Vai al contenuto

Armando Cossutta. 29 aprile 2003

Armando Cossutta. 29 aprile 2003
« di 2 »

Armando Cossutta

Carissimo Presidente, nel momento in cui,
anche formalmente, è stata ritirata la
proposta di legge 1360[1], desidero esprimerti
il mio forte compiacimento e ringraziarti
nuovamente per il contributo che tu,
protagonista assoluto della battaglia decennale
dell’ANPI[2], hai saputo e voluto dare al

nostro successo.
Mi auguro che tempi migliori (?) possano
affacciarsi nella vita del Paese e che tu
sia ancora come sempre moralmente in
prima fila.
Caro Vassalli[3], ti abbraccio con tanto, tanto
affetto
Armando Cossutta[4]

Roma, 29 Aprile 2003

Armando Cossutta. 29 aprile 2003
« di 2 »

Al Presidente
on. prof. Giuliano Vassalli

Lungo Tevere Vallati 19

00186/ Roma

Timbro

ROMA FIUMICINO CMP
Poste Italiane
02.05.09-17

Affrancatura posta prioritaria ITALIA €0,60

Via degli Scipioni, 271 – 00192 Roma
A Cossutta


Note

Vers. eng.

Armando Cossutta

Dear President, at this time when Bill 1360 has been formally withdrawn, I would like to express my deepest satisfaction and thank you again for the contribution that you, a key figure in the ANPI’s ten-year battle, have been able and willing to make to our success.
I hope that better times (?) may dawn in the life of the country and that you, as always, remain morally at the forefront.
Dear Vassalli, I embrace you with much, much affection.
Armando Cossutta
Rome, April 29, 2003


[1] 75 anni dalla fondazione dell’Associazione. Dopo gli articoli su “la nascita”, “la prima festa”, “le donne”, “2006, l’anno della svolta”, ecco quello che avvenne nel 2009, quando si contrastò con successo l’ennesimo tentativo di mettere sullo stesso piano partigiani e repubblichini

Il 2009 ha visto l’Anpi mobilitata per una battaglia politico-culturale contro un progetto di legge che mirava a ribaltare la verità della storia e dunque conferire dignità giuridica e civile alla Repubblica di Salò.

Il famigerato progetto di legge 1360, promosso da Lucio Barani deputato socialista dell’allora Popolo della Libertà, stabiliva l’Istituzione di un “Ordine del tricolore” – ossia un’onorificenza con assegno vitalizio annuo – composto da partigiane e partigiani inquadrati nel Corpo volontari della libertà, dai mutilati e invalidi di guerra, dagli ex internati nei campi di concentramento e dai militi della Repubblica di Salò.

L’istituzione dell’«Ordine del Tricolore» – si legge nella presentazione della proposta di legge – deve essere considerata un atto dovuto, da parte del nostro Paese, verso tutti coloro che, oltre sessanta anni fa, impugnarono le armi e operarono una scelta di schieramento convinti della «bontà» della loro lotta per la rinascita della Patria. Non s’intende proponendo l’istituzione di questo Ordine sacrificare la verità storica di una feroce guerra civile sull’altare della memoria comune, ma riconoscere, con animo oramai pacificato, la pari dignità di una partecipazione al conflitto avvenuta in uno dei momenti più drammatici e difficili da interpretare della storia d’Italia; nello smarrimento generale, anche per omissioni di responsabilità ad ogni livello istituzionale, molti combattenti, giovani o meno giovani, cresciuti nella temperie culturale guerriera e «imperiale» del ventennio, ritennero onorevole la scelta a difesa del regime, ferito e languente; altri, maturati dalla tragedia in atto o culturalmente consapevoli dello scontro in atto a livello planetario, si schierarono con la parte avversa, «liberatrice», pensando di contribuire a una rinascita democratica, non lontana, della loro Patria.

Un’evidente e grave acrobazia giustificativa a favore di coloro che per perpetuare il regime fascista scelsero di militare nell’abusiva e criminale, oltreché asservita ai nazisti, Repubblica di Salò. Per non parlare dell’asserita parificazione tra i partigiani e appunto i repubblichini.

Di fronte a questa disinvolta aberrazione, l’Anpi denunciò immediatamente una «l’ennesimo tentativo di sovvertire la nostra storia e le radici stesse della Repubblica».

Con una conferenza stampa, tenutasi il 13 gennaio alla Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati, l’Associazione lanciò l’allarme e annunciò l’avvio di una decisa e larga mobilitazione.

A prendere la parola furono, tra gli altri, Raimondo Ricci, Vicepresidente vicario, Armando Cossutta, componente del Comitato nazionale, Marina Sereni, Deputata del Partito Democratico e Giuliano Vassalli, giurista, già parlamentare e Ministro della Giustizia.

Proprio quest’ultimo, in un articolatissimo intervento, fornì precise motivazioni giuridiche, politiche e storiche sulla necessità di contrastare il progetto di legge.

È utile riportarne alcuni passaggi: «Non c’è testo di legge in cui non si abbia la premura, dopo che la Repubblica Sociale Italiana era sorta, di dire: “il sedicente governo della Repubblica Sociale Italiana”. Parlo, e non è che un esempio, di un decreto dell’ottobre l’44, n. 249 “Assetto della legislazione dei territori liberati”, che comincia col dire che «sono privi di efficacia giuridica i seguenti atti o provvedimenti adottati sotto l’impero del sedicente governo della Repubblica Sociale Italiana».

