Tirana lì 16-7-940 XVIII°
Bambine mie care,
ho ricevuto la vostra lettera del
25 giugno – Non potete immaginare quale
gioia sia stata per me ricevere, dopo tanto
tempo, notizia di persone a me tanto
care. Vi ricordo sempre affettuosamente e
con voi il tempo insieme trascorso- Ho
tanta nostalgia di ciò ed anche a
me sembra che ormai sarebbe quasi
ora di tornar sotto il bel cielo di
Roma, fra voi, amabili fanciulle, che
tanta gioia potreste ridare al mio
povero cuore anche con la sola
vostra celestiale presenza-
La preoccupazione di diventare
grasso e quindi di non più piacervi,
mi rende quasi folle- Già da tempo
avevo eliminato qualsiasi cibo che potes=
se ingrassarmi ma ora, dopo le parole
di Paola, mi sono messo a dieta
strettissima e da mane a sera il
mio sguardo è rivolto con disperazione
ai miei fianchi procaci che non vogliono
malgrado ogni cura, accennare a dimi=
nuire – Appena ciò avverrà, mi accin=
gerò al ritorno con la speranza che mi
accoglierete con fiori, laude e danze
alla Ginger Roger – Il caldo si fa senti=
re; non è vero? Anche mia moglie, o anzi la
futura mia metà, mi diceva, giorni or sono,
di non espormi al sole – A me purtroppo
piace prendere la tinta e allora … ne
sopportano le conseguenze gli amici e chi
mi avvicina –
A proposito di mogli, il mio ri=
torno è subordinato al mio matrimo=
nio – Abbiamo deciso nella prossima
primavera – Già immagino Paola che
con urli frenetici piomberà nelle stan=
ze vicine annunciando, con folli risa,
il mio progetto – Ed a lui domanda
“Cosa c’è di tanto strano? Non
ti sembra forse il tipo perfetto del marito?” (queste
chiusure di virgolette mi ricordano strani emblemi
cagione per cui lascio cadere il discorso).
Mi domandate della vita estiva; nien=
te di eccezionale. Quasi tutti i giorni vado a
fare il bagno nella piscina del circolo. Il sabato
e la domenica Durazzo mi ospita con la mia
dolce fidanzata. Questo durerà fino al prossimo
Agosto; poi, ricominciando la caccia, riprenderò
il mio sport preferito anche qui accompagnato
dalla mia cara amica che è anche una
ottima tiratrice – Come vedete, bambine
mie, vi ho scritto una lunga lettera. Ora
mi aspetto una da voi altrettanto lunga
Vi prego però di non trattar=
mi troppo male nella vostra, spero
prossima risposta –
Cari saluti a tutti
Amedeo
P. S. Il mio indirizzo è:
Banca Nazionale d’Albania
Direzione Centrale
Tirana
Se nel retro della busta metto l’indi=
rizzo della Milizia è perché in questa
maniera posso farla imbucare alla
Posta italiana –
Signorine
Brandt[1]
Villa Spina[2]
Via Liguria 5
SENIGALLIA
POSTA AEREA
Timbri
POSTA MILITARE 17-7-40-XVIII
retro
Amedeo Giardini
Milizia Fascista Albanese[3]
Tirana
SENIGALLIA …
19.7.40 XV 13
Note
eng. vers.
My dear girls, I received your letter dated 25 June. You cannot imagine how happy I was to hear from people so dear to me after such a long time. I always remember you fondly and the time we spent together. I miss it so much, and it seems to me that it is almost time to return to the beautiful skies of Rome, among you lovely girls, who could bring so much joy back to my poor heart with your heavenly presence alone.
The worry of becoming fat and therefore no longer pleasing to you drives me almost mad. I had already eliminated any food that could make me fat some time ago, but now, after Paola’s words, I have put myself on a very strict diet and from morning to night I look desperately at my voluptuous hips, which, despite all my efforts, show no sign of diminishing. As soon as this happens, I will set out on my return journey in the hope that you will welcome me with flowers, praise and dances à la Ginger Rogers. The heat is getting to us, isn’t it? Even my wife, or rather my future wife, told me a few days ago not to expose myself to the sun. Unfortunately, I like to get a tan, so my friends and those close to me have to bear the consequences.
Speaking of wives, my return is contingent upon my marriage – we have decided on next spring – I can already imagine Paola rushing into the neighbouring rooms with frantic shrieks, announcing my plans with crazy laughter – And she asks him, ‘What’s so strange about that? Doesn’t he seem like the perfect husband to you?” (These quotation marks remind me of strange emblems, which is why I drop the subject).
