalleria “Vittorio Emanuele” (10°). Nel 1887, il reggimento fornì personale e cavalli per la formazione dello Squadrone Cacciatori a Cavallo, che combatté nella Guerra d’Eritrea del 1887-1889. Tra il 1895 ed il 1896, il reggimento fornì un ufficiale e 68 uomini per le unità schierate in Eritrea italiana per la Guerra di Abissinia. Il 16 dicembre 1897 fu rinominato Reggimento “Lancieri Vittorio Emanuele” (10°). Il 1° ottobre 1909 cedette il suo 3° squadrone per contribuire a formare il Reggimento “Lancieri di Vercelli” (26º) e tra il 1911 ed il 1912 fornì 174 uomini alle unità schierate per la guerra italo-turca.
Prima guerra mondiale
Inizio del conflitto
Allo scoppio della prima guerra mondiale il reggimento era composto da un comando, un deposito e due gruppi di cavalleria, con il I Gruppo composto da tre squadroni e il II Gruppo composto da due squadroni e una sezione mitragliatrice. Insieme al Reggimento “Lancieri di Milano” (7°) formò la III Brigata di Cavalleria, che fu assegnata alla 2ª Divisione di Cavalleria “Veneto”, che dopo la dichiarazione di guerra occupò Cervignano del Friuli e Grado. Dopo l’offensiva di Asiago, la divisione fu rapidamente inviata a guardia della 5ª Armata intorno a Vicenza.
Battaglia di Caporetto
Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Caporetto.
Dopo che le truppe tedesche e austro-ungariche sfondarono a Caporetto, tutti i reggimenti di cavalleria furono inviati per coprire la ritirata della 2ª Armata e della 3ª Armata dal fronte dell’Isonzo. La III Brigata di Cavalleria fu assegnata a coprire la ritirata della 2ª Armata ed il reggimento combatté ad Adegliacco sul fiume Torre, Torreano, San Vito di Fagagna e a San Daniele del Friuli. Il reggimento si ritirò poi sulla nuova linea italiana lungo il Piave.
Battaglia del Solstizio e di Vittorio Veneto
Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del solstizio e Battaglia di Vittorio Veneto.
Il 15 giugno 1918, dopo l’inizio della seconda battaglia del Piave le truppe del reggimento combatterono a Rovarè e San Pietro Novello. Il 19 giugno, metà del 1° squadrone del reggimento fu circondata dalle truppe austro-ungariche nei pressi di Monastier di Treviso, ma tuttavia riuscì a liberarsi. Lo stesso giorno, il 2° squadrone e lo squadrone mitraglieri coprirono la ritirata della fanteria dalle trincee di Monastier di Treviso verso San Pietro Novello, mentre il 3°, 4° e 5° squadrone respinsero le truppe austro-ungariche a San Pietro Novello. Il 23 e 24 giugno il reggimento combatté nel contrattacco italiano per liberare la testa di ponte nemica sul Piave Vecchia. Durante la battaglia di Vittorio Veneto, il 30 ottobre, come tutti i reggimenti di cavalleria, ricevette l’ordine di inseguire le armate austro-ungariche in ritirata. Il 4 novembre 1918 giunse a Gonars, dove fu informato dell’armistizio di Villa Giusti. Per la sua condotta a Monastier di Treviso, sulla Piave Vecchia e per l’inseguimento del nemico in fuga dopo la battaglia di Vittorio Veneto, il reggimento fu insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Militare, che fu apposta sullo stendardo.
Periodo interbellico
Il 2 febbraio 1920, in seguito alla riduzione dell’Arma, Vittorio Emanuele III incorporò nel reggimento il Reggimento “Cavalleggeri di Aquila” (27°), disciolto con Regio decreto il 20 aprile. Il reggimento assunse poi la denominazione di Reggimento Cavalleggeri di Vittorio Emanuele II, ed incorporò due squadroni del Reggimento “Lancieri di Montebello” (8º) ed il 20 maggio elementi del Reggimento “Cavalleggeri di Catania” (22º), entrambi disciolti. Il 3 gennaio 1934 assunse la denominazione di «Lancieri di Vittorio Emanuele II».
Seconda guerra mondiale
Lo stesso argomento in dettaglio: 2ª Divisione celere “Emanuele Filiberto Testa di Ferro” e 135ª Divisione cavalleria corazzata “Ariete”.
Campagna del Nordafrica
Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna del Nordafrica, Invasione italiana dell’Egitto e Operazione Compass.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale il reggimento venne inquadrato nella 2ª Divisione celere “Emanuele Filiberto Testa di Ferro” ed il 2 giugno il X gruppo mitraglieri venne inviato in Africa settentrionale, dapprima a Sidi-Azeis, poi avanzò dalla zona di Bardia oltre Sollum e penetrò in Egitto, raggiungendo la zona di Sidi Barrani, finché l’8 dicembre dopo l’offensiva inglese fu costretto a ripiegare.
Invasione della Jugoslavia
Lo stesso argomento in dettaglio: Invasione della Jugoslavia.
All’inizio dell’invasione della Jugoslavia nell’aprile del 1941 il reggimento varcò il confine a Kastua. Dopo la resa Jugoslava iniziò l’occupazione, durante la quale il reggimento venne inviato, presso Velika Kladusa, in Bosnia, dove gli Ustascia di Ante Pavelic avevano trucidato molti Serbi. Durante l’occupazione le truppe italiane e gli Ustascia furono impegnati nelle imboscate nei boschi da parte dei ribelli, che ostacolavano ricognizioni, rifornimenti e movimenti.
Riforma
Nel 1942 si decise di trasformare i reggimenti di cavalleria in reggimenti corazzati, così il 12 novembre, il reggimento rientrò a Bologna. I cavalli andarono a rafforzare i reggimenti sul fronte greco albanese. Il reggimento venne dotato di carri M15/42, ultimo modello italiano, ma tecnicamente già superati dai carri tedeschi e Alleati. Il reggimento unito al Reggimento “Lancieri di Montebello” (8º) ed al Reggimento “Cavalleggeri di Lucca” (16º) (anch’essi riformati) costituì la 135ª Divisione cavalleria corazzata “Ariete”, nel luglio 1943.
Armistizio
Lo stesso argomento in dettaglio: Armistizio di Cassibile e Mancata difesa di Roma.
Nel 1943 la divisione venne imbarcata per la Sicilia, dove erano sbarcati gli Alleati, ma dopo la caduta del fascismo e di Mussolini, i primi scaglioni della divisione, giunti a Roma furono fermati intorno alla capitale. Il reggimento fissò il comando ad Anguillara Sabazia, sul lago di Bracciano, con i gruppi dislocati a Monterosi, Manziana e ad Olgiata. Dopo l’armistizio la divisione fu spostata a Tivoli, con i cannoni rivolti verso Roma, per proteggere la colonna che trasportava verso gli Abruzzi i Reali ed il Governo. Il 9 settembre il reggimento si scontrò contro i tedeschi a Monterosi, infliggendo dure perdite ai nemici. A Manziana le truppe italiane vennero aggirate sulla loro sinistra e dovettero ripiegare. Il reggimento venne spostato a Tivoli, dove rimase durante le trattative per la costituzione di «Roma città aperta». Il 14 settembre 1943, gli ufficiali sciolsero il reggimento. Un Gruppo appiedato del reggimento partecipò alla guerra di liberazione nella zona del Garigliano.(fonte)