E ancora: «Ebbene, è stato giustamente ricordato l’episodio del Movimento Sociale Italiano: esso aveva, già nel 1946, propri rappresentanti in Parlamento. Queste persone alle quali oggi si vogliono riconoscere questi titoli di cavaliere e questi 200 Euro annui alla pari degli altri, questi soggetti hanno potuto diventare pubblici amministratori subito, deputati subito, senatori subito. Alcuni sono stati sottoposti, dove possibile, a processi regolari, a processi nei quali ora sono stati assolti, ora condannati, e comunque sono stati trattati come qualunque altro cittadino. Il principio dell’eguaglianza più piena, anche per gli autori di crimini efferati compiuti sotto il regime della Repubblica Sociale Italiana, compiuti nei territori occupati dai tedeschi, è stato riconosciuto, è stato consacrato tra i primi atti di questo nuovo Stato della Repubblica Italiana, della Repubblica del 1946. Non solo vi fu l’amnistia Togliatti, che dovrebbe essere guardata con un occhio meno severo – io l’ho sempre guardata con un occhio meno severo – ma attraverso tutta la legislazione del tempo che senza discriminazioni politiche, senza dichiarazioni, senza bollo di indegnità politica, come quello appiccicato da alcuni Stati nostri alleati, come i francesi ed altri, a singoli individui, a singole responsabilità ma vivaddio senza addirittura il riconoscimento della “parificazione” a coloro che erano stati le loro vittime, ai congiunti di coloro che erano stati le vittime di atrocità, di crudeltà, di incomprensione umana, oltreché di incomprensione di necessità politica e di incomprensione civile e di mancato rispetto per i princìpi fondamentali della civiltà. E allora, che cosa può rappresentare questa proposta di legge? Rappresenta il terzo tentativo, come sappiamo, di penetrare attraverso appunto il trattamento militare, trattamento economico, pensionistico od altro (perché mi riferisco anche ai precedenti della proposta di fondare questo Ordine del Tricolore, che pure vi sono stati e che sono caduti o sono stati tempestivamente e provvidamente ritirati)».

Una disamina puntuale, segnata anche dalle riflessioni di un uomo che aveva percorso, in non pochi casi da protagonista, tutte le vicende storiche riguardanti il merito del progetto di legge e anche quelle immediatamente successive. Un’autorità dunque che si rivelò preziosa per l’esito positivo della vicenda. Vassalli al termine del suo intervento ricordava anche due precedenti tentativi legislativi, paritetici alla 1360, che videro il loro iter interrotto.

Si riferiva: 1) al disegno di legge 2681 del luglio 2000 proposto dai deputati di Forza Italia Pietro Giannattasio e Roberto Luigi Lavagnini, che istituiva l’“Ordine del Tricolore” tra i cui appartenenti avrebbero dovuto figurare, oltre ai partigiani anche, genericamente, “i combattenti della guerra “1940-1945”; 2) al disegno di legge 2244 del maggio 2003, che vedeva come firmatari parlamentari di Alleanza nazionale e che intendeva riconoscere ai soldati della Rsi – col dichiarato supporto di una sentenza del 1954 del Tribunale supremo militare – la qualifica di belligeranti al servizio di un “Governo” operante sul territorio sottoposto alla sua sovranità effettiva.

In occasione del secondo caso, sempre Giuliano Vassalli redasse una nota giuridica in un passaggio della quale chiariva: «Richiamandosi integralmente a una sentenza del Tribunale supremo militare del 26 aprile 1954 n.747, la relazione al disegno di legge entra in grave collisione con tutta la legislazione postbellica sul “collaborazionismo con il tedesco invasore” segnatamente con l’art. 5 del Decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944 n.159 (sostitutivo di precedente regio decreto legislativo 26 maggio 1944 n.134), che punisce a norma delle disposizioni del Codice penale miliare di guerra chiunque abbia commesso o commetta delitti contro la fedeltà e la difesa militare dello Stato, con qualunque forma di intelligenza o corrispondenza o collaborazione col tedesco invasore, di aiuto e di assistenza a essa prestata». Per l’appunto, l’esercito di Salò.

Tornando al progetto di legge 1360, la succitata conferenza stampa ebbe un esito dirompente. Si aprì nel Paese un grande dibattito con autorevoli prese di posizione. «Non posso condividere l’iniziativa di legge per attribuire la qualifica di “combattenti” a coloro che prestarono servizio militare nella Repubblica sociale italiana – dichiarò il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi –. Auspico pertanto, proprio perché possano consolidarsi i valori di solidarietà e di unità nazionale, che in nessun caso venga meno il rispetto dei valori del diritto e della storia».

Il partigiano e giornalista Giorgio Bocca scrisse: «La pacificazione ha reso tutti i cittadini italiani eguali nella partecipazione politica e la prova è che ex fascisti sono presidenti della Camera, o sindaci di grandi città, e che nello spirito della pacificazione è stato quasi sempre dimenticato l’obbligo legale di proibire l’apologia del fascismo. Ma pretendere di riunire in un ordine militare nazionale, un ordine della Repubblica democratica, combattenti per la libertà e combattenti per il nazifascismo, pare un’inutile provocazione, una prova che c’è un fascismo superstite. Un fascismo che, approfittando della situazione politica favorevole, vuole ritornare sulla scena italiana con tutti gli onori» (da la Repubblica del 14 gennaio 2009).

La Presidenza nazionale Anpi mobilitò tutte le sue strutture periferiche per attivare, con iniziative di informazione diffuse su tutto il territorio nazionale, la sensibilità delle cittadine e dei cittadini e per sollecitare Comuni, Province e Regioni ad approvare Ordini del giorno contro l’operazione apologetica della Repubblica di Salò. Così fu, e in breve tempo si creò nel Paese un indimenticabile clima di passione antifascista e costituzionale.