You ask me about my summer life; nothing exceptional. Almost every day I go swimming in the club’s pool. On Saturdays and Sundays, Durazzo hosts me and my sweet fiancée. This will last until next August; then, when hunting season begins again, I will resume my favourite sport here too, accompanied by my dear friend, who is also an excellent shot. As you can see, my dear girls, I have written you a long letter. Now I expect an equally long one from you. Please do not treat me too harshly in your reply, which I hope will arrive soon.
Best regards to all, Amedeo
P.S. My address is:
Banca Nazionale d’Albania
Direzione Centrale
Tirana
I am putting the Milizia’s address on the back of the envelope so that I can post it through the Italian postal service.
In quei giorni…
Il 10 giugno del 1940, Piero Beppi apprende la notizia dell’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. È a Tirana, in Albania, da dove il Regio attaccherà la Grecia. Beppi ha 20 anni, ed è abbastanza maturo per capire che da quel giorno in poi la sua vita sarebbe cambiata.
Ricordo che quel 10 giugno 1940 era una bella giornata di sole, ma calda e afosa. Mi trovavo in ufficio col Serg. Magg. Fassabò, anch’egli del reparto comando, per preparare una circolare a tutti i reparti relativa ad un’esercitazione che avrebbe dovuto aver luogo durante lo stesso mese di giugno. Un gruppo di ufficiali era vicino alla palazzina del comando dove io mi trovavo. Notai che stavano discutendo animatamente, chiaramente eccitati: avevano appena saputo che Mussolini aveva dichiarato guerra alla Francia ed alla Gran Bretagna. In pochi minuti la notizia fece il giro della caserma e tutti si riversarono nel cortile commentando e domandandosi cosa sarebbe accaduto a noi. Anche se giovane, capii subito quanto grave era la notizia ed un nodo mi strinse la gola pensando a quelli lasciati a casa. Il Pellegrini ed altri mi raggiunsero credendo che ne sapessi di più’. Ad eccezione di qualche ufficiale di carriera e di qualche altro esaltato che forse non si rendeva conto della gravità dell’evento, tutti eravamo come storditi dalla notizia e ci domandavamo quali sarebbero stati i compiti che il nostro reggimento sarebbe stato chiamato a svolgere. Gli ottimisti dicevano che noi saremmo rimasti dove eravamo come truppa d’occupazione, altri prevedevano un nostro rientro in Patria. I più pessimisti, invece, dicevano che un reggimento come il nostro, facente parte dell’unica divisione corazzata, la “Centauro”, non poteva che essere impiegato in azioni belliche.
Il colonnello comandante mi mandò a chiamare e mi detto un bollettino, da lui poi letto alla truppa, nel quale dava notizia dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania ed auspicava che il nostro reggimento fosse al più’ presto impiegato al fronte e, per questo, esortava i soldati ad essere pronti a difendere le sorti della Patria contro l’egemonia della Francia e della Gran Bretagna.
La nostra vita, da quella data, cambiò. Non c’era più quella spensieratezza di prima. Ognuno di noi pensava alla famiglia. Si seguivano con ansia gli eventi che si svolgevano alla frontiera con la Francia e l’avanzata delle truppe tedesche nei paesi dell’est europeo. Pian piano, visti i risultati acquisiti dalle truppe tedesche, ci facemmo convincere dalla propaganda che indicava come “guerra lampo” quella in corso e che nel giro di pochi mesi l’Asse (Germania e Italia) avrebbe concluso vittoriosamente il conflitto.
La prima lettera che ricevetti da casa, dopo tale data, anche se passata attraverso la censura che a quei tempi vigeva, mi dava notizia di un bombardamento di aerei francesi su Livorno: avevano colpito l’albergo Palazzo sul Viale Regina Margherita.(fonte)
L’Italia entra in guerra: il discorso di Mussolini del 10 giugno 1940
Discorso di Benito Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia a Roma. Il duce annuncia l’entrata dell’Italia in guerra al fianco della Germania, contro Francia e Gran Bretagna. È il 10 giugno 1940.
La politica del ventennio fascista giunge così al suo punto culminante, trascinando l’Italia in un conflitto per il quale non è pronta né da un punto di vista militare né da un punto di vista economico.
Il discorso del duce, retoricamente impostato, è più volte interrotto dalle grida di una folla entusiasta.
“Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate!
L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.
Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste parole: frasi, promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue stati. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano.
Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia. Oramai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.
Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano. Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee. Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.
Italiani!
In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze armate. In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla maestà del re imperatore, che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania alleata.
L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo! Per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.