E tale fu la pressione che il 26 aprile il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dovette annunciare il ritiro del progetto di legge. La battaglia era vinta. All’indomani della notizia, Luciano Guerzoni, componente della Segreteria nazionale Anpi, così si espresse in un comunicato: «Ci si aspetta ora che il Presidente del Consiglio ed il Governo manifestino coerenza e continuità con il rispetto e con l’attuazione di un indirizzo antifascista e costituzionale in ogni ambito della vita civile e sociale del Paese e nel governo dello Stato e delle istituzioni». Purtroppo dopo breve tempo, nel 2011, quella stessa destra – tutt’altro che intenzionata a normalizzarsi e dunque ad abbandonare le sue pessime attitudini e abitudini nostalgiche – ci riprovò col disegno di legge 3442 proposto dal deputato di Forza Italia Gregorio Fontana. Ma anche in quest’occasione l’Anpi, con l’adesione di altre associazioni, non mancò di organizzare una ferma protesta. Il disegno di legge finì i suoi giorni penosi nel nulla. Dal sito della Camera risulta ferma in Commissione Difesa dal 31 maggio 2011. In una doverosa sosta eterna.
Da: Compleanno Anpi: CONTRO L’«ORDINE DEL TRICOLORE» di Andrea Liparoto (fonte)

[2] ANPI. L’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, con i suoi 153.000 iscritti, è tra le più grandi associazioni combattentistiche presenti e attive oggi nel Paese.

Fu costituita il 6 giugno 1944, a Roma, dal CLN del Centro Italia, mentre il Nord era ancora sotto l’occupazione nazifascista. Il 5 aprile del 1945, con il decreto luogotenenziale n. 224, le veniva conferita la qualifica di Ente morale che la dotava di personalità giuridica, promuovendola di fatto come associazione ufficiale dei partigiani.

Il 4 giugno 1945, con la liberazione del nord, venne costituita a Milano l’ANPI – Comitato Alta Italia. Ad entrare a far parte della Presidenza furono i componenti del Comando Generale del CVL, a rappresentare idealmente e fattivamente la continuità dell’unità della Resistenza anche nell’ANPI: Raffaele Cadorna, Ferruccio Parri, Luigi Longo, Enrico Mattei, Giovanni Battista Stucchi, Mario Argenton. Nel Comitato esecutivo figuravano Arrigo Boldrini “Bulow”, Cino Moscatelli e Guido Mosna.

Il 27 giugno 1945, il Comitato provvisorio dell’ANPI di Roma e il Comitato Alta Italia si fusero dando vita all’ANPI Nazionale. L’Associazione ebbe una sua rappresentanza alla Consulta Nazionale i cui lavori si svolsero tra il settembre 1945 e il referendum istituzionale dell’anno successivo. Mentre l’Associazione nazionale combattenti ebbe 8 consultori e quella dei mutilati e invalidi di guerra 4, all’ANPI ne furono assegnati 16, a conferma del prestigio di cui godeva. Erano così suddivisi: 3 socialisti, 3 democristiani, 3 liberali, 3 comunisti, 2 del Partito d’Azione, 1 del Partito democratico del lavoro e, infine, un consultore che non apparteneva a nessun partito. Nello Statuto erano evidenziati gli scopi operativi che la struttura si era prefissata. Tra questi:

– Restituire al Paese una piena libertà e favorire un regime di democrazia per impedire in futuro il ritorno di qualsiasi forma di tirannia e assolutismo.
– Valorizzare in campo nazionale e internazionale il contributo effettivo portato alla causa della libertà dall’azione dei partigiani.
– Far valere e tutelare il diritto dei partigiani, acquisito, di partecipare in prima linea alla ricostruzione morale e materiale del Paese.
– Promuovere la creazione di centri e organismi di produzione e di lavoro per contribuire a lenire la disoccupazione.

In particolare questo ultimo punto fu realizzato grazie alla creazione, fin dal 1948, di Convitti-Scuola Rinascita che miravano a qualificare professionalmente giovani ex partigiani e orfani dei caduti.

Nel corso del primo Congresso del 1947 – dove fu nominato Presidente Nazionale Arrigo Boldrini “Bulow”, prima medaglia d’oro al V.M. della Resistenza, che resterà in carica fino al 2006 – venne ribadito l’impegno della Resistenza a consolidare le Istituzioni e in particolare fu sottolineato che l’antifascismo doveva essere inteso come lotta contro chi minacciava le libertà individuali, negava la giustizia sociale e discriminava i cittadini.
Il Congresso registrò il favore di alte personalità politiche come Umberto Terracini e Palmiro Togliatti. Ma nel 1948 vennero avviate delle vere e proprie persecuzioni contro i partigiani che l’ANPI fronteggiò con vigore. Furono ben 830 i combattenti per la libertà che subirono processi. L’Associazione promosse allora dei Comitati di difesa dei valori della Resistenza con cui avviò una campagna nazionale di sostegno ai partigiani, chiedendo altresì lo scioglimento del neofascista MSI (Movimento sociale italiano) e il riconoscimento ufficiale del CVL come corpo appartenente alle Forze Armate. Questo riconoscimento giunse solamente nel 1958, con la legge 285, e fu un provvedimento di notevole importanza perché confermava e stabiliva definitivamente che la Resistenza, nel travagliato processo di Liberazione, era stata una preziosa comprimaria, responsabile e organizzata: un esercito, a tutti gli effetti.

Nel 1950 le persecuzioni cessarono e si poté continuare l’azione civile per cui i partigiani si erano associati. Col Congresso del 1952 l’ANPI – nella cui Presidenza onoraria figurava anche Sandro Pertini, carica che rivestì per vari decenni – ingaggiò una grande battaglia a favore della pace e contro il riarmo tedesco. Tanti e illustri gli interventi. Tra questi quello di Enrico Molè, Vice Presidente del Senato. Il 1952 è anche l’anno dell’inizio delle pubblicazioni del mensile Patria Indipendente, periodico ufficiale dell’Associazione, che negli anni ha costituito un validissimo punto di riferimento nazionale per la conoscenza della storia della Resistenza. Nelle pagine di questo giornale sono corse anche le vicende centrali dell’attualità del Paese. Un impegno importante è stato anche la valorizzazione del contributo delle Forze Armate alla Guerra di Liberazione e, successivamente, alla garanzia dell’ordine democratico e alla salvaguardia della libertà nei Paesi di tutto il mondo.

Negli anni ‘60 è continuata l’attenzione dell’Associazione – con frequenti interventi e prese di posizione – a tutti i grandi temi nazionali e internazionali, che hanno coinvolto le istituzioni ed il vivere sociale. Da segnalare, tra le tante iniziative, la Conferenza del 9 marzo 1965 – indetta dall’ANPI – dal titolo “La solidarietà degli antifascisti italiani al popolo spagnolo in lotta per la libertà” contro il regime franchista e poi la celebrazione della “Giornata della donna nella Resistenza” intesa a valorizzare fortemente il ruolo prezioso delle partigiane nella lotta di Liberazione. L’avvio degli anni ’70 porta una notizia entusiasmante per l’ANPI e l’intero universo antifascista e democratico: la nomina a Capo di Stato Maggiore della Difesa del Generale Enzo Marchesi, ex partigiano.

Nel 1971, quindi, per il venticinquennale della Repubblica, l’Associazione diffuse un importante documento contenente un significativo riferimento alle Forze Armate. In un passaggio si dichiarava: “Le Forze Armate italiane oggi possono guardare l’avvenire con la certezza di rappresentare tutta la Nazione, tutte le forze democratiche nell’ambito della lealtà costituzionale, poiché esse sono e debbono essere al servizio non di una fazione, come accadde durante il fascismo, ma di tutto un popolo”.

Una grande battaglia che ha connotato e permeato la vita dell’ANPI in questi anni è stata quella contro il terrorismo. In un convegno, organizzato il 17 novembre 1977, la posizione fu netta: “I Partigiani, che hanno combattuto con le armi in pugno per sconfiggere il terrore fascista e nazista, per conquistare la pace, la libertà e la democrazia, esprimono tutta la loro esecrazione nei confronti di chi vigliaccamente colpisce inermi cittadini per seminare sgomento e rovesciare le Istituzioni conquistate con tanti sacrifici dal popolo italiano”.

Gli anni ’70 si chiudono con un avvenimento storico: l’elezione a Presidente della Repubblica, nel 1978, di Sandro Pertini, valoroso partigiano e membro della Presidenza Onoraria dell’ANPI. C’e da dire che non poche furono le figure del mondo delle Istituzioni a svolgere ruoli di dirigenza all’interno dell’Associazione: ricordiamo per tutti, oltre al già citato Pertini, Ettore Gallo, Presidente della Corte Costituzionale dal 1991 al 1992, Lionello Levi Sandri, Commissario Europeo dal 1961 al 1970 e Presidente del Consiglio di Stato, Leonetto Amadei, Presidente della Corte Costituzionale dal 1979 al 1981 e Andrea Viglione, Capo di Stato Maggiore della Difesa dal 1975 al 1978. Gli anni ’80 si aprono per l’ANPI con la denuncia forte contro le malefatte della loggia P2 e il pernicioso intreccio tra terrorismo e mafia. E contro la corruzione politica. Scriveva proprio Leonetto Amadei in un editoriale pubblicato sul numero del 25 aprile 1983 di Patria Indipendente: “Ci si trova di fronte alla manifestazione di un tumore maligno che appesta e distrugge l’elemento principe per cui si ritiene valida e apprezzabile la guida di un Paese, vale a dire la fiducia verso chi conduce politicamente la collettività o la amministra in modo che appaia giovevole il mantenimento delle redini in quelle mani”. Il 1988 ha visto l’Associazione impegnata nella realizzazione di una grande manifestazione, alla presenza del Capo dello Stato Francesco Cossiga, in occasione del quarantesimo anniversario della Costituzione Repubblicana. Da segnalare inoltre il 4 e 5 marzo a Perugia il Convegno “Costituzione-Forze Armate” e lo speciale di Patria Indipendente – ripreso ed elogiato poi anche dalla Rivista Militare – sul 4 novembre, per la Giornata delle Forze Armate.
In totale gli anni ’80 registrano ben 49.000 iniziative dell’ANPI.

Dal 1990 ad oggi, l’Associazione ha affrontato, con la solita e solida fedeltà alle Istituzioni democratiche nonché determinazione morale, le tante questioni nazionali che hanno caratterizzato questi due decenni. Da “Tangentopoli” alle offensive mafiose, alla grande battaglia contro i gravi tentativi di modifica della Carta Costituzionale, che portò all’esito vittorioso del referendum del 2006, fino alla dura opposizione nel 2009 al progetto di legge 1360 – poi bloccato – con cui il Governo intendeva equiparare i repubblichini di Salò (un esercito irregolare, oltreché subordinato ai nazisti nei loro crimini) ai partigiani. Quindi, la battaglia, condotta con esito positivo nell’agosto 2011, per mantenere le festività civili, 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno, minacciate di essere soppresse con la manovra finanziaria del Governo. Nel 2014, dopo due anni di impegno, l’ANPI ottiene dal Governo tedesco atti di riparazione nei confronti delle vittime delle stragi nazifasciste del 1943-1945; mette in campo poi iniziative nazionali contro una irresponsabile riforma del Senato e contro una legge elettorale che, così come approvata dalla Camera, risulterebbe contraria alle aspettative dei cittadini in tema di rappresentatività e di diritti, nonché contraddittoria rispetto alle precise indicazioni della Corte Costituzionale. Da ultimo, va ricordata, nello stesso anno, la firma di un protocollo col MIUR (Ministero dell’università e della ricerca) per avviare iniziative di formazione alla cittadinanza attiva nelle scuole.

Il 2016 ha visto una straordinaria mobilitazione dell’intera Associazione per il No al referendum costituzionale. Nel 2017, a seguito delle dimissioni di Carlo Smuraglia, diviene Presidente nazionale ANPI Carla Nespolo, prima donna e non partigiana a ricoprire il ruolo. Il suo incarico è caratterizzato da una forte spinta operativa sui diritti umani, sul contrasto ai fascismi che porterà alla grande manifestazione nazionale del 2018 a Roma “Mai più fascismi mai più razzismi” e sulla memoria attiva per la quale grazie alla disponibilità di Gad Lerner e Laura Gnocchi verrà realizzato il Memoriale della Resistenza Italiana (www.noipartigiani.it). Dopo il decesso di Carla Nespolo avvenuto nel 2020 viene eletto Presidente Nazionale Gianfranco Pagliarulo il cui impegno è volto alla realizzazione di una grande unità nazionale antifascista per la piena attuazione della Costituzione. Il Congresso di Riccione conferma questa linea e, in particolare, il grande lavoro di affermazione del valore della pace nella tragica contingenza della guerra in Ucraina.