Popolo italiano, corri alle armi! e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”(fonte)
[1] Le sorelle Adriana, Gabriella e Paola Brandt sono le destinatarie della lettera spedita da Amedeo Giardini. In particolare, Gabriella Brandt è stata la prima moglie di Mario Monicelli. Le uniche notizie sono relative al suo tentato suicidio riportate in un post di Lanfranco Palazzolo sul suo profilo, sul social X: “Tenta il suicidio la moglie del regista Mario Monicelli Gabriella Brandt nel suo appartamento in via Archimede 150 a Roma. Il regista rientra a casa a mezzanotte, riesce a salvare la moglie”. Accade il 29 agosto 1955.(fonte)
Sulle pagine biografiche dedicate a Monicelli (Treccani, Wikipedia, ecc.), il nome indicato è Antonella Salerni, riportata come prima moglie, in riferimento al periodo in cui “negli anni Sessanta il Monicelli regolarizzò la sua posizione sentimentale con la compagna Antonella Salerni” (cit. Treccani fonte).
[2] Villa Spina oggi Hotel Villa Pina nasce negli anni 50, inizialmente era una dimora privata, pensata per trascorrere le estati tra il profumo della salsedine e l’ombra delle palme. I pavimenti originali in seminato veneziano, ancora oggi conservati in alcune stanze, testimoniavano l’eleganza di un’epoca in cui l’ospitalità era un’arte di famiglia.
Con il passare degli anni la villa ha avuto un’evoluzione affascinante fino a diventare un hotel, oggi ogni angolo racconta una storia, affascinante e confortevole villa, circondata da un ampio e tranquillo giardino privato, ombreggiato da pini, magnolie e palme. Il giardino continua ad essere un’oasi di tranquillità dopo una giornata al mare.
L’hotel vanta una posizione privilegiata nei pressi del centro storico di Senigallia e a cento metri dalla Spiaggia di Velluto.(fonte)
[3] La Milizia fascista albanese era una specialità della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, istituita in Albania nell’occupazione italiana.
Organizzazione
Il personale proveniva sia dai coloni italiani che dalla popolazione albanese. Gli ufficiali venivano nominati dal Comando generale della MVSN. Secondo il decreto istitutivo, l’organico previsto era di una Legione MFA ordinaria ed una alpina, entrambe su tre coorti, ma già nel mese successivo questo fu riorganizzato su un Comando Gruppo Legioni e quattro legioni con dieci coorti totali. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940, le quattro legioni mobilitarono in tutto 14 battaglioni CC.NN. albanesi da aggregare alle divisioni del Regio Esercito.
Milizie speciali
Milizia fascista forestale
Nell’ambito della fusione delle forze armate e di polizia, con lo stesso decreto luogotenenziale n.54 del 14 agosto 1939, venne istituita la Milizia fascista forestale, indipendente dalla MFA e inquadrata nella Milizia forestale. Essa era investita degli stessi compiti della corrispondente italiana, ovvero dare esecuzione alle leggi ed alle disposizioni in materia forestale, la gestione e conservazione di boschi e foreste demaniali, vigilanza sui lavori di bonifica e gestione di vivai e campi sperimentali. La forza ammontava ad una legione, la “12ª Legione Milizia Nazionale Forestale” (MNF) inserita nell’organico della Milizia forestale nazionale.
Milizia albanese della strada
La Milizia albanese della strada (in lingua albanese: Milicija Shqiptare e rruges) fu istituita con decreto luogotenenziale n.41 del 25 gennaio 1940 e posta alle dipendenze dirette della Milizia della strada italiana. Nello stesso periodo fu introdotto il Pubblico registro automobilistico e venne adeguata ed incrementata la regolamentazione stradale. I compiti della milizia comprendevano i servizi di polizia stradale, il soccorso stradale, il controllo della circolazione e delle segnalazioni stradali. La forza ammontava ad un “Reparto stradale autonomo albanese”, inserito nell’organico della Milizia stradale italiana.(fonte)
Da osservare
Colpisce la spensieratezza con cui Amedeo si rivolge alle sorelle Brandt, quasi che il mondo attorno a lui non stesse già cambiando. Eppure è il 16 luglio 1940: solo un mese prima, il 10 giugno, l’Italia era entrata in guerra, e nella notte tra l’11 e il 12 giugno il Bomber Command britannico aveva già fatto sentire la propria presenza su Torino e Genova. Erano state incursioni dimostrative, sì, ma avevano lasciato dietro di sé alcune vittime civili, un presagio cupo di ciò che sarebbe venuto. In questo contesto, quella leggerezza sembra quasi inspiegabile. Forse era un modo per tenere lontana la paura, per esorcizzare l’ombra dei tempi terribili che si annunciavano. O forse era solo la naturale incoscienza della giovinezza, tenace anche quando il cielo comincia a riempirsi di sirene e oscurità.