Oggi l’ANPI è ancora in prima linea nella custodia e nell’attuazione dei valori della Costituzione, quindi della democrazia, e nella promozione della memoria di quella grande stagione di conquista della libertà che fu la Resistenza.(fonte)

[3] Giuliano Vassalli (Perugia, 25 aprile 1915 – Roma, 21 ottobre 2009) è stato un partigiano, giurista e politico italiano, presidente della Corte costituzionale dall’11 novembre 1999 al 13 febbraio 2000. Durante la resistenza romana, ideò e organizzò l’evasione di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli. Fu prigioniero in Via Tasso. La sua attività politica e di giurista è legata all’introduzione del Codice di procedura penale italiano del 1989, detto: “Codice Vassalli”. Professore emerito all’Università di Roma “La Sapienza”, è stato socio nazionale dell’Accademia dei Lincei per la classe delle scienze morali, categoria VI delle scienze giuridiche.

Biografia
Origini e formazione
Figlio del civilista Filippo, frequenta il liceo classico Ennio Quirino Visconti e compie gli studi universitari negli anni del fascismo (durante i quali lo troviamo iscritto ai GUF, partecipando anche ad un Littoriale della cultura e dell’arte). Si laurea in giurisprudenza all’Università di Roma nel 1936, relatore il penalista Arturo Rocco, coredattore con il più noto fratello, Alfredo, ministro della Giustizia, degli omonimi codice penale e codice di procedura penale. Quest’ultimo, nel 1989, sarà sostituito con quello redatto secondo i principi più democratici e moderni del suo allievo Vassalli.

L’impegno nel PSI e nella Resistenza
Il 22-24 agosto 1943, Vassalli partecipò alla riunione in casa di Oreste Lizzadri, in Viale Parioli 44 a Roma, alla quale parteciparono Pietro Nenni, Sandro Pertini e Giuseppe Saragat per il “Partito Socialista Italiano – Sezione dell’IOS” costituitosi in esilio a Parigi nel 1930; Olindo Vernocchi, Oreste Lizzadri, Giuseppe Romita ed Emilio Canevari per il PSI ricostituito clandestinamente a Roma il 22 luglio 1942; Lelio Basso e Carlo Andreoni per il Movimento di Unità Proletaria, nato nel gennaio precedente a Milano e nell’Italia del Nord, i quali diedero vita al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP).

Così il futuro Ministro della Giustizia descrisse l’evento: «Il 25 agosto del 1943 in clandestinità il Partito socialista [costituì] il Psiup, Partito Socialista di Unità Proletaria, che raggruppava personalità influenti della sinistra italiana antifascista come Ignazio Silone, Lelio Basso, Giuseppe Saragat, Sandro Pertini, Giuseppe Romita, Carlo Andreoni. A diventare segretario del partito è il romagnolo Pietro Nenni. Anche i Monaco (Alfredo Monaco e sua moglie Marcella Ficca Monaco – N.d.E.) vi aderiscono».

Dopo l’8 settembre 1943, Vassalli entrò nella resistenza romana come esponente del PSIUP. Dall’ottobre 1943 alla fine di gennaio del 1944 fece parte della giunta militare centrale del CLN.

Il 24 gennaio 1944 organizzò l’azione di un gruppo di partigiani delle Brigate Matteotti che permise la fuga di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, assieme ad altri cinque patrioti socialisti, dal carcere di Regina Coeli. L’azione, dai connotati rocamboleschi, fu ideata e diretta da Vassalli con l’aiuto di diversi partigiani, tra cui Massimo Severo Giannini, Giuseppe Gracceva, Filippo Lupis, Ugo Gala, Alfredo Monaco, medico del carcere, e sua moglie Marcella Ficca Monaco. Si riuscì così prima a far passare Saragat e Pertini dal “braccio” tedesco del carcere a quello italiano e quindi a produrre degli ordini di scarcerazione falsi, redatti dallo stesso Vassalli. I due leader del PSIUP furono dunque scarcerati insieme agli altri esponenti socialisti Luigi Andreoni, Luigi Allori, Carlo Bracco, Ulisse Ducci, Torquato Lunedei. Pertini stesso narrò in seguito questi fatti nelle sue memorie e in un’intervista concessa ad Oriana Fallaci nel 1973. Quest’audace azione partigiana salvò probabilmente la vita dei due futuri Presidenti della Repubblica che, se ancora incarcerati a Regina Coeli, sarebbero stati sicuramente inseriti nell’elenco dei detenuti politici da fucilare alle Fosse Ardeatine.

Vassalli fu poi fatto prigioniero a Roma dai nazisti il 3 aprile 1944. Venne recluso nel carcere nazista di via Tasso (oggi sede del Museo storico della Liberazione) dove fu anche sottoposto a pesanti torture da parte delle SS ma non rivelò neppure un nome. Come cittadina statunitense ci fu anche un arresto eccellente: Virginia Agnelli confinata presso il convento di San Gregorio al Celio che subito si attivò a favore di Vassalli. Grazie alle sue altolocate conoscenze, data l’importanza della sua famiglia, riuscì ad attivare l’intervento favorevole (il vento stava cambiando: stava giungendo la capitolazione) del generale S.S. (e comandante supremo per l’Italia) Karl Wolff. Contravvenendo le follie della non-resa dell’ultimo periodo di Adolf Hitler, Wolff ebbe intenzione di contattare le potenze vincitrici richiedendo la mediazione pontificia. Per questo intervenne il salvatoriano padre Pancrazio Pfeiffer. L’incontro col pontefice avvenne il 10 maggio 1944. Durante il percorso agli appartamenti papali, Pfeiffer richiese la liberazione di Vassalli “su desiderio di Pio XII”. Un legame esisteva: Francesco Pacelli fratello del papa e Filippo Vassalli (padre di Giuliano) avevano collaborato alla preparazione dei patti lateranensi, superando le precedenti venti tormentate versioni preparatorie. Wolff accetto di intervenire ben sapendo che Karl Hass, 6º reparto SS, era riuscito prima a salvare Vassalli con la scusa di avere ancora degli interrogatori.

Alla fine giunse l’ordine di scarcerazione per la pressione papale, mentre nella sua cella arrivò Herbert Kappler, zelante funzionario della “macchina” mortale nazista, proprio alla vigilia dell’arrivo a Roma delle forze armate angloamericane il 4 giugno 1944 che in cella disse chiaramente a Vassalli “deve ringraziare il Papa se non viene messo al muro, come avrebbe meritato, non è forse vero?” Aggiungendo: “ che io non possa rivederla mai più “. Il fatto fu testimoniato da padre Pancrazio Pfeiffer che ascoltò queste parole.

Carriera accademica e forense
Avvocato e docente universitario, ordinario di diritto e procedura penale, insegna nelle università di Urbino, Pavia, Padova, Genova, Napoli e Roma dove concluderà la sua carriera accademica nel 1990. Fra i suoi allievi, Tina Lagostena Bassi, Angelo Raffaele Latagliata e Franco Coppi. È autore di una copiosa produzione giuridica in materia penalistica e processuale.

Tra i suoi successi forensi, spicca l’assoluzione, in primo grado, dei coniugi Claire Ghobrial e Yussef Bebawi, accusati dell’omicidio di Farouk Chourbagi, amante dell’imputata. Vassalli, insieme al collega Giuseppe Sotgiu, ideò la strategia difensiva che non permise ai giudici di stabilire con certezza quale dei due imputati avesse commesso il delitto, o se entrambi avessero agito di comune accordo, ottenendo per essi l’assoluzione per insufficienza di prove.

Ha contribuito a fondare, nel 1968, l’Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani.

Carriera politica nel secondo dopoguerra
Dopo la Liberazione è stato, assieme a Massimo Severo Giannini, tra i collaboratori più stretti di Pietro Nenni.

È stato consigliere comunale di Roma e capogruppo del Partito Socialista Italiano (PSI) al Consiglio comunale dal 1962 al 1966; deputato (eletto nella lista PSI-PSDI) dal 1968 al 1972; senatore e capogruppo parlamentare del PSI dal 1983 al 1987. Fa parte di tutte le commissioni insediate dal 1946 al 1968 e dal 1972 al 1978 per la revisione del codice penale e di quello di procedura penale. Da presidente della Commissione giustizia del Senato propizia l’introduzione dei limiti massimi di custodia cautelare per i detenuti in attesa di giudizio.

Durante l’elezione del Presidente della Repubblica del 1978 il suo nome è stato proposto dal segretario del PSI Bettino Craxi alla presidenza della Repubblica, insieme a quello di Antonio Giolitti e Sandro Pertini, ma alla fine venne eletto quest’ultimo.

È stato ministro di grazia e giustizia dal 29 luglio 1987 al 2 febbraio 1991 nei governi Goria, De Mita e Andreotti VI. Durante il suo mandato presenta il disegno di legge delega per la riforma del codice di procedura penale che segue i precedenti progetti rimasti al palo a causa dello scioglimento anticipato della legislatura o di difficoltà di ordine politico. Il modello fondamentale su cui dovrà informarsi il nuovo codice è quello “accusatorio”, contrapposto a quello “inquisitorio” di gran parte del codice Rocco. Il processo si risolve in un “actus trium personarum”, nel quale è il pubblico ministero che indaga ed esercita l’azione penale, l’imputato che si difende ed il giudice che decide, in base a prove selezionate dalle parti ed acquisite in contraddittorio. È ribadita, inoltre, la presunzione di non colpevolezza già contenuto nella Costituzione. Inoltre non è prevista la custodia cautelare dell’imputato, durante il processo, se non in casi eccezionali per la necessità di non disperdere la prova. Il nuovo codice, redatto da una commissione presieduta da Giandomenico Pisapia, è approvato nel 1988 ed entra in vigore nel 1989 (codice che tuttavia sarà sottoposto nel tempo a pesanti modificazioni). Sempre nel 1987 presenta un disegno di legge di riforma parziale del codice di procedura civile, che sarà approvato, con numerose integrazioni, nel 1990.

Nello stesso anno insedia una commissione di docenti universitari, presieduta da Antonio Pagliaro, con il mandato di mettere a punto un disegno di legge delega di riforma del codice penale (la commissione terminerà i suoi lavori presentando una proposta, alla quale seguiranno ulteriori progetti redatti da successive commissioni). Nominato giudice costituzionale dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga il 4 febbraio 1991, giura il 13 febbraio successivo. Fu insignito dell’Ordine della Minerva dall’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio”.

Gli ultimi anni e la morte
Durante l’elezione del Presidente della Repubblica del 1992 è stato il candidato di bandiera del PSI nei primi tre scrutini, mentre all’undicesimo scrutinio la sua candidatura viene riproposta come quella ufficiale del suo partito e al 14º scrutinio ottiene l’appoggio della DC e degli altri partiti laici ed avrebbe i numeri per essere eletto ma resta al di sotto del quorum di 158 voti. Dopo di ciò ritira la sua candidatura.

L’11 novembre 1999 viene eletto presidente della Corte costituzionale, risultando il più anziano al momento dell’elezione fino a quello di Giuliano Amato il 29 gennaio 2022 e cessando il mandato da presidente e giudice il 13 febbraio 2000.

Il 24 gennaio 2002 l’Università di Bologna gli conferisce la laurea honoris causa in giurisprudenza. Muore il 21 ottobre 2009, all’età di 94 anni, ma la notizia è stata diffusa due giorni dopo ad esequie avvenute.

Opere principali
Giuliano Vassalli è stato autore di oltre 200 pubblicazioni, in diversi settori: diritto penale, procedura penale, criminologia. Un elenco certamente non esaustivo comprende i seguenti titoli:

La confisca dei beni: storia recente e profili dommatici, Padova, Cedam, 1951;
La libertà personale nel sistema delle libertà costituzionali, in AA. VV., Scritti giuridici in memoria di Piero Calamandrei, II, Padova, Cedam, 1958;
Gian Domenico Pisapia, Il segreto istruttorio nel processo penale, Milano, Giuffré, 1960;
Dizionario di diritto e procedura penale, Milano, Giuffre, 1986;
La giustizia internazionale penale: studi, Milano, Giuffrè, 1995;
La legge penale e la sua interpretazione, il reato e la responsabilità penale, le pene e le misure di sicurezza, Milano, A. Giuffrè, 1997;
Il Codice penale e la sua riforma; criminologia, politica criminale e legislazione straniera; giuristi del passato, Milano, Giuffrè, 1997;
Formula di Radbruch e diritto penale: note sulla punizione dei delitti di Stato nella Germania postnazista e nella Germania postcomunista, Milano, Giuffrè, 2001.
Onorificenze
Medaglia d’argento al valor militare – nastrino per uniforme ordinaria
Medaglia d’argento al valor militare
«Anima ardente di patriota si dedicò con audace instancabile attività alla lotta anti nazi-fascista. Subito dopo l’armistizio nel settembre 1943, al comando di una formazione di partigiani, ostacolò presso la Porta di San Paolo, con generosa disperata lotta, l’avanzata del tedesco invasore. Capo zona, membro del comitato militare cittadino e del C.L.N. fu ideatore, organizzatore ed esecutore coraggioso di numerose azioni di resistenza contro i tedeschi. Arrestato e trasportato nelle prigioni di Via Tasso sopportò con fierezza le sofferenze della carne martoriata, salvando con il suo silenzio l’organizzazione militare del partito. Esempio luminoso di dedizione alla Patria, di audacia, di fierezza e di elevato spirito di sacrificio.»
— Roma, settembre 1943-giugno 1944
Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana – nastrino per uniforme ordinaria
Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana
— Roma, 27 dicembre 1966
Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell’arte – nastrino per uniforme ordinaria
Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell’arte
— Roma, 2 giugno 1980(fonte)

[4] Armando Cossutta. Armando Cossutta (Milano, 2 settembre 1926 – Roma, 14 dicembre 2015) è stato un politico, giornalista e partigiano italiano.

Esponente storico del Partito Comunista Italiano e con un trascorso da partigiano nelle file dello stesso durante la Resistenza italiana, fu l’incontrastato capofila dell’ala di sinistra interna “prosovietica” del partito, denominata per l’appunto cossuttiana, strettamente ancorata all’Unione Sovietica e agli altri Paesi del Blocco orientale.

In seguito al travagliato periodo della cosiddetta svolta della Bolognina, che sancì lo scioglimento del PCI e la nascita del Partito Democratico della Sinistra, Cossutta figurò tra i fondatori del Partito della Rifondazione Comunista, di cui ricoprì per diverso tempo la carica di presidente. Uscitone poi in seguito alla crisi del governo Prodi I, innescata dalla stessa Rifondazione Comunista, fondò assieme ad altri fuoriusciti il Partito dei Comunisti Italiani, di cui ricoprì in tempi alterni le cariche di presidente e segretario nazionale, prima di ritirarsi infine a vita privata.

Biografia
Nato a Milano nel 1926 in una famiglia operaia molto attiva nella realtà politica del tempo (il padre Giusto, originario di Trieste, aveva infatti partecipato all’impresa di Fiume di Gabriele D’Annunzio), s’iscrisse al Partito Comunista Italiano nel 1943 e militò da partigiano nelle file delle Brigate Garibaldi alla Resistenza antifascista e antinazista; venne anche arrestato dai nazifascisti e detenuto per un certo periodo nel carcere di San Vittore a Milano.

Dirigente del Partito Comunista Italiano
Nel secondo dopoguerra, entrò a far parte del gruppo dirigente in seno al partito, di cui incarnava la corrente maggiormente filo-sovietica: questa sua tendenza a considerare l’Unione Sovietica lo “Stato guida” del movimento comunista internazionale lo portò spesso e volentieri a polemizzare con Enrico Berlinguer, soprattutto quando questi giunse a ricoprire la carica di segretario generale.

Il suo primo incarico fu quello di segretario cittadino del PCI a Sesto San Giovanni (in provincia di Milano), ottenuto all’età di soli 19 anni.

Collaboratore de L’Unità e ininterrottamente parlamentare dal 1972 al 2008 (dapprima come senatore, poi, dal 1994 al 2006, come deputato, e quindi nuovamente come senatore), molti furono gli incarichi politici da lui ricoperti: ad esempio fu consigliere comunale a Milano dal 1951; fu segretario comunale e poi regionale del PCI (nel primo caso a Milano, nel secondo in Lombardia) e fu inoltre membro dal 1959 della Direzione Nazionale e dal 1964 della Segreteria nazionale.
Nel 1981 si oppose strenuamente alla prospettiva eurocomunista promossa dal segretario Berlinguer, il quale, traendo spunto dal golpe che Jaruzelski compì sotto la minaccia di una possibile invasione sovietica della Polonia, aveva affermato che la “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre si fosse esaurita e che perciò il PCI avrebbe dovuto troncare i suoi rapporti storici con i regimi comunisti del Blocco orientale. Oltreché nel merito, Cossutta criticò aspramente il metodo con cui s’arrivò a tale linea politica, da lui definita in un suo celebre articolo “lo strappo”, per via della sua gestazione estranea alle discussioni interne e alla storia stessa del partito. In seguito, pur senza rimpianti, Cossutta dichiarò di aver sbagliato nell’andare contro Berlinguer.

L’ala sinistra del partito rappresentata da Cossutta, chiamata proprio cossuttiana, constava inoltre di diversi ex-militanti operaisti ed egli stesso fu piuttosto vicino alle istanze del loro movimento, pur senza distaccarsi mai dal PCI.

La nascita di Rifondazione Comunista
Con la crisi fortissima che investì il PCI negli anni del cosiddetto riflusso, ed il processo d’autocritica che lo stesso intraprese di conseguenza, Cossutta si distinse all’interno del dibattito interno quale fermo assertore dell’identità storica del PCI, contrapponendosi dunque alle tendenze maggiormente “innovatrici” che si muovevano allora sotto la segreteria di Achille Occhetto.

Con lo scioglimento effettivo del Partito, a cui Cossutta ed altri pochi membri (come Sergio Garavini e Lucio Libertini ad esempio) s’opposero strenuamente quanto inutilmente, nel febbraio del 1991 fondò, assieme agli stessi Garavini e Libertini ed altre rimanenze delle vecchie ali di sinistra interne del Partito, il Movimento per la Rifondazione Comunista, che nel dicembre dello stesso anno, unendosi all’effettivo di Democrazia Proletaria ed altre piccole formazioni minori della sinistra radicale, diede vita al Partito della Rifondazione Comunista, di cui ricoprì la carica di presidente.

In seguito alle elezioni politiche del 1996, Rifondazione Comunista fece parte della maggioranza che sosteneva il primo governo Prodi.

La scissione dei Comunisti Italiani
Nel 1998 Fausto Bertinotti, allora segretario del partito, ritirò la fiducia al governo, causandone pertanto la crisi e caduta susseguenti; Cossutta, fortemente in disaccordo su tale scelta e – più in generale – sul profilo politico assunto dalla segreteria bertinottiana, decise di staccarsi dal partito e di fondarne, assieme ad altri fuoriusciti vicini alla propria area come Oliviero Diliberto e Marco Rizzo, uno nuovo: il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI), che partecipò alla nascita del successivo governo D’Alema I. Cossutta ricoprì quindi la carica di presidente del PdCI e di senatore.

Dal 1999 al 2004 fu inoltre deputato al Parlamento europeo.

Nel 2000 partecipò, assieme ad altri politici come Walter Veltroni, al Gay Pride di Roma, in cui colse l’occasione per manifestare la propria posizione a favore del matrimonio omosessuale.

Nel 2004 pubblicò la sua autobiografia dal titolo “Una storia comunista”.

Alle elezioni politiche del 2006 venne eletto senatore per la lista Insieme con l’Unione, cui i Comunisti Italiani diedero vita per l’elezione al Senato, nella regione Emilia-Romagna. Fu membro della Commissione Affari esteri.

Ritiro dalla politica e ultimi anni
A giugno del 2006, dando alla fine voce a un dissenso sofferto verso la linea politica assunta dall’allora segretario Oliviero Diliberto, Cossutta si dimise dalla carica di presidente del PdCI. Il 21 aprile 2007 presentò le proprie dimissioni dall’effettivo del partito, non rinnovando più la tessera e lasciando di fatto la politica attiva.

In vista delle elezioni politiche del 2008 dichiarò di aver votato «da comunista» per il Partito Democratico.

Nel 2009 Cossutta divenne vice-presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI).

L’8 agosto 2015 rimane vedovo dopo la morte della moglie Emilia Clemente, con la quale era legato da circa settant’anni. Da “Emi” aveva avuto tre figli: Anna, Dario e Maura, anch’essa attiva in politica come parlamentare.

È deceduto il 14 dicembre 2015 all’ospedale San Camillo di Roma, dov’era ricoverato da tempo, all’età di 89 anni. È sepolto nel cimitero del Verano, nel famedio del PCI.

Altre informazioni
Armando Cossutta era ateo e un accanito tifoso dell’Inter, tanto da fondare l’Inter Club Montecitorio. Nel 1998 venne imitato da Teo Teocoli durante la trasmissione Quelli che il calcio: Cossutta apprezzò gli sketch del comico e lo chiamò per congratularsi.

Controversie
Nel 1991 il giornalista Alexander Evlakhov dichiarò che Cossutta ricevette, nel 1986, una somma in nero pari a 824.000 dollari da parte del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, sostenendo di aver visto un documento che lo attestava, avendo potuto solo ricopiarlo a mano. Cossutta smentì l’accusa, affermando di non aver mai ricevuto denaro dall’Unione Sovietica.

Nel 2000 querelò Silvio Berlusconi per calunnia e diffamazione chiedendo 100 miliardi di lire di risarcimento per la frase pronunciata nel programma Porta a Porta secondo la quale “Cossutta gestiva nel dopoguerra bande armate”.

Inoltre fu accusato, specie durante gli anni della Prima Repubblica, d’essere un “contatto confidenziale del KGB” in Italia. Quest’accusa fu reiterata da alcuni organi d’informazione anche alla sua morte nel dicembre 2015. Il quotidiano Il Tempo lo definì un “uomo del KGB”, e scrisse che si recava «frequentemente nell’Urss per elaborare strategie contro la deriva deviazionista del segretario» Berlinguer.

Nel gennaio 2015 l’editore del giornale Libero, nella persona giuridica Editoriale Libero s.r.l., il direttore Maurizio Belpietro e l’autore dell’articolo sono stati condannati in via definitiva in sede civile a risarcire Armando Cossutta di 50.000 euro per danni morali, per il contenuto diffamatorio d’un articolo nel quale il giornale, «in relazione al cosiddetto caso Mitrokhin, lo identificava come una spia al soldo dell’Unione Sovietica».(fonte)